Alboino, capo dei Langobardi, secondo Re della dinastia dei Gausi, riunì la sua gente e gli alleati, a prevalenza sassoni, il primo aprile del 568.
Il giorno dopo, lunedì di Pasqua, data canonica del battesimo ariano, si immersero in massa nel lago Balaton e compiuto il rito propiziatorio, abbandonarono la Pannonia per l'Italia.
Si dipanava una lunga fila di carri stracolmi d'ogni genere di masserizie. Tra esse si ammassavano donne e bambini; quindi vecchi, malati, e, subito dopo, appiedati, i "servi", che s'affannavano per gli animali da lavoro e da alimento, in buona parte maiali. Tra una fara, la tradizionale organizzazione familiare, e l'altra, si sbizzarrivano branchi di vigorosi cavalli.
In questo pullulare di un intero popolo, che aveva deciso di lasciarsi dietro ogni altra storia, impressionanti erano gli uomini in armi e, in special modo, l'oligarchico gruppo degli Arimanni, la "nobiltà" langobarda, nata per combattere e su cui pesava l'organizzazione, la vigilanza e l'andamento dell'inevitabile guerra contro l'Imperatore d'Oriente. In essi era manifesta la fiera baldanza che dà il rischio spropositato e il tradizionale vigore che a Velleio Patercolo aveva fatto scrivere che i langobardi fossero «gens etiam germana feritate ferocior», (gente ancor più feroce della ferocia germanica).
In quel momento nessuno sembrava preoccuparsi della pesante evidenza, pur atavica, costituita dall'estrema pochezza degli armati, rispetto alla soverchiante forza bizantina che, scendendo in Italia, essi intendevano annientare.
Non era una novità affrontare avversari in condizioni d’inferiorità. Tacito l'aveva testimoniato già nella "Germania", quando affermava che «contra Langobardos paucitas nobilitat. Plurimis ac valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed proeliis ac periclitando tuti sunt» (contrariamente agli altri, la pochezza di numero esalta i Langobardi. Circondati da numerosissimi e fortissimi popoli, non per sottomissione, ma, in combattimento strappandolo, si creano rispetto).
Il limite, in ogni caso, esiste. Questo popolo in marcia non superava, ad essere larghi nel calcolo, le 200 mila unità. Notevolmente meno della metà erano combattenti. I Bizantini erano, invece, quelli che, da pochi decenni, avevano fatto risuonare il mito della renovatio imperii di Giustiniano e dopo la penosa, lunga ma vittoriosa guerra greco-gotica, governavano una penisola in cui erano alcuni milioni di abitanti, probabilmente oltre sei. Né poteva certamente esaltare il fatto che i bizantini erano abbastanza impopolari, esosi e stupidi, oltre che rammolliti; né che fossero militarmente deboli per via della "lex augusta vi", che proteggeva un esercito di professione, munito di armi, prodotte e distribuite attraverso il monopolio di stato. Deroghe a questa legge, in momenti di pericolo, non erano mancate. Già nel 406, quando l'Italia era stata invasa da Radagaiso e nel 440, quando si delineò la fulminea spedizione di Genserico e il nefasto sacco di Roma, si erano distribuite le armi perfino ai contadini, col rischio di una sollevazione sociale. A tale prassi si era adeguato, in campo avverso, anche Totila (L'immortale), il più grande e sfortunato re dei Goti.
É dunque giusto asserire che Alboino conducesse i suoi uomini verso un destino assolutamente incerto. Indiretta prova é il patto che i Langobardi avevano stipulato con gli Avari, a cui avevano lasciato la terra del Norico e della Pannonia. Se l'impresa italica fosse fallita essi avrebbero fatto ritorno ai territori ceduti.
A favore dei Langobardi, in questa disperata impresa, giocava la genialità militare: un meticoloso e ordinato procedere, volutamente e strategicamente lento e scaglionato.
Su tutto, però, prevaleva la forza dell'utopia: fare dell'Italia una grande e unitaria nazione Langobarda, prima potenza nazionale in Europa, rinnovata con una più sana gerarchia e nuove istituzioni, fuori del nefasto dominio bizantino.
Sul carattere assolutamente diverso dell'invasione Langobarda non potevano esistere dubbi. In precedenza, i popoli germanici, passati o restati in Italia, si erano mossi, indirettamente, nel segno di Roma. Spesso erano spinti alla conquista, una volta rovinato l'Impero d'Occidente, dalla stesso imperatore bizantino, a cui, riconoscevano autorità e supremazia. É notissimo che Odoacre mandasse le insegne del potere a Costantinopoli e tenesse per sé solo il titolo di patrizio romano, così come, a questa logica, tentò di ispirarsi la sfortunata politica di Teodorico.
Paolo Orosio, negli "Historiarum Adversus Paganos Libri", testimonia che Ataulfo, successore di Alarico, re dei visigoti, era solito affermare che, avendo forza e coraggio, avrebbe fatto di tutto per cancellare il nome di Roma; che l'impero romano sarebbe diventato gotico e, lui stesso, novello Cesare Augusto, avrebbe governato una Romània diventata Gozia. Ma conoscendo il suo popolo, incapace di adattarsi ad una legge e perciò di inserirsi in uno stato, pensò bene di trovare gloria tra i posteri, risollevando la potenza di Roma attraverso la costituzione di un regno romano-barbarico
Per i Langobardi, viceversa, il mito di Roma era da tempo cessato. L'Impero era sepolto a Bisanzio e i bizantini, come loro, erano in Italia un popolo invasore, una potenza straniera, da sostituire con la sola logica possibile: la guerra ad oltranza.
