Era appena finita la guerra, almeno così dicevano in paese. Invece era stato annunciato uno sterile armistizio. Il re e Badoglio erano scappati, Mussolini, vicinissimo alla fine, s'illudeva a Salò.
I nostri paesani continuavano a morire, alcuni
da partigiani, altri nella ritirata senza scampo e senza tempo in Russia,
uno a Cefalonia. In paese ascoltavano e dicevano di tutto, senza
comprendere né passato, né presente né futuro.
Mio padre, poco più che ventenne, semplicemente, aveva fatto ritorno a casa. Continuava, comunque, a gloriarsi del suo grado di sergente maggiore carrista.
Finita infine la guerra, lui, il più capace della famiglia, si ripromise con ferocia di spazzare via la miseria ritrovata. Davanti annosi debiti familiari e la solita fatica. Intorno due fratelli, anch'essi reduci e disoccupati, una madre sfinita come un'Addolorata, un paese dalla fame indefinibile.
Com'era
giusto riscattò l'ipoteca sull'unica casa rimasta. Il padre era morto quando aveva appena cinque anni e non gli era
restato altro se non il buon nome, che la madre ripeteva sempre, come uno
sprone: "Siete figli di mastru Rafele".
Papà, che
aveva anche voluto sposarsi immediatamente, creò ben presto
una comune, con la certezza di portare in famiglia il pane quotidiano e
fare in modo che ad altri non mancasse.
In successione, avviò al
Timparello un forno e accanto un piccolo negozio
di generi alimentari e diversi.
Costruì un porcile
poco distante da casa,
tra le mura diroccate del vecchio mulino di don Raffaele Tartaro,
e lo ingrandì a vista d'occhio allorquando
fece i soldi per acquistare
due maiali bianchi d'Arezzo, che ingrassavano meglio dei maiali neri ed erano più prolifici.
Mia madre, per non essere da
meno, organizzò una "sartoria" domiciliare, ricetto delle ragazze del vicinato
che la chiamavano mastra.
Nei periodi in cui occorreva
lavorare duro ognuno si massacrava. Non di rado, per guadagnare tempo, si
mangiava insieme, seduti a casaccio, sui sacchi di farina e si ripigliava il
lavoro con il pane in bocca, fin quando la stanchezza giungeva pesante come la
sera. E l'alba giungeva presto.
In questo falansterio di
poveracci, iniziò la mia esistenza. Venni alla luce, una domenica di novembre,
prematuro. Il mio scarso peso fu commentato da uno scrollamento di testa del
medico, dottore Iachetta, e, al contrario, da un sorriso rassicurante della
signora Rizzuto, donna singolare, mammana del paese. Fui subito adottato
dalla "compagnia", che mi tenne in vita con dedizione, realizzando con
premura, ad un lato del focolare, una grossolana e ingegnosa incubatrice, senza
la quale, con molta probabilità, non sarei sopravvissuto. Consisteva in una
specie di cassetta imbottita di cotone, nella quale erano strategicamente
disposte bottigliette d’acqua calda.
Eppure il vero custode dei miei
primi mesi di vita fu un gatto, che, data la mia piccolezza, mi proteggeva, con
l'attenzione e l'aggressività degli animali che temono per i propri cuccioli. Lo
capì Mariuzza B., la prefica tuttofare, che, scambiando la cassetta del
lievito con la mia, aveva steso imprudentemente la mano verso di me, fermata dal
grido di mia madre e dai graffi fulminei del gatto. Era un gatto nero dal pelo
corto, occhi di ghiaccio, che, contrariamente all'aspetto, era di un affetto
incredibile.
I
compagni della mia infanzia non erano
tanto normali, né fisicamente né psicologicamente. C'era una storpia,
soprannominata "bicicletta", perchè era sciancata dalla nascita e di
cui s'ignorava che, non ostante la bruttezza, si manteneva un uomo
sposato, unico a soddisfarla nelle sue insaziabili voglie; lavoratrice fissa
avevamo Carmela, una sorda, una condanna per papà, perché non comprendeva
quanto occorreva fare qualcosa con rapidità e abbandonava il lavoro per starmi
accanto; ancora Giovannina, che sudava come uno spaccalegna, tanto che spesso
correva a lavarsi le ascelle, con gesti ostentati; tra le altre,
Maria Teresa V., che ogni tanto soleva nasconderei nel petto già abbondante un
pezzo d'impasto e tutti ridevano, quando mio padre, che sapeva e non se ne
curava, la rincorreva in uno scherzoso controllo; un'altra, L.M., aveva la barba
come un uomo e doveva alzarsi prima per rasarsi.
