Intelletto e Ragione
1 - La distinzione dialettica
Pensare è una caratteristica propria ed univoca
dell'uomo. Ogni individuo è esistente e, immediatamente e contemporaneamente,
pensante. Il suo pensiero inizia con la vita e termina con la morte e non c'è un
attimo dell'esistenza in cui vita e pensiero possano prendersi, per così dire, una
pausa.
Tante cause hanno concorso a portare il pensiero a non pensare "realmente" e tutte comprensibili e giustificabili. Ma nel nostro tempo non è più possibile evitare di chiedersi: cosa è il Pensiero?
Ora, finalmente, dobbiamo porci come oggetto il pensiero, non come pensiero "vuoto", astratto, ma come "attività" e chiederci quali disposizioni esso possegga per comprendere ossia abbia nell'atto di ricapitolare l'ordine e la connessione delle cose nel suo ordine e nelle sue proprie connessioni. Se è vero che quando "comprende così" una cosa o un evento, ciò è dovuto al fatto che "così" può comprendere e non diversamente.
La scienza e la filosofia moderna hanno portato il
pensiero al punto giusto per comprendere la "logica" con cui opera, giacché con
la logica dialettica si è data la possibilità di distinguere ed unificare, di
capire il divenire attraverso il divenire, tanto che si può definitivamente
stabilire che il pensiero, pur restando sempre se stesso, agisce secondo due
modalità: l'intelletto e la ragione.
Spesso i termini pensiero, ragione ed intelletto sono
stati ritenuti sinonimi e se pure ciò è formalmente vero, il pensiero è in
maniera specifica distinto dalle sue modalità e questi due modi (intelletto e
ragione) hanno facoltà e campi diversi anche se collaborano strettamente a
realizzare la scienza.
Quali possano essere le conseguenze per i vari ordini
del sapere si vedrà quando, alla luce di queste distinzioni, saranno
rimescolati i risultati della psicologia, del diritto, dell'economia ecc.,
poiché la loro confusione teorica affonda proprio nel loro comprendere
confusionario, in cui spesso i dati dell'intelletto sono stati sovrapposti ed
opposti ai dati della ragione e, non giungendo mai a sintesi, non hanno portato
a
ricomposizione un uomo storicamente improvvido e lacerato. Gli hanno procurato più
problemi. Infatti, ai problemi reali hanno aggiunto la confusione mentale.
Non che il disordine mentale sia un male, giacché è
un sintomo che i problemi e le soluzioni sono, in ogni caso, presenti al
pensiero, ma disposti in maniera negligente e accavallati come nei dibattiti poco corretti, quando non
si capiscono contenuti e soluzioni da parte di chi ascolta e ogni soggetto
prevarica nel
tono. Il pensiero, d'altra parte, quando si occupa di se stesso, è tanto "chi"
dibatte che "chi" ascolta.
Perciò, anche se è un compito
arduo, occorre prima stabilire cosa sia il "pensiero" e in che differisca dalle
sue modalità, poi determinare l'ambito e i limiti dell'intelletto e della ragione,
del loro reciproco intersecarsi e distinguersi, per arrivare infine a definire
come il singolo sapere guadagni enormemente nel mettere ogni cosa al proprio posto, senza travalicare le possibilità
proprie, rispettando il divenire inevitabile dell'essere.
Dunque si deve iniziare ex novo non tralasciando
quanto è stato prodotto "dalla e nella confusione", perché questa confusione ha comunque
scoperto orizzonti e risultati a noi utili.
Quando, in altre mie ricerche, individuavo
Pitagora,
Eraclito,
Platone ed Aristotele per la filosofia antica, Bruno, Campanella, Spinoza e Vico nella
filosofia di mezzo e nella filosofia moderna Hegel,
Marx, Nietzsche e Freud,
come le fonti cui attingere per conquistare delle certezze, non intendevo far
torto a coloro che non venivano citati, semplicemente notavo che era utile
stabilire quali fossero i fiumi e quali gli affluenti e le derivazioni, che
magari formano piccoli laghi e tuttavia mai i mari. E in questo contesto collocavo la
stessa filosofia contemporanea che, alimentando la confusione, ha prodotto
solo temporali e acquazzoni estivi.