Alboino non puntò, perciò, verso Roma e, primo re germanico, venne in Italia senza riconoscere, anzi volutamente avverso ai greco-romani e all'Impero d'Oriente.
2. L'Italia, in ogni caso, non era terra sconosciuta ai Langobardi. Proprio il padre di Alboino, Audoin, aveva guidato un contingente al servizio di Giustiniano, nella guerra greco-gotica, finita nel 533, dopo diciotto anni di sanguinosi scontri.
Venuti come guerrieri, col peso d'una mentalità puramente mercenaria, non capirono gli eventi, provocati dal grande progetto civile e sociale che consentì al valoroso Totìla di combattere così a lungo e con grande concorso di uomini.
Estranea era per loro la mentalità di una guerra "sociale". Lo capiranno negli anni a venire e l'attuarono. Nel frattempo morivano per il generale Narsete e la fine dei Goti servì ad alimentare solo un primitivo istinto di razzia.
Procopio di Cesarea, che racconta tali fatti, mette in evidenza l'inglorioso epilogo di tutta la vicenda. Narsete volle subito liberarsi dalla "ripugnante" presenza dei Langobardi, i quali, oltre al loro vivere indegno, incendiavano, nel loro procedere tutti gli edifici, violentando, perfino in chiesa, le donne lì rifugiate. Diede loro ingente denaro e li rimandò nelle proprie terre, affidando, a Valeriano e a suo nipote Damiano, l'incarico di scortarli fino al confine, per evitare altri penosi incidenti.
3. Come tutti i popoli antichi, i Langobardi avevano un patrimonio mitico, tramandato oralmente di generazione in generazione.
Particolarmente cara era la saga dell'abbandono della Scandinavia, della quale significativamente Giordane, nella "Storia dei Goti" (IV, 25), dice testualmente; «ex hac igitur Scanditia, insula quasi officina gentium certe velut vagina nationum», (per dirla sinteticamente, " la Scandinavia fu la vagina dei popoli germanici").
Gli storici continuano ad accapigliarsi sulle difficoltà dei legami dei Langobardi con gli altri popoli germanici. In genere i Langobardi sono assegnati ai germani occidentali e più precisamente agli Irminomi (per taluno invece agli Ingvaoni), mentre una minoranza è per l'assegnazione dei Langobardi ai Germani orientali.
In ogni caso, nella Scandinavia, abitata solo nella parte meridionale e che, per questo, gli antichi ritenevano essere un'isola, si venne a creare una sovrappopolazione, che è poi la ragione della partenza e del costituirsi dello specifico popolo langobardo. Dice Paolo Diacono: «intra hanc ergo constituti populi dum in tanta multitudinem pullulassent, ut iam simul habitare non valerent», (in Scandinavia erano così tanti popoli che non era più possibile stare insieme).
Per far fronte a questa sovrappopolazione fu deciso che le diverse tribù affidassero alla sorte il compito di determinare chi dovesse lasciare ad altri la sopravvivenza. La sorte dovette riguardare uno dei tre gruppi, nei quali si divise la moltitudine scandinava. Toccò abbandonare le antiche dimore a Gambara e ai suoi figli. Essi «dopo aver salutato patria e parenti si misero a cercare una terra e un posto in cui stabilirsi». Questo passo di Paolo Diacono è particolarmente indicativo, giacché, in esso, è fatto chiaramente notare che, coloro che la sorte costrinse ad emigrare, erano ancora "parenti". Il che potrebbe significare che, in seguito, altre emigrazioni parziali avvenissero verso il continente, determinando quella disparità di locazione, che non compresa, ha dimostrato una pretesa discordanza tra notizie storiche e dati archeologici.
Lasciando la Scandinavia, il nucleo emigrato assunse il definitivo nome di Langobardi, storpiato in longobardi, intorno al V° sec. d.c., per una distorta e prolungata consuetudine dialettale.
Da quale fatto origina questa denominazione? La leggenda, innanzi tutto espressa nell'Origo Gentis Langobardorum, un'opera risalente al VII° sec. d.C. e di cui certamente si servì Paolo Diacono, così mitizza la tradizione: «Esiste un'isola, detta Scadanan, che letteralmente significa nuocere, in cui convivono più popolazioni. Tra queste una minoranza era detta Winnili. Tra loro c'era una donna chiamata Gambara con due figli, Ybor e Agio. Essi dirigevano tale popolo. I capi vandali, ossia Ambri ed Assi, movendo guerra imposero ai Winnili: <O ci versate i tributi o preparatevi alla guerra e combatteteci>. A ciò Ybor e Agio insieme alla madre Gambara, risposero: <Siamo piuttosto pronti a combattere che versare tributi ai Vandali>. Allora i capi dei Vandali pregarono Godan (altrimenti detto Wotan e latinizzato Odino) di concedere loro la vittoria sui Winnili. Godan rispose: <Concederò la vittoria ai primi che vedrò al sorgere del sole>. Allora Gambara e i figli invocarono Frea, moglie di Godan, di proteggere i Winnili ed ella consigliò che essi, al sorgere del sole, si facessero trovare con le loro mogli, le quali, sciolti i capelli, li acconciassero intorno al viso come una barba. Alla prima alba, Frea girò il letto su cui dormiva il marito e rivolgendolo ad Oriente, lo svegliò. Questi guardò e visti i Winnili con i capelli sciolti sul viso disse: <Chi sono queste lunghe barbe?>. Frea rispose: <Così come hai imposto loro un nome, dai altrettanto la vittoria>. É, dunque, da quel tempo leggendario che i Winnili si dissero Langobardi».