Tra tutti, però, mi fu più vicino un povero disgraziato, incapace di parlare se non a mezze sillabe e a gesti, che si muoveva come un uomo terremotato. Lo chiamavano Divico. Sicuramente aveva un nome e un cognome, come tutti, ma é un dato anagrafico che volutamente dimentico. Mia madre lo invitava frequentemente, perché aveva una virtù particolare: quella di farmi addormentare. Come per tanti neonati, soffrivo di dolori addominali, che spesso mi facevano piangere. Allora lui iniziava una cantilena, che aveva inventato per me, una lenta ninna nanna. Vorrei riportarla così come la cantava, ma ha senso solo nelle sue parole storpia e in dialetto e in quella particolare cadenza. Oggi me la ripeto ancora, quando il dolore mi tortura, sperando che quella nenia, così come allora, mi porti sonno e sollievo.
Pochi anni fa, ho
visto una sua foto che mi ha lasciato profondamente amareggiato: non era lui! Un
volto opaco, vuoto, dagli occhi sperduti. Divico era ben altro, uno degli uomini
più buoni, generoso e sventurato, l'amico che mi ha dato e a cui ho regalato
senza saperlo
un po’ di felicità: un uomo che
sapeva dare l'amore che gli era negato.
La famiglia
P., numerosa com’erano le famiglie d'allora, abitualmente passava la giornata a
casa nostra. Una loro figlioletta, chiedeva insistentemente a mia madre di
potermi sposare, “quando diventavo grande”, e nessuno giustamente le faceva
notare che io avevo poco più di un anno e lei quattordici.
Intanto
voleva tenermi sempre in braccio e portarmi in giro. Un giorno
al “ponte”, però,
si prese una
brutta paura: le sfuggii dalle braccia e mi sollevò da terra con un taglio in
fronte. Cercò di trattenere con la sua camicetta il sangue che usciva
abbondante. Tornò in fretta verso casa, piangendo e gridando, tutta sangue.
Intervenne l’intero vicinato, uno spavento generale, nessuno la sgridò. Le
anziane mi bendarono e lei, da quel giorno, soffriva, ma non volle più prendermi
con sé.
In seguito,
come molti paesani, partì con tutta la famiglia in Canada e vi restò. La rividi
trent'anni dopo, quando si fece una breve vacanza in paese. Venne a visitarmi e
notai che osservava di nascosto quel segno che a tutt'oggi rimane. Fu un
incontro tra estranei e ognuno riprese il cammino.
Intanto, il
lavoro nella “comune paterna” era concentrato nel forno, fatica che iniziava
alle quattro del mattino e finiva alle nove, ora della consegna del pane, quel
pane odoroso che riempiva di profumo le vie, ben messo sulle tavole lunghe, che
le donne trasportavano sulla testa ai negozi e alle case, al prezzo di una
pagnotta.
Il resto della mattina ognuno pensava alle faccende proprie. Le donne, tuttavia, tra una cosa e l’altra, finivano per ritrovarsi a casa mia, con aria leggera, grandi pettegole, che, pur con tanto lavoro, s’impicciavano di tutto di tutti. Pettegolezzi, detti a mezza voce e che nessuno ignorava, si ripetevano nella piccola cucina, che era tutta la mia casa. Ma non doveva esserci papà.
In certi
umide sere d'autunno, quando avevamo una buona scorta di castagne, in casa c'era
riunione plenaria. Le castagne si preparavano e si consumavano in vari modi, ma
non mancava la sgombro e il pecorino.
Era una
maniera per restare più a lungo raccolti al focolare, quasi a dimenticare la
notte, che giungeva più fredda e imminente, chiamata da un paese senza luce, con
le case illuminate secondo possibilità.
Quelle sere,
sovrano signore della compagnia era Antonio B., che si faceva pregare come un
santo per “fare la tromba” con le mani. Alla fine come ogni volta cedeva e
finalmente suonava, suonava fino a che papà non chiudeva l’adunanza.
Un Venerdì Santo fu invitato in chiesa a “suonare”, accompagnato dall'organo e dal coro, la bella melodia, che fino a pochi anni fa, quando le messe erano messe, era cantata da tutti, anche dai miscredenti e che inizia con quella lamentazione: "Gesù mio, di dure spine, chi la fronte ti coronò ecc". Dopo quell’esibizione lo innalzai al posto di Maestro, superiore a coloro che, in quel tempo, strimpellavano una chitarra o un mandolino nelle cantine o sui gradini delle “barberìe”.
