Nella storia del pensiero antico nessuno fu più grande di Eraclito di Efeso.
Egli sbarrò definitivamente le porte della filosofia al mito e alla religione volgare.
Dedicò tutta la vita alla verità e trovatala la presentò agli uomini in tutta la sua nudità . I contemporanei ed i posteri chiesero che egli la coprisse almeno un po', ma Eraclito non ebbe pietà. Preferì la verità agli uomini ed alle loro illusioni.
Così i più importanti filosofi dovettero e devono confrontarsi con lui.
Platone lo ebbe come convitato di pietra in tutti i suoi Dialoghi, cercando inutilmente di logorarlo, senza mai affrontarlo, se è vero che nessun Dialogo porta il suo nome. Aristotele ne ha dato una pessima testimonianza, al fine di svilirlo. Più vicini alla nostra epoca, Hegel, più saggiamente, dichiarò nelle sue Lezioni che non c'era stata proposizione di Eraclìto che non avesse utilizzato nella sua Logica. Nietzsche, volendolo seguire, lo utilizzò, lo approfondì e lo tradì. La filosofia contemporanea, analitica e non, ha finto di ignorarlo, riproducendo la vecchia uggia ed ipocrisia pseudoplatonica.
Ma Eraclito ritorna più nuovo, come ritorna più concreto e più visibile il suo Dio.
Da un punto di vista cronologico si può dire che ad Efeso trovò sistemazione la sapienza di Mileto, scuotendosi di dosso un vieto materialismo e un concetto appena abbozzato di archè.
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La filosofia opera attraverso concetti, ma quando riesce a trasferire i concetti in immagini raggiunge e fa raggiungere le vette della comprensione. Eraclito volle dimostrare che il Logos è principalmente divenire, perenne mutamento, e come si vedrà di seguito userà concetti molto chiari per spiegarlo, tuttavia volle dare visivamente il significato di questo mutare. Trovò nel Fuoco, il fuoco come comunemente e prosaicamente lo sperimentiamo, il simbolo del Logos. Immaginiamo un fuoco che arda eternamente: consuma legna che mai viene a mancare e arde con l'ardore di infinite fiamme. Questo fuoco è il Logos, che splende senza tempo, consumando l'Essere (la legna) e ogni forma di esistenza individuale (le fiammelle e le fiamme che lo fanno essere ciò che deve essere). Uno spettacolo grandioso e rassicurante, anche se per le forme periture profondamente tragico così come potentemente esaltante. Infatti, in questo divenire che è sempre stato, è e sempre sarà, l'eternità è garantita dalla morte, ma i mortali restano sempre un momento imprescindibile della vita del Logos. Perciò Dio è sì profondamente lontano da noi e dagli altri morituri, ma è niente senza l'immolazione degli enti e dell'essere, in cui vive profondamente e in cui si magnifica. Il fuoco si esprime in fiammelle, che devono spegnersi, perchè se ne possano accendere altre nuove, affinché il Fuoco stesso possa eternamente durare. Tuttavia fuoco e fiammelle sono, di fatto, la stessa cosa e là dove si preserva l'eterno deve agire impietosamente la morte: vita e morte sono una stessa cosa.
Perciò Dio non può nascondersi. Anzi. Non c'è cosa più immediatamente presente di Dio, sempre immediatamente presente. E noi lo sentiamo e lo comprendiamo. Se non dormiamo.
Questo è il presupposto di Eraclito, l'inizio della storia filosofica di Dio così come non si era mai udita. Perciò sentiamola attraverso le sue parole.
In un passo del suo poema Sulla natura (di seguito riportato nei frammenti pervenutici), Eraclìto scrisse:"Questo Cosmo che è qui, che è lo stesso ovunque, non è stato fatto nè da dei o da uomini, ma fu sempre, è e sarà fuoco Sempre Vivente, che divampa periodicamente e periodicamente si spegne". (framm. 30)
In questo frammento sono delimitati i termini essenziali del suo pensiero: la natura del Logos, l'immutabilità, la negazione del creazionismo, il divenire eterno, l'ordine universale e necessario, la comprensione-negazione dell'eternità, il superamento di ogni religione così come si era affermata nel mito e secondo predicazioni sacerdotali. Il Fuoco non è più un elemento naturale, milesiano, ma il paradigma della vita e della morte. E' Dio.
"Dio è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, fame-sazietà" (framm. 67), onde si capisce che Dio non è più solo il creatore, ma la pura armonia del cosmo, il dispiegarsi dell'ordine, che è l'avvicendarsi inevitabile degli opposti. Quest'ultimo argomento va particolarmente approfondito, perchè contiene un ultimo spiraglio di comprensione per il mito:"Se prende nomi diversi lo fa come il fuoco quando, unendosi a profumi, prende nome dall'aroma di essi" (Idem).
