Cosa è l'arte.

 

 

1 - Chiamiamo opera d'arte l'opera di chi, al pari di demiurgo, modifica la realtà secondo un proprio convincimento e fa sentire, a chi non ha le sue capacità, la vita così come non è.

La "realtà artistica" si oppone volutamente alla "realtà empirica".

Nel Timeo Platone sostiene che un Demiurgo è l'artefice del mondo, che  materialmente esiste indipendentemente da lui. Cosicché egli manipola, ma non altera la materia informe ("la madre del mondo"), suscitando la diversità con la "costruzione" di tutte le forme mondane. La sua azione, però, non può svolgersi liberamente, giacché Egli si preoccupa affinché le forme siano a "somiglianza" di una realtà ideale ed immutabile. Detto sinteticamente, il Demiurgo modifica le "forme", senza che tale azione gli consenta di andare oltre archetipi prestabiliti, che nel pensiero platonico, esistono nella loro estrema purezza solo nell'iperuranio.

Questa connotazione del demiurgo è altamente importante, specialmente se teniamo conto che il mondo, per Platone, non è una realtà, ma un'imitazione del mondo delle idee, per cui l'arte è "imitazione dell'imitazione".

Questa visione del mondo è fondamentale. L'iperuranio, come categoria, consente un grande sovvertimento. Il demiurgo-artista diventa superiore al demiurgo-dio. L'artista costruisce in base al sempre, mentre Dio, deve costruire forme periture: l'uno è reso immortale dalla sua opera, l'altro si rende immortale annichilendo ogni sua opera. L'artista è tragico, Dio è, in ultima analisi, epicureo, immerso nella non-cura dei destini delle forme.

Da qui l'atteggiamento psicologico dell'artista che agendo contro la realtà esaspera la sua sensibilità, deprime il suo spirito nella stessa misura in cui lo esalta fino allo spasimo, tanto che è lecito sostenere che la genialità è sorella della follia. Si crea solo andando contro la vita per l'esistenza e, in questo paradosso, l'artista è sempre ripagato per il suo tormento.

 

2 - Il Demiurgo e l'opera che compie sono distinguibili logicamente, ma non ontologicamente, anche se la progettualità deve considerarsi prioritaria rispetto all'atto. Questo implica la responsabilità della Causa rispetto all'effetto; del perchè produce questo o perchè non ha prodotto diversamente. Dio si giudica dal mondo. L'effetto dà la rappresentazione della Causa e della misura della sua eticità. L'opera è l'intimità rivelata del Demiurgo, poiché ne indica esattamente le possibilità e le intenzioni. Perciò l'opera non da conto di sé, ma chiede conto di sé al suo Creatore. 

Tuttavia, affinché questi passaggi siano possibili, bisogna delimitare il concetto di "Immaginazione" ovvero stabilire, da subito, in che rapporto essa si pone rispetto alle modalità sia della ragione sia del sentimento.

Una prima modalità della ragione è la "capacità di descrivere" un dato in un contesto o una struttura circoscritta. A tal fine utilizza categorie quantitativamente definite ed omogenee che rendono possibile la costituzione della scienza. Alla ragione scientifica non si può chiedere alcun giudizio d'ordine etico o estetico, giacché il suo compito è puramente e solamente "materialistico" (iletico: come dicono i filosofi più avveduti). Se affermo che "x" è un assassino, dico soltanto che la categoria dell'uccidere è sicuramente valida per l'atto di  "x" e non devo preoccuparmi se, per questo stesso atto, "x" ha subito o eluso la condanna nè tanto meno se il suo gesto configura la possibilità dell'orrido o del bello o perfino del godimento. La ragione descrittiva o iletica afferma che la rappresentazione corrisponde all'effettualità dell'evento. Per questo la scienza, in quanto applica rigorosamente categorie quantitative, non può che essere necessaria ed universale. Dunque, per sua stessa natura, essa non fa teorie, poiché le ipotesi non fanno testo. Dobbiamo, al contrario, affermare che la scienza è tale, quando elimina teorie ed ipotesi,   se è vero che permanere nell'ipotesi significa mantenere nel limbo la stessa conoscenza. Il rigore della ragione, se dovesse stemperarsi, determinerebbe l'illegittimità stessa della scienza, ridotta ad un’assurda funzione letteraria.

Meno rigorosa è la ragione imperativa, quando si presenta nella modalità di "giudicare". Il giudizio varia a secondo del variare delle  forme produttive delle organizzazioni umane. Così esso è sempre storicamente "pregiudicato" e non può, di conseguenza, assumere alcuna pretesa definitiva. L'etica non è altro che la giustificazione morale che un individuo o una società danno del loro fare. Essa è sempre "interessata", giacché  è valida fin quando dura il potere della classe dominante. Si può costatare che non esiste mai un'etica, ma tante etiche quante sono le strutture sociali d’appartenenza. Lo stesso vale per il diritto, le ideologie e i costumi. La ragione imperativa o giudicante è il maggiore pericolo che s'aggira tra gli uomini e propria nella sua "probabilità", nel suo essere "frase", s'appoggia il suo eterno tendere al fondamentalismo.

