Nientificazione e desiderio.
1- La nientificazione
Poco fa, riposando sul divano, stavo leggendo pigramente la Metafisica di Aristotele, per conciliare il sonno. Successe il contrario e finii per alzarmi. Dopo un po', aprii il computer per scrivere d'una certa riflessione che era sorta da quella lettura; mi sopravvenne, invece, una vecchia idea che tante volte avevo evitato di trattare.
La sintetizzo al massimo, anche se sarò costretto a ritornarvi più volte.
Mi ero detto: "Ora che scrivo, non sono più quello che ripensava la frase di Aristotele, né quello che ha aperto il computer, né quello che ha scritto pochi secondi fa, né quello che si sta chiedendo su quanto ha appena scritto e adesso sta guardando lo schermo". E dunque: "Queste persone diverse, pur contribuendo a far perdurare me stesso, dove sono "finite"? Posso considerarle "vere" pur essendo divenute un totale "niente"?
Quelle azioni che avevo compiuto e stavo compiendo erano tutte azioni reali ed io perfettamente reale. Ma, ognuno sa, che le cose reali, si possono "ri/prendere". Ora, delle "diverse persone" che avevano costituito una parte della mia giornata, un insieme del mio io quotidiano, si era persa e si perdeva definitivamente traccia. Mi consolava l'idea che ne restava qualcosa nella memoria, però, quando cominciai a chiedermi cosa fosse la memoria, trovai che anch'essa fosse un'altra "sostanza" labilissima su cui non potevo basarmi, anzi, per dirla come allora, un insano frastuono di una piazza vuota, che faceva parte di me e ne condivideva il destino.
I miei momenti reali sono nello stesso tempo momenti irreali. Ne consegue che, non distinguendomi dai miei momenti, devo affermare che io sono una falsa realtà.
Ripensai: se consideriamo la durata dell'esistenza divisibile temporalmente e ogni punto-tempo, inteso come mininimum considerabile, uguale a zero, l'insieme di tutti i punti-tempo non possono che essere uguali a zero. Se i momenti esistenziali semplicemente si nientificano, l'esistenza in toto è inesorabilmente niente. Non c'era scampo.
Si dirà che altri hanno fatto, anche spesso, le stesse considerazioni; ed è vero. Tuttavia ritenni che non avessero tratto le dovute conseguenze, da una parte per paura, dall'altra per non aver ulteriormente approfondito il problema. Ma si può andare contro la verità per paura? Sono valide quali soluzioni?
Eraclito che, primo nel pensiero occidentale, ha meditato sulla questione, di fatto ha ridato un senso all'esistere individuale, legandolo ad un Logos, che in ogni caso esiste, in quanto annienta il particolare. Analogamente hanno fatto due grandi nichilisti, in tempi più vicini, Hegel e Nietzsche, esaltando il primo la Ragione trascendentale, il secondo, l’OltreUomo. In ambito religioso, ragionamento analogo ha compiuto il Buddha, che, ha insistito nel chiamare impermanenza quello che, in effetti, è pura e semplice inconsistenza.
Io continuo a chiedermi: perchè dare un senso a ciò che non ha senso, per sua stessa natura? Se, com’è giusto, lasciamo che il niente sia niente, quali sono le obiettive conseguenze?
2 - Il divenire temporale e il divenire valoriale
Mi verrebbe da dire immediatamente questo: che è impossibile pensare e tanto più vivere, ma, a pensarci con più rigore logico, questa è una conclusione affrettata. Per lo meno perchè, se tanto il pensare che il vivere sono "inconsistenti", pensando e vivendo non facciamo nulla di diverso "da ciò che é". Detto diversamente: vivere o non vivere, pensare o non pensare, implicano una decisione e ogni decisione è arbitraria rispetto al niente. Allora "non" si può scegliere se vivere o non vivere, perchè qualsiasi sia la scelta è logicamente non giustificata. E qui capii che nel ragionamento, valido o non valido, avevo fatto un passaggio importante: era passato dal divenire temporale al divenire del valore, ossia da quello che oggettivamente osservo a quello che soggettivamente voglio.
Mi accorsi che la volontà non è necessariamente arbitraria. Se correttamente intesa essa è una variante della stessa ragione nella misura in cui persegue il fine di ciò che è più utile per la vita.
