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Introduzione alla Filosofia

ovvero

LA MIA FILOSOFIA

 

 

 

 

1 - Le due domande fondamentali che si pone la filosofia, proprio in quanto scienza a sé stante, sono queste:

- possiamo comprendere razionalmente la Causa Prima dell'Essere e dell'Ente?

- questo mondo, “quest'essere-qui”, è stato progettato in funzione dell'uomo come essere o come ente?

Che queste domande non abbiano ancora trovato una risposta convincente è dimostrato dal fatto che esiste una Storia della Filosofia, che, arrancando, oltrepassa le varie epoche proponendo soluzioni alquanto controverse.

Non solo. Queste primigenie domande hanno prodotto, per deduzione, altri difficili problemi, che sommariamente sono indicati dai cosiddetti "interrogativi" intorno al vero, al giusto e al bello, in cui sono racchiusi tutti i dilemmi che l'intelletto e la ragione pongono al loro interno per delimitare i rispettivi "confini d'azione".

In quest'ultimo ambito, ogni filosofo si è speso particolarmente per definirei limiti e le capacità della ragione, intesa come "strumento produttore di strumenti" finalizzati all’adeguamento della ragione alle cose, della ragione al Logos. Si sono resi consapevoli che questo processo è necessariamente in itinere.

Così, ancora oggi, si tenta di dare conto dell'origine, del procedere, dello scopo, del senso e del significato dell'esistere-in-quanto-esistere e si cerca più che mai di determinare in che misura la Causa Prima, pur restando "oltre", è Causa di tutte le cause, dunque causa "storica" (perciò responsabile) della natura e dell'agire proprie dell’Essere e dell’Ente.

 

2 - Fin dagli inizi, con Talete,  il “filosofo” fu confuso, non a torto, con il sòfos (saggio, sapiente), figura dominante fino al VII° sec. a.C. e che tramontò soltanto con Socrate, V° sec. a.C..

Ma dal suo primo presentarsi “il nuovo soggetto” volle imporre la sua identità particolare, fondata su un diverso modo di "osservare" e "sistemare" il mondo naturale; sull'impegno a non soggiacere alla chiacchiera; sulla necessità di leggere e capire la realtà profonda di ciò che è; per rispondere non per tradizione, ma sperimentando e argomentando, ai pressanti interrogativi già posti ma risolti ingenuamente dalla cultura precedente e a quelli specifici del suo stesso "porsi" ossia del ragionare filosoficamente.

E questo chiedersi della ragione non è semplice esigenza di comprendere, ma esigenza di "ben vivere", giacché la filosofia, in quanto pensiero "razionale", deve rapportarsi sempre ad una situazione "reale", per non vaneggiare.

 

3 - L'uomo e il suo destino, il significato, lo scopo e il senso dell'esistere, la ragione e il suo essere "questa" ragione, sono per il filosofo il porsi stesso di una Ragione-che-si-dà-alla-ragione ovvero della Realtà-che-si-fa-Ragione, proprio in quanto la Ragione è non una generica ragione, ma "la ragione del pensiero e delle cose: è vero e verità". Essa si raggiunge, ma quando accade, la si scopre esistente prima del chiedersi e del rispondersi.

In altre parole, la Ragione deve essere intesa come Logos, poiché deve essere la garanzia "originaria" che il pensiero "ragiona" se presuppone al suo cospetto una realtà che è "sempre" razionale e che perciò si fa comprendere secondo precisi nessi logici, contrari a ogni mera azione di un presunto "caso".

In tal modo, il filosofo, agli inizi del suo filosofare, stabilì tre degli aspetti fondamentali della natura della Causa Prima: il suo darsi, la sua assoluta razionalità e il suo darsi in forma “mediana e determinata” nella coscienza umana e nell'Essere inteso come Natura e principalmente come Storia.

Con altrettanta tenacia, il filosofo badò a che la filosofia fosse continuamente riproposta, dal momento che il sapere e specialmente il sapere filosofico è sempre qualcosa che si acquista con tanta fatica e con molta facilità si accantona.

