
TALETE (Mileto, 640/624 a. C. - 547 a. C.)

In un lembo del mediterraneo orientale, in Asia Minore, corrispondente all'attuale Turchia, dei colonizzatori greci fondarono la prima Scuola di Filosofia dell’occidente, nella città di Mileto.
Il principale problema posto da Talete, uno dei sette saggi, che è ritenuto il caposcuola, è il seguente: si può ridurre la molteplicità ad unità? C'è qualcosa di comune tra un uomo, un cavallo, un pesce, una rapa e una pietra?
Per trovare la soluzione Talete fu costretto a trascurare ogni particolare e riferirsi ad un universale.
L'udor o elemento umido, volgarmente acqua (che correttamente, data la sua esplicazione lineare, il suo successore Anassimandro, chiamò principio o archè e non già fondamento), è inteso come “ciò da cui derivano e si risolvono tutti gli esseri”, “ciò che permane identico nel mutarsi delle sue affezioni”, secondo la successiva lettura di Aristotele (Metafis.).
Se dall'udor si genera tutto, allora l’accettazione di tale principio naturale comporta la forzata conseguenza di ritenere la materia non inerte ma vivente (ilozoismo). Inoltre, poiché tale elemento, pur formando infinite varietà, non subisce alcun cambiamento, determina il paradossale fatto per cui l'eterno (“ciò che continua ad esistere immutato”, come dirà sempre Aristotele) vive in ciò che continuamente muore. Ciò spiega la frase di Talete "tutto è pieno di dei".
Questo semplicistico e pur fondamentale ragionamento fa cogliere i criteri su cui sorge il pensiero filosofico di Talete e che fa, dall’inizio e per sempre, distinguere la filosofia da ogni altra forma di sapere.
Questi criteri sono:
1 - La ricerca sull'origine della natura, e quindi dell'uomo, deve avvenire nell'ambito stesso del cosmos;
2 - La razionalità si pone come totalmente diversa dal sentimento mitico e religioso;
3 - L'identità di ragione filosofica e ragione scientifica è la Ragione;
4 - Tutto è sottomesso al principio che nulla si crea e nulla si distrugge;
5 - La delineazione della materia come vivente pone la materia in sè come attività autoorganizzatrice;
6 - La ricerca cosmologica precede la ricerca antropologica;
7 - L'accettazione di qualunque risultato è conseguente a precedenti criteri.
Un discepolo di Aristotele, Simplicio, concordando con un altro peripatetico, Teofrasto, scrisse di Talete: “E’ tradizione che Talete, per primo, abbia svelato ai greci l’indagine intorno alla natura, pur essendoci stati molti altri ricercatori. Ma Talete superò tutti coloro che lo precedettero a tal punto da farli completamente dimenticare. (In Arist. Phis.)”
ANASSIMANDRO (Mileto, c.a. 610 a.C. - 546 a.C.)
La superiore speculazione di Anassimandro ha portato alcuni a ritenere che egli sia da considerare il vero fondatore della Scuola di Mileto. Ma il suo procedere filosofico presuppone un periodo di convergenza e dipendenza del suo pensiero da quello di Talete.
Il suo distacco avvenne allorché mise in discussione la scelta dell'udor come archè e, non trovando plausibili ragioni, contrappose ad esso non un altro elemento naturale, ma un altro elemento naturale non determinato nè determinabile (nell'accezione greca un fùsin àpeiron). Tuttavia dovette ben presto accorgersi che i due termini si escludevano a vicenda, giacché l'archè, se inteso ilozoisticamnte, era sicuramente definibile e definito.
Il suo pensiero si concentrò, di conseguenza sull'àpeiron stesso, inteso come un qualcosa di cui non si può scorgere nè dare un limite concettuale definito. L'aggettivo àpeiron fu sostantivato: divenne l'Indeterminato.
Dell'interrogarsi di Anassimandro su questo tema ci resta un solo frammento che è da ritenere una delle gemme più preziose della filosofia, poiché in una proposizione è miracolosamente racchiuso tutto un grandioso pensiero compiuto.
