Era appena finita la guerra, almeno così dicevano in paese e proprio quelli che si era imboscati. Invece era stato annunciato uno sterile armistizio. Il re e Badoglio erano scappati, Mussolini a Salò, protetto dalle armate naziste; i nostri paesani che continuavano a morire, da partigiani, a Cefalonia, nella ritirata dalla Russia.
Mio padre, poco più che ventenne, incautamente e semplicemente, aveva fatto ritorno a casa. Da bambino aveva capito che di vita esisteva una ed era stupido darla a presunta cause o ideali, che apparivano al suo pragmatismo puramente idiote. Comunque, continuò ugualmente a gloriarsi del suo grado di sergente maggiore carrista e delle sue invalidità di guerra.
Al sopraggiungere della ridicola pace, egli si ripromise, con determinazione belluina, di spazzare via la miseria ritrovata: annosi debiti di famiglia; due fratelli, anch'essi reduci e disoccupati; una madre sfinita come un'Addolarata, in un paese dalla fame sovrana. Né poteva contare sull'aiuto paterno, giacché il padre era morto quando aveva appena cinque anni.
Papà creò una comune, a cui seppe infondere abnegazione e la certezza di portare in famiglia un pane quotidiano. In breve, avviò un panificio accanto ad un piccolo negozio "di generi alimentari e diversi". Mise su una porcilaia, che, con due maiali di Arezzo, s’ingrandì a vista d'occhio. Mia madre, per non essere da meno, realizzò una sartoria domiciliare, rifugio delle giovinette del vicinato.
Nei periodi in cui occorreva lavorare duro, ognuno si massacrava. In quei giorni, spesso, per guadagnare tempo, si mangiava insieme, seduti sui sacchi di farina e si ripigliava fin quando la stanchezza giungeva pesante come la sera. E l'alba giungeva presto.
In questo falansterio d’indigenti -una ventina nei periodi di magra- vissi i momenti primi e più belli della mia esistenza.
Venni alla luce, una domenica di novembre, prematuro. Il mio scarso peso determinò una scrollata di testa non rassicurante del dottore Iachetta e un sorriso tranquillizzante della mammana, la signora Rizzuto, donna adorabile. Fui subito adottato dalla compagnia, che mi tenne in vita con affetto intelligente, realizzando premurosamente, ad un lato del focolare, una rudimentale quanto ingegnosa incubatrice, senza la quale, con molta probabilità, non sarei sopravvissuto. Consisteva in una cassetta, imbottita di cotone, nella quale erano strategicamente disposte bottigliette d’acqua calda, mantenute a temperatura costante.
Nondimeno, il vero tutore dei miei primi mesi di vita fu un gatto, che, data la mia piccolezza, mi proteggeva, con l'attenzione e l'aggressività degli animali che temono per i propri cuccioli. Lo capì Mariuzza, che, scambiando la cassetta del lievito con la mia, aveva steso incautamente la mano, richiamata dal grido di mia madre e dai graffi fulminei del gatto. Tutte le testimonianze concordano: era un gatto nero, pelo corto, occhi di ghiaccio, che, contrariamente all'aspetto era di un affetto incredibile.
I "compagni" della mia infanzia normali non erano tanto, né fisicamente né psicologicamente. Una storpia, soprannominata "bicicletta", per il modo in cui era costretta a camminare, (di cui s'ignorava che, non ostante la sua bruttezza, si manteneva un uomo sposato, unico a soddisfarla nelle sue insaziabili voglie); Carmela, totalmente sorda, una condanna per mio padre, perché lei non comprendeva quanto occorresse fare qualcosa con urgenza, anzi, spesso abbandonava il lavoro per starmi accanto, con la scusa di osservare il lievito del pane; Giovannina, sudava come uno spaccalegna, tanto che spesso correva a lavarsi le ascelle, con gesti, a dir poco, plateali; Maria Teresa, soleva nascondersi nel seno, già di per sé abbondante, qualche pezzo d'impasto e tutti ridevano, quando mio padre, che sapeva e non se ne curava, la rincorreva in uno scherzoso e giornaliero "controllo"; un'altra, aveva la barba come un uomo e doveva alzarsi prima degli altri, per un colpo di rasoio.
