Il pericolo del nichilismo
1 - Talvolta si determinano tempi di decadenza dello spirito, in misura che è posta, come semplicemente vera, l'asserzione che la vita sia nulla.
In verità, mai come per la nostra epoca, i tempi ricorrenti del niente dimostrano che, nella storia, sono in atto soltanto condizioni che spingono il pensiero ad operare nell' ambito di pure disgrazie personali e sociali, ossia nell' atto di volersi misurare con la vita e contemporaneamente negarla ovvero non essere in grado di affrontarla e di modificarla.
Si afferma, abusando dell' incertezza concettuale, che l'essente, (nella pura accezione di essere "tra" e "con"), sia un provenire ed un andare verso il "nulla", ossia un progetto finalizzato a condurre ogni atto alla nientificazione. Questa falsa individuazione viene volgarizzata nella proposizione che niente è, niente é stato, niente sarà, (il vecchio mito della vanitas). E' questo un presunto argomentare che va, perfino, oltre la piattezza dell'empiria, per la quale, almeno la mia "Singolarità" è, in questo momento, hic et nunc, in una contemporaneità altrettanto identica alla vita, cioè inevitabilmente predisposta alla negazione della morte.
Il niente, qualunque sia l' esito dello stato di ciascuno, è un puro flatus vocis, non solo per l'Essere stesso, che, in quanto Realtà Indifferente, non é portato necessariamente a considerarlo, ma anche per le singole varietà, che di questo Essere sono la rappresentazione fisica e storica.
Consegue che il nichilismo, almeno fino a dimostrazione contraria, è la presupposizione di un modo di filosofare per cui ogni Ente é semplicemente fainomai, il semplice apparire che, per una strana diavoleria, é non solo "fuori", ma contemporaneamente "dentro" l'Essere. Esso implica, arbitrariamente, l'affermazione, che appare concreta, ma é esistenzialmente un equivoco "idealistico", che il niente sia l'univoca espressione del significato del singolo e della Totalità.
2 - Chi diffonde il nichilismo? Chi é che si nasconde, storicamente. dietro il nichilismo, magari sotto la presunzione di un vivere eroico? Ossia, quali sono le connotazioni ambientali ed istituzionali del Male? Quale pensiero sostiene la parvenza del Male? Chi ne é il portatore?
Certo il niente é la comoda e banale irrisolutezza di chi è soffocato dalla povertà del vivere alienato. Da questo punto di vista, queste vaghezze di cosmico pessimismo, piacciono prevalentemente ai letterati, i quali si esaltano, in variegato stile, a sembrare lacrimevoli e suscitare solidarietà cartacea ad ogni costo.
Il niente, in quanto riferimento promiscuo, è sempre stato una potente sirena e per scorgere questa afflizione è vitale temprare l'aquilinità dei propri valori, contro chi razzola e rumina, convinto che il vivere, è sterro, portato qua e là, per impedire una produttiva e qualificante prosecuzione dei lavori. E poiché, per forza maggiore, si è tenuti ad annientare le trappole nientificatrici del sociale, nessuno negherà che la rivolta-che-rende-eretici, anche se ciclicamente battuta dal livore ricorrente della restaurazione, è la linfa dell'età più salubre per un destino che voglia dirsi coerentemente umano.
In questa paternità, che viene tradotta nel non dare e non fare conoscere il Vero, "in-siste" il sottile operato delle innumerevoli Chiese, quelle della sordida spiritualità formale, che suonano, nei riti, il proprio mortorio, e, sostenute dal dolore e dalla miseria, mai scampanellano a gloria. Né si coglie la base del rovesciamento per cui lo Stato, l'altro Grande Nemico, diventa soggetto e non nasconde, ma esalta il suo "rappresentarsi" nel potere dei mediocri. Né si "disvela" la sublimazione per cui il dio degli uomini, il Capitale, diventa la maiuscola d'ogni mente e situazione stravolta.
