La Verità e la Morte. Nessuno giunge a comprendere il reale valore dell'ente
e dell'essere, se non si pone sul piano dell'Assoluto. L'Assoluto,
sul piano logico, coincide con la Verità ed essa dispone che gli uomini possano
vivere di opinioni, ma contemporaneamente, in questo secondo caso, li rende
inutili.
L'opinione é la presunzione di sapere, e, negli individui più arroganti, é un
giudizio, che non si preoccupa nemmeno di sentire le parti. Infatti é
preconcetta partigianeria. E' odio espresso in forma dialogica. Nient'altro.
Esiste soltanto l'arroganza della Verità, perché, in concreto, il
giudizio da essa fondato é emesso già a priori. Tuttavia il vero non appartiene
a tutti: é solo prerogativa dell'Immortale, a cui é stato dato per dono e per
grazia.
Tolstoj guarda e il suo sguardo é giudizio, perché il suo giudizio é svelamento
di anime. Ecco la ragione che lo porta ad indignarsi
costantemente quando, contro la verità gli si opponevano meschine opinioni e,
per giunta, coscientemente determinate da falsi e bassi motivi.
La menzogna su cui vivono gli uomini é giustificare la parola come mezzo di
comunicazione. E' falso. Ognuno parla prima con la mente, poi con gli
occhi e, per ultimo, con la parola. La triade governa tutte le pulsioni e gli
istinti del corpo.
Tolstoj comprese che la moglie
Sofija non
riusciva più a dialogare. E non solo Lei. Un gruppo di amici si avvicinò a
Tolstoj per dirigere un movimento ormai di risonanza internazionale. Tra essi
alcuni si distinsero per la loro laboriosità e dedizione.
Sofija accusò il marito
niente meno che di omosessualità.
Tolstoj cominciava ad avanzare velocemente verso la via dell'inferno, una via
che da sempre viveva in Lui: il desiderio della morte.
La morte gli era apparsa sempre come la conclusione della vita. Capì che la
morte é quanto Dio, é Dio. Solo comprendendo questo si può essere
cristiani. Tolstoj, con la solita maniacale acutezza, si pose a stilare
non i mille nomi di Dio, ma i mille nomi della morte. E chi capisce meglio la
morte se non chi é attaccato più fortemente alla vita?
Alcuni aspetti li aveva colti da tempo: il dolore, la miseria, l'incomprensione,
la solitudine, la fatica, il piacere, la guerra e così via. Era stata
un'operazione semplice anche criticarle, dal momento che questi volti erano le
connotazioni naturali dello Stato e della Chiesa.
Tolstoj scrisse quanto più gli era possibile. Più procedeva, più la sua
angoscia diventava sterminata: infatti tanto più coglieva gli aspetti della
morte, tanto più essa gli sfuggiva. Essa era in ogni parte.
Era il male che diventava bene e il bene che diventava male. Era il
fatto più concreto e l'espressione della totale inutilità.
E', dunque, necessario arrendersi. Tolstoj aveva per anni studiato strategia
militare e capì che quella apparente sconfitta era la sua più grandiosa vittoria.
Se la morte rende ogni attimo, comunque vissuto, un niente, allora é
necessario affermare che ciò che é niente é tutto, semplicemente perché io
voglio che il niente sia tutto, ossia che tra Dio e Vita non ci sia alcuna
minima differenza.
Ma come spiegare ad un contadino che il dolore deve essere accettato? Come
dirgli che doveva non sopportarlo per forza d'animo, ma perché il dolore é Dio?
Come avrebbe potuto un disgraziato pregare questo Dio?
Tolstoj non insegnò nuove dottrine, tali da farlo diventare un nuovo santo. Egli
cominciò a camminare e camminando parlò a Dio come un insensato. La povera gente
che lo seguiva,
trasalì e gli si strinse a fianco fiduciosa, perché sentì che Dio gli
rispondeva, che la Vita si espandeva incessantemente al di sopra di ogni
miserabile o grandiosa vicenda.
I più intelligenti capirono che Tolstoj aveva riportato effettivamente Cristo
all'uomo, a Dio, all'Assoluto, poiché Cristo, con il suo dolore era là e dalla
terra dei contadini indicava il cielo, anzi Cristo aveva afferrato
il cielo e lo aveva legato alla terra in una stretta di affetto infinito.
Ma non si capirà nulla se a qualcuno sfuggisse che Cristo contro il dolore gridò
un urlo immenso e sudò sangue davanti al suo destino. Tolstoj é questo. Come
Cristo era tenacemente solo e come Lui tenacemente sconfitto.