Chi mi é stato più caro fu un povero disgraziato, incapace di parlare, se non a mezze sillabe, per giunta storpiate e che si muoveva come un uomo terremotato. Lo chiamavano Divico. Sicuramente aveva un nome e un cognome come tutti, ma é un dato anagrafico che volutamente dimentico. Mia madre lo invitava frequentemente, perché aveva una dote particolare: farmi assopire. Come succede a tanti neonati, soffrivo di dolori addominali, che spesso mi facevano piangere, tenendomi insonne. Allora lui iniziava una cantilena, che aveva inventato per me, una lenta ninna nanna. Vorrei riportarla così come la "cantava", ma non ha senso, se non resta nel suo deformato dialetto e in quella particolare cadenza. Oggi me la ripeto ancora, quando il dolore mi tortura, sperando che quella nenia, così come allora, mi porti sonno e sollievo. Pochi anni fa, ho visto una sua foto che mi ha lasciato profondamente amareggiato: non era lui! Un volto opaco, vuoto, dagli occhi sperduti. Divico era ben altro, uno degli uomini più buoni, caritatevole e sventurato, l'amico che mi ha dato e a cui, senza saperlo, ho regalato un po’ di felicità. Era un uomo che sapeva dare l'amore a lui costantemente negato.
La famiglia P., abbastanza numerosa, abitualmente passava la giornata a casa nostra. Una loro figlioletta chiedeva insistentemente a mia madre di potermi sposare, quando fossi divenuto giovanotto. Ma fu proprio per il desiderio di tenermi in braccio e di portarmi in giro che si prese una paura terribile. Un giorno, al ponte, mi lasciò sfuggire dalle braccia e mi procurò una ferita in fronte. Cercò di trattenere il sangue con la sua camicia, tornando a casa, piangendo e gridando, determinando un contagioso spavento. Dopo trent'anni, ritornata in paese dal Canada, per una breve vacanza, venne a visitarmi e notai che osservava di soppiatto, quel segno che a tutt'oggi rimane. Un'altra mi portava verso l'orto per darmi la pastina, ma finiva spesso per mangiarsela, fin quando zia Rosa Guercio non la scoprì e lo riferì a mia madre, togliendole la contentezza che mangiavo finalmente tanto.
Non tutti i giorni si lavorava. Alcuni giorni il lavoro era concentrato nel forno, fatica che iniziava alle quattro del mattino fino alle nove, ora della consegna del pane. Le rimanenti ore, ognuno pensava alle sue faccende. Ma, si finiva per ritrovarsi a casa mia, dove si respirava aria di spensieratezza, con quelle pettegole, che, pur sempre occupate, sapevano tutto di tutti. Chiacchiere di paese, pettegolezzi, fatterelli volgari, riempivano la modestissima cucina d'incosciente allegria.
In certi uggiosi giorni di fine ottobre, quando eravamo forniti di una buona scorta di castagne, c'era riunione plenaria. Le castagne si preparavano e si consumavano in tutte le varianti. Rappresentavano, in ogni modo, l'occasione per restare più a lungo intorno al focolare, per dimenticare la notte, che giungeva più fredda e imminente. Quelle sere, sovrano era Antonio B., che si faceva pregare, per subito accondiscendere, nel riprodurre con le semplici mani un perfetto e limpido suono di tromba. Un Venerdì Santo, fu invitato in chiesa a "suonare", accompagnato dall'organo e dal coro, la dolce e pietosa melodia, che ancora oggi é cantata e che inizia col quel lamento noto "Gesù mio, di dure spine, chi la fronte ti coronò ecc". Lo elevai ad un posto eccelso, non trovando paragoni tra coloro che, in quel tempo, "suonavano" con strumenti veri.
Così scorrevano i giorni di freddo, allietati dal periodo in si macellavano i maiali, in casa, con particolare perizia e allegria. Poi si aspettavano le feste comandate e le scampagnate di Pasquetta e ferragosto.
Se ripenso ai momenti sparsi nell'arco di quegli anni, giornate spensierate, d’abbuffate, non sono per niente convinto che siano più gradevoli e più godibili le tante idiote sceneggiate dei tempi odierni. Quando c'è una lieta parsimonia, questa é più appagante delle orge "comandate", nate nello spreco e sottintese da una noia evidente. Giornate di niente. Certo la felicità ognuno se la costruisce con quello che ha ed ognuno é figlio del suo tempo.