In breve, la rivoluzione (quando la rivolta non può più essere contenuta), è semplicemente grandiosa, perché, senza equivoci, dimostra che da questo Dio, dallo Stato, dal Profitto, questa fetida trinità, discendono le forme più brutali della permanente estraneità a se stessi e, di conseguenza, al mondo. Essa dà occhi per individuare la malefica ragnatela che annulla ogni mattino, il progetto vivificatore del nostro diritto ad esistere.
E' ironica la rivoluzione: annichila i nichilisti!
Ecco: uno dei nemici più pericolosi per la vita è il mediocre. Il mediocre, proprio perché contrario all' umile e al povero di spirito, è il comico fatto aguzzino. Il mondo lo fa pieno e convinto del suo «insapere», in misura che il «deficiente» trova tutto il suo «da farsi» eccellente nelle "operosità secondaria", risolvendo quelle piccole faccende che gli possano dare l'illusione di presumere di valere. Nessuno gli «di-spiega» la sua negatività ontica. E' praticamente impossibile che capisca che è dall'altra parte, nella palude, dove programma su idiozie, espresse con frasi scadenti e parassitarie.
L'inetto, perciò, diventa il tutore della legalità, in quanto la legalità non è l'espressione di un accordo, di un contratto sociale o di una convenienza per la vita, ma la sua stessa coscienza. Infatti, il mediocre ha scelto, per statuto cromosomico, di statalizzarsi, per interferire e appesantire le faccende ordinarie degli uomini. L'esempio più noto é reclutato tra la questa sottospecie ruminante, i maestri di scuola. Costoro, dalla scuola materna all'università, leggono e ripetono, e pretendono, nella loro meschinità, che tutto venga, ancora ripetuto come lezione.
Teso ad ideologizzare tutte le varianti del profitto, il mediocre può trovare onore solo tra coloro che determinano l'infuriare delle manie del momento: quelli che vestono, parlano e guardano così come è di moda. Poi, se cambia tutto, per calcoli di mercato, il mediocre s'allerta e coordina affinché ogni cosa ritorni dalla parte della sana e antica riverenza: il suo scopo è custodire l'immagine del Potere, sempre preparato a futura memoria.
Ma c'è un punto che bisogna chiarire bene, affinché il mediocre non possa portare avanti il suo estremo inganno.
Lasciare e pensare che tutto di questo mondo sopravviva? In verità, nessuno ha mai degnamente spiegato per quale significato e rispetto a quale ben individuato Valore. Lo chiedo ai seguaci dell'eternità mondana: se tutto si risolve in una replica, ovvero, se replica non è, per ritrovarsi con chi? E per compiere, in ultima analisi, che cosa? Per essere chi? Perciò, la propaganda sull'eternità dell'uomo è ciò che rende la religione degli uomini spregevole, il male dei mali. Tutte le prediche hanno, infatti, una sola premessa: che la vita è soltanto per "la vita del dopo". Un oltraggio per l'esperienza e per l'Assoluto.
Il religioso-fariseo, é, quindi, colui che contraddice e manipola il Sacro, con perfidia. Insegna a mendicare aiuto, ad amare la propria piccolezza, ad essere un gioiello falso. Rende santa l'alienazione. Egli, vita mancata, intende associare tutte le altre vite mancate, creandone delle nuove. Ha infatti capito il meccanismo della perdizione: chi soffre, ama soffrire di più.
Contro i farisei, bisogna evidenziare sempre che, quando ti aiutano, in te vedono, in un momento di inconscia lucidità, solo il loro dolore, la dimostrazione, la più perfetta, dell'inevitabilità della solitudine maligna, quella che nasce non per il desiderio di restare con sé stessi, ma perché, guardandosi, ognuno non possa trovare niente altro che se stesso.
