In costruzione ed aggiornato al 6 aprile 2008

 

PARMENIDE (Elea, 515 a.C. – 450 a.C)

 

 

La storia della Filosofia è la storia delle battaglie che, di epoca in epoca, la Ragione combatte contro il nichilismo. La ragione è la più idonea delle capacità umane a combattere questa interminabile guerra, perchè conosce la pericolosità del nemico e la gravità della situazione. Essa non si lascia fuorviare da illusioni come succede alla religione e all'arte, perchè si dà conto del Niente come Concetto (ossia non lo nientifica), ma lo ripone in se stessa come soggetto nel Soggetto.

Mentre il religioso contrappone unilateralmente ed astrattamente bene e male, considerati come due modi di due Soggettività antagoniste e l'artista gira e rigira intono al bello e al brutto, al pessimismo e all'ottimismo col medesimo senso di naufragio, il filosofo raccoglie in unità reale e razionale poiché fa della stessa Ragione l'equivalente di Verità (uno dei tanti significati di aletheia) e non corre dietro all'immediatezza dei fatti e delle chiacchiere (doxa). O per meglio dire, accoglie solo il senso dei fatti significativi, ossia essenti, nell'unica casa dell'Essere.

Perciò, i filosofi tutt'al più distinguono tra svegli e dormienti, come sappiamo d'Eraclìto, mentre i preti parlano, da improbabili pulpiti, di fedeli ed infedeli, credenti e miscredenti, disseminati tra inferi e paradisi inesistenti, luoghi che consegnano all'arte che ulteriormente vi fantastica e s'inebria.

La filosofia, nella sua clemenza, accoglie perfino queste forme selvagge della mente, e riqualificandole, dà ad entrambe la plausibilità di far qualcosa sub specie aeternitatis riservando a se stessa l'Assoluto, fermo nella compiutezza del Logos, il Tutto che è in tutti e in tutto. Così, ognuno di noi, come ente-essente non si ritrova sperduto né ha bisogno di inutili resurrezioni giacché trova nel proprio pensiero il senso dell'Assoluto e se ne magnifica.

Mi vedo costretto a soffermarmi molto su ciò, poiché è un discorso da fare con molta cautela, articolato progressivamente, se è costatabile il fatto che, dopo l'aurora di Anassimandro, la fondazione di Eraclìto e Parmenide, la filosofia si è sperduta dietro sirene che, in duemila e cinquecento anni, l'hanno fatta pensare al convivio di pochissimi uomini, mentre il senso comune non ha mai compreso pensieri siffatti.

Tutti riconoscono che esporre il pensiero di Parmenide è cosa ardua. Per quanto ci riguarda non solo è  "cosa" complessa, ma finora non esposta nella giusta prospettiva. Vale per tutti considerare che, tranne rarissime eccezioni, la filosofia di Parmenide è stata spiegata in irriducibile antagonismo a quella di Eraclìto, mentre è vero il contrario: Eraclìto fu il suo punto di partenza, per un discorso originalissimo che dà fondamento tanto alla ontologia, intesa come scienza dell'Essere che alla  "Meta-fisica", la scienza dell'Essere in quanto Essere, quanto ai loro strumenti logici e metodologici.

Disgraziatamente Parmenide, proprio lui che si batté strenuamente contro il pensiero negativo, contribuì a fondare, in maniera duratura, ogni possibile Nichilismo, proprio in quanto lo combatté in maniera durissima. La responsabilità di questa nefasta evenienza è però di quanti vollero interpretarlo senza capirlo. E ne parleremo in tempi opportuni, una volta capita, senza più errori, la sua dottrina dell'Essere.

Il nucleo da cui bisogna partire, come per Anassimandro, sono poche righe che rappresentano da sole un incommensurabile patrimonio.

Per Parmenide non è lecito porre il problema: esiste la Verità o molteplici Verità? Infatti per lui la verità è sempre verità di qualcosa o più precisamente è sempre verità di qualcosa che mi si pone hic et nunc, proprio in quanto la verità semplicemente "é". Questo"è" é l'Essere, che non è mai l'Essere extramondano, ma è questo oggetto qui, questo fatto qui, nel preciso momento in cui lo individuo. L'Essere è "presente", non è mai passato o futuro. Non si può sfuggire a questo "procedere" senza cadere nel "paradosso" di scindere ancora una volta Essere e Pensiero, mentre per Parmenide "lo stesso è pensare ed essere" (fr.3), e il pensare è un "pensare a" così come l'essere é "essere per". Sono gli uomini "dalla doppia testa" che presuppongono un puro pensare o un essere indipendente dal pensiero. Dunque, questa finitezza dell'Essere è per Parmenide "la rotondità" del Vero, il suo presentarsi "fuori dal tempo", "indistruttibile", "immobile" e tutto quanto s'addice a "quanto viene pensato qui e ora".

Chi potrebbe modificare o pensare diversamente "questo fatto qui"? Infatti di esso non è possibile "dire e non dire", dire "che è e che non é" questo fatto qui.

Questo pensare fallace (doxa) s'arresta davanti "alla porta" della "casa dell'Essere", in cui "sempiterna" abita la Dea o l'alètheia (la Verità).

Consegue che non è più proponibile una "trascendenza", nè che l'ente si nasconda dietro/dentro l'Essere o che L'Essere annichili l'ente. Io sono qui, ora, ogni volta, finché c'è "qui e ora".

Si comprenderà quali abissali orizzonti si spalanchino per chi è "benvenuto" nella casa dell'Essere.

 

 

 (Vedi nella parte  FRAMMENTI - SULLA NATURA  la traduzione che sto portando avanti)

 

 

 

 

(Continua)