La Critica all'Ideologia   (1)

 

Secondo Marx (2), "individui determinati che svolgono un'attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici" (p.12). La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, é legata alla vita reale degli uomini reali, emanazione diretta di un "comportamento materiale". Infatti non é la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza (p.13).
Partendo dagli individui reali, la coscienza può intendersi solo come la "loro" coscienza, poiché svincolata dal processo della vita reale e produttiva non può che conservare una parvenza d'autonomia di natura metafisica. Cosicché "laddove cessa la speculazione, nella vita reale, comincia la scienza reale e positiva, cadono le frasi sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il sapere reale". (pag. 14).
Gli uomini possono diversificarsi dagli animali per molti atteggiamenti, ma ciò che li caratterizza come uomini é fondamentalmente la produzione dei propri mezzi di sussistenza. In questa esplicazione produttiva, gli individui esternano la loro vita, onde ciò che essi sono coincide sia con ciò che producono sia col modo di come producono. "Ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni materiali della loro produzione" (pag.9). La liberazione é dunque possibile solo nel mondo reale e con mezzi reali.
I presupposti dello sviluppo storico sono diversi: il primo é che gli uomini devono essere in grado di vivere, cioè mangiare, bere, vestirsi, avere un'abilitazione ed altre cose: "la prima azione storica é dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni" (pag. 18). Il secondo presupposto é la necessità di soddisfare i nuovi bisogni sorti dalla produzione precedente. Il terzo é la riproduzione della vita e la creazione d'una famiglia come rapporto sociale. L'ultimo presupposto é che un modo di produzione determinato é sempre unito ad un modo di cooperazione o ad uno stadio sociale determinato. Solo dopo questi quattro momenti, troviamo che l'uomo ha una coscienza, ma non come pura coscienza, bensì inalterabile prodotto sociale, cosicché quando "la teoria, la teologia, la filosofia, la morale ecc., entrano in contraddizione con i rapporti esistenti, ciò può accadere soltanto per il fatto che i rapporti sociali esistenti sono entrati in contraddizione con le forze produttive esistenti". (pag. 22)
La coscienza del mondo attuale é allora l'esistenza di due interessi antagonistici, l'interesse particolare e l'interesse comune. L'azione propria dell'uomo, basata sull'odierna divisione del lavoro, diventa una potenza a lui estranea laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva, ognuno può perfezionarsi in qualsiasi ramo. Questa estraniazione, questo fissarsi dell'attività sociale, questo consolidarsi del nostro prodotto come potenza estranea che ci sovrasta, che contraddice le nostre aspettative, si avvia a divenire insostenibile nella misura in cui interessa la storia universale, cioè interessa tutta la massa dell'umanità affatto priva di proprietà in un mondo in cui all'incremento della forza produttiva corrispondano relazioni universali fra uomini capaci di far dipendere ogni rivoluzione da quella altrui. Senza di che il comunismo potrebbe esistere solo come fenomeno locale; le stesse potenze dello scambio rimarrebbero circostanze relegate nella superstizione domestica e ogni allargamento delle relazioni una soppressione di tale comunismo locale.Il comunismo é possibile come azione simultanea di tutti i popoli, il che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva. "Il comunismo non é uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente".
Possiamo quindi ottenere i seguenti risultati. Primo: nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutti i pesi della società. Secondo: che la lotta si sviluppa nelle circostanze volute dalla classe che fino a ora ha dominato. Terzo: che la rivoluzione comunista sopprimendo il lavoro alienato abolisce il dominio di classe e le classi stesse. Quattro: che la rivoluzione non é necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma perché solo con la rivoluzione é possibile fondare le basi di una nuova società.
Questa concezione storica che pone il proletariato sul piano della storia universale e che propone la liberazione del singolo nella misura in cui la storia si universalizza, poggia sul terreno storico reale. "Non spiega la prassi partendo dall'idea, ma spiega le formazioni di idee partendo dalla prassi materiale e giunge di conseguenza a stabilire che non é la risoluzione nell'autocoscienza, ma il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti, non la critica ma la rivoluzione é la forza della storia" (pag.30)
"Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che é la potenza materiale dominante della società é in pari tempo la sua potenza spirituale dominante" (pag.35). "L'esistenza di idee rivoluzionarie in una determinata epoca presuppone già l'esistenza di una classe rivoluzionaria". La classe rivoluzionaria si presenta come espressione dell'intera società, poiché si pone come l'intera massa della società in antagonismo con la classe dominante. La sua forza é nella sua lotta estrema e quindi risolutiva della contraddizione fra le forze produttive e le forme di relazione.