Dunque, filosofi, religiosi e letterati sono identici: poveri giocolieri della parola. Preserviamoci sempre dal reliquiario religioso-farisaico. Guardiamoci sempre le spalle da questi maniaci intrufolati ovunque, con quest'aria di carità pelosa, con questa tolleranza intollerante, con questo benedire il maledetto, vino diventato aceto già nel grappolo. Non possono dare ebbrezza. Sono le parole svuotate di umanità. Poiché sono lo sterco della coscienza, non a caso hanno Idoli e Libri Sacri.
Un'altra parola sui filosofi: sono la stupidità che si crede capace di creare. Basti solo pensare che hanno giustificato e sistematizzato, per l' uomo, la più irrazionale delle categorie: quell' eterno, di cui si é detto. Senza questa presunzione d'essere senza tempo, non potevano altrimenti fondare tutti gli equivoci ragionamenti sull'io, sul tempo, lo spazio, la rappresentazione, la coscienza e così via. Ogni filosofo, almeno nel suo privato, ha avvertito che tutti gli edifici speculativi si reggono su questo povero fondamento: la staticità che pretende di conservare un suo divenire; un divenire che, malinteso, viene stritolato nella staticità di quello che si é. Non a caso la possibilità di rapportarsi all'Assoluto, data dai filosofi, è la stessa povera cosa del dio della religione. I letterati, poi, hanno utilizzato queste duplici volgarità per tenere il pensiero lontano dal reale, in misura che questa corte servile abbia, in ogni epoca, la possibilità di volgarizzare la cognizione dell'ente, ritenuto "un produttore di sé".
La ragione primaria può percorrere, già nella vita, orizzonti che ci portino lontano dai mediocri, dalle credenze, dalle futilità e ci faccia diventare spettatori di una scena di grande silenzio, in un ritrovarsi totale in quello, che i religiosi pronunciano senza capire, e che su noi si espande come Spirito Santo.
Egli è il solo Soggetto-Oggetto del pensiero che impone, per pura legittima comunione, di pensare in termini assoluti.
La verità che deve invece essere posta come premessa alla comprensione dell' Essere è che le categorie dell' Uno hanno bisogno del mio esistere. Altro che nichilismo !! Senza, la «coscienza umana per esse», sono, di fatto, inesistenti e spacciate. Senza di me, l'Essere-tutto-pieno, sarebbe vuoto. Io sono la sua bestemmia e il suo cantico. Perciò, l Assoluto è costretto a rendersi umano e non è sorprendente che urli con me, soffra la mia sofferenza, combatta la mia temporalità, vestendosi, pur nella sua eternità, di tempo. Io sono la gloria e l'assassino dell'Eterno. Egli è la mia vita e il mio giudice. E' il mio pastore che non trova pascolo per saziarmi; che non ha un giaciglio per farmi dormire; che non ha verità che riempiano l'animo; che non dona affetti che diano riposo.
In me Dio, ipostasi mai antropomorfica, è individuato nella sua creatività e storicità. In me ingloba la tragedia del tempo, di tutti. Accompagnandosi all'Uomo-Dio, non si abbrutisce; sa le mie mosse, le determina. Prepara sentieri attraverso cui incontro eventi solo nuovi per me. Mi esalta e mi abbassa per lasciarmi credere libero. Mi fa pregare sapendo ciò che voglio. Crea e sprigiona misteri perché si illude e si ama in me. Forse sarebbe letterariamente possibile scrivere: «Sappiate che Dio piange, se piango».
La ragione può adesso darsi finalmente una connotazione, essendo esaurite le sue illusioni. Essa ci dice che l'ateismo non è un risultato a cui è giunto il pensiero. L'ateismo è fondato dallo stesso Assoluto, allorché si lascia presentare come dio. Si potrebbe dire che l'Assoluto ama principalmente gli atei, perché non consentono una visione antropomorfica e rituale dell'Uno. Gli atei dimostrano che l'Eterno, quando si presenta come il dio-religioso, appare come un accattone e un mendicante e, siccome raccoglie poco da questo presentarsi sotto false spoglie, lo si vede cadere ancora più in basso e, da ciarlatano, fare miracoli. Un operare che all'Assoluto é totalmente estraneo, per l' immediata e semplice evidenza che l'Uno non opera e non ha bisogno di operare, né tanto meno creare condivinità.
