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Il teorema dell'esistere e della coscienza

 

 

 

 

 

L'affermazione <l'essere è> non equivale affatto all'affermazione <l'essere è realmente>, perchè nell'una e nell'altra è presupposto un diverso modo di intendere l' <è>. Quando affermo <l'essere è> affermo una pura ipotesi, mentre quando affermo <l'essere è realmente> testimonio un'esistenza: nel primo caso, l' <è> è arbitrariamente asserito come proprio dell'essere stesso, mentre, nel secondo caso, l' <è> è attribuito dalla mia coscienza all'essere.

La prima proposizione si regge sull'assunto che l'essere <è> in quanto essere, mentre la seconda è valida solo in quanto afferma la stretta connessione fra pensiero ed essere.

Attribuire realtà all'essere, in assenza del pensiero, è come asserire che esiste un "puro pensiero" ossia un pensiero senza essere. Dunque, quando discuto dell'essere bisogna intendere che io discuto dell'essere del mio pensiero e che un essere fuori dal mio pensiero è puramente un non-essere. Perciò l'io non può sfuggire al principio che "l'io vede" soltanto ciò che è possibile vedere "umanamente" e che il mondo che io conosco è puramente il mondo antropomorfizzato, il mondo dell'uomo.

Un mondo a sé stante è un mondo che può esistere in quanto pensato da Dio, ma non può esistere "a sé stante" per me, perché è im-pensabile: o è vera l'ipotesi che è a sé stante o è vera la proposizione per cui la "coscienza del mondo" <è> "il mondo stesso". Insomma il mondo è "un punto di vista del mondo" e questo punto di vista è "l'obiettivizzazione umana".

In tal modo vengono ad essere superate le antiche aporie tra essere e divenire, tra pensiero ed essere. Infatti, essere, divenire e pensiero sono un'unica realtà, assolutamente inscindibile. Ne consegue che il pensiero è sempre il pensiero di un essere in divenire e che il pensiero a sé stante non è ipotizzabile.

Posta, così, la centralità della coscienza come "pensiero del divenire dell'essere", non si può giungere all'assurdo di credere che l'essere sia un semplice atto del pensiero. Infatti, quando affermo che <l'essere è realmente> affermo che l'essere si fa presente secondo la mia modalità, ma l'essere resta con un qui e ora, irriducibile alla mia idea intorno ad esso. Ciò in quanto l'essere non è una produzione della coscienza, anzi, è il preambolo che spinge la coscienza ad interrogarsi sull'Ordine delle cose e sulla Causa prima.

Si può dire che l'essere insemina la coscienza e la rende capace di partorire idee e sistemi. Il processo opposto non si dà mai.

La coscienza possiede soltanto ed idealmente una parte di essere, ossia quella che essa può comprendere e manipolare.Tutto questo viene avvalorato quando l'ente conoscente si trova ente fra gli enti, ossia parte dell'essere. Allora il rimando, non alla descrittività empirica, ma alle ragioni e alle cause diventa il vero obiettivo del Pensiero che si fa ragione e meno intelletto.

(L'odissea del Pensiero, che abbandonati i territori fantastici del mito e della religione, si è spinto sui lidi dell'archè per conquistare la regione sconfinata del Logos è il grande lascito della filosofia all'antropologia analitica).

 

 

 

Grimaldi. 22 aprile 2009