Modernità e riproduzione del potere
(Relazione tenuta nell'Auditorium del Liceo Scientifico di Rogliano, nel
maggio 1997, con il patrocinio della Comunità Montana, successivamente
pubblicata da La voce del Savuto, luglio-agosto 1999).
Lo studio del prof. Antonio Costabile (Modernizzazione Famiglia e
Politica, Rubbettino,1996), inizia testualmente: "Questa ricerca tratta dei
processi di formazione e riproduzione del potere in una città meridionale dall'
immediato dopoguerra in poi.
Aggiunge, immediatamente, che in tale contesto, intende rilevare "il peso
di alcune importanti famiglie sulla vita politica", considerandole fino alle
loro presenti ramificazioni, ossia a coloro i quali, forse con un pizzico
di ironia, vengono definiti "figli d'arte".
In ogni caso il tutto dovrebbe rappresentare, per l'autore "un cinquantennio di
grandi cambiamenti politici e sociali".
Di ciò cercherò di discutere in seguito, dal momento che è importante, da
subito, rimarcare la metodologia, secondo cui il prof. Costabile intende
condurre la ricerca.
Dice il prof. Costabile, in tutta chiarezza, che i risultati a cui è giunto
"evidenziano la necessità di superare vecchi modelli analitici". Quali sono per
il prof. Costabile questi vecchi modelli analitici? Sono da abbandonare quei
modelli "secondo i quali la forza dei sistemi di appartenenza si coniuga sempre
e dovunque con fenomeni di arretratezza, sottosviluppo, amoralità".
Vorrei che la cosa fosse capita in tutta la sua portata. Il prof. Costabile
afferma che parlare dei Mancini, dei Misasi, degli Antoniozzi e consorteria
simile, metodologicamente, può avvenire senza parlare della nostra arretratezza,
del nostro sottosviluppo e della loro e, perché no?, anche nostra "amoralità".
Su questo punto il mio dissenso non può che essere totale e, proprio perché
diversamente non mi sento di abbandonare minimamente "questi vecchi modelli
analitici", desidererei porre all'attenzione dell’autore e di chi ascolta alcune
personali riflessioni.
Ripensiamo, pertanto, alcune delle posizioni del prof. Costabile. Ritengo che
esaminare il contesto di una città, nella fattispecie Cosenza, sia di per sé un
impegno difficile.
Lo diventa ancor di più quando i parametri di quest’analisi si rappresentano
attraverso la cosiddetta modernizzazione, la rete familiare e la politica. E,
tuttavia, l'esame diventa più complesso se il ruolo"extraurbano", ovvero quello
che personalmente definirei il "contado", viene rapportato al contesto cittadino
come fattore di scarsa incisività, accantonando non solo la provenienza
"provinciale" delle famiglie di cui si tratta, ma anche il fatto che
l'urbanizzazione delle stesse è avvenuta principalmente per l'apporto di voti e
di consensi acquisiti nei paesi attraverso quelli che, in sede politica,
comunemente indichiamo quali collegi elettorali.
E' dal contado, infatti, che le famiglie costruiscono la loro fortuna politica e
la mantengono, anche quando, com’è ovvio, passano all’occupazione di sedi
istituzionali e quindi decisionali, che sono forzatamente e per natura
"cittadine" e dalle quali diffondono, ancor meglio, il loro potere clientelare,
presupponendo che la cosa pubblica sia ormai un loro esclusivo patrimonio
personale.
Per le suddette considerazioni sarebbe stato opportuno, nel libro, dare maggiore
spazio, a fatti e dati, "provinciali", per rimarcare ancor più estesamente il
peso clientelare e nefasto di queste famiglie. In tal modo, si sarebbe descritto
e individuato, nei principali paesi del collegio elettorale, le sezioni e gli
"ascari" che le dirigevano come le reti o meglio le ragnatele della concreta
formazione e riproduzione del potere. Comunque, il problema fondamentale, così
come ho detto in premessa, è l'utilizzo da parte dell’autore di categorie quali
quelle di modernizzazione, famiglia e politica, che data la contrastata
fondatezza epistemologica lasciano alquanto perplessi.
Sappiamo che nell’ambito stesso della sociologia non soltanto non sono
unanimemente accettate, come, invece, dovrebbe convenire alla scienza, ma, al
contrario trovano sempre più una "resistenza d'uso", specialmente in senso
progressista.
Infatti, proprio il legame modernizzazione-clientela-mobililità (che come è ben
conosciuto era stato proposto per cogliere certi cambiamenti del Terzo mondo)
(1) presenta le maggiori difficoltà di comprensione. E' chiaro, anche perché
l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, che non sempre la mobilità sociale avviene
per canali democratici, per come lo stesso prof. Costabile riconosce, ma
personalmente ritengo che la clientela non possa mai, dico mai, costituire un
evento positivo e tanto più necessario.
Semmai, altri studi, e non sono pochi, hanno messo in evidenza la "vicinanza"
tra clientela e criminalità organizzata e, non raramente, la copertura politica
della mafia attraverso l' intreccio del ricatto politico e il consenso
elettorale.(2)
Inviterei il prof. Costabile a soffermarsi con attenzione sulla polemica di
Habermas (3) nei confronti di Horkeimer e Adorno,
allorquando Habermas sostiene che è nelle " realizzazioni perverse della
modernità" il segno dell' incompiutezza del progetto "illumininistico" e
quando ritrovando nel discorso pot-moderno una forma di neoconservatorismo,
invita a riprendere una rielaborazione che non spezzi il nesso tra ragione,
modernità ed emancipazione.