Se le precedenti rivoluzioni hanno creduto di basarsi su obiettivi astratti, anche perché "gli individui da cui procedevano le rivoluzioni si facevano essi stessi delle illusioni sulla loro propria attività", la classe rivoluzionaria odierna sa di essere sorta come prodotto e forza risolutiva di antagonisti di produzione e forme di relazione.
Il mercato capitalista (3) ha in pugno continuamente la produzione e la vita degli operai. La separazione tra capitale, rendita fondiaria e lavoro é uno dei modi dell'esplicazione della disumanità del sistema capitalista. L'operaio é in costante posizione di perdita: infatti "non é detto che egli guadagni necessariamente quando guadagna il capitalista, però quando questi perde egli perde necessariamente" (pag.12); "i prezzi del lavoro sono assai più costanti dei prezzi dei mezzi di sussistenza"; la disoccupazione alimenta una sorda lotta tra gli stessi operai per l'occupazione mentre la concorrenza fa diminuire il loro prezzo; l'operaio é inquadrato nelle diverse categorie che catalogando l'efficienza mercificano anche i sentimenti. Tra l'altro "con la divisione del lavoro da un lato e con l'accumulazione dei capitali dall'altro, l'operaio dipende in un modo sempre più netto dal lavoro e da un lavoro determinato, molto unilaterale e meccanico". (pag.14) La disoccupazione, la degradazione a macchina, l'eccesso di lavoro, gli omicidi bianchi sono i termini tra cui l'operaio vende se stesso. Tra l'altro "in una situazione sociale regressiva, la miseria dell'operaio é progressiva, in una situazione progressiva la miseria é complessa, in una situazione stabile la miseria é stazionaria" (pag.17).
Così nella spoliazione progressiva del lavoro si verifica un'accumulazione del capitale in poche mani: il grande capitalista accumula i profitti del piccolo dal momento che i capitali vengono abbandonati al loro corso naturale.
"La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci" (pag.71). L'alienazione del lavoro consiste "nel fatto che il lavoro é esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere e quindi nel suo lavoro egli non si afferma ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito"(pag.75). Questo sottoporsi ad un lavoro forzato, questo lavorare per altri, questo sforzo per soddisfare bisogni estranei, rendono l'uomo capace sì e non, "di essere libero nelle sue funzioni animali e più che bestia nelle sue funzioni umane".
"Il lavoro estraniato strappando all'uomo l'oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie", rendendolo un mezzo della sua esistenza individuale. Si regredisce ad una produzione animale che perde il suo naturale carattere universale per assumere un aspetto bruto ed "unilaterale". "Dunque nel rapporto del lavoro estraniato ogni uomo considera gli altri secondo il rapporto e il criterio in cui egli stesso si trova come lavoratore"; "se l'uomo si contrappone a se stesso, l'altro uomo si contrappone a lui" (pag.80).
Da questo lavoro alienato deriva la proprietà privata, diventando essa contemporaneamente il prodotto e il mezzo con cui il lavoro si aliena, la realizzazione di questa alienazione: la proprietà privata si ricava dall'uomo alienato. Da questo rapporto si conclude come "l'emancipazione della società dalla proprietà privata si esprime nella forma politica dell'emancipazione degli operai".
Non dobbiamo quindi interessarci del mondo del lavoro con presupposti ideologici, né ricorrendo "ad uno stato originario fantastico" bensì tenendo conto della economia nel suo svolgimento necessario. In questo modo é possibile vedere di quanto l'operaio sia derubato attraverso il suo stesso lavoro e nella stessa approvazione del mondo." L'intero movimento della storia é quindi l'atto reale di generazione del comunismo". Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata esprime il ritorno dell'uomo come essere sociale, é il superamento dell'uomo non sociale. "L'occhio é diventato occhio umano non appena il suo oggetto é diventato un oggetto sociale umano che procede dall'uomo per l'uomo. Perciò i sensi sono diventati immediatamente, nella loro prassi, dei teorici. Il bisogno o il godimento hanno perduto la loro natura egoistica e la natura ha perduto la sua mera utilità, dal momento che l'utile é diventato l'utile umano" (pag. 117). La società é l'unità essenziale del naturalismo compiuto dell'uomo e l'umanesimo compiuto della natura.