Così
scorrevano i giorni del freddo, allietati dalle abbuffate, preparate da casa a
casa, segno che era il periodo in cui si macellavano i maiali.
Arrivava
Natale. Odorava d’impasto, mostarda e cannella e le donne mandavano le pietanze.
“Cummà, cosa ci hai messo?” I dolci duravano oltre l’Epifania.
I maschi
piccoli e grandi facevano il presepe, con pietre “riccie”, terra e farina per
imitare la neve. Si andava alla ricerca di muschio e poi a sera, di casa in
casa, si passava a stimarli. I grandi criticavano ognuno il presepe dell’altro e
si lanciavano infine sfide per “il focaru”, il grande falò che tutti accendevano
nella parte larga del rione e noi piccoli volevamo i pupi belli come li avevano
alcuni.
Poi si
aspettavano l’altra festa comandata e la scampagnata di Pasqua.
Capii che la
felicità ognuno se la costruisce con quello che ha, se è saggio, e ognuno é
figlio degli anni suoi.
L'amore esistente tra papà e mamma mi rallegrava. Li osservavo mentre conversavano: una sola mente. Lottavano con speranza. Papà, se si tacciono certe scappatelle, regolarmente scoperte da mia madre, era un “uomo di casa”, fermissimo nella difesa della famiglia, il suo porto e la sua meta.
In concreto, il suo solo diversivo e il suo scopo era il lavoro, fatica che iniziava all'alba e si terminava a notte tarda. Peraltro, non si concedeva nemmeno quei piccoli passatempi consentiti da un bar e tre cantine, da cui venivano le urla delle partite a briscola e scopa e i passionali tornei di padrone e sutta, istigatori di risse, conclusi con le solite invettive: "Me la pagherai, quando é vero Iddio".
Papà si fermava qualche volta quando andava ad aprire il negozio e attizzava quei giochi di vendetta che, di fatto, finivano in una solenne sbornia tra i "nemici": svaghi che richiedevano tempo libero e papà ne era sprovvisto.
Tra un lavoro e l'altro, mio padre, per riposarsi, come diceva lui, si recava in campagna, al prato, dove, zappando, fantasticava ad alta voce di nuove attività, in cui voleva necessariamente coinvolgermi. Io ascoltavo e lavoravo il mio pezzetto di terra, accanto a lui, nella bellezza di quella striscia di campagna.
Papà non era alto, ma a me sembrava un gigante, specialmente quando conficcava con la mazza pali per la staccionata dei maiali. Più crescevo, più l'ammiravo, o meglio ammiravo le mie rappresentazioni. Era un uomo "popolare", affabulatore intrigante, aveva personalità e, con la sua quinta elementare, non solo si faceva rispettare, ma era un riferimento per quanti avevano bisogno, quei piccoli grandi bisogni d’allora: compilare un conto corrente, scrivere la lettera, sbrigare una pratica di pensione e così via.
Conservava un gran timore della guerra e rimuginava che potesse ricominciarne una "terza". Grazie alle Forze Alleate, fascisti e mafiosi erano tutti ai posti di potere o ne avevano occupati di nuovi. In questo clima, il prete predicava, anche dal nostro pulpito paesano, dei comunisti che mangiavano bambini e un cartello in chiesa minacciava la scomunica, anche per i socialisti, di cui mio padre aveva la tessera.
Sì, pensava, "ci sarà di nuovo una guerra!" Così, quando nacqui la sua preoccupazione era non tanto la mia sopravvivenza, ma nientemeno, il giorno in cui mi sarei dovuto presentare alla leva. Per questa ragione, concepì la più balzana delle idee. Benché fossi nato il 14 novembre del 1948, mi tenne nascosto, con l'intenzione di iscrivermi all'anagrafe con l'anno nuovo. "Non sai che significa un mese in più o in meno", diceva a mia madre spaurita. Ma, con tanta gente in casa, era il segreto di pulcinella. Senza contare che il padrino, guardia municipale, frequentava regolarmente il negozio.
Mio padre restò collericamente convinto che fosse stato proprio lui a far pervenire una denuncia ai carabinieri, che furono comprensivi, ma lo invitarono a recarsi immediatamente al Municipio, dove fui iscritto nel registro delle nascite, il 18 dicembre del ’48, data che mi trovo affibbiata per paterno vaneggiamento.