L'amore esistente tra papà e mamma mi allietava. Li osservavo mentre conversavano: una sola mente. Lottavano verso la speranza. Papà, se si tacciono certe scappatelle, regolarmente scoperte da mia madre, era un uomo di grande fedeltà, fermissimo nel presupposto che nulla dovesse recare pregiudizio alla solidità della sua famiglia, un porto e una meta.
In concreto, il suo solo diversivo e il suo fine era il lavoro, fatica che iniziava all'alba e si concludeva a notte tarda. Peraltro, non perseguì nemmeno quei piccoli e fatui svaghi consentiti da un bar e tre cantine, da cui venivano le urla accattivanti delle partite a briscola e scopa e gli avvincenti tornei di padrune e sutta, questi sì fomentatori di risse, concluse con solite passeggere invettive: "Me la pagherai, quando é vero Iddio". Papà, assisteva qualche volta, a questi giochi di parolaia vendetta, che finivano quasi sempre in una sbornia collettiva: si aspettava il giorno dopo per rinnovare le sfide, fatui svaghi che richiedevano continuità e tempo libero e papà ne era sprovvisto.
Tra un lavoro e l'altro, mio padre, per riposarsi -come diceva lui- si recava in campagna, al prato, dove, zappando, fantasticava, ad alta voce, di nuove attività, solitamente senza fondamento. Io ascoltavo e "lavoravo" un mio pezzetto di terra, accanto a lui. Intorno, la bellezza luminosa della campagna, specialmente di maggio.
Lui non era alto, ma a me sembrava un gigante, specialmente quando conficcava con la mazza pali per la staccionata. Più crescevo, più l'ammiravo, cioè ammiravo le mie rappresentazioni. Popolare e gran fabulatore, aveva personalità e, con la sua quinta elementare, non solo si faceva rispettare, ma era punto di riferimento di quanti avevano bisogno, quei piccoli grandi bisogni d’allora: compilare un conto corrente, scrivere la lettera in America, sbrigare una pratica di pensione e così via.
Papà aveva un brutto ricordo della guerra e pensava che potesse ricominciare una "terza". Grazie alle Forze Alleate, fascisti e mafiosi, nostrani o importati dagli Americani, erano tutti rimasti ai posti di potere o ne avevano occupati di nuovi. In questo clima, i preti predicavano, anche dal nostro pulpito paesano, dei comunisti che mangiavano bambini e un cartello in chiesa pubblicizzava la papale scomunica, estesa ai socialisti, di cui mio padre aveva la tessera.
Sì, pensava, "ci sarà di nuovo una guerra!" Così, quando nacqui la sua preoccupazione era non tanto che potessi non sopravvivere, ma nientemeno, del giorno in cui mi sarei dovuto presentare alla leva. Per questa ragione, concepì la più balzana delle idee. Benché fossi nato il 14 novembre del 1948, mi tenne "nascosto", con l'intenzione di iscrivermi all'anagrafe con l'anno nuovo. "Non sai che significa un mese in più o in meno", diceva a mia madre spaurita. Ma, con tanta gente in casa, era il segreto di pulcinella. Senza contare che il suo padrino, guardia municipale, pettegolo di natura, frequentava regolarmente il negozio. Mio padre era rabbiosamente convinto che fosse stato proprio lui a far pervenire una denuncia anonima ai carabinieri che, compiacenti, lo invitarono a recarsi immediatamente al Municipio, dove fui iscritto nel registro delle nascite, il 18 dicembre del ’48, data che mi trovo appiccicata per un infantile paterno vaneggiamento.
Così come da noi si designano le parentele, le mie nonne Maria Pettinato e Saveria Ferraro, discendenti da Pietro Amantea, erano cugine "carnali", quindi papà e mamma "cugini in secondo". S’innamorarono giovanissimi. Nonno Francesco, (dei Bruno Bossio "Carri") decisamente contrario, fece di tutto per dissuadere mia madre. Finì, perfino, per sprangare con due assi di legno la finestra, da cui lei costantemente s’affacciava per comunicare a segni con mio padre, che dalla sua faceva altrettanto. A quel tempo non c’erano altre abitazioni interposte fra le due case, che tanto poco distavano in linea d'aria. Nonno si accorse subito che i fidanzatini trovavano tempo e modo di incontrarsi, con la complicità di tante persone, familiari compresi. Ricorse a mezzi radicali.
