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La fine della filosofia.

 

 

 

 

1. Ciò che conta per il Pensiero non sono i termini attraverso i quali si giunge ad una determinata conclusione. E' vero il contrario. E' la conclusione  che, nella misura in cui soddisfa la vita, elimina i percorsi «accidentali» e, nello stesso tempo consente al Pensiero di porre proprio la conclusione come premessa. Se ciò non fosse vero, ogni ricerca non sarebbe possibile né si avrebbe una giusta considerazione di essa, se è vero che ciò che viene trovato è trovabile se esiste "prima".

La verità, quindi, è specialissima. Sembra che sia frutto di ricerca, di organizzazione e di coerenza logica. Invece è certamente una ricerca, ma che avviene attraverso un processo «sotto-inteso» alla coscienza. In effetti, quando la filosofia era filosofia, essa era puramente arte maieutica.

Per dare un esempio di cattiva filosofia, basta leggere un qualunque libro di Hegel, che combinando e scombinando continuamente la proposizione per cui «il reale è razionale e il razionale è reale», ha puramente fatto un servizio alla monarchia prussiana, ma poco alla causa del vivere.

Ognuno di noi conosce che significa realtà. E' propriamente ciò che non si vede "immediatamente". Ognuno di noi sa che il vissuto è quasi sempre sprovvisto di intenzionalità razionale. E la stessa saggezza popolare insegna «che l'abito non fa il monaco». Eppure questo genio dalla parola viziosa, fece dell'apparenza il mostro a cui sacrificare l'essere e configurò la logica come l'idra che esautora la stessa esperienza.

Sull'astrattezza si erge quasi tutta la filosofia comunemente studiata, che porta pochi a frequentarla solo come disciplina, facendone argomento di stupide esposizioni di maestri di scuola. Tutti parlano «citando», mostrando come l'arte parassitaria del sapere feudale, insegnato alle signorine di buona famiglia, sia il vezzo della borghesia di primo canto, quella che all'arricchimento primitivo vorrebbe unire la sembianza di pensare qualcosa d'altro dal prosaico profitto, proprio quando nella conoscenza la borghesia è svelatamente oscurantista.

La filosofia è, al contrario, un perturbamento dell' essere, tanto simile alla follia, proprio quando, come i folli, il filosofo pensa inusitatamente e parla inusitatamente. Non è un caso che la filosofia inizia a decadere nel tempo stesso in cui il filosofo viene riconosciuto come normale nel consesso civile. Eraclito poteva onorabilmente farsi riconoscere «oscuro», Hegel non ebbe più futuro allorché divenne  «una scuola».

Ritorniamo proprio ad Hegel, in rappresentanza del pensiero malato, e riguardiamo le componenti essenziali del suo procedere verso un impossibile Assoluto.

Apparentemente le sue premesse sono semplici ed esatte. Nella Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, afferma:

 

«La filosofia è essenzialmente nell'elemento dell'universalità la quale chiude in sé il particolare... Nel suo fine e nei suoi risultati ultimi si trova espressa la cosa stessa proprio nella sua perfetta essenza. Rispetto a questa essenza lo sviluppo dell'indagine dovrebbe propriamente costituire l'inessenziale».

Ma come succederà per tutti i suoi scritti, il vero viene soppiantato dalla pretesa di considerare il proprio pensiero come fine e risultato definitivo. Infatti, non molte righe dopo le precedenti abbondano le pretese nullificanti:

 

«La vera figura nella quale la verità esiste, può essere soltanto il sistema scientifico di essa. Collaborare a che la filosofia si avvicini alla forma della scienza ecco ciò che mi sono proposto.... Ciò equivale ad affermare che solo nel concetto la verità trova l'elemento della sua esistenza.... E' contraddittorio che l'Assoluto debba venire non già concepito, ma sentito ed intuito; che non il suo concetto, ma il suo sentimento e la sua intuizione debbano aver voce preminente e venire espressi..... Secondo il mio modo di vedere, tutto dipende dall'intendere e dall'esprimere il vero non come sostanza, ma altrettanto decisamente come soggetto»

 

Ora affermare che l'Assoluto deve essere oggetto di scienza; che debba essere soltanto degna di considerazione «la fredda e progressiva necessità della cosa»; che l'Assoluto si dà compiutamente solo come ragione, tutto ciò significa perdere ogni possibilità di darsi un percorso, se è vero che questo diventa la boria di determinare l'indeterminabile. Rinchiudere l'uomo nella sua «concettualità» è eliminare tutta la nostra storia e contemporaneamente la stessa necessità dell'Assoluto. «La via della scienza è la sua forma intellegibile, via aperta a tutti e per tutti uguale», ma comporta l'estensione di «tecniche» umane ad una Soggettività Assoluta, che non permette di darsi e farsi trovare come determinata e dunque scientificamente. Ed è così inverosimile che da questo, poi, lo stesso filosofo possa dedurre che giustamente:

 

«la sostanza viva è bensì l'essere il quale è in verità Soggetto, o, ciò che è poi lo stesso, è l'essere che in verità è effettuale, ma soltanto in quanto la sostanza è il movimento del porre se stesso, o in quanto essa è la mediazione del divenire-altro-da-sè con se stesso».

 

Questa conclusione è possibile solo quando diventa solamente hegeliana (cioè solamente della ragione e non espressione dello stesso Assoluto) la connotazione di sostanza, di soggetto, di effettuale, di movimento, del divenire altro da sé. Si capisce, di conseguenza, che non basta avere strumenti idonei per aprirsi varchi che conducano laddove il fine è anche la fine, poiché, usati per proprie "premesse", permettono di pulire sicuramente la sterpaglia della foresta, ma senza vedere né tanto meno conquistare cime.

L'esaltazione hegeliana del pensiero del proprio pensiero diventa la pretesa di essere il pensiero dell'oggetto obiettivamente dato (quello che è il noesis noeseos), e ciò lo porta a chiudere il suo affanno nella funesta triade in cui notoriamente l'Assoluto si lascia intendere: arte, religione, filosofia.

La fine della filosofia.

 

 

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