Paolo Diacono, giustamente convinto che tali leggende, pur ridicole e storicamente inconsistenti, giustificassero pienamente per gli antichi Langobardi, la loro denominazione, aggiunse, nel riportare i passi dell'Origo, che i Langobardi sono detti così, perché non tagliano mai la lunga barba e che, in ogni caso, il nome è etimologicamente composto di lang che, nella loro lingua, significa lunga e, bard che è il nome di barba. Tra l'altro, langobardo era uno dei tanti soprannomi di Odino.
Questa derivazione non è piaciuta a tanti storici che si sono affannati a trovare altro: si è detto di "lunghe lance" e, perfino di "lunga pianura" (lange börde), ma, a tal proposito pare opportuna una considerazione di F.A. Grimaldi, che, negli Annali del Regno di Napoli (d'ora innanzi citata con la sigla ARN) dice: «Mi sembra un’intrapresa ridicola di quelli scrittori, che presumono di darci una diversa etimologia del nome dei langobardi, studiandosi di trarle dalla lingua Schiavona, o Franca, per la boria di non seguire l'autorità di uno scrittore nazionale (Paolo Diacono) ». Di qualche veridicità sembra essere un'altra riflessione dello stesso autore: «Egli è da ricordarsi che è quasi un costume generale di selvaggi di esprimere il desiderio della loro vendetta, con lasciarsi crescere la barba, finché non si possano saziare del sangue del nemico. Tacito ci narra che era particolare costume de' Catti, popoli della Germania, di non radersi la barba, se prima non avevano la felicità di uccidere un loro nemico».
Isidoro di Siviglia, vescovo, (570 - 635), conferma la tesi dell'Origo nelle sue Etimologie, in venti libri, un trattato di riferimento unico per l'antichità: «Langobardos vulgo fertur nominatos prolixa barba ut numquam tonsa».
L'autorità di Isidoro riafferma, in fondo ciò che si conosce del costume degli antichi Langobardi.Essi si distinguono per essere un popolo dedito alla guerra, al cui impegno occorre, tra l'altro, anche una carica mitica e psicologica, nel caso specifico, dato dal fatto, ritenuto vero dai barbari, che chi ha lunga barba non rinuncerà mai alla vendetta e a combattere fino all'ultimo sangue: un terrorismo con cui i Langobardi difesero, come si è detto e come si rimarcherà più volte, la loro esiguità contro nemici sempre e costantemente superiori in consistenza numerica. «Pancitas nobilitat»: l'aspetto era in funzione di questa irriducibile intenzione.
Per concludere i Langobardi, con questo nome e in seguito al forzato esilio, trovarono dimora nel corso inferiore dell'Elba, nella landa del Luneburgo in quella zona che Bognetti afferma «ancora li ricorda mediante il nome di Bardengau». Di poco conto è, in questo contesto, la puntualizzazione di Wegewitz, secondo cui questo stanziamento era stato preceduto ben 5 secoli prima (VI sec. a.c.) da uno scaglione di Suebi, alla cui stirpe i Winnili appartenevano.
4. Nel 565 morì Giustiniano e con lui il sogno della renovatio imperii. Proprio negli ultimi anni della sua travagliata esistenza lo stesso imperatore era costretto, impotente, a vedere crollare, pezzo per pezzo, quanto era costato anni di guerra, di sangue e di fiscalismo esasperato. A quel tempo Alboino era giunto al potere con voto unanime. Aveva sposato la figlia di Clotario I, re dei Franchi, la cattolica Clotsuinda, delineando già i termini delle possibili alleanze, nella determinazione di conquistare l'Italia. Tuttavia, come si vedrà, i Franchi furono per i Langobardi il nemico predestinato. Comunque, per sventare questo presentimento, Alboino cercò di premunirsi col matrimonio, non tenendo conto proprio che i Franchi erano e saranno lo strumento della chiesa di Roma e dell' Impero d' Oriente.
In questo periodo l'arianesimo era per i Langobardi anche una caratteristica del loro diversificarsi, proprio quando stavano per occupare la penisola che era tradizionalmente sede della cattedra di Pietro.
Invano, perciò, Nicesio da Treviri insisteva presso la regina, scrivendole: "Perché un uomo del valore di re Alboino, di tal fama da essere al di sopra di ogni cosa al mondo, non si converte e pare così lento nel cercare la via della salvezza?".
Clotsuinda, comunque, uscì presto di scena, morendo, dopo avergli dato una figlia. I Franchi restarono un problema irrisolto. Intanto Alboino era costretto a scendere in guerra, per la seconda volta, contro i Gepidi. Nel gioco delle parti, tanto caro a Bisanzio, costoro, alleatisi con l'Impero, nel 565 avevano deciso d'attaccare i Langobardi, per vendicare antiche sconfitte.
La campagna fu brevissima e terribile. Alboino, alleatosi con gli Avari, nel 566, annientò definitivamente i Gepidi, grazie anche al fatto che gli infidi Bizantini non si erano preoccupati affatto di intervenire.
Alboino incrudelì a tal punto da massacrare fino all'ultimo i combattenti. Dice Paolo Diacono: «Uccise il re Cunimondo, gli tagliò il capo e del cranio si fece fare una coppa per bere».