Conosciuto un bravo giovane, nativo di Lago, lo portò a casa e impose a mia madre il fidanzamento. Dopo un brevissimo periodo, insistette per far sposare subito i fidanzati di giorno, -espressione di mia madre-. Di sera lei, accompagnata dalle sorella e fratelli compiacenti, continuava a vedersi con mio padre, nelle case dei vicini.
Intanto furono fatti tutti i preparativi per lo sposalizio lachitano. Il giorno prima della funzione, così come si usava allora, si chiamarono un certo numero di donne, le quali sul capo recavano allo sposo le ceste ed i bauli della dote. Lo sposo, da parte sua, aveva già preparato il necessario per una cerimonia abbastanza sontuosa.
La sera stessa mia madre scappò da casa e andò ad abitare da mio padre. La dote non fu mai più restituita.
Per ripicca mio padre non sposò subito mia madre, come conveniva. Nonna Maria, che era stata informata, -cosa che nonna Saveria non le perdonò mai-, aveva già preparato una camera, dove fu posto il patrimonio dei fuggitivi: il letto, un tavolo e due sedie e alcuni panchetti di legno.
Poi venni io. I miei genitori si sposarono in chiesa, un pomeriggio, quando ero già in grado di camminare. Mio padre, quando pensò di raccontarmi i fatti, gonfiò l'accaduto, sostenendo che fu anche il giorno del mio battesimo. Mia madre l'ha sempre smentito. Penso che avesse ragione lei, perché la mia nascita prematura, se fosse successa una disgrazia, mi avrebbe portato, come le avevano insegnato, diretto all'inferno.
Per riappacificarsi con mio padre, il nonno attese fin quando non nacquero i miei fratelli gemelli, nel 1957. La loro sempre più labile inimicizia non pregiudicò mai i miei rapporti con i nonni e gli zii. Quando nonno Cicco, come era comunemente chiamato, passava dal negozio, papà, fingeva di uscire, con puerili sotterfugi. Contadino, mi portava dalla campagna frutta di stagione, specialmente tenere noci, pronte da mangiare, ben pulite e gustosissime, oppure certe ciliegie grosse e dolci, sapori, ormai spariti, perché é morta e abbandonata quella nostra ricca campagna.
La campagna é stata una parte importantissima per la mia formazione. Nella mia infanzia ho avuto tre punti di riferimento: 'u Timparellu, dove avevamo il negozio e il forno;'i Chiurani, dove abitavamo e la campagna, immediatamente circostante. A cento passi, in un vecchio mulino diroccato, tenevamo i maiali, a cui avevo imposto un nome e che mi seguivano come cagnolini. Ai poderi vicini nessun proprietario aveva posto confini. Perciò, piccolo capo banda, potevo andare al cibbione, un invaso d’acqua non molto profondo, dei Mauro; alla fontana dei Monaci, che s’immetteva in una cibbia molto bassa in cui stavamo spesso a sguazzare, sotto l'occhio vigile di zia Francesca Barone.
Il nostro mare, tuttavia, era il runzo del nostro torrente, dove giocavamo ore intere. Accanto, le donne lavavano i panni, ognuna alla propria pietra, cantando o litigando alla giornata, con le gonne annodate come pannoloni, con le gambe di fuori, a cui nessuno di noi badava. Quando arrivava qualche seccatore adulto, la guardiana preposta, dava l’avviso.
I nostri confini di gioco arrivavano fino a Santu Petru e, dopo la Pasquetta, col tempo buono, ci spingevamo fino a Santa Lucerna. I contadini non avevano alcun motivo per sgridarci, perché essi curavano solo parte del terreno e quel terreno noi lo rispettavamo. La frutta abbondava ed era di molte varietà, divenute oggi assai rare e insipide. A quei tempi erano una parte del paese, a portata di mano, non raramente proprio davanti alla porta.