Le mie nonne, Maria e Saveria, erano entrambe discendenti di Pietro Amantea, erano precisamente cugine carnali, quindi papà e mamma cugini in secondo. S’innamorarono giovanissimi.
Nonno Francesco (nonno Cicco), decisamente contrario, fece di tutto per sconsigliare mia madre. Finì, perfino, per sprangare con due stanghe di legno la finestra, da cui mamma s’affacciava per comunicare a segni con mio padre. A quel tempo non c’erano altre abitazioni interposte e le due case, distavano poco in linea d'aria. Nonno si accorse subito che i duei, in ogni modo, trovavano tante occasioni per incontrarsi, con la complicità di amici e parenti ruffiani.
Ricorse a mezzi drastici. Conobbe un bravo giovane di Lago, lo portò a casa e impose a mia madre di fidanzarsi. Dopo un brevissimo periodo, insistette per fare sposare subito i fidanzati di giorno, espressione di mia madre. Infatti, di sera lei, con sorelle e fratelli, continuava a vedersi con mio padre, nelle case dei vicini, dove si organizzavano valzer e tanghi.
Intanto avvenivano i preparativi per il matrimonio. Il giorno prima della funzione, così come si usava allora, si chiamarono un certo numero di donne, per portare allo sposo le ceste ed i bauli della dote. Lo sposo, da parte sua, aveva già preparato il necessario per una cerimonia abbastanza fastosa. Quando venne quel giorno, la sera stessa mia madre "scappò" e andò ad abitare da mio padre. La dote non fu mai più restituita dal fidanzato oltraggiato.
Per ripicca mio padre non sposò subito mia madre, come conveniva. Nonna Maria, che era stata informata, cosa che nonna Saveria non le perdonò mai, aveva già preparato una camera, dove fu posto il letto, un tavolo e due sedie e alcuni panchetti di legno.
Poi venni io. I miei genitori si sposarono in chiesa, un pomeriggio, quando ero già in grado di camminare. Mio padre, quando pensò di raccontarmi i fatti, gonfiò l'accaduto, sostenendo che fu anche il giorno del mio battesimo. Mia madre l'ha sempre smentito. Penso che avesse ragione lei, perché la mia nascita prematura, in caso di disgrazia, mi avrebbe portato, come le avevano insegnato, diritto all'inferno e dunque venni battezzato subito e in casa.
Per riappacificarsi con mio padre, nonno Cicco attese fin quando nacquero i miei fratelli gemelli, quasi dieci anni dopo, nel 1957. Fu riconoscente nei confronti di mio padre perchè uno dei due vanne chiamato come suo figlio morto giovanissimo, Eugenio.
La loro sempre più inconsistente inimicizia non pregiudicò mai i miei rapporti con nonni e zii. Quando nonno Cicco, ai tempi dell'inimicizia, passava dal negozio, papà, fingeva di uscire, con inutili sotterfugi. Nonno, essendo come la maggioranza un contadino, mi portava dalla campagna frutta di stagione, specialmente tenere noci, pronte da mangiare, ben pulite, oppure certe ciliegie grosse e dolci, sapori spariti.
La campagna é stata per me una
maestra verace. Nel vecchio mulino diroccato, avevo imposto un nome a ciascun
maiale ed essi mi seguivano come cagnolini. Ai poderi vicini nessun
proprietario aveva posto dei confini. Perciò, imberbe capo banda, potevo
andare al cibbione, una vasca d’acqua non molto profondo, dei Mauro; alla
fontana dei Monaci, che s’immetteva in una
cibbia molto bassa in cui
stavo spesso a sguazzare con i pochi amici.
Il mio mare, tuttavia, era il
runzo, del nostro torrente, dove giocavamo ore intere. Accanto, le
donne lavavano i panni, ognuna alla propria pietra, cantando o litigando, con le
gonne annodate come pannoloni, con le gambe di fuori, a cui nessuno di noi
badava.
Il nostro territorio di gioco
arrivava fino a Santu Petru e, alla Pasquetta, col tempo buono, ci
spingevamo fino a Santa Lucerna. I contadini non avevano motivo per
sgridarci, perché curavano solo parte del terreno e quel terreno noi lo
rispettavamo. La frutta era varia ed abbondava. A quei tempi era parte del
paese, a portata di mano, non raramente proprio davanti alla porta.