Il filos (desiderio appassionato), che è compiutamente desiderio sofferto di com-prendere (prendere-con-sé-e-in-sè) il Vero e la Realtà, delimita questa presente Storia critica, che "fa storia" delle domande-risposte "essenzialmente" filosofiche dell'uomo e che ben si addice a questi odierni e particolarissimi "tempi critici", che non hanno equivalenti negli avvenimenti del passato.

 

4 - Se filosofare è rendere evidente l'oggetto, l'ambito e gli strumenti della coscienza, se oggetto della filosofia è il Logos, allora la Storia della filosofia é la storia del Logos come storia dei tempi del suo "svelamento", che è il pre-sentarsi stesso dello Spirito, come Verità e Vita. Lo spirito, quale ragione presente nel reale e reale come concretizzazione della ragione, resta, dunque, il vero essere del pensiero e delle cose.

Per questa via, si trovano necessariamente, interni al Logos, la realtà e il senso dell'uomo, poiché il nostro esistere ha significato solo in quanto parte,  la più intima, dell'Assoluto.

Questa storia dà perciò conto del peregrinare dei tanti "nomi" del Logos: Tutto, Idea, Causa Prima, Uno, Ordine, Ragione, Realtà, Soggetto, Spirito, Assoluto, Trama dell’Essere, e più diffusamente Dio.

Tali nomi, spesso interscambiati sono indirettamente il tentativo di decifrare e di "sistemare" il delicato rapporto tra uomo e Dio, tra la ragione umana e la Ragione Assoluta.

 

5 - La filosofia, che è non tanto sapere di sapere ma "sapere del sapere", accoglie in ogni tempo i risultati della scienza e ogni altro sapere. Platone con i suoi "dialoghi definitivi" e Aristotele, con la costruzione della "gerarchia della conoscenza" hanno posto decisamente queste condizione, giacché essi hanno delineato la "dimensionalità" del Logos.

Infatti, esistono tanti orizzonti e ogni ricerca, dal suo "punto di vista", dà contributi alla comprensione. Ne ha dati anche il mito nella sua creatività e la religione nel suo pathos intuitivo.

Più rigorosa e più gradita ai travagli della filosofia è l'azione della scienza che, finalmente e definitivamente, in Galileo Galilei ha trovato  la mente più grande e innovativa che l'umanità abbia mai prodotto.

Così, il filosofo nel suo ambito, che è diverso dallo scienziato, dal religioso e dall'artista, si è creata una famiglia in cui la sua opera paterna è stata collaborata dai figli diversamente impegnati, ai quali, comunque, ha fatto ben intendere che, del Logos, essi individuano solo una dimensione, un aspetto determinato, un punto di vista unilaterale e, non raramente, fondamentalista.

 

6 - Per tanti motivi si deve convenire che la storia della filosofia, in generale, è tanto la storia della "ragione umana che avanza", quanto del "Logos che non si sottrae". Possiamo dire: lo sforzo congiunto dell'uomo e di Dio nel ritrovarsi simili.

E con ciò si perviene all'assunto che è il fondamento di tutti i fondamenti: tutto è uno.

Fatto che sta a significare l’assenza di opposizione fra Causa e causato, anche se il causato è naturalmente pervaso ma infinitamente distante dalla Causa Prima.

Potrà anche essere detto, erroneamente, che il Logos oltre che ragione è sentimento, volontà o qualsivoglia cosa, ma solo perché di esso si considerano aspetti antropomorfici, dei quali non può certamente essere privo, ma che sono miseria davanti al suo "essere tutto".

Potrà essere sostenuto, con parvenza di legittimità, che il Logos è Principio, Destino, Trama e Discorso, ecc.; che in Esso convivono Necessità e Libertà, Assoluta Immanenza e Immensa Trascendenza e tant'altro. Ma tutto si dipana, fin dal principio, dall‘identità permanente del Logos con se stesso, del Logos che di dà alla coscienza dell'uomo come verità e giustizia, del Logos che crea l'universo, il cosmos, secondo la sua infinita sapienza.