Che cosa è ancora il Logos? E' tutto e Uno, perciò è un andare verso un andare, che non ha avuto inizio e non avrà fine. E' Verità, il discorso del reale che si fa discorso ideale. Il Logos è l'identità di razionale e reale. Non Verità dietro il discorso ma Verità stessa dentro il discorso. (Si deve ben capire questo procedere, se non si vuole ridurre il senso del logos ad un divenire, presentato come scolastico panta rhei, un tutto scorre, che è solo il momento folcroristico di intendere la vita e la ragione).
Tuttavia, l'andare verso un andare, come totalità concettualmente significante non è definibile, tant'è che Eraclìto utilizza il simbolo del Fuoco per far "intra-vedere" il porsi del pensiero nell'intimità del Logos.
Su questo, Eraclìto è ben cosciente della lezione di Anassimandro e non a caso l'affermazione che "Tutto è Uno" è la stessa che, molto tempo dopo utilizzerà Plotino, fatta propria dai mistici d'ogni tempo, per dichiarare l'ineffabilità dell'andare totale, che è contemporaneamente l'andare dell'Essere e dell'ente.
Il Logos è discorso e trama, ordine e legge universale, reale-razionale che è Essere e più che Essere, un fatto logico ed ontologico. Di fatto è intraducibile ed è bene lasciarlo così, in tutte le sue implicazioni. Solo molti secoli dopo Spinoza ha dato una buona e accoglibile definizione di Logos come ordo et connexio rerum et idearum.
Gli uomini, come accennato, che pur l'avvertono come amico intimo, non lo comprendono. Vivono "viventi-dormienti", sordi, che non udendo, pensano il suono come inesistente.
Perciò i più si accontentano dell'opinione (doxa) e vivono una vita immaginaria, preferendo la congettura alla Verità (aletheia), le tenebre alla luce.
L'identità e l'ineffabilità del minimo e del massimo è splendidamente espressa in un frammento "Per quando tu voglia camminare e pur percorrendo l'intera via, non troverai mai i confini dell'anima tanto è profondo il suo logos" (framm. 43).
Ciò nonostante Eraclìto insiste nell'essere "unico" del Logos, perchè questa solitudine garantisce l'impossibilità che possa esistere altro dal procedere per procedere. Non solo, ma partendo dal presupposto dell'identità di essere e pensiero, Eraclìto individua ciò che possiamo comprendere da esseri coscienti (da svegli, come dirà in senso discriminatorio): l'andare per l'andare è dire che "Gli immortali sono mortali ed i mortali immortali, quelli vivono la morte degli altri, e gli altri muoiono la vita di quelli" (framm. 62). Con ciò pone la legge della coicidentia oppositorum.
Questa legge va compresa in tutta la sua interezza. Perciò occorre restare in una dimensione alta, poiché pensare deve essere un pensare profondo. "La natura delle cose ama celarsi", ricorda spesso Eraclìto, dunque pensare è rendere chiaro, mettere a giorno, svegliarsi.
Gli opposti sono perciò reciprocamente una distinzione, un'opposizione ed un'unità, in cui Pòlemos (il conflitto, la guerra) è sinonimo di Giustizia, quella importante, quella divina.
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Il nucleo fondamentale del pensiero di Eraclìto consiste nella dimostrazione che un'infinita serie di enti, irrimediabilmente votati alla distruzione, formano un Logos uno, infinito ed immobile (come ben dirà, secoli dopo e pagandolo con la vita, Giordano Bruno). Vale a dire che una somma o un moltiplicarsi di unità-zero danno come risultato Uno, contrariamente ad ogni logica matematica. Con questa dimostrazione si gettano le basi di ogni possibile prova di irrilevanza del nichilismo e si opera una rivoluzione copernicana nell'ambito del valore, secondo quanto dimostrerà compiutamente, nello stesso periodo, Parmenide.
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E' impressionante constatare come scaturisca da ogni passo del sistema eracliteo un ateismo ascetico rigoroso, profondamente impregnato di eticità. E non poteva essere diversamente data la dichiarata unità-identità del logos individuale (o anima) e il Logos universale. Qualcosa di molto simile si trova solo nella concezione di Gesù uomo-dio. Anzi parrebbe che il binomio Eraclito-Gesù rappresenti a meraviglia la coincidentia oppositorum: l'uno altero, l'altro misericordioso, entrambi figli del Fuoco, che finiscono per dire a volte cose assolutamente uguali.
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La stesura di questo capitolo si basa su:
FRAMMENTI del poema di ERACLITO Di Efeso
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