Dunque, è dio l'origine di tutte le bestemmie contro l'Assoluto. Gli uomini, infatti, nutrendogli affetto solo per paura, quando lo individuano nelle misere condizioni da dargli persino un nome, si scatenano ad innalzare inni ed altari i più blasfemi possibili.
Nulla conosco sotto questo cielo
che quanto voi sia miserabile, o dei!
Meschinamente vi nutrite
agli altari delle offerte
e la vostra maestà solamente
è la preghiera, il fiato.
Morreste affamati
se fanciulli e disgraziati
non fossero folli
riempiti di speranza
(Goethe: Prometeo).
Ancora: quale speranza riporre in un dio, che è autolesionista: «Che cosa è questo Dio, che fa morire Dio per placare Dio?» (Diderot).
Obiettivo dei seguaci di dio è innanzi tutto distruggere il pensiero, l'io ontologico, quello che magnifica l'Assoluto e che perciò ha tempi più lunghi della vita stessa. Per questo l'uomo sano ha creato non la pretesa di un'anima eterna, l'offesa più grave verso l'Assoluto, ma il potersi presentare, avendo la grazia dell' immortalità, lungo i sentieri che vanno verso il Vero Immenso.
Viceversa, su questa anima eternizzata è poi organizzato tutto il fronte delle iniquità. I farisei attaccano la natura, svilendola in tutte le forme e, infine, proprio essa, che definisce, per l'uomo, la pienezza materiale di Dio, è ridotta ad oggetto della scienza matematizzante, alla pura descrizione meccanica e alla "copenicana-Kantiana" rappresentazione categoriale, giungendo alla teoria più idiota concepita dall'intelletto umano: la teoria dell'evoluzione della specie, il capolavoro dell'inosservanza.
Dopo, ma subitamente, attaccano il sesso, cioè il ruolo che consente all' Essere di presentarsi continuamente a se stesso come divenire. Fanno del piacere, un danno e un peccato; del godimento, una tristezza.
Ormai sappiamo chi è il criminale: è l'uomo-fariseo, l'uomo che fa delle sue fobie lo spettacolo più osceno contro la vita.
5 - Pur non sapendolo, quando uno nasce, nasce in gioia e in compagnia. Ma è una falsa partenza. Durante il percorso e specialmente alla fine della strada ognuno finisce necessariamente solo: vero che c'è una certa età in cui ci si lamenta di questa solitudine. Sono gli anni del romanticismo. Ma la vita è altro che lamentela. Anzi, quando la solitudine è rettamente vissuta, è un bene senza pari. Infatti, solo con la solitudine ci si eleva verso mete infinite. Tutto dice che non si può fare una cordata verso l'Assoluto. Infatti, se si accetta di perdere questo divenire e ci si carica di tanta insofferenza che perfino la «malattia» arretri, allora si vedrà gli altri non ai lati della strada.
Proprio adesso la solitudine pesa maggiormente, ma nello stesso tempo non nuoce. Vedi con occhi nuovi. Le pareti di una stanza si allargano; il cielo assume le sue proporzioni; i discorsi inutili diventano come le mosche; i libri sacri diventano ornamento e arredamento delle case dei parvenu.
Tu diventi l'essere che sfida. Perciò sta qui la vittoria: conquistare anime nobili.
Non è una grande scoperta dire che tutto cambia. E' invece importante dire che, quando ti sei individuato, non hai più niente da cambiare in te. Deve essere distrutto ciò che ti sta davanti come oltraggioso. Parti dai più vicini, perché essi sono i maggiori colpevoli. Indica loro ciò che devono fare, poi lascia che si perdano. Non sono propensi al sacrificio. Vivano pure come credano. Però liberatene.