Ma, se ci perdiamo più del necessario a leggere spendiamo inutilmente il tempo che ci occorre per creare nuova scienza.
Che pensare sia una caratteristica propria dell'uomo è dimostrato immediatamente dal fatto che non solo ci rappresentiamo il mondo e ne abbiamo coscienza nella sua varietà di forme e di enti, ma riflettiamo sulla nostra conoscenza, capaci di restare con noi stessi e le nostre idee. E' questo un privilegio che nessun ente del sistema natura può permettersi e nemmeno prospettarsi.
Nei vari ordini naturali, quello inorganico, organico, vegetale, animale ed umano, ogni momento si distingue dall'altro perché ogni ordine agisce immediatamente per l'ordine superiore e gli ordini superiori prevalgono su tutti i precedenti. Banalizzando, l'erba serve all'animale, l'animale serve all'uomo e tutto il sistema è finalizzato al grado massimo. Non solo. Della funzione che ogni ente ha nell'economia del tutto esso non ha coscienza. Non sa nemmeno di vivere. La stessa cosa succede nell'organismo umano in cui, ad esempio, il fegato non "sa" perché produce determinate sostanze e per chi: si limita a compiere queste funzioni nell'economia del tutto, senza "capirlo". Analogamente è per tutti gli altri organi e solo il tutto, che è il pensiero, può darsi spiegazione di questi apporti.
Su questa questione fondamentale dovrebbero meditare
alcuni grossolani e sedicenti evoluzionisti che, non solo trascurano e saltano infiniti
dettagli ed obiezioni naturali, ma non ascoltano il tutto, perdendosi in
elucubrazioni su "parti" del tutto, tacendo sulla logica e sull'ordine dell'intero e su come
questo intero sia finalizzato.
L'uomo è il centro del sistema naturale e ogni
ente dei vari ordini concorre direttamente o indirettamente non solo alla sua
sopravvivenza, ma alla sua soddisfazione estetica e
morale.
Queste considerazioni si faranno più chiare e definitive proprio con la distinzione che ci accingiamo a stabilire "oggettivamente", ossia scientificamente.
La stessa centralità che assume l'uomo nel sistema
naturale assume il pensiero nell'uomo. In altre parti ho dimostrato che il
pensiero e sempre pensiero di qualcosa e dunque il pensiero non è mai fantasia
ed immaginazione, che sono rispettivamente degenerazioni dell'intelletto e della
ragione. Il pensiero è sempre pensiero dell'essere (la cosiddetta coscienza) ed
anche strategia d'uso (il cosiddetto agire) e, per ultimo, capacità di
riflessione sulle proprie possibilità e sulle proprie azioni (la cosiddetta autocoscienza).
Tuttavia ho scritto penso = sono = opero, ma non ho scritto anche "rifletto", giacché la riflessione è una conquista e la critica lo è maggiormente.
2 - Il Pensiero
Rendere semplice un pensiero complesso comporta il rischio di banalizzarlo così come complicarlo più del necessario è arricchirlo di parole inessenziali. Nei limiti di questa preoccupazione cercherò di definire ciò che deve essere inteso per Pensiero come capacità di produrre idee.
Se esistere è immediatamente pensare, l'ente pensa se stesso e "contemporaneamente" quanto lo circonda, ossia pensa insieme il Sé e l'Alterità. Tranne un brevissimo periodo in cui è naturale credere che l'alterità non sia altro che la propria estensione, la coscienza trova in seguito il mondo come qualcosa di "estraneo", da conquistare logicamente e fattivamente. Da ciò scaturisce un percorso che dura tutta la vita e che viene rilevato dalla posterità storica, fermo restando il fatto che il pensiero è sempre e fondamentalmente pensiero del proprio tempo.