E con questo la filosofia stabilisce l'ambito da cui indagare la “natura” del Logos divenendo una scienza specialissima, la "scienza prima".

 

7 - Questo Logos, nelle sembianze di principio o archè, si affermò per la prima volta a Mileto con Anassimandro, poi come epifania, a Crotone, a Efeso a Elea e Pitagora, Eraclito, Parmenide  ne furono i primi incommensurabili interpreti.

In seguito si trasferì ad Atene, sedendo a convivio con Socrate, che per esso darà la vita e amò specialmente Platone, maestro del grande Aristotele, ma non si negò al genio universale di  Democrito, riposando, cortesemente, al Giardino di Epicuro.

Poi fece un repentino percorso, per farsi conoscere da tutti e parlò per bocca del figlio di un falegname, a Nazareth, e costui, Jeshuà, (Gesù) insegnò un appellativo del Logos mai prima conosciuto, "è Padre mio e Padre Vostro", dando così conto del particolare rapporto esistente tra il Logos e la “singola” esistenza, tra Logos e l'anima umana.

E disse di sé la cosa più folle in tutta la storia della filosofia e dell'uomo: "Sono la Via, la Verità e la Vita", le connotazioni del Logos nella sua piena trasparenza.

Predicò la realizzazione immediata e consequenziale del Regno dei Dio, ossia del concreto sostanziarsi di conoscenza e vita, ponendo l'uomo e il pensiero di fronte al compito di andare "oltre" e pensare "altro" rispetto alla sua storia "umana".

 

8 - Da allora il Nichilismo, l'umano, attaccò  con ogni sua risorsa l'uomo, ben sapendo che, con Cristo, Dio si giocava il suo stesso stare tra gli uomini; che, in questa negativa evenienza, nel pensiero si sarebbe posto l'insano problema di dare perfino prova dell'esistenza di Dio, ossia di quello che è, naturalmente, l'Evidenza Assoluta, il presupposto di tutti i presupposti.

 Il nichilismo sfidò Jeshuà sul suo stesso terreno e chiese all'uomo "se" fosse veramente capace di andare oltre, cioè dimostrare storicamente questa presunzione di divinità.

Con la sconfitta del Cristianesimo che definitivamente si evidenziò all'inizio del XX° sec., (L’età del nichilismo) unita al contemporaneo fallimento di un comunismo che Marx avrebbe definito puramente "rozzo" e che è stato comunque, nei suoi fondamenti teorici e ideali, la variante laica del cristianesimo, gli uomini restarono orfani e senza grandi speranze.

 

9 - La filosofia ha, dunque, esaurito il suo compito? Per dare una risposta compiuta urge interrogarsi sul delitto.

Credo, infatti, che non si possa affrontare alcun problema se non si comprendono le ragioni e le conseguenze di questi due fallimenti, poiché sarà bene considerare "se" con l'abbandono o la morte del Padre, si è persa definitivamente la garanzia del porsi "reale" degli stessi atti del pensiero come ordine delle cose, della loro genesi e connessione. e del loro farsi prassi.

E' vero che, come si suole affermare, i figli diventano autonomi in conflitto col padre, cercando una vita apparentemente più concreta e meno incerta, ma in quest'ultimo caso, il loro agire in vana autonomia non potrà che essere un vagare inessenziale.

Ed è miseramente consolatorio affermare "che poi troveranno la strada dei padri". Per riconquistare il Logos questi figli dovrebbero percorre il faticoso cammino della preistoria dello Spirito, del ritorno alle radici, ricucendo il legame spezzato, ma non è detto che ritroveranno senza dolore ciò che a loro si era dato gratuitamente.

 

10 - Potrebbe verificarsi qualcosa di più grave: che il Signore, stanco di restare tanto afflitto nella sua casa, decida di volgere altrove lo sguardo e abbandoni senza rimpianto la desolazione oscura degli uomini e del mondo che l'hanno rinnegato.

 

 

 

Grimaldi, 14 novembre 2008

( rivisto: 27 luglio 2010 )