I ruscelli mi affascinavano in
maniera straordinaria: acqua scrosciante, limpida, assolata, contornata da
suoni, l'odore intenso di tantissime viole, margherite, campanule e tanti altri
fiori di cui nessuno si chiedeva il nome e che raccoglievo per portarli alle
suore o alle maestre. Tra il rumore fragoroso delle cicale e dei grilli,
centinaia di farfalle. Ero ipnotizzato dalla bellezza delle ali, variegate di
forma e con colori così genialmente accostati. Quando andavo ai ruscelli,
preferivo essere solo. Mi portavo dietro un barattolo di vetro, in cui
raccoglievo girini, granchi o farfalle, che liberavo a sera, quando il viottolo
si riempiva di mille lucciole, che catturavo per tenerle sul comodino.
Nel suo piccolo terreno,
al
Perrupu, nonno Cicco mi lasciava utilizzare una casupola di pietre a secco,
dove conservava i pochi attrezzi. . Era proprio bassa ed io vi costruivo dei
forni, in cui cuocevo pane di terra e pupazzi di creta, mentre altre
volte mi coricavo sul tetto per leggere e rileggere i tre soli libri che
possedevo: un libro di lettura, un sussidiario e un libro bellissimo, le favole
dei Grimm, che, pur vecchio e spaginato, custodivo con grande cura. Il nonno
parlava poco. Soleva raccontare qualcosa ogni tanto, mentre mangiavamo, col
paese di fronte ed erano fatti della guerra di Spagna. Mai uscì dalla sua bocca
un pettegolezzo. Parlava, a volte, del suo lavoro: di potature, d’innesti, di
pietre per consolidare il terreno. Quando era soddisfatto, prima del ritorno, mi
faceva salire su qualche albero, sempre con apprensione, per via di papà.
Possedeva un coltellino, che usava con delicatezza, per tagliare a strisce il
grasso del prosciutto, le cipolle; a volte un pezzo di provola piccante, di
pancetta o per sbucciare la frutta. L'osservavo mentre tagliava il pane di
grano, ("l'unica cosa che sa fare tuo padre" mi diceva) e come utilizzava
quell’arnese come forchetta oppure per aprire i gusci delle noci. (Raccontai,
tempo fa, tutto questo a mia figlia Paola e lei me ne comprò uno per il
compleanno).
Quando mio padre comprò
i
Valloni, mi sentii proprietario di un terzo podere, dopo
il prato di
nonna Maria e il perrupu di nonno Cicco. Ai
Valloni c'era un
castagno, quasi accasciato, che chiamavamo 'a castagna bucata, mio
rifugio e anche pulpito, giacché quasi alla sommità c'era una grossa buca in cui
m'infilavo per
predicare i racconti
che ascoltavo dalle monache, insistendo principalmente su Gesù, con un tono
esaltato, ad imitazione dei predicatori che nel nostro paese erano di casa .
Il periodo più gioioso era la
raccolta delle castagne, con quei fuochi che bisognava controllare per non farli
sconfinare. Ai Valloni mi era permesso di arrampicarmi su tutti gli
alberi, ad eccezione dell'unico ciliegio, che era infido, perché i rami si
spezzavano facilmente e diventavano coltelli.
Mondo di paese e di campagna.
Tante cornacchie e, specialmente, rondini rumorose che a sera, a centinaia
popolavano in piazza i fili della luce; animali di famiglia, perché non
raramente facevano il nido all'interno delle stesse case. E vi ritornavano ogni
anno. C’era un nido da nonna Maria ed anch’io volevo che lo facessero a casa
mia, ma non avvenne non ostante tenessi sempre aperta la finestra.
L'ambiente paesano, statico e
senza prospettive fingeva un benessere inconsistente. La maggior parte delle
famiglie vivacchiava con una minestra, qualche frittata e persino alcune con
pane di lupini, di castagna, di granturco e simili. I soliti mestieri: calzolai,
falegnami, fabbri, commercianti e così via. Poi la cultura quasi tutta
appannaggio dei signori. Chi possedeva un vestito, non faceva altro che
girarlo e rigirarlo,
per
indossarlo ai matrimoni o alle feste comandate.
C'era poca igiene nel paese.