I ruscelli mi affascinavano in maniera straordinaria: acqua scrosciante, limpida, assolata, contornata da suoni, odori intensi di tantissime viole, margherite, campanule e tanti altri fiori di cui nessuno si chiedeva il nome e che raccoglievo per portarli alle suore o alle maestre. Tra il rumore assordante delle cicale e dei grilli, centinaia di farfalle. Ero ipnotizzato dalla bellezza delle ali, variegate di forma e con colori così genialmente accostati. Quando andavo per ruscelli, preferivo essere solo. Mi portavo dietro un barattolo di vetro, in cui raccoglievo girini, granchi o appariscenti farfalle, ospiti che liberavo a sera, quando il viottolo si riempiva di mille lucciole, che catturavo per tenerle sul comodino.
Nel suo piccolo fondo, al Perrupu, il nonno mi lasciava utilizzare una casupola di pietre a secco, dove conservava i pochi attrezzi, necessari per il lavoro. Era proprio bassa ed io vi costruivo dei forni, in cui cuocevo pane di terra e pupazzi di creta, mentre altre volte mi coricavo sul tetto per leggere e rileggere i tre soli libri che possedevo: il libro di lettura, il sussidiario e un libro bellissimo, le favole dei Grimm, che, pur vecchio e spaginato, custodivo gelosamente. Il nonno parlava poco. Soleva raccontare qualcosa ogni tanto, mentre mangiavamo parcamente, col paese di fronte ed erano fatti della guerra di Spagna, regolarmente seguiti da uno sputo per Mussolini. Mai uscì dalla sua bocca un pettegolezzo. Parlava, a volte, del suo lavoro: di potature, d’innesti, di pietre per consolidare il terreno. Quando era soddisfatto, prima del ritorno, mi faceva salire su qualche albero, sempre con apprensione, per via del futile disaccordo con papà. Possedeva un coltellino, che usava con una delicatezza unica, tagliando a strisce il grasso del prosciutto, le cipolle; altre volte un pezzo di provola piccante, di pancetta o sbucciando la frutta. L'osservavo tagliare il pane di grano, -"l'unica cosa che sa fare tuo padre"- a pezzetti e come utilizzava quell’arnese come forchetta oppure per aprire i gusci delle noci. (Raccontai, tempo fa, tutto questo a mia figlia Paola e lei, tenerissima, me ne comprò uno per il compleanno).
Quando mio padre comprò i Valloni, mi sentii proprietario di un terzo podere, dopo il prato e il perrupu. Ai Valloni c'era un castagno, quasi "accasciato", che tutti, per usuale deformazione dialettale, chiamavamo 'a castagna bucata, il mio rifugio e anche pulpito, giacché quasi alla sommità si era formata una larga fessura, da cui "predicavo" i racconti che ascoltavo dalle monache, con un tono enfatico, ad imitazione dei predicatori che erano di casa nel nostro paese.
Il periodo più gioioso era la raccolta delle castagne, con quei fuochi che bisognava controllare per non farli sconfinare. Ai Valloni, mi era permesso di arrampicarmi su tutti gli alberi, ad eccezione dell'unico ciliegio, che era infido, perché i rami si spezzavano facilmente e diventavano coltelli.
Mondo di paese e di campagna. Tante cornacchie e, specialmente, rondini che a sera, a centinaia in piazza, popolavano rumorose i fili della luce. Famigliari, perché non raramente facevano il nido all'interno delle stesse case.
L'ambiente paesano, stagnante e senza prospettive ostentava un benessere inconsistente. Per la maggior parte, una minestra, con pane di lupini, di castagna, di granturco e simili. I soliti rari mestieri; il perdurare del parassitismo dei signori. Chi possedeva un vestito, non faceva altro che girarlo e rigirarlo, per indossarlo ai matrimoni o alle immutate feste comandate.
C'era poca igiene nel paese. Tutti allevavano galline, alcuni conigli, che ciclicamente erano colpiti da una generale morìa; ognuno aveva il suo maiale. Gli animali erano domestici nel puro senso della parola. Dopo pranzo si lanciavano gli avanzi nel vicolo dove gli animali aspettavano. Ricordo -frequentavo la prima media- che dopo aver chiuso il negozio, passando davanti alla casa di zia Aldina, fui investito da una colossale doccia di brodaglia. Non aveva badato a me che stavo passando. Tornai ari Chiurani, non so perché felice, mentre chi mi incontrava si chiedeva cosa mi fosse successo.
A prima sera, quando gli animali ritornavano negli scantinati (catoji), si pulivano i vicoli e la spazzatura era portata nei vicini orti e terreni. La plastica non esisteva; le bottiglie venivano conservate o ridate a pagamento al commerciante; le scatole d’alluminio del latte erano vendute ad un ambulante che passava periodicamente.