Il comunismo come movimento reale va al di là del comunismo rozzo che é la generazione e il compimento della proprietà privata. Per il comunismo rozzo il dominio della proprietà sulle cose é così grande "che esso vuole annientare tutto ciò che non é atto ad essere posseduto da tutti come proprietà privata, vuole quindi prescindere violentemente dal talento. Il possesso fisico immediato ha per esso il valore di unico scopo della vita e dell'esistenza; l'attività degli operai soppressa ma estesa a tutti gli uomini; il rapporto della proprietà privata rimane il rapporto della comunità col mondo delle cose". "Al matrimonio (che é indubbiamente una forma di proprietà privata esclusiva) si contrappone la comunanza della donna, dove la donna diventa proprietà della comunità, una proprietà comune. Si può dire che questa idea della comunanza delle donne é il mistero rivelato di questo comunismo ancor rozzo e materiale" (pag.108). "Tale comunismo non può che negare la personalità dell'uomo e l'avidità si ripresenta come invidia universale e tendenza al livellamento. Il fatto che sia espressione conseguente della proprietà privata lo dimostra la rappresentazione della "comunità in veste di capitalista generale". (pag.109). Con la soppressione positiva della proprietà privata, il comunismo vero,sopprime ogni possibilità di alienazione e travestimento. Non tollera più che i mezzi di sostentamento siano di un altro, un "desiderio" né che ogni cosa sia qualcosa d'altro da se stessa. Il comunismo é la fine di ogni potenza disumana. Nell'ideologia (4) gli uomini e i loro rapporti appaiono rovesciati come in una camera oscura con la stessa naturalezza per cui il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Tutto questo capovolgimento della realtà avvenendo nella realtà stessa non può che configurarsi come una necessaria sublimazione del processo materiale della vita degli uomini.
Gli ideologi non si rendono conto dei reali rapporti degli uomini, delle connessioni pratiche che configurano la storia reale, ma prendono qualche aspetto della realtà o una propria sublimazione, per assolutizzarla, facendone un principio a priori che esplichi i rapporti degli uomini.
La loro critica é in generale senza conseguenze, proprio in quanto la classe dominante ignora o ingloba quello che essa stessa ha indirettamente creato. ("La ciarlataneria filosofica suscita un benefico sentimento nazionale persino nel petto del rispettabile borghese").
Poiché secondo "questi industriali della filosofia", le relazioni fra gli uomini, ogni loro fare e ogni loro agire, sono prodotto della loro coscienza, non resta che cambiare questa coscienza con una "critica egoistica" per sbarazzarsi di ogni impedimento. Impegnati in una estrema lotta alle "frasi", gli ideologici non trovano il tempo di ricercare il nesso tra la loro determinata filosofia e la determinata realtà in cui pensano "frasi che scuotono il mondo".
L'inganno intorno a cui costruiscono gli ideologi é l'aver distaccato la coscienza dalle sue condizioni, l'aver cercato o postulato una coscienza pura che non sia più "infetta dalla materia", dimenticando che la coscienza, proprio perché intimamente collegata al linguaggio, é una coscienza reale, pratica, che esiste anche per gli altri uomini ed é quindi un prodotto sociale. La coscienza può anche figurarsi di essere qualcosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente, passare a formare la pura teoria, quando si sia istaurata come espressione dell'uomo alienato, la divisione del lavoro, la differenza tra lavoro manuale e lavoro mentale. La teoria, la teologia, la filosofia, la morale hanno quindi un'autonomia illusoria che le rende inefficaci nella vita reale, facendone un insieme di illusioni opposte alla vita reale che deformano o sostengono.
La totalità astratta che postulano gli ideologi é quindi nient'altro che la sublimazione di naturali, parziali determinazioni umane e proprio in quanto essi negano questa particolarità, questa condizione determinata. Se poi hanno qualche interesse limitato, proprio perché ne ignorano l'obiettiva e reale esistenza, lo fanno in funzione di altri interessi del gruppo dominante.
Hegel pensando l'oggetto (5) come coscienza astratta e l'uomo solo come autocoscienza, non coglie il fatto che "l'essere umano si oggettivizzi in modo disumano, in opposizione a se stesso, ma il fatto che si oggettivizza differenziandosi e opponendosi al pensiero astratto". "Tutta intera la storia dell'alienazione e tutta intera la revoca di questa alienazione non é quindi altro che la storia della produzione del pensiero astratto, cioè assoluto, del pensiero logico speculativo" (pag.165).
L'approvazione dell'uomo é prima di tutto un'appropriazione che ha luogo nella coscienza, "é l'approvazione di questi oggetti come idee e movimenti ideali".
Al contrari, per Marx, solo il saper reale che é anche movimento reale oltrepassa l'apparenza e non si lascia ingannare dall'astrazione: la conoscenza precipita la fine dell'ideologia.

 

 

NOTE

 

1 - I testi di cui ho usufruito sono principalmente:

     Marx - Engels, L'Ideologia tedesca, Editori Riuniti Roma 1971;

     Karl Marx, Manoscritti economici-filosofici del 1844, Einaudi, Torino 1970.

2 - Le pagine indicate tra parentesi fino alla nota successiva si riferiscono all'Ideologia tedesca, per come citata  

     precedentemente.

3 - Le pagine indicate tra parentesi fino alla nota successiva si riferiscono ai Manoscritti economico-filosofici indicati

     precedentemente.

4 - Come per la nota n.2

5 - Come per la nota n.3