E la ragione ci assicura che in ogni momento del nostro esistere, per quanto breve esso possa essere, c'è qualcosa che rimane costante e in diversa forma, costituisce la trama che rende l'esistenza unica e, nello stesso tempo, simile a qualsiasi altra. Ogni piccolo istante l'uomo esprime sempre, e dico sempre, un desiderio, che è sempre indirizzato verso una meta e che, appagato o non appagato, si ricostituisce con identica cadenza: desiderio, meta, esito.
Qui mi ritrovai nei lacci appena lasciati.
3 - Desiderio, meta, esito
E' evidente che voler stabilire la liceità di un desiderio è sottoporsi ad una repressione, poiché non c’è data la possibilità di stabilire ciò che è lecito o non lecito. La liceità non si stabilisce, si "impone". Freud, che lo ha spiegato, ha scritto chiaramente che la civiltà è un aumento di repressione. Considerazione che trovò utile ed inevitabile, ma Freud non chiarì questo fondamentale problema: secondo quale criterio posso qualificare una civiltà più degna di un'altra ossia perchè scegliere i valori dell’una piuttosto che dell'altra.
D'altra parte, la pur momentanea conquista di una meta e il pur momentaneo appagamento del desiderio sono proprio ciò che potrebbero dare una giustificazione al "lecito", ma proprio in quanto non esiste una qualsivoglia meta che sia nello stesso tempo un appagamento "definitivo" o, come richiedono alcuni, "totale", il desiderare é un evento "ir/responsabile" e, nello stesso tempo, "senza limiti". La meta é di per sé stabilita dalla "volubilità" e l'appagamento "impermanente".
Così il "desiderare" ha, come suo coronamento, la fuga continua verso il niente, giacché l'insoddisfazione diventa il comune denominatore di ogni azione dell'ente.
Se, infatti, facciamo il percorso logico inverso, le conclusioni si confermano: l'appagamento non appaga; la meta è solo un misero passaggio; il desiderio, lecito o illecito che sia, resta attivo nelle sue variegate direzioni, anzi diventa un fastidio per l'esistenza, che, col tempo, finisce per stancarsi di percorrere strade che non portano a nessuna cima. Da questa postazione si può constatare che il desiderio non diventa un'espressione della vita, ma è il proprietario dell'esistere stesso e per conseguenza, diventa anch'esso fondato su un triplice ambito: arbitrario, non soddisfacente, inconsistente.
Ma ancora una volta è possibile, a mio giudizio, compiere il salto dialettico: la vita e il desiderio, fondati sulla trimurti dell'arbitrarietà, dell'insoddisfazione e dell'inconsistenza, apparentemente annientati da essa, finiscono, a determinate condizioni, per stritolarla.
4 - L'arte come dono divino
Ho sempre voluto credere che ci fossero due vie per "individuare" il valore e il senso della vita: la ragione e l'impulso. Entrambi mi hanno condotto alle stesse conclusioni ovvero allo stesso esito fallimentare. In altre parole, tutti noi siamo irretiti tanto dalla ragione che dagli istinti e costretti inesorabilmente verso un vicolo cieco. Invito a valutare sia il piacere sessuale, sia il piacere del comando. Essi dimostrano con chiarezza inesorabile che il piacere è puramente "irrilevante" e contrario a se stesso, autolesionista.
In sostanza, dobbiamo convenire che la vita é un andare verso la nientificazione e i desideri, che ne delimitano il campo, sono l'essenza stessa del niente. Tanto più perchè, nella vita reale "il vuoto del niente" è smisuratamente allargato dalle persone stesse a cui si è dato affetto.
Così, ognuno, alla fine, si trova in uno stato di totale isolamento, predisposto solo alla morte, se non ha il dono divino dell'idiozia e il "vero idiota" è quello che ha avuto il dono divino dell'arte, che, unica, consente di ritenere la ragione e l'impulso, non come padroni, ma per quello che "devono essere".
L'arte è salvifica perchè fa della ragione e dei desideri soltanto una servitù ubbidiente. La parola, "salvazione" ha un presupposto: ogni uomo è nient'altro che quello che compie, ossia l'uomo è la sua stessa opera.