Sappi che la tua opera è la tua eredità. L'opera è la tua solitudine e la tua sofferenza che si fanno testimoni oltre la morte. Gli altri saranno muti. Sentiranno che vivere è differenza. E' detto: si può strisciare o si può diventare dei. Il termine è l'Assoluto.
Nessuno pensa che tutto passa: lo vive. Ma essendo la vita torbida, essa non può determinarsi come realtà. E' essa la finzione che sembra regalarci un reale, mentre subdolamente ha già pronta la sera. Ciò dimostra che è sempre tardi il tempo di decidersi a scendere in lotta. La vita ti dà da mangiare: ebbene non ingozzarti; essa ti dà lavoro, ma trasformalo in pensiero; essa ti rende, con gli anni, sempre più uomo e tu diventa altro. Snatùrati.
La morte è un pensiero degli adulti, dei sapienti. I bambini ignorano il mondo del niente: essi sono saggi per la loro freschezza, raggi dell'Assoluto. Essi vedono tutto grande, vedono non ciò che è, ma quello che loro vogliono che sia. Il mondo è il loro mondo: accanto a loro sentono una presenza, un Altro: perciò si potrebbe dire che Dio acquieta il suo dramma quando si fa piccolo, perché questa é la condizione in cui l'immagine non nasce al mattino, ma è totalmente uno stato, un età.
Però quanti potrebbero riuscire a vivere, essendo adulti, come ingenui fanciulli? Nessuno può ingannarsi fino a tale punto. La vita è là e noi abbiamo un altro mezzo: la resa.
6. Il fatto che si sia "parlato" dell'Assoluto non implica che l'Assoluto possa essere descritto. L'Assoluto, come Totalità, al contrario, è ciò di cui si deve, necessariamente. tacere. Esso è interminabile e indescrivibile.
Il primo, é semplice. Ciò che noi possediamo in maniera umana e naturale, non può essere estraneo all'Assoluto. Perciò "le primalità" le possiamo intravedere nel massimo dei massimi gradi. E su questo si può e si deve parlare.
Secondo modo. Nel caso dell'Assoluto é la Ragione che utilizza il suo unico strumento per pensarLo: la deduzione. Infatti, quello che a noi sembra essere la più precisa e profonda connotazione dell'Assoluto è, di fatto, la sua semplice e umana concettualizzazione nel pensiero. Le parole che noi produciamo intorno all'Assoluto non sono la rappresentazione dell'Assoluto, ma la pura deduzione che noi operiamo partendo dal suo concetto.
Per conseguenza, noi non conosciamo la logica dell'Assoluto, ma forziamo la logica fino alla sua possibilità assoluta. Chiamiamo perciò Assoluto, l'invalicabile, la vetta che non ha né sentieri né cime.
7. Si sa che Aristotele definiva la tragedia «imitazione di vicende che suscitano pietà e terrore e che mettono capo alla purificazione di tali emozioni». E' evidente che il tragico è individuato come particolare forma di arte. Da questo punto di vista, la definizione aristotelica ci aiuta poco. Acquista, viceversa, un capitale significato quando rinuncia a riferirsi a «imitazione di vicende» e diventa «la qualità» di ogni possibile vicenda, ossia quando diventa una definizione ontologica: si capisce che nella vita la grandezza è data dalla pietà e dal terrore.
E però, quando viene raggiunta la consapevolezza che chi recita e chi è spettatore sono la stessa persona, allora la pietà diventa lo stesso terrore, ossia il terrore che annulla in sé la pietà
Succede un po' come nei terremoti. Essendo vicini all'epicentro e non essendo stati particolarmente colpiti, si sente il bisogno di soccorrere gli altri e contemporaneamente, di premunirsi per salvarsi dalla medesima calamità. Solo così, la pietà ed il terrore convivono e tutto diventa attesa. Tuttavia, quando il terremoto si scatena sulla nostra esistenza, c'è solo terrore e panico di morte.