Tutti allevavano galline, alcuni dei conigli, che ciclicamente erano sterminati
da un non so quale malattia; ognuno aveva il suo maiale. Gli animali erano
domestici nel puro senso della parola. Dopo pranzo si lanciavano gli avanzi nel
vicolo dove gli animali aspettavano. Ricordo (frequentavo la prima media) che
dopo aver chiuso il negozio al Timparello, passando davanti alla casa di za
Aldina, fui investito da una colossale casseruola di brodaglia. Tornai ai Chiurani ridendo per la preoccupazione di za Aldina, mentre chi mi
incontrava si chiedeva cosa mi fosse successo.
A prima sera, quando gli animali
ritornavano negli scantinati (catoji), si pulivano i vicoli e la
spazzatura era portata nei vicini orti e terreni. La plastica non esisteva; le
bottiglie venivano conservate o ridate a pagamento al commerciante; le scatole
d’alluminio del latte erano vendute ad un ambulante che passava periodicamente.
Pochissimi disponevano di
qualcosa che potesse definirsi un bagno Alcuni possedevano un gabinetto, che
spesso era costruito fuori casa. Noi, appunto, l'avevamo ricavato accanto ai
gradini della scala. In genere, si usava un vaso che veniva svuotato nei catusi, buchi, a forma di nicchia, ricavati nel muro, coperti da una tavola,
dondolante da un grosso chiodo. Più volte al giorno, per evitare il cattivo
odore, si buttava acqua, presa dalle numerose fontane pubbliche.
Ci si lavava in grandi
bagnarole, con acqua riscaldata al fuoco, almeno fin quando l'acqua fu
portata nelle case e si racimolavano i soldi per allacciarsi alla scarsa rete
centrale. Ma questo fu tempo a venire.
Prima che Gaetano Iachetta
s'industriasse per dare alla comunità grimaldese la corrente elettrica, con una
centrale realizzata al fiume Savuto, si utilizzavano bicchieri d’olio usato
su cui galleggiava un miccio luminoso; i più benestanti, tenevano, per il
tempo necessario, piccole ma grosse candele o lumi a petrolio.
Questa è sola una parte dei
ricordi che conservo della mia infanzia. So di aver taciuto fatti orribili.
Racconterò qualcosa dopo.
All'epoca, la popolazione si
avvicinava ai quattromila abitanti, poco comparabili agli attuali mille e
qualcosa. Tanti sono partiti portandosi dietro le loro storie. Le abitazioni,
moderne e comode, sono illecitamente raddoppiate e le storiche case dei
contadini sono state ristrutturate, con poco gusto, cancellando ogni ricordo di
quella civiltà. A cinquant'anni di distanza, tra quella situazione e l'odierna,
esiste un abisso.
Non poche famiglie, durante la
mia infanzia, vivevano, alla stregua di animali, in ambienti malsani, in veri e
propri tuguri, umidi e bui, avendo come compagni pidocchi e pulci. Non a caso,
nei negozi erano posti, proprio all'ingresso, perché più venduti, bidoni di ddt,
quel materiale che in seguito é stato dichiarato cancerogeno, ma di cui allora
si cospargevano le teste rasate della maggior parte di bambini ed adolescenti,
con quelle pompe di latta a stantuffo che ogni famiglia possedeva.
Non é solo questa la realtà
taciuta. Accaddero fatti che possono muovere a pietà o possono ancora gridare
vendetta. Nel paese la fame era durissima. Una volta trovai steso su un
parapetto un coetaneo, a pancia in giù, pallidissimo. Mi disse: "La fame si
sente meno, stando così".
Molti morivano in tenera età, di
stenti e per la cattiva igiene, specialmente di malattie intestinali. Basta
scorrere l'anagrafe dei morti, per notare come emerge, pesante, questo dato e la
sua origine: la povertà e lo sfruttamento. Cosa si poteva fare, se, oltre ad
avere fame e malattie, si era servi ed analfabeti?
Succedevano fatti incredibili:
omicidi per futili motivi, infanticidi orribili, segregazioni, violenze
sproporzionate, dentro e fuori le case, gravi infezioni come la diffusa
tubercolosi, malattie mentali malamente tenute nascoste. Si viveva in una
normale promiscuità sessuale, e spesso gli stupri, diventavano consensuale
convivenza. Non era un'eccezione che un uomo si
mantenesse più sorelle. Molti omicidi,
restavano impuniti, giacché era facile ricondurli al delitto d'onore.
Di quest’ambiente nefasto,
racconterò, in seguito, di più. Al momento, c'è la carità e il rispetto verso le
disgrazie, che rendono tutti innocenti.
Forse perchè penso anche che gli
uomini abbiano trame già scritte, e sicuramente non c'é nessun inferno o
paradiso da attendere.