La complessità dei meccanismi psichici porta alla formazione di una terza modalità di ragione: la ragione comune o affettiva. Essa afferma fin dall'inizio la sua "promiscuità", sapendo di essere un "ibrido", nato a difesa delle cose a cui si sente attaccata. E' la sorella minore e assolve il compito di tenere uniti micromondi relazionali ed è delegata a creare codici d’onore e di rispetto che hanno in se stessi il proprio fondamento. Non ostante questa minorità, la sua influenza regolativa nell'ambito della coscienza è enorme, poiché è preferita alle altre modalità dallo stesso io.

Ma, il limite insuperabile per qualunque modalità di ragione è quello di non poter negare l'unicità di ogni singola "coscienza" e contemporaneamente compiere l'atto di costituire in oggetto o

concettualizzare un'altra unicità che gli si dà esclusivamente come fenomeno. Ossia postomi come io, pongo l'altro io, che mi si presenta, come tu, con la pretesa di poterlo de-finire.

In tutta la storia della filosofia non è stato mai risolto il rapporto io-tu, giacché non si sono mai conosciuti i meccanismi per individuare non solo il vissuto del tu, ma lo stesso vissuto dell'io.

Cosicché tanto l'io che il tu, non conoscendo la loro rispettiva intimità pretendono di potersi afferrare e dare. La tragedia della conoscenza, e in parte dell'affettività, è di vivere l'uno accanto all'altro, come "sconosciuti".

Il tu e la sua casa non si lasciano impunemente violare dall'io. Come un vicini di casa, dopo lunga consuetudine, il "tu" ti lascia frequentare le sue stanze e talvolta si mette a ragionare con te nella camera buona. Alla sera non puoi dire alcunché di significativo sul suo conto.

Non è questa la sede per approfondire la questione. Vorrei semplicemente dichiarare penoso l'attestarsi della filosofia (che poi infetta necessariamente il sentimento) nell'identità/identificazione mai verificata, nè empiricamente, nè idealmente, dell'io e del tu.  

Il sentimento e le sue modalità, sono, ad un tempo più empiricamente semplici e più idealmente complessi. Esse possono essere ridotte a tre, così come per la ragione: il sentimento emotivo, il sentimento affettivo ed il sentimento volitivo.

Un tempo, il sentimento, nel suo specifico, era inteso come espressione di un animo perturbato e commosso, per cui l'uomo nella sua maturità gnoseologica lo relegava a tappa primitiva della ragione, considerata la mente pura.

Ritengo che questo sia un errore pernicioso, in quanto il sentimento, nella sua generalità, è tensione ed espansione e laddove non occupa uno spazio privilegiato, le attività umane risultano alquanto scadenti.

Il sentimento emotivo è una miniera inesauribile, un posto sacro e pericoloso, in quanto è la sede delle memorie imperiture, caratteriali.

Esso è figlio legittimo di quanto Freud ha inteso come Es, su cui ha scritto efficacemente, e non c'è alcun bisogno di nuovi approfondimenti.

Il sentimento affettivo è del tutto immotivato, perchè "carica" l'ente e l'esserci di una relazionalità arbitraria e non coglie, nè la sua pulsione profonda, nè la ragione del suo esternarsi. Attraverso di esso si discrimina tra ente ed ente, tra cosa e cosa e si riserva ad alcune forme la totale radicalità dell'affezione. Questa forza regge la convivenza e fa del "tu" un "suo" tu. Questa esigenza di possesso quasi mai guarda alle conseguenze e alla dignità, giacché nell'appropriazione dell'altro mette in gioco lo stesso io.

Perciò è necessario che si formi il sentimento volitivo, che regola, non in maniera irrazionale come affermava Schopenahuer, piuttosto come momento regolatore del desiderio e dell'appropriazione. Esso rasserena il campo, dove il "naufragar" approda su lidi assolati e la tensione s'addolcisce

 

3 - Distinti i diversi compiti della ragione e del sentimento, dobbiamo considerare in che misura essi siano utilizzati dall’"immaginazione e ciò non si può determinare senza dare una definizione dell'immaginazione stessa. Premesso che nella storia del pensiero si è discusso a lungo del rapporto di essa con la fantasia, possiamo evitare questo problema dichiarando che l'immaginazione, così come da me intesa, non ha niente a che vedere nè con l'immaginazione comunemente intesa  nè tanto meno con la fantasia.  Anzi, per evitare ogni equivoco chiameremo la nostra immaginazione, immaginazione costitutiva. Con questo termine intendiamo quella facoltà che consente di individuare il fenomeno nella sua nudità, privo di qualunque protezione costruita dall'apparenza, senza distinzione col suo fondamento.

Essa è Demiurgo dell'Arte, della Teologia e della Filosofia, in quanto è il punto di partenza per costruire la fenomenologia dello Spirito.

 

(continua)