Rosmunda, la figlia di Cunimondo, divenne sua moglie. Il gesto di sposare la figlia o la moglie dei capi vinti, non era nuovo nella mentalità barbarica. Perfino Alessandro Magno (356-323 a.c..) aveva legittimato questi matrimoni di convenienza, dimostrandolo in prima persona e dando le stesse indicazioni ai suoi ufficiali. Lo stesso, in tempi recenti, nel 455, aveva fatto Genserico, che, dopo il sacco di Roma, avendo fatta prigioniera la figlia dell'Imperatore, la diede in sposa a suo figlio.
È probabilmente giusta l'ipotesi dello storico francese Le Goff, secondo cui, i barbari, pensassero di raggiungere, con simile pratica, un duplice scopo: umiliare ancor di più i vinti e, dialetticamente, riconoscerne il valore acquisendolo "fisicamente" con l'uccisione o perfino l' antropofagia. Una concezione biologica tesa a dare alla discendenza una grande forza ereditaria per l'esercizio del comando.
Questa stessa mentalità sarà alla base della consuetudine di fare, con i teschi, delle coppe. Ma cosa comporterà ciò per Alboino è ancora da attendersi.
5. Alboino era figlio di Audoin e Rodelinda e, con tutta probabilità, salì al trono tra il 560 e il 565.
Uno dei più grandi re Langobardi, Rotari, in premessa al suo Editto, dichiara una sequenza di predecessori, di cui, con poche eccezioni, si sa storicamente , gli anziani, ai quali il Re stesso ricorse, ne mantenevano oralmente viva la memoria attraverso le cantilene leggendarie.
Il primo re Agilmund regnò non meno di 33 anni (succedendo, inverosimilmente, al mitico Aie, assegnatogli onorificamente come , morto intorno al 379, regnante l'imperatore Teodosio. Di lui si parla nella cronaca di Prospero d'Aquitania, spesso in contraddizione con ciò che riferisce Paolo Diacono.
Dopo Agilmund, regnò Lamissio, la cui investitura leggendaria, (di seguito , era molto cara alle tradizioni Longobarde, vincitore dei Bulgari.
Dopo Lamissio, fu eletto re Leth, da cui discesero una serie di re, di regine, di arimanni in grande onore presso la gente germanica: la dinastia dei Lethingi.
Figlio di Leth fu Hildehoc; a lui seguì, in linea dinastica, Geldheoc. Di costui si sa che regnò nel periodo di Odoacre, nel condizione di massima tensione, in seguito all'ingloriosa fine dell'Impero Romano d'Occidente. É di questo periodo la campagna di Odoacre, contro i Rupi e la successiva occupazione dei territori degli sconfitti da parte dei Longobardi tra il 483 e il 491.
Ceffo, figlio di Godehoc, regnò pochissimo tempo e dopo i, nel 491, i Longobardi guidati dal re Tato, si trasferirono in Moravia, in una difficile coesistenza con la popolazione preesistente degli Eruli. Si dice, anche se poco probabile, che i Langobardi, in questo periodo si trovassero nella situazione di tributari. Della cosa parla, comunque, tanto Paolo Diacono che Procopio di Cesarea. Comunque, Tato liberò i Langobardi dal pericolo degli Eruli sconfiggendoli in un’imprecisata landa ungherese.
Dopo Tato, avvenne l'usurpazione di Waco, nipote di Tato. Di questo re è riconosciuto che fosse un grande monarca, mentre altrettanto non è stato detto di Waltari, suo figlio, ultimo re della dinastia dei Lethingi.
Seguendo una leggenda, Wacho morì lasciando Waltari in tenera età e di lui si prese tutela Audoin. Una cronaca malevola asserì, che proprio in questo periodo, Audoin, volendo governare senza costituzioni e tanto meno esercitare il compito di semplice reggente, avvelenasse il giovane erede e facesse ratificare dall'assemblea la conquista del trono.
Sulla disperata e avventurosa vicenda dell'ultimo re dei Lethingi si dilunga Procopio di Cesarea, nella Guerra Gotica (IV, 27).
Con questo presunto omicidio inizia la dinastia dei Gausi. Col decimo re.
6. Il lago Balaton è collegato allora ed oggi, da un'arteria romana, la via Postumia, a Kalce, ai piedi delle Alpi Giulie, con un percorso di poco superiore ai 150 Km.
Alboino guidò compatta la sua gente fino a questo luogo. Poi è probabile che la più parte della gente puntasse su Aidussina e Savogna, lungo l'Isonzo, per la via più breve, una cinquantina di chilometri. Per le altre due vie esistenti passarono principalmente forze militari e carri leggeri, con lo scopo di provvedere alla difesa e all'approvvigionamento forzato.
Alboino seguì la via Postumia e vide la terra da conquistare dall'alto del passo del Vipacco, che da allora ha conservato il nome di "Monte del Re".
Da questo procedere scaturì la conquista del Limes Friuliano, che divenne il primo ducato Langobardo in Italia, avendo come centro Forum Julii (l' odierna Cividale del Friuli ). Duca divenne il nipote di Alboino, Gisulfo, il quale, in ogni caso volle con sé, proprio pattuendolo, le «fare» a lui più vicine e che fornivano il maggior numero di soldati scelti.
Fu distrutta, in seguito, Aquileia e il patriarca, con il tesoro degli abitanti e i militari, si rifugiò a Grado, che divenne Nuova Aquileia.