Contro questa coscienza si innalzano tutte le finzioni possibili, ignorando che più si hanno illusioni, più feroce è la forza che ci annienta. E non solo il sonno eterno è morte, ma è morte lo stesso sonno quotidiano. La stessa vita si trasforma in fobia ed essere nel male si trasforma nel bisogno di provocare male.
Dio ha, perciò, terrore di restare senza uomo; noi di restare senza significato. Infatti, pensare in termini assoluti, significa pensare tutte le possibilità dell'«annientamento» e il modo come superarlo.
Siccome le parole complicano la chiarezza del discorso, in quanto esse stesse sono il principale esempio di finzione, è bene chiarire che il terrore non è affatto sinonimo di angoscia. Il terrore, proprio per essere ontologico, è naturale. E' un'entità.
Altra cosa è l'angoscia. Questa è un atto semplicemente psicologico, senza alcun riscontro con il reale. Per essa il limite diventa più limite; l'aridità diventa la costanza di un agire vuoto e ripetitivo, la vita, per dirla in breve, si rivolta contro se stessa. Con essa il dolore che ci viene risparmiato, non solo è alimentato artificialmente, ma noi stessi lo facciamo diventare permanente e il corpo e l'anima si danneggiano a vicenda, al punto che la morte è preferita all'angoscia.
Il terrore è, invece, la trepidazione dell'essere, che è giustificata dal fatto stesso che l'essere vive. Il terrore è la vita che si placa e si difende. E' un atto d'amore verso la vita, essendone l'umore. Al contrario dell'angoscia, che è prostituzione alla morte, il terrore è il mezzo attraverso cui viene verificata la qualità della vita.
L'uomo deve restare fermo a ciò che è immutabile. Ricordarsi sempre che la tragedia non ha creato Dio e l'uomo: ha creato me "davanti" all'Assoluto. L'angoscia ha creato li dio delle religioni storiche. Se uccidiamo dio non solo tutto è permesso, ma è permessa finalmente la maggior pausa di felicità.
Guardiamo, allora, il terrore come positivo e vediamo di raccogliere i primi risultati:
- innanzi tutto, che non siamo soli, ma abbiamo un senso e una radice; che abbiamo un rapporto preferenziale con l'Assoluto e che in questa condizione siamo unici fra tutte le specie esistenti.
- secondo: che la passione per l'Assoluto possiamo trasferirla nella vita che Dio governa.
- terzo: che il raggiungimento di questa pienezza sia verso l'Alto che verso la Terra, ci inebria a tal punto da prospettare "gli intervalli del terrore".
Questo é servito ad un'infinità di pensatori per fondare non cammini verso l'Assoluto, ma un pensiero di bassa lega, una scuola: il materialismo. Ma, anche in questo caso si vede come attraverso sentieri corrotti si possa arrivare ad intravedere il vero. Infatti questa categoria di logici, che è poi l'insieme dei filosofi per eccellenza, trova il determinismo come pura constatazione empirica.
La loro forza è l'osservazione dell'oggetto. E qui è anche la loro povertà. Il loro autoinganno consiste nel fatto che hanno parlato senza prima avere spiegato come un pezzo di carne, di origine animale, possa prodursi o legarsi a questo sottile prodotto comunemente definito pensiero.
Ora, cominciamo col dire che non hanno nemmeno compiuto una semplice osservazione, vale a dire quella per cui la nostra materiale diversità, palpabile e visibile, avrebbe dovuto portare all'assenza stessa di un pensiero comunicabile.
Allora è per una via maestra che va conquistato il determinismo.
Bisogna perciò dimostrare non l'esistenza di un determinismo "banale", bensì due forme di produzione esistenziale. Una, difficile e composita, che "riguarda" la mente e che spesso la stessa mente pensa di aggirare; l'altra, semplice e sperimentabile, puramente induttiva, di natura scientifica. Il primo determinismo assume questa qualità per la sua origine extra-temporale; l'altro per il semplice accavallarsi della serie causa-effetto.