Questo "pensarsi iniziale e duraturo" implica la presupposizione di un Pensiero, che lungi dall'essere idealisticamente in sé si configura come una struttura ontica ben definita ed unica. Così si può dire che i presupposti dell'esistere della coscienza sono simili ad un Tempio Sacro che ha una sua intima fisionomia, ma che è strutturato in ogni individuo, secondo uguali elementi architettonici, spazialmente e temporalmente distribuito e che contiene la possibilità di accogliere e sistemare i contenuti dell'intelletto e della ragione, contenuti che rappresentano la coscienza di sé e del mondo.
Il Pensiero, nella sua dialettica reale, non è in sé, per sé e in sé e per sé, secondo la notissima versione idealistica, ma deve essere inteso come Struttura, Alterità e Storia. Come struttura è Pensiero pensante, come Alterità è tutto quanto si configura in maniera estranea alla coscienza e come Storia come proprietà acquisita dalle modalità del pensiero. Dunque, se si vuole mantenere la comoda classificazione idealistica lo si deve fare rimarcando la differenza tra dialettica materialistica e dialettica formale, consapevoli che il mondo è sempre presente alla coscienza; che il pensiero puro è una finzione idealistica che diventa un'aberrazione quando risolve nell'autocoscienza i problemi che vanno risolti operando.
Il Pensiero come struttura è perciò la capacità di rendere possibile la dialettica del reale secondo modalità proprie, (come detto, la descrizione e la sistemazione dei contenuti propri dell'intelletto e della ragione). Come struttura in sé presenta già la dialettica di unicità e universalità, poiché nessuna struttura è simile ad un'altra tanto che i contenuti vengono accolti e sistemati secondo progetti diversi. Non per questo gli uomini sono monadi chiuse in se stesse, poiché hanno un "mondo comune", anche se diversamente compreso e distinto. Il fatto di dover aderire sempre più legittimamente a questo mondo comune (che è poi la storia naturale e la storia umana) fa sì che l'unicità e l'originalità dell'ente rappresentino un arricchimento per la Ragione universale, quel Logos che crea e annichila ogni esistenza, ma che fa di ognuno il soggetto e l'oggetto di un eterno divenire.
Per dirla più adeguatamente questo Logos è questo mondo comune a cui partecipiamo per naturale appartenenza e che è comune proprio perchè lo troviamo già e poi lo verifichiamo come assolutamente razionale, quindi esprimibile secondo concetti universali e permanenti.
Da ciò consegue che il Pensiero pensante non è solo una struttura genericamente intesa, ma è una struttura razionale capace di acquisire ogni movimento dell'essere. Perciò bisogna comprendere l'intima connessione fra la dialettica del Logos e la dialettica della ragione, cosa che in altra sede (Introduzione alla Storia critica della Filosofia) ho inteso come Ragione-che-si-dà-alla-ragione cioè Realtà-che-si-fa-Ragione.
3 - Il Logos
Questo Logos non è un prima e un poi nel senso che è una premessa o una conclusione da ricercare. Ogni suo momento è tutto giacché è congiuntamente inizio e fine. E' divenire che, in quanto tale, non ha inizio e non ha fine, restando compiutamente immanente e trascendendo contemporaneamente ogni cosa. Esso non è prima o dopo il pensiero, esso è il Pensiero. Non è prima o dopo la realtà. Esso è la Realtà.
E' provvidenza, giacché predispone e preserva tutto, poiché preservando tutto preserva se stesso. E' la ragione che vive e si rappresenta nel pensiero e nelle cose e che, in questo suo essere, rende possibile l'adeguamento del pensiero alle cose, ricomponendo sempre ogni "lacerazione".
Nulla può restargli fuori perchè esso tutto comprende. Non ha spazio e non ha tempo, pur manifestandosi a noi come tutto spaziato e temporalizzato. Non ha forme, pur rappresentandosi attraverso infinite forme. Non ha vita e non ha morte.
Il Logos è memoria.
4 - La rappresentazione
.....continua..... a presto.