Cautelandosi alle spalle, Alboino marciò conquistando Coproipo e Ceneda (attuale Vittorio Veneto), che fu resa presidio o similmente ducato. Poi fu la volta di Treviso, il terzo ducato, organizzato con le modalità precedenti. Una certa resistenza fu incontrata a Padova, Monselice e Mantova, essendo, la linea del Po, strategicamente importantissima. Caddero poi Vicenza e Verona, in cui Alboino fissò momentaneamente la capitale ed il comando.
L'offensiva riprese a primavera con l'occupazione di Brescia e Bergamo e solo il 3 settembre del 569, data che lo stesso Alboino volle indicare come l'inizio del regno Langobardo in Italia, fu conquistata Milano. L'arcivescovo Onorato fuggì a Genova, che per ben due generazioni gli rinnovò l'asilo.
Erano dunque passati 17 mesi dalla partenza, un lungo periodo, militarmente pericoloso se Alboino avesse marciato in maniera unitaria e per percorsi univoci. Ma ai bizantini fu fatta mancare ogni reale individuazione della forza bellica langobarda.
Milano cadde, già stremata com'era dalla non dimenticata e recente guerra greco-gotica. Altrettanto facile fu la conquista di Torino ed Asti, sede di nuovi ducati, a difesa degli infidi Franchi, pronti a vendersi ai Bizantini.
Poi fu la volta di Pavia (Ticinum) e Pavia fu l'unica città a resistere, per tre anni. Fu anche il primo episodio di guerra, giacché fino a quel tempo non s'era avuta alcuna seria resistenza e l'unica violenza applicata fu quella necessaria a provvedere al mantenimento delle truppe e delle fare insediate lungo la conquista.
In effetti, Pavia era il punto nodale della resistenza bizantina. I greci avevano sempre guerreggiato d'attesa e concentrato le forze nelle roccaforti, da cui era possibile stabilire la sussistenza di intere regioni. L'avevano già fatto tanto Belisario che Narsete contro i goti. Pavia era la prima roccaforte dell'Italia settentrionale. Essa presiedeva tutta la navigazione del Po e dei suoi affluenti e congiungeva, come una specie di fronte precostituito, Ravenna, sede dell'Esarcato e la Liguria.
I Langobardi in ogni modo, continuarono con la loro precisa tattica di guerra. Lasciarono parte dell'esercito ad assediare Pavia e dilagarono per la dorsale appenninica. Le città caddero una dopo l'altra e nel 572, anno della caduta di Pavia, vennero anche gettate le basi di due ducati che diverranno famosi nella storia Langobarda: Spoleto e Benevento.
Con questa estrema conquista a sud, la situazione militare vedeva i Bizantini arroccati sulle roccaforti costiere, rimpinguati dai ricchi profughi romani che precipitosamente avevano abbandonato i territori occupati dai Langobardi e approvvigionati via mare dalla flotta imperiale: una situazione di stallo, di fatto utile ad entrambi gli eserciti.
Prima, c'erano stati vari episodi di diversificata rilevanza. E' ovvio che hanno importanza puramente tribale le lotte indicate da Paolo Diacono, riferite al periodo in cui i Langobardi si sistemarono nella zona dell'Elba. Egli narra che lasciata la Scoringa ("Terra degli spuntoni rocciosi", da alcuni localizzata nell'isola baltica di Rugen), i Langobardi si stanziarono nella Mauringa ("la regione palustre") per poi passare nella Golaida ("la splendida brughiera salutata con gioia"), ossia a sinistra della bassa Elba, nel Lunemburg.
A Scoringa i Langobardi ebbero il loro battesimo bellico affrontando i Vandali. Paolo Diacono afferma che i Langobardi arrivarono allo scontro con i Vandali perché costoro angariavano con continue razzie le regioni vicine (indicate diversamente dall'Origo) e andavano vanagloriosi per le ripetute vittorie. I Langobardi, ancora freschi dell'investitura divina, elemento mai abbandonato al di là delle successive conversioni, attaccarono battaglia e, "combattendo accanitamente per la gloria della libertà", distrussero gli avversari.
Dopo i Vandali fu la volta degli Assipitti nella Mauringia: anch'essi numerosissimi rispetto all'esiguo contingente Langobardo. La cronaca afferma che, oltre la fama che andava consolidandosi del valore e della ferocia, i Langobardi usassero l'astuzia di scendere in campo con "cinocefali", uomini-cane, vale a dire guerrieri mostruosamente ornati di una testa di cane e di cui si era fatto sapere che bevessero sangue umano ed erano così feroci che non trovandolo erano pronti a bere il proprio.
Gli Assipitti furono dispersi e la guerra terminò con una contesa, di risonanza biblica, secondo cui, in duello. un servo langobardo uccise il più forte del campo avversario, come Davide e Golia.
In questi scontri di provincia certamente è utile già evidenziare l'ipotesi che presso i Langobardi era possibile la liberazione di molti uomini dalla condizione servile, se utili al combattimento: una mobilità sociale da tenere ben presente per capire che, per i Langobardi, il posto nella gerarchia sociale era determinato dal valore nell'arte della guerra.
Ma gli scontri nel senso vero del termine avvennero durante il regno di Agilmund, il primo re Langobardo. La rilevanza delle vicende del primo re, dimostrano soltanto che l'emigrazione scaglionata era definitivamente conclusa; che i Langobardi avessero assunto una loro definitiva specificità presso i popoli vicini; che erano in grado di cimentarsi in conflitti più ampi, una volta che si erano fatte le ossa con le tribù nomadi dell'Elba e perfino, come dice Paolo Diacono stesso, con le mitiche Amazzoni.