Il processo si complica allorché, posto nei termini esatti, si noterà che, nella stessa persona, il corpo ha una "sua" mente e la mente un "suo" corpo. Cosa che, per dirla semplicemente, evidenza un fatto da tutti taciuto: che noi non siamo una persona, ma due entità distinte e separate per origine, fini e capacità.
9 - Ora occorre che si comprenda una verità capitale. Non si può peccare contro l'Assoluto. Il peccato comporta un piano di parità, implicante un insulto che deve presupporsi reciproco. L'Assoluto non può essere toccato da niente che pretenda di sminuirlo, giacché niente può esistere insieme e al di fuori di esso. Dunque non c'è peccato. Ma al posto del peccato gli uomini dovranno badare all'offesa che fanno a se stessi e alla natura. E questa offesa giustamente non deve essere tollerata. Ancora una volta è la vita stessa che lo stabilisce.
Occorre capire che il rapporto è almeno in tre: io, Dio e l'Assoluto. Quello che si risolve in rapporti umani è puramente meschino. Gli uomini da soli non sono che un momento della natura: sono un ordine fisico.
E meglio essere tesi come un arco e sapere che da questa tensione fa scattare la freccia che centra l'Immortalità, piuttosto che essere tesi da mani plebee che nemmeno sanno stabilire un bersaglio. L'arciere è l'Essere che prendendoci diventa un tutt'uno con noi. Lamentarsi è non capire la grandezza: non badiamo a noi così curvati, guardiamo dove siamo spinti. E' utile ripetere: le cose non sono fatte per apparire sempre in un modo e tutti non vediamo le stesse cose nella stessa maniera.
E' tempo, in ogni caso, di chiudere queste premesse.
Se noi pensiamo che l'Assoluto è la Sola Verità, la verità non è una questione logica: è una condizione. Di conseguenza, deve essere qui stabilito che la verità, dal punto di vista storico, non è altro che una ricerca riferita ad una serie di individui o fatti esemplari. Finalmente possiamo trattare con dei soggetti e le filosofie, ovvero le religioni, potranno trovare un posto solo in quanto le tramutiamo in fattori biografici.
In altre parole, come la verità assoluta é la stessa biografia dell'Uno, così il grado di verità a cui giunge l'uomo è il modo stesso come tra gli uomini si stabiliscono un ordine e una gerarchia spirituale.
Dio si compiace di scegliersi i suoi eletti. In quest'opera è plausibile che abbiamo la migliore accettazione dell'Assoluto: Egli é la misura. L'Assoluto è il grado massimo che in quanto tale stabilisce il grado infimo. Pensiero ed esistenza si dispiegano secondo questa piramide. L'Assoluto è l'autore e il garante della gerarchia e ciò che sta in basso esiste per compiacere un ordine. E' inevitabile concludere che tutti possono agire e pensare secondo quanto per loro è stato stabilito.
Più vicino a Dio è chi è più gerarchicamente pieno di vero. Per dirla in concreto: l'uomo che ha il più alto tasso di solitudine e di diversità.
"Chi mi ha toccato?" dice alla povera donna che, solo a sfiorarlo, spera la guarigione. E' la vergogna sul volto di quella donna che lo porta a perdonare. Comunque, se si crede ancora all'uguaglianza e non alla gerarchia, si ricordi un racconto evangelico, che pur pensato come favole, possiede una sua morale: che in un'ora di tempesta e di vento, Gesù dormiva e che, scandalo degli scandali si mise a camminare sulle acque.
La democrazia è la forma dell'espressione sociale degenerata. L'Assoluto è la fonte della diversità.
