L'Immortale e il suo destino

 

 

C'é stato un uomo che ha saputo e potuto guardare il mondo con gli occhi di un Dio e ciò che vide lo portò a conoscere ciò che cambia e ciò che resta,  senza apparente partecipazione. Pagò questa scelta ad un costo altissimo, giacché non si sottrasse, quando venne richiesto, di portare la sua anima ad annichilirsi sotto una macina di disperazione.
Il nome di questo archetipo fu Lev Nicolaevic Tolstoj.
Avrebbe potuto vivere da nobile qual era, con le sue centinaia e centinaia di servi, disseminati nei suoi migliaia di ettari di terreno. Non aveva altro che l'imbarazzo di quale vita comoda  assegnarsi.
Dapprima recitò la solita prassi dei ricchi dissoluti, che non pagano i tributi a coloro i quali gli procurano ogni comodità. Questa fase parassitaria si addice alle personalità deboli, ovvero alle personalità feudali che lasciano l'eredità al figlio, che, comunque si dimostri inetto, é sempre di sangue e di stirpe diversa.
Tolstoj capì precocemente di appartenere ad un mondo diverso. Stabilì nel suo intimo un destino inverso.
In maniera assolutamente arrogante, fuori dal tempo, si dichiarò non nobile, ma Aristocratico, (il migliore, nel senso greco del termine), prima di diventarlo. Costruì coscientemente e caparbiamente questa immagine, portando allo stremo le sue forze di artista potente, di apostolo anarchico e di magnifico attore.
Raggiunse il suo scopo nel pieno della sua esistenza e finse di sentirsi proclamare ed acclamare Pontefice Massimo.
Quando giunse a questa meta, capì chiaramente che, in questa posizione, sarebbe stato blasfemo, perfino, di farsi paragonare a qualcuno ovvero che qualcuno potesse osare criticarlo o perfino intimidirlo, fosse pure lo Zar o il Patriarca di tutte le Chiese: rifiutava la pur larvata ipotesi di essere contraddetto.
Egli era la verità, era tutta la vita, che dispiegava le sue molteplici ed irrefrenabili opposizioni, nella rincorsa, piena di falso rammarico, di godere e patire ogni volubilità.
Perciò Tolstoj cominciò ad amare Dio. Infatti, egli era Dio, perché la Vita é Dio.
La Grande Russia era un universo di poveri e Dio grida a favore dell' universo, perciò Tolstoj andò verso i miseri e appagò il suo sogno di avere un suo popolo, un popolo disperato ed anonimo. Portò sulla scena la sua trama più straziante e partecipata, perché era la sua rappresentazione più congeniale. La sua grandezza lo aveva reso paurosamente solo, costretto ad una continua litania di giorni sempre più tormentati, rappreso nello sconforto ed esposto al dolore come al vento furioso della sua steppa.
La convinzione che il suo ruolo di Immortale e la sua condizione di vita non potevano essere inscritti in nessun affetto divennero il suo feroce e sempre più incommensurabile tormento. Riconobbe onestamente che ciò era da lui cercato e voluto.
Si pentì più volte, come un adolescente viziato, ma, ogni volta, desiderò ardentemente la sua immortalità e continuò a sacrificare ad essa tutto se stesso e quanti a lui potevano essergli cari.
La sua solitudine si rafforzò con gli anni, mentre i figli crescevano, oppressi da un insuperabile confronto con lui, e la moglie sempre più gli appariva come una donnetta nevrastenica e progressivamente dannosa a quella missione che egli si era dato e che nessuno osava misconoscere. Descrisse costantemente le sue disgrazie domestiche, pentendosi al solito, chiedendo comprensione, in un crescendo di farsa che condusse i figli a schierarsi l'uno contro l'altro, per deferenza o per offenderlo, schiacciati, di fatto, dal suo disprezzo. La moglie sempre più maniacale e ottusa, gli confessava, nell'ingenua speranza di un impensabile perdono, di averlo tradito con un omuncolo, che probabilmente era l'uomo che avrebbe meritato.
L'Immortale non tollerava tutti coloro che gli stavano accanto e tutti venivano ingannati dalla sua ostentata comprensione e dalle sue patetiche parole di amore. Nessuno scoprì che l'amore era un sentimento totalmente estraneo al suo essere, dalla nascita fino alla morte. Non perché non lo comprendesse, ma in quanto Tolstoj ne scoprì la profonda inconsistenza e volle, per superbia, credere e volere un amore totale.
Chi sta seduto su un trono, che ritiene che gli appartenga quasi per diritto divino, può solo provare commiserazione  per i propri simili, né più né altro. Non importa se il trono é un puro spirito di fantasia.
Non a caso divenne cristiano di una sua chiesa. Amava Cristo perché Cristo era stato cosciente strumento della volontà del Padre e Tolstoj era il Padre di infiniti personaggi immaginari e storici, ai quali richiedeva necessariamente una rinuncia cristiana, creando universi in cui il Bene e il Male si combattevano in furiose tempeste e spezzavano gli animi sotto lo sguardo dell' immortale Autore.
Tolstoj aveva trasformato il mondo in arte e finzione, non poteva, quindi, che scrivere contro l'arte. Ancora una volta mentiva, ma era il mentire divino, perché dalla sua mente uscivano storie e personaggi che, con la scusante della descrizione storica, non potevano che avere l'antico pregio di cogliere l'essenza irripetibile dell'esistenza, che tutto accetta e niente nasconde.
Il Tolstoj degli ultimi anni aggiunse alla giovanile coscienza di onnipotenza, l'acquisita potenza dell'onniscienza.
Tutta la sua Opera testimonia per Lui e, contro di essa, ogni vicenda, anche squallida, non produce scalfitture.
Ad ogni russo, amico o nemico, dava il suo apparire. Tolstoj era l'arbitrio e la rettitudine, la trasgressione e la fedeltà, il ricco crapulone e il povero mugik, era un uomo ed un dio.
Combatté il potere dello stato e della chiesa, in quanto era Lui tanto lo stato che la chiesa. Nessuno capì Dio come Tolstoj. Lo vide e si creò un altare su cui pagare il suo ardire: pose su di esso se stesso come vittima e si pose come sacerdote.
E' giusto dire che Tolstoj fu un uomo altamente coerente.