Così com’è necessario capire nella globalità della sua portata l’affermazione di
Alexander (4), che considera la modernità non
come una necessità storica, ma come un processo problematico e contingente. Mi
soffermerei soprattutto su questa contingenza, tenuto conto che la storia reale
è certamente fatta di piccoli eventi, ma che la comprensione, alla fine, sta
nell’interpretazione adeguata di quanto essi comportino a livello di progresso
civile e democratico.
L'espressione tedesca IDEENKDEID significa propriamente "vestito d’idee".
Non vorrei, né mi auguro, che una voglia d’innovazione metodologica diventi
ideologia nel senso marxiano e dia solo risultati apparentemente concreti ma
globalmente vuoti, portando ad una rappresentazione della società e del realtà
"capovolta", al punto da nascondere la reale condizione degli accadimenti
e tralasci proprio gli uomini nella faticosa produzione della loro vita
materiale.
E credo che, ancor di più, tale preoccupazione sull’uso della categoria di
modernizzazione possa essere avvalorata da quanto scrive Bauman
(5), allorché giunge, coerentemente, ad affermare
che l'Olocausto, l' evento più criminale nella storia dell' umanità, possa
inquadrarsi nei termini della modernità, avendo l 'olocausto prodotto non solo
morte, ma ricchezza per il popolo tedesco e consenso per la politica nazista. Lo
stesso Bauman, riprendendo il discorso di Alexander, (6),
ha notato come l'ambiguità della categoria di modernizzazione, facendo
tramontare un’idea lineare e trasparente della storia, abbia portato
all’irrimediabile discussione sull’ambivalenza dell’esistere e sull’opacità e
contingenza di ogni scelta; ossia abbia reso le analisi confacenti alla
semplice, modesta quanto inutile quotidianità.
Non vorrei attardarmi, a questo punto, sul valore "categoriale" dell’élites.
Notoriamente la derivazione fascista o parafascista di tale criterio la dice
lunga (Pareto, Mosca, Michels per finire alle lezioni sul capo carismatico dello
stesso Weber). Certamente è vero che Ch. W. Mills (7) aveva avvertito sulla
pericolosità dell'occupazione dello stato compiuta da ogni tipo di élites e sul
fatto che il potere debba essere, quasi per volere divino, ereditato da padre in
figlio o secondo un sistema parentale. Anche lui non si nasconde che il
gruppo sia dotato di elevata coesione interna e che tenti sempre di mantenere
un’omogeneità di valori e stretti contatti familiari e personali, prefigurando
la famiglia come pura e semplice classe dominante, (un problema quest’ultimo a
cui Costabile ha dedicato sicuramente attenzione), ma lo esamina col trasparente
intento di far capire che l' autoriproduzione delle oligarchie è
inconciliabile con il reale esercizio e sviluppo della democrazia.
Per me non si giudica una famiglia, una situazione, una società dalla
rappresentazione che dà di se stessa. I soggetti reali sono la miseria,
l’arretratezza, il caporalato ossia tutti i volti possibili del Sud avvilito e
deriso. Per cui quando si crea un' immagine capovolta della società tale
operazione è sempre e comunque la giustificazione dell' esistente e, secondo una
vecchia tesi, le produzioni intellettuali valgono non quando puramente
descrivono il mondo, ma quando aiutano a trasformarlo radicalmente.
Perciò, ribadisco come mi colpisca profondamente la correlazione tra
modernizzazione, mobilità sociale e clientela, perché dietro di essa vedo solo
nascosta l'arroganza di chi ritiene impunemente di gestire ed appropriarsi della
cosa pubblica, ritenendola un lascito di cui disporre liberamente. Anzi; è la
stessa nostra esperienza che ci dimostra che l'esercizio del potere da parte di
queste famiglie presume che è possibile e lecito svuotare le
istituzioni e la legalità e, quindi, di fare del lavoro un beneficio feudale,
elevando la disonestà a virtù.
Più convincente è la lezioni di Procacci quando lucidamente illustra il
capitalismo da sfruttamento. Dice che esso è un sistema che produce certo
mobilità sociale, ma sulla base del mantenimento di una condizione che é di
arretratezza e che tale deve restare, ai fini della continuità della specie
padronale.
Pertanto non mi dispiace affatto continuare a pensare con le vecchie
categorie e di restare fermo nelle mie idee, ma sono convinto che più si
tenta di mandare in soffitta certe metodologie più esse facilmente ridiscendono.
Chiudo qui e spero che il prof. Costabile, che sicuramente avrà inteso il senso
costruttivo delle preoccupazioni che ho espresso, dia i più ampi chiarimenti e
mi consenta, se è possibile, l'opportuna
replica.
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
1) Il riferimento è agli
studi del secondo dopo guerra.
2) Gli studi pioneristici,
così come gli atti e le inchieste parlamentari, sono stati ormai superati dalle
inchieste stesse della magistratura e dalle conseguenti condanne.
3) J. Habermas: Il discorso
filosofico della modernità, I985.
4) J. C. Alexander: Teoria
sociologica e mutamento sociale. In'"Analisi multidimensionale della modernità",
I990
5) Z. Bauman: Modernità ed
olocausto, I989.
6) Z. Bauman: Modernità ed
ambivalenza, I99I.
7) Ch. W. Mills: La élite al potere, I956