Ma questo salto di qualità rappresentato dalla monarchia di Algilmund è storicamente legato ad una sciagura. Lo dice espressamente il solito Paolo: "poiché la troppa sicurezza è madre di sciagure", i Langobardi, vivendo tranquilli, notte tempo furono assaliti dai Bulgari, "che fecero gran strage, ferendone e uccidendone molti, infuriando tanto nell'accampamento che uccisero lo stesso re Agilmund, trascinando in schiavitù la sua unica figlia".
E' la scena di un tracollo che sembra irreversibile. Ma alla guida del popolo disorientato ed avvilito si pose Lamissio. Lui è il Mosé dei Langobardi. Si raccontava, infatti, che una meretrice, avendo partorito sette figli, li gettasse in una pescheria (piscina) per annegarli. Per caso vi giunse il Re Agilmund: "Vedendo i disgraziati neonati, con la lancia li spinse qua e là". Ad un tratto uno dei presunti cadaveri afferrò la lancia: sarà il futuro Lamissio, secondo re dei Langobardi, per adozione divina, giustificata per la funzione sacrale della lancia, equivalente per quei popoli alla scettro e alla corona.
Ritornando alla guerra, Lamissio si trovò a guidare un popolo così disperato dall'improvvisa sconfitta che, con poca accortezza, attaccò i nemici solo per rabbia e dolore, ma con tanta imprudenza. Infatti, fu costretto, per le soverchie forze avversarie, a indietreggiare precipitosamente.
E' qui emerge la funzione del capo.
I Langobardi si rianimarono, attaccarono con ogni ardore i Bulgari, "sgominandoli con grande strage. Fecero gran preda delle spoglie dei nemici e da allora divennero molto più audaci, nell'affrontare le fatiche della guerra". Le fatiche della guerra: mai espressione più consona per il vivere dei Langobardi.
Comunque, oltre questi fatti in parte mitici, oltre queste risse di confine e gli incontri-scontri con i Romani, di cui sarà detto, le vere guerre combattute dai Langobardi furono contro gli Eruli e contro i Gepidi.
8. Dopo la sconfitta dei Rugi per opera di Odoacre, nel 487, (per altro non sicuramente accertata), i Langobardi si stanziarono, come ricordato, in quelle terre,con la cautela necessaria nella individuazione del territorio, continuamente in balia di scorrerie barbariche e di conseguenti sistemazioni imperiali. E' possibile affermare che la terra occupata dai Langobardi possa corrispondere all'attuale parte meridionale dell'Austria. In questa terra, fertile, si vuole che abitassero per parecchi anni.
Intorno al 500 si collocano, comunque, i gravi fatti con gli Eruli, e, successivamente con i Gepidi.
Della guerra contro Rodulfo, re degli Eruli, danno versioni completamente diverse Paolo Diacono e Procopio. Sicuramente il primo accoglie una pura e semplice leggenda, mentre il secondo sviluppa i fatti in funzione della futura alleanza dei Langobardi con Giustiniano, nella guerra contro Totila.
Paolo Diacono racconta che, causa belli, fu l'uccisione del fratello del re Rodulfo, per opera della figlia del re Langobardo, Tato, donna simile a "ferocissima belva", indignata per aver ricevuto scortesia da quell'uomo, inizialmente schernito per la bassa statura. Ella lo fece uccidere e la guerra fu inevitabile.
Totalmente diversa la versione di Procopio. Egli anzi è più che benevolo verso i Langobardi, per lo meno per sottolineare la bestialità degli Eruli, gia da lui precedentemente descritta con efficacia (G.G. 2,14). Ecco come rappresenta la ragionevolezza Langobarda.
Rodulfo, oltraggiato senza ritegno dai suoi perché stava come un rammollito ed un effeminato, senza prospettare mai fatti d'armi, promosse, per reazione, una campagna contro i Langobardi, ai quali non poteva rinfacciare alcun torto.
Questi ultimi, probabilmente in condizione di tributari, mandarono diverse ambascerie con chiara volontà di pace. Dichiararono, tra l'altro, di essere disponibili a pagare tributi a piacimento agli avversari (strano ed inspiegabile atteggiamento se prima lo stesso Procopio li rende liberi da qualsiasi responsabilità).
Per bocca di Procopio, gli ambasciatori Langobardi, parlano proprio in termini vescovili. Dice costui: "Rimandata alla stessa maniera la seconda ambasceria, ne venne una terza ad assicurare che gli Eruli non potevano fare una guerra senza motivo (contro i langobardi); che se quella era la mentalità che li spingeva ad attaccare, anche loro di malavoglia, ma costretti dalla necessità, avrebbero fronteggiato gli oppressori; chiamavano a testimone Dio, il quale con un minimo soffio del suo volere, che volge la bilancia della sorte, fronteggia tutta la potenza di questo mondo; era naturale che fosse lui a manovrare e regolare, per gli uni e per gli altri, in base alle cause della guerra, l'esito dello scontro". La guerra fu, ad ogni buon conto, inevitabile.
L'esercito Langobardo, schierato in battaglia, fu coperto da una nube scura e densissima, mentre sugli Eruli si allargò un sereno smagliante. Segno sinistro per la superstizione barbarica, ma alla quale gli Eruli non badarono, forti della enorme potenza numerica.
Su questo concorda anche Paolo Diacono:
I fatti si svolsero contro ogni previsione ed in maniera repentina. I Langobardi, (guidati dal lethingo re Tato), sterminarono i combattenti, uccisero Rodulfo e inseguirono i fuggitivi. In effetti, pochi scamparono e fra i nemici (che anche Paolo Diacono dice "uccisi orribilmente") venne predato un immenso bottino, (anno 509).