Ogni volta che un'esistenza tragica si trova tale, si crea il mondo come originario. Ogni grande uomo è un'era. E' il battito del cuore dell'Immortalità. Egli può diventare qualunque cosa: essenziale è che nel suo esistere raccolga il destino della sua epoca.
Il fatto è che (si riporta fino alla nausea) l'esistenza tragica, ossia l'esistenza gerarchica, spinta alla sua massima tensione, è il solo modo di porsi al di la della morte, dell'abitudine.
Siccome agisce al massimo della sua energia, «l'eroe» non solo pensa in primo luogo alla vita, ma, ammesso che pensi alla morte, la pensa poeticamente. Si potrebbe dire che per lui la morte resta inesplicabile.
L'esistenza tragica è per così dire, essenzialmente un progetto. Il passato è ciò che gli è servito ad essere quello che è; il suo presente è il fardello da cui, con azione eclatanti, tenta immediatamente di liberarsi. Egli, il genio, dimostra questo: dal momento che non si può essere eterni, l'obbligo è di vanificare il tempo. La vita è nel suo scopo.
10 - Che i sentimenti siano eventi accidentali è, si può dire, un'esperienza democratica. Quello che bisogna far capire, in tutta evidenza, è che sono un menzogna spudorata. L'immediata dimostrazione si potrebbe evincere dall'uso sproporzionato della parola «sempre», a cui la vita non ha mai saputo dare una benché minima testimonianza. Ma i motivi legati a quest'ordine di effettualità sono altri.
In quest'ultima condizione, il giuramento eterno appare per quello che è: una sdolcinatura da adolescenti. Grave è che, contemporaneamente il darsi diventi servitù ed essa viene per giunta esaltata e accettata per il solo fatto che, in questi primi approcci, si consumano puramente naturali bisogni carnali.
Ripensando questa fase, più o meno attraversata dalla maggioranza dell'umanità, si può ritrovare nella donna la fonte dei sentimenti, della vanità o di quella che col tempo si tramuta in perfidia e logoramento della tranquillità quotidiana. Si potrebbe dire che la donna è nel matrimonio, in cui viene santificato questo mondo volgare, ciò che è il fariseo nella società.
Che cosa rende, invece, l'uomo e la donna degni di reciproca affinità e godimento? E' qualcosa che va al di là delle parole e dei sentimenti: è la passione. Essa è biologicamente fondata, scritta in maniera indelebile nel codice genetico. E' la «ragione» dell'uomo verso il mondo; è la base che rende ognuno necessariamente determinato a legarsi solo ed esclusivamente ad una particolare «donna». La passione è la selezione perpetrata, fin dall'origine, fra quanto ci appaga oltre la giovinezza e quanto si tramuta nell'unico conforto dell'andare insieme. Essa è scandalo perché è follia ed è ciò che maggiormente la società, così come è fatta, abiura e teme. La tua donna è l'amica, la compagna, l'amante e, finalmente, moglie.
Questa condizione ha il modo di farsi riconoscere: la passione non nega mai niente; è il darsi incondizionatamente. Essa sancisce una unione «stabilita». Per essa il matrimonio istituzionale è l'abominevole e la morte.
11 - Quando uno si lega a determinati valori si rappresenta il mondo e lo giudica nello stesso modo determinato. E però quando crollano i valori non si può certamente credere che sia crollato l'Essere. Bisogna prendere atto che a morire sono le illusioni sulle proprie condizioni. Non solo: se l'evento della fine dei propri pensieri falsi si situa, per la stessa acutezza di vista che genera ogni perdita, nella prospettiva di qualcosa di più grande, allora bisogna convenire che più si perdono convinzioni, più si acquistano superiori conoscenze.
L'aver raggiunto il risultato che si cambiano valori solo cambiando il proprio stato, si prova quando, solo nascendo di nuovo alla vita, si crea altra vita. Non si può perciò fondare grandi valori senza diventare contemporaneamente grandi. La pura ricerca diventa vana se, sapendo di individuare il sacro, non si diventa sacri.