Pochissimi disponevano di qualcosa che potesse definirsi un "bagno", che spesso era costruito fuori casa. Noi, per l'appunto, l'avevamo ricavato accanto ai gradini della scala. In genere, si usava il pitale che veniva svuotato nei catusi collegati da una ragnatela di fognature di tufo. I vespasiani di casa: attraverso un foro, quasi una nicchia, ricavata nel muro, erano coperti da una tavola, dondolante da un grosso chiodo. Più volte al giorno, per evitare il fetore, si buttava acqua, presa dalle numerose pubbliche fontane. Ci si lavava in grandi bacinelle, con acqua riscaldata al fuoco. L'acqua fu portata nelle case, man mano che si racimolavano i soldi per allacciarsi alla scarsa rete centrale. Ma questo fu il tempo a venire.
Prima che, ad opera del benemerito Gaetano Iachetta, la comunità grimaldese potesse usufruire della corrente elettrica, proveniente da una centrale realizzata al Savuto, si utilizzavano bicchieri d’olio usato su cui galleggiava un miccio luminoso; i più benestanti, tenevano, per il tempo necessario, piccole ma grosse candele o lumi a petrolio.
In tal guisa conservo la mia infanzia e non avrei potuto raccontarla con diversa memoria. Ma il rimosso non é tale, perchè so di aver taciuto fatti orribili.
All'epoca della mia infanzia, la popolazione superava i quattromila abitanti, poco comparabili agli attuali mille e qualcosa, con l'aggravante che, adesso, le abitazioni, moderne e comode, sono, sicuramente raddoppiate e le storiche case dei contadini sono state totalmente ristrutturate, spesso con pessimo gusto e, specialmente, cancellando ogni ricordo di quella civiltà. A cinquant'anni di distanza, tra quella situazione e l'odierna, esiste un profondo abisso epocale.
Non poche famiglie, durante la mia infanzia, vivevano, alla stregua di animali, in ambienti insalubri, in veri e propri tuguri, umidi e bui, avendo come principali ospiti pidocchi e pulci. Non a caso, nei negozi erano posti, proprio all'ingresso, perché più venduti, bidoni di ddt, quel materiale che in seguito é stato dichiarato altamente cancerogeno, ma di cui allora si cospargevano le teste rasate della maggior parte di bambini ed adolescenti, con quelle pompe di latta a stantuffo che ogni famiglia possedeva.
Non é solo questa la realtà taciuta. Avvennero accadimenti che possono muovere a pietà e contemporaneamente a totale esecrazione. Nel paese la fame era durissima. Una volta trovai steso su un parapetto un ragazzo, quasi coetaneo, a pancia in giù, pallidissimo. Alla mia preoccupazione rispose lapidariamente: "La fame si sente meno, steso così". Molti morivano in tenera età, di stenti e per la cattiva igiene, specialmente di malattie enteriche. Basta scorrere l'anagrafe dei morti, per connotare come emerge, pesante, questo dato e la sua matrice: la povertà. Cosa si sarebbe potuto fare, se, oltre ad avere fame e malattie, si era servi ed analfabeti?
Succedevano anche fatti indicibili: non pochi omicidi per futili motivi, infanticidi indescrivibili, segregazioni, violenze sproporzionate, dentro e fuori le mura domestiche, gravi infezioni come la diffusa tubercolosi, malattie mentali malamente tenute nascoste. Si viveva in una "normale" promiscuità sessuale, e spesso gli stupri, diventavano consensuale convivenza. Non era un'eccezione che un uomo si "mantenesse" più sorelle. Molti omicidi, restavano impuniti, giacché era facile riportarli al delitto d'onore. Ci fu un caso in cui, un certo omicida, di cui avrò modo di parlare, fu accolto perfino con la banda.
Di quest’ambiente nefasto, avrei voluto raccontare alcuni episodi esemplari, gravissimi, crudeli, ma sono impedito dalla pietà e dal rispetto verso le disgrazie, che rendono tutti innocenti.
Mi sono detto: gli uomini, povere comparse, hanno trame già scritte, e non c'é nessun inferno da attendere. Noi e i nostri padri ci abbiamo sempre vissuto. Andiamo avanti.