Al di là delle due versioni storiche, una cosa può essere certa: che la vittoria dei Langobardi venne salutata con entusiasmo dai Romani, se è vero che gli Eruli erano, per potenza e per numero, superiori a qualunque popolo e, concretamente, un serio pericolo per l'Impero.
Della successiva guerra dei Langobardi e dei Gepidi, questo è il quadro presentato.
"Ai Langobardi l'imperatore Giustiniano diede la città di Norico, le piazzeforti della Pannonia e molti altri paesi, nonché una gran quantità di ricchezze. In seguito a ciò, i Langobardi se ne andarono dal loro mondo avito e si stanziarono al di là dell'Istro, non molto lontano dai Gepidi.
Anche loro (i Langobardi) fecero saccheggi fra le popolazioni dalmate ed illiriche, fino ai confini di Epidammo, e ridussero molti in schiavitù. Alcuni dei prigionieri riuscirono a fuggire e a tornare a casa, ma quei barbari andavano in giro nel territorio romano e, forti del fatto di essere "foederati", quando riconoscevano qualcuno dei fuggitivi, se ne impadronivano, come se fossero loro schiavi, scappati via; li strappavano alla famiglia e se li trascinavano a casa propria, senza incontrare opposizione alcuna", (G.G. , III-33).
Dunque, circa nel 540, i Langobardi, occupando in maniera quasi stabile parte della Pannonia e il Norico mediterraneo, mantengono quasi intatta la loro mentalità di popolo esclusivamente guerriero, forse ancor di più confortati da vittorie che effettivamente avevano avuto dell'incredibile.
Ignorando il diritto quale base e fonte della convivenza,semplificarono i rapporti nei termini di amico-nemico e, di conseguenza, di vincitore e vinto. Il nemico, che é poi colui che deve essere vinto (o è gia stato vinto), non può elevarsi (tranne casi specialissimi) ad una condizione diversa dalla schiavitù. I Langobardi , per conseguenza, strumentalizzarono, ai fini della logica di guerra, tutto: alleanze, matrimoni, provocazioni, ambascerie ecc. Rispettavano solo formalmente la condizione di foederati, proprio perché questa stabiliva una norma precaria di rapporti.
I Langobardi sono, in ultima analisi, ancora una gens e non un popolo, e, come tali, vivono in una condizione quasi sempre, di accerchiamento.
Insomma credono fatalisticamente ad uno stato di guerra permanente.
9. La guerra contro i Gepidi, nella narrazione di Procopio assume la inveterata precaria obiettività.
La guerra tra Langobardi e Gepidi era, un pò come tutte, inevitabile.
I Langobardi richiesero alleanza proprio a Giustiniano. A Giustiniano, fu detto dagli ambasciatori di Audoin, secondo un discorso, come al solito costruito dallo stesso storico Procopio, tutte questo. I Gepidi hanno commesso numerose e continue illegalità contro l'Impero. Essi hanno profittato dell'amicizia romana per vessare altri popoli inermi. Non hanno mai reso alcun servizio ai Romani in cambio di quanto avevano ricevuto e ricevevano. Hanno sempre disprezzato l'impero romano, usando violenza a quello stato, di cui dovrebbero vantarsi di essere schiavi. Al contrario sono proprio i cittadini romani che sono resi servi.
E' evidente che nessuna di queste proposizioni è confacente alla mentalità Langobarda e basta aspettare il diretto confronto fra Romani e Langobardi per chiarire, con i fatti, l'arbitrarietà e l'inattendibilità del racconto di Procopio.
Certo è che Giustiniano concesse ai Langobardi diecimila cavalieri, decisivi per l'esito della guerra. I Gepidi non vennero da lui nemmeno ascoltati e la loro fine fu gradualmente, ma definitivamente segnata.
Evidentemente, al di là dei racconti, la condotta di Giustiniano dipese dal solito realismo politico.
In ogni caso, se dovesse servire una controprova, per dimostrare che Giustiniano aiutò i Langobardi solo per calcolo politico, basti ripensare alla già descritta e successiva ripresa d'ostilità fra i due popoli. Lo stesso Procopio è costretto a registrare che Giustiniano, proprio nel momento decisivo dello scontro, abbandonò i Langobardi, senza contare che per poco non decidesse di intervenire a fianco dei Gepidi (G.G., IV, 25).
Paolo Diacono, per contro, nel trascrivere gli stessi avvenimenti bellici, mette in risalto il valore del giovane Alboino, che uccise il figlio del re gepido, in maniera così violenta da determinare lo sbandamento dell'esercito avversario.
Le ostilità cessarono con il solito copione: "I Langobardi inseguirono i nemici, facendone gran strage e uccidendone il maggior numero possibile, ritornarono a far preda delle spoglie dei morti (I, 23) ".
E' dunque con questa preistoria che inizia l'invasione di Alboino in Italia. E' da questa preistoria che i Langobardi troveranno la fede di assegnarsi il compito di fondare un regno nella penisola della gloria di Roma. La gente Langobarda, seguendo Alboino ha ormai acquisito che vivere in guerra significa vivere gerarchicamente e la gerarchia implica, di necessità, una monarchia.
Corollario della monarchia è il potere e lo stato. Come dire: l'Italia regno di Alboino.
10. Pavia, l'unica città a resistere, cadde nel 572. Caddero altre roccaforti bizantine e principalmente Verona. Lì, nel palazzo che appartenne a Teodorico, Alboino, come si é detto, aveva stabilito la sede della corte e da lì intendeva governare l'Italia, quell'Italia che non molti anni prima papa Pelagio, con un’espressione efficace aveva chiamato "Italia desolata" e che oggi molti storici del medio evo sono giustamente pronti a riconoscere "terra senza uomini e uomini senza terra".
I Bizantini, come si ricorderà, s'erano rinchiusi nelle roccaforti costiere, senza passare al contrattacco,non certamente impossibile. Infatti, Narsete era in Italia. Anche se in disgrazia. Infatti,l vecchio generale, conclusa la guerra con la resa del re goto Teia, aveva perseguitato la popolazione italica con un fiscalismo esoso e brutale, accumulando ricchezze spropositate. Nel 565, per questo, il nuovo imperatore Giustino II l'aveva sostituito con Longino. Narsete, comunque, non consegnò né tesoro né accettò di sottomettersi al provvedimento e, ostentatamente, si era ritirato negli ozi di Napoli. Eppure, allorché fu annunciata l'invasione langobarda si disse pronto a riassumere il comando. Decisione che poi la stessa morte avrebbe inficiato, pochi mesi dopo.
I Bizantini restavano padroni di Ravenna, città dell'esarcato, di Ancona, Pesaro, Fano, Senigallia e Rimini, insieme di città meglio conosciute come pentapoli. Ai greci restava, inoltre, il ducato di Roma su cui da qualche tempo valeva l'autorità papale, nella pretesa di esercitare il potere, spirituale e temporale, che s'associava ad una supremazia arbitrale su tutto l'occidente.
Alboino, dopo tre anni scarsi, poteva sentirsi soddisfatto del territorio conquistato. Nessun avrebbe pensato che non gli fosse rimasto più tempo per concludere efficacemente l'impresa e che non potesse acquisire il titolo di primo re d'Italia o, per meglio dire, langobardorum et romanorum.
La fine di Alboino venne inaspettata e repentina, drammatica per tutto il popolo langobardo. Giustamente, Paolo Diacono ad essa dedicò le pagine più belle e sofferte della sua Historia.
Egli racconta: "Alboino regnò in Italia per tre anni e sei mesi e fu poi ucciso per le trame della moglie. La causa della sua uccisione fu questa. Mentre sedeva a banchetto a Verona, allegro oltre il lecito, ordinò che alla regina fosse dato da bere del vino nella tazza che si era fatto fare col cranio di suo suocero, il re Cunimondo e la invitò a bere lietamente in compagnia del padre". Paolo Diacono trova in questa provocazione la causa scatenante, ma é poco attendibile, dal momento che la tazza era da tempo usata da Alboino; che essa come si é detto avesse un significato propiziatorio,e pur non escludendo la provocazione, dovuta all' ubriachezza del re,in ogni caso l' incidente non si coniuga con gli eventi successivi, tacendo il fatto che Rosmunda era stata "moglie" di Alboino, accettando tutto quello che presso i barbari ciò comportava, senza gradi rimpianti per la sorte del padre.
Ad ogni modo così prosegue il cronista: " Rosmunda cominciò a consigliarsi con Helmechis, che era scilpor, cioè armigero e fratello di latte del re, per ucciderlo. Egli persuase la regina a far partecipare alla congiura Peredeo, che era un uomo fortissimo". Peredeo non si fece convincere e Rosmunda fece in maniera da "giacere" con lui sostituendosi all' amante e una volta svelata la sua identità, ricattò l'ignaro, addossandogli la colpa e dicendogli "o tu ucciderai Alboino o Alboino Ucciderà . Peredeo dovette associarsi: " Dopo mezzogiorno, mentre Alboino riposava, Rosmunda ordinò che nel palazzo si facesse un gran silenzio; sottrasse al re tutte le altre armi, legò la sua spada a capo del letto, di modo che non potesse né prenderla né sfoderarla e, secondo il consiglio di Helmechis, più crudele di ogni fiera, introdusse poi Peredeo, l'uccisore". Alboino, svegliatosi e resosi conto di quanto stava accadendo, si difese con tutta la sua energia,ma privo di armi, pur "audace e valoroso" com' era, "fu ucciso quasi come un inetto e morì per l' intrigo di una donnetta, egli che è rimasto famosissimo per tante stragi di nemici".
Il lutto e lo sgomento si sparse per tutta la Langobardia e, in questo dolore di un popolo i disegni dei congiurati continuarono
Dopo poco tempo Rosmunda cercò di sposare lo stesso Longino e, per questo scopo, decise di doversi liberare di Helmechis e sempre delittuosamente e disonestamente. Uscendo Helmechis dal bagno, Rosmunda gli si presentò con un coppa di vino, in cui era stato versato abbondante veleno. Helmechis sentì arrivare la morte, ma prima gli restò la forza di afferrare Rosmunda e di farle bere quanto era restato nella tazza: "Così i due malvagi assassini morirono nello stesso istante".
Albsuinda, la figlia di Alboino, insieme al tesoro dei langobardi, venne mandata a Costantinopoli e, insieme l' altro congiurato, Peredeo. A questi la sorte fu immediatamente non propizia: ritenuto estremamente pericoloso, gli furono cavati gli occhi e successivamente ucciso.
Con questi tragici eventi si chiuse l' epoca di Alboino e sul trono longobardo salì un uomo non meno degno: Clefi.