PREMESSA
Secondo Louis Althusser, per determinare oggettivamente la "filosofia" marxiana,
occorre innanzi tutto applicare allo stesso Marx i "criteri di lettura" che
utilizzino le acquisizioni scientifiche del Marx maturo. C'é, insomma, da
distinguere anche in Marx "la scienza dall'ideologia" ed individuare a che punto
del suo sviluppo è possibile determinare quella "rottura epistemologica" che
separa le opere ancora impregnate di idealismo da quelle che rappresentano il
vero e proprio sistema marxiano, inteso come scienza della storia e
teoria della rivoluzione.
La tesi di Althusser ha suscitato, com'era
prevedibile, reazioni spesso violente e di segno opposto, ma per quel che ci
interessa, essa è utile a farci "leggere" Marx, secondo criteri
interpretativi e di valutazione che ci permettono di cogliere nella
sostanzialità quella che, solitamente, va sotto il nome di concezione
materialistica della storia.
L' Ideologia Tedesca, che venne scritta
da Marx-Engels probabilmente tra il 1845 e il 1846 e pubblicata soltanto nei
primi anni del secolo XX, costituisce (e, per inciso, lo era anche per
Althusser) l'opera cruciale attraverso cui Marx ed Engels intesero, come
espressamente dichiararono, raggiungere lo scopo principale di veder chiaro in
se stessi: "decidemmo dì mettere in chiaro il contrasto tra il nostro modo di
vedere e la concezione ideologica dell' filosofia tedesca di fare i conti, in
realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica".
Come si vede, tanto
il titolo dell' opera quanto la "confessione" hanno alla base il discernimento e
la distinzione di un criterio chiave quale quello di "ideologia" (o falsa
coscienza o frase che dir si voglia), in base al quale dialetticamente viene a
sostanziarsi "la scienza reale e positiva".
In concreto con questa critica, Marx
prende definitivamente le distanza dall'idealismo della Sinistra hegeliana (e
potremmo dire dal loro velleitarismo rivoluzionario-parolaio). In particolare
consuma l'abbraccio con Feuerbach, che, certamente aveva costituito fino a quel
momento la guida teorico-spirituale in base a cui Marx aveva potuto liberarsi
dalla "sirena" di Hegel e dalla sua "rupestre melodia".
CONTRO L'IDEOLOGIA
In un momento in cui si pone all' ordine del
giorno il rovesciamento dello stato di cose esistenti è imprescindibile
distinguere il rivoluzionarismo salottiero da chi la rivoluzione intende fare
sul serio e con i rischi che senz'altro comporta. E', in altri termini,
essenziale stabilire quale teoria è in grado di tramutarsi in prassi o, per
meglio dire, di essere immediatamente prassi e quale invece reputa reali le
proprio fantasie e dunque resta vittima delle proