(Questo è il mio primo scritto stampato. L'avevo "partorito", nella forma immediata che lo connota, nei QUADERNI DALLA PALUDE, il mio diario intellettuale, e da lì era passato nelle mani del prof. Rose Giuseppe, che ritenne di pubblicarlo, insieme ad altre cosucce, su VOLONTA', rivista anarchica bimestrale, n.6, 1970. A mia scusante: avevo appena 21 anni.) (per confontarlo con le mie attuali posizioni vedi : Il mio ateismo)
Prove dell'inesistenza di Dio
Coloro i quali vorrebbero conoscere Dio o averne una prova
d'esistenza così come si fa per un qualsiasi dato dell'esperienza, cadono in un
gravissimo errore.
Dio é infatti, per concetto stesso, un ente che non può
rientrare nei limiti dell'esperienza, previa la sua negazione di essere infinito
e non determinabile.
Kant medesimo ritrovando i limiti della nostra conoscenza nella
sintesi a priori (unione di forme dell'intelletto e contenuti dell'esperienza)
concluse, senz'altro, che "l'unica conoscenza possibile" fosse quella che tiene
conto dell'esperienza, cioè di dati sensibilmente sperimentabili. Nei
confronti del problema di Dio non teorizzò l'ateismo, anzi nella
"Critica della Ragion Pratica", ne ricuperò il valore, ma solo sotto forma di
"postulato".
Il motivo più semplice perché non é possibile cogliere Dio
come dato d'esperienza, deriva dalla necessità che ogni fatto di esperienza sia
finito e determinato, e, dalla impossibilità che Dio, per concetto, possa
diventare sperimentabile senza negarsi. Dunque
coloro i quali negano Dio,
soltanto perché non lo trovano sperimentabile, così come si può con una mela,
un animale e così via, dimenticano che Dio non rientra in questo ordine di cose
e che, trascendente, certamente le supera.
Lo stesso sbaglio commettono i mistici, i santi e simili, i quali
vorrebbero dare dimostrazione di Dio proprio per averlo "sperimentato"
spiritualmente. A
prescindere dalle questioni relative a questo
strano modo di sperimentare, che é
senz'altro un fatto più da manicomio che da gnoseologia, l'unico modo che questi
mistici hanno per manifestare questa loro conquista é di dare di Dio
descrizioni e forme che sono un surrogato del suo stesso concetto.
Ad analoghi errori sono portati coloro che, prescindendo
completamente dall'esperienza, vorrebbero ricavare l'esistenza di Dio partendo da Dio
stesso.
La categoria più empirica di questa corrente si rifà a
quelle
che sono ritenute le multiformi rivelazioni di Dio, per insistere sulla
necessità di crederci, non tanto per il loro contenuto morale, quanto perché la
maggioranza d'un determinato gruppo sociale, da svariati anni, vi crede
ciecamente.
A prescindere dal fatto che la rivelazione é valida solo quando
si é effettivamente sicuri che esiste Dio e non viceversa, per dimostrare che
esiste Dio, rimane stranamente puerile il ritenere che una verità possa
considerarsi valida per la semplice ragione che una maggioranza, non si sa
quanto ignorante e alienata, la possa ritenere tale.
Insieme a questa categoria, esiste una altra più
dialetticamente preparata, che solitamente non fa che riproporre o richiamarsi
all'argomento ontologico di Anselmo d'Aosta. Secondo questo pensatore esiste
nella nostra mente il concetto di un ente di cui "maius cogitari nequit"
(cioè di cui non si può pensare niente di maggiore), ragion per cui quest'ente
esiste, altrimenti verrebbe ad essere privo dell'attributo dell'esistenza
(considerata qui un attributo) e non
sarebbe più un ente di cui " maius cogitari nequit", mancando appunto
della sua attualità, che é di perfezione assoluta.
Riproposta da Cartesio e, con maggiore arguzia dialettica, da
Hegel, tale dimostrazione é stata accusata da più parti (Gaunilone, Kant,
Tommaso d'Aquino ecc.) di essere puramente "mentale" e dimostrarsi, ad una critica
serrata, soltanto come una tautologia, cioè un discorso viziato, quasi come dire
che "Il signor x una mezz'ora prima di morire era ancora in vita": il
che é una bella scoperta.
Ritenendo quindi che sono ugualmente in torto coloro che
vorrebbero trovare Dio come un dato d'esperienza e coloro che vorrebbero
completamente prescindere da essa, partendo da un'estasi o dal concetto stesso di
Dio, possiamo concludere che, per arrivare a provare l'esistenza di Dio, é
necessario tenere presente l'esperienza, ma in netta connessione con l'idea
stessa che ci siamo fatti di Dio.
Secondo questo presupposto, ci troviamo di fronte a delle pretese
dimostrazioni, sintesi delle quali, possiamo considerare
le cinque vie proposte da Tommaso d'Aquino; anche se esse, in parte, ripropongono tesi astrattamente
empiristiche oppure tesi astrattamente intellettualistiche; il che significa che
in alcuni casi ripropongono il ragionamento fatto finora. ( Kant, infatti non
riterrà dissimili, ma della stessa specie, sia la prova ontologica di Anselmo
che le prove cosmologiche di Tommaso d'Aquino).
Una prima via, dice Tommaso, é quella secondo cui non é possibile
ammettere una infinita serie di cause nel moto delle cose, ma é necessario
fermarsi ad un motore immobile, che poi sarebbe Dio. Tale argomento secondo noi,
se riproposto odiernamente, deve badare alla teoria indeterministica di
Heisenberg (riproposta ed utilizzata in ambito filosofico) e in generale alle teorie
causalistiche della fisica
moderna. Ma, pur
ritenendo che questa prima via sia sufficientemente valida,
al massimo, si può
considerare dimostrato un "quid" che fa o ha fatto da causa al moto del
mondo. Tuttavia, certamente nessuno può dirci perché questo "quid" non possa essere una entità
fisica e, quindi, non riguardare affatto Dio.
La seconda via, afferma che essendo il mondo un effetto, questo
rimanda necessariamente ad una causa che sarebbe sempre Dio. Si vede come questa prova riproponga, sotto altro aspetto, il
precedente argomento. Alle critiche precedenti possiamo aggiungere ciò che, a
questo proposito, veniva detto da Kant, e cioè che
il principio di causalità é
un giudizio sintetico a priori, riguardante esclusivamente il mondo del sensibile.
La terza via, partendo dalla considerazione che il mondo é una
realtà contingente e condizionata, rimanda necessariamente ad un essere
incondizionato e necessario. Tale prova non tiene presente che, al massimo, la
contingenza é da applicarsi alle forme del divenire e non alla materia per se
stessa, in quanto secondo Einstein nell'universo vi é trapasso di materia in
energia e viceversa, e non certamente passaggio dal contingente al necessario.
La quarta via, dalla constatazione che esistono cose più o meno
perfette, rimanda ad un ente perfettissimo: essa non fa che riproporre la terza
via sotto altro aspetto ed é sostanzialmente soggetta alle medesime critiche.
La quinta via, afferma che nell'universo si rivela una
finalità intelligente. Al che si può rispondere che non é detto che questa
finalità debba trascendere le cose, ma, al contrario, come già in un certo
senso disse Aristotele, essa sia immanente alle cose, nel senso che queste tendono (vedi l'evoluzionismo) ad una sempre maggiore attualità di se stesse.
Abbiamo visto, allora, come le dimostrazioni, che tengono presente
l'esperienza e contemporaneamente l'idea di Dio, non siano sufficientemente
fondate e che, in ultima analisi, Dio non risulta sufficientemente dimostrato da
nessun tipo di argomento. A questo proposito converrebbe
accennare alle prove
opposte, cioè a quelle che vogliono dimostrare l'inesistenza di Dio per
considerare se sono sufficientemente garantite in verità.
Anche tra questi contro-teologi esistono coloro che vorrebbero considerare Dio come un dato di
esperienza: abbiamo già visto come non sia un presupposto sufficientemente
valido.
Riprendiamo, perciò, una prova che sintetizza esperienza ed idea di Dio, una prova
estremamente logica, fatta risalire ad un saggio greco chiamato Epicuro.
In effetti Epicuro concluse che gli dei non avessero alcun
rapporto con noi, ma che, al contrario, vivessero in un mondo tutto per loro, in piena
letizia e senza alcun turbamento. Tuttavia, ripensando meglio l'argomentare, é più lecito
concludere che gli dei, più che vivere senza badare a noi, non esistano affatto.
Epicuro (341 a.C.) fondatore della dottrina che porta il suo
nome, formulò la sua prova tenendo presente che se Dio esiste é fonte di valori
assolutamente positivi, e nello stesso tempo esiste "accanto" al male (che
é nel mondo nelle sue più varie accezioni, sofferenze, degradazioni, brutture,
egoismi ecc.).
Epicuro argomenta così:
- Se Dio vuole togliere il male e no può,
Dio é impotente
- Se Dio può e non vuole
Dio é crudele
- Se Dio né vuole né può
Dio é impotente e crudele
- Se può e vuole
perché esiste il male?
Dunque Dio per non essere impotente o crudele, o, insieme
impotente e crudele, non può esistere, altrimenti sarebbe la negazione della
sua propria natura, benigna e misericordiosa.
Un'altra prova che é più propriamente mia, parte dalla mortalità umana per trarne argomentazione contro l'esistenza di Dio.
Vi sono infatti delle menti speculative le quali, portate a
credere, con sufficienza, che l'uomo sia mortale, cercano nello stesso tempo di
continuare a credere nell'immortalità di Dio. Noi pensiamo al contrario che
l'esistenza di Dio deve necessariamente basarsi sull'immortalità dell'uomo,
altrimenti verrebbe a mancare un effettivo rapporto uomo-Dio, tanto da pensare che quest'entità non abbia ragione d'essere.
Infatti,
un uomo mortale farebbe di Dio, immortale e
trascendente, al massimo un padrone, un'entità alla stregua aristotelica,
giacché non potrebbe mai averne amore e appagamento, privatone
com'é dal suo destino mortale.
Sarebbe strano, in altre parole, che questo Dio, per concetto
amore e bontà infinita, neghi all'uomo il suo amore eterno e ne faccia un
momento spesso inesistente d'un affetto terreno.
Dio deve farsi amare
infinitamente, altrimenti negherebbe la sua bontà infinita, il suo amore
infinito. E per farsi godere l'uomo deve essere immortale, cioè risorgere dopo
la morte.
In questo modo, per ragionamento inverso,
stimata vera la
proposizione che l'esistenza di Dio può basarsi sull'immortalità dell'uomo,
basta dimostrare la mortalità dell'uomo per concludere che Dio é una entità
inesistente.
Solitamente quando si parla d'immortalità dell'uomo s'intende
che questo attributo riguardi principalmente quella sostanza, che già per sua
natura é immortale, cioè
l'anima.
Il corpo, sono tutti d'accordo, é perituro; nell'uomo l'anima
é immortale. Ma esiste l'anima?
Esiste una realtà in sé indipendente dalle altre? Che funzione
avrebbe?
Risulta molto difficile capire un'anima indipendente dagli occhi,
che hanno la funzione di vedere, indipendente dall'intelletto, che ha la funzione
di pensare, indipendente insomma dalla corporeità; che altra funzione avrebbe
se non rappresentare un vero nulla? Quale facoltà possiede l'anima una volta
che é scientificamente provato che tutte le facoltà che abbiamo dipendono da
organismi materiali
e che, per dimostrarlo, basta distruggere questi organismi
per vedere come si disperdono anche le relative facoltà e come, distruggendoli
tutti, non ci rimane altra facoltà di cui possiamo avere coscienza? (vedasi Pomponazzi)
D'altra parte, basta considerare
lo sviluppo storico del
concetto di "anima" per concludere che essa, solo per un irrazionale
fideismo, possa considerarsi immateriale e immortale.
L'anima é una sovrastruttura delle concrete facoltà umane ed
é priva di qualsiasi qualità o esistenza immortale.
Dimostrato ciò, l'uomo si ritrova nella sua caratteristica
mortale, semplicemente più umano e conforme alla natura.
L'uomo é mortale. Dio, bene supremo, cioè amore e bontà
infinita, sarebbe un'entità contraddittoria. Tale contraddizione non può che
minarne l'esistenza, giacché "l'assurdo" é un valore negativo
e, in misura maggiore, nella dimensione assoluta.
Ciò che resta é indagare
perché Dio ancora possa rimanere nel mondo e a chi
serve, a quale classe sociale giova che esso continui ad esercitare la sua
alienante funzione sociale.