Conclusione  (1)

(In costruzione)

 

1 - La crisi dell'uomo moderno consiste nel non potere essere se stesso. Essere se stesso equivale a dire poter godere pienamente di tutto quello che ti appaga: esaudire totalmente tutti i propri desideri, qualunque siano i mezzi. Se ciò non accade è perchè l'uomo é  inserito in una ragnatela di fattori tutti concorrenti al suo annientamento, fattori che la stessa storia umana ha costruito, utilizzando precise istituzioni, canoni mirati.
La società è individuata, inizialmente soltanto come mezzo e, per il ruolo che storicamente assume, principalmente e in ogni caso, come estraneità, alterità. Essa, fondamentalmente, appare come un insieme di sistemi ostili multipli e concentrici, la cui individuazione va condotta con estremo rigore.
Questa crisi, dunque, è determinata dalla stessa legge che governa il tutto, ossia  dalla forza primitiva, originaria dell'io libero, che vuole affermarsi, facendosi distruttore e creatore; dall'Io egoista, dalla stessa energia esistenziale che garantisce sia la repressione, sia la ribellione e, più di ogni altra questione, la liberazione. L'Io libero si incatena e si distrugge da solo.  E questo compie sapendolo: l'io capisce che è categoria fondante la positività, ma, nello stesso tempo, è  forza che diventa alienante e alienata, "il sacro", il nesso che porta ad annientare il suo stesso fondamento: la volontà.
La volontà, positivamente, é potenza vitale che garantisce l'esistenza e l'accettazione di "valori", che in tal modo da arbitrari diventano sociali. In altre parole é "ciò che voglio" che é "vero, giusto e bello" ed è vero perchè lo voglio. Né Dio Né lo Stato sono artefici e garanti di alcunché. Né tanto meno i loro sottosistemi.
La volontà si pone paradossalmente ed inevitabilmente come la fonte dell'umanità e della disumanità.
E', pertanto, necessario porre come oggetto di riflessione questa volontà, per capirne non solo i limiti e le capacità, ma la "struttura" ed i meccanismi che la portano a prevalere o a soccombere.
La volontà in sé non persegue fini sociali, anche quanto "costituisce" una società. La società resta sempre per la volontà una costruzione astratta. Allora, in che misura la volontà accetta una società? Ossia quale organizzazione viene attuata dalla volontà e fatta perdurare? La risposta, in astratto, é semplice: la volontà é sociale se non é indotta alla rivolta. Ma, alla fine, ciò comporta che, per addomesticare la volontà, una società reale si fonda sempre su una rivoluzione: su questo nodo la lontananza di Marx rispetto a Stirner è astrale, incomparabile, specialmente se, tanto per fare un esempio, la società che delinea Marx è  essenzialmente e coerentemente internazionale (oggi si direbbe globale).L'universalismo su cui si dispiega la costruzione del comunismo, rende ridicola la comparazione con una società di egoisti o di comunità di vagabondi dello spirito di marca stirneriana.
Scrive Schopenauer: "Ognuno vuole tutto per sé, vuole tutto possedere o almeno dominare e desidererebbe distruggere ciò che gli si oppone." Questa posizione é necessariamente assunta dal momento che ogni individuo é "il portatore del mondo; vale a dire che l'intera natura fuori di lui, e quindi anche tutti gli altri individui, esistono solo nella sua rappresentazione......come qualcosa di dipendente dal proprio essere e dalla propria esistenza, poiché quando perisce la sua coscienza perisce necessariamente anche il mondo". La volontà, comprendendo la sua pochezza nel mondo si fa proprio per questo "il centro del mondo e considera la propria esistenza e il proprio benessere prioritari rispetto a tutto... disposta a sacrificare tutto il resto, a distruggere il mondo solo per conservare il suo io".
La nascita di una società, perciò, deve fare i conti con questo Es individuale-collettivo. E' questa una lotta titanica che deve compiere il pensiero e, nella filosofia moderna, solo Hegel, Marx e Freud si sono cimentati in questo compito. Le lucide osservazioni di Schopenauer,  danno proprio consistenza a questa "volontà sociale" o, per dirla diversamente, alla rivoluzione che sfrutta il fatto che questa volontà é contemporaneamente un onnipotente egoismo, ma fortemente radicato nella paura e nella nullità.

2 - La rivoluzione, per essere considerata tale, implica necessariamente la rivolta, mentre la rivolta non comporta altrettanto necessariamente la rivoluzione. La loro differenza è storicamente facile ad individuarsi: la rivolta nasce da un "accidenti" qualsiasi e si esaurisce nell'ambito di questa accidentalità. Il suo massimo prodotto è quello che solitamente è espresso da ciò che viene definito un moto. La rivoluzione è la pura distruzione dello stato di cose esistenti. Irreversibilmente. E' questa affermazione che certamente porta Marx a contrapporsi a Stirner, ma, per certi versi, li porta necessariamente ad integrarsi.
 

3 - L'ipocrisia della società e della vita odierne é non ammettere che la volontà equivale ad egoismo, nel modo più estremo in cui può essere inteso. Su questo presupposto, Schopenauer, Nietzsche e Freud devono aggiungersi a Stirner, verso cui gli ultimi due pensatori hanno debiti onerosi. Stirner ha questo merito incalcolabile di aver distrutto l'egoità idelistica e di aver sostituito il semplice ed istintivo potere dell'egoismo.
 

 

(continua) 

NOTE

1 - Le presenti Conclusioni sono completamente rivedute e ripensate rispetto alla tesi del 1972.