Esso afferma questo:
"Da ciò da cui si generano tutte le cose in ciò è anche la loro distruzione, secondo necessità, poiché esse pagano l'una all’altra la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo". (Simpl., De physica 24,13)
Si nota chiaramente come ormai Anassimandro si sia abbondantemente distaccato da Talete. Il principio naturale si è definitivamente tramutato in principio reale e che nessun elemento della physis (acqua, terra, fuoco, aria) possa includere quello che è implicito nel mutare delle cose "da ciò .... in ciò", tanto più perchè il "ciò" si lega a considerazioni assolutamente nuove quali "pagare [...] l'una all’altra [...] necessariamente [...] la pena [...] e l'espiazione [...] dell'ingiustizia [...] nel tempo che è stabilito dallo stesso ordine delle cose [...].
L'àpeiron si espande e rientra in sè secondo un ordine rigoroso e nessuna cosa che viola tale ordine può rientrare se prima non abbia autoripristinato in sè o in quello che a sua volta ha generato, l'ordine, pagandone la colpa.
In questo totale determinismo, la libertà non può che essere concepita se non come espiazione (riproposizione di ciò che è), poiché l'ordine è la giustizia, poiché l'ordine è inviolabile.
La giustizia è così profondamente e duramente interna al divenire, immanente, e tutto è pagato "al di qua" e mai "al di là" dell'esistenza. La colpa che non espiano i padri è pagata dai figli, essendo il peccato semplicemente disordine e, fin quando non è scontato, il tempo non è compiuto.
L'apporto significativo alla conoscenza ad opera di Anassimandro è così sintetizzabile:
- L'Essere è un procedere circolare;
- Tale circolarità non può che esplicarsi se non come circolarità di tempo e di ordine;
- L'ordine si autoregola assorbendo il disordine nel tempo stabilito;
- Il disordine è geneticamente pagato dagli enti che lo producono;
- Tutto accade in misura rigorosamente determinata (determinismo e fatalismo);
- Circolarità, determinismo e fatalismo sono identiche connotazioni della giustizia dell'àpeiron.
E', dunque, Anassimandro il disvelatore del criterio logico di trascendentale, che fa della sua filosofia la vera fonte del pensiero occidentale.
ANASSIMENE (Mileto, c.a. 586 a.C. -528 a. C.)
"L'anima nostra, che è aria, ci sostiene, parimenti il soffio e l'aria circondano il cosmo". Quest'unico frammento che ci è pervenuto degli scritti di Anassimène, discepolo di Anassimandro, ci consentirebbe di non dire altro. Anassimène aveva trovato nell'aria un più solido elemento naturale, opponibile all'udor di Talete.
Ma non possiamo non cogliere nel frammento l'aspetto poetico di un cosmo, che si antropomorfizza, vive e respira, creando e vivificando col suo soffio (pneuma) tutte le cose, dalle più basse fino alle celesti e agli dei.
Nè possiamo tacere che in esso è sottinteso il tentativo di coniugare l'inevitabile circolarità del tutto, insegnata da Anassimandro, con la tesi fortemente naturalistica di Talete, secondo cui l'elemento creatore deve poter essere individuabile.
Per Anassimène l'aria costituiva un'insperata soluzione: rarefacendosi e condensandosi, dava, forse con più precisione dell'udor, la possibilità da cui guardare il dispiegarsi del tutto; d'altra parte, essendo così labile, poteva rispondere alle preoccupazioni di Anassimandro; era , inoltre, il modo per riaffemare una posizione di pensiero a cui Anassimène non si sentiva di rinunciare: l'ilozoismo.
Si può dire, perciò, che, accanto ai condottieri della filosofia di Mileto, Anassimène si presenta come la sentinella del fisicismo filosofico, appena nato, che sapeva dar conto delle domande che poneva e delle risposte che dava.
Così possiamo sintetizzare lo sforzo di Anassimène nel contributo di:
- Ristabilire nella filosofia il rapporto inevitabile tra pensiero e cosmos, tra astrazione e concretezza;
- Cercare nella natura, ancora l'archè, che fosse anche circolare, come pulsazione di contrari (Vento- Fuoco, Freddo- Caldo);
- Ostacolare l'indeterminazione, presupponendo che essa potesse dare adito al ritorno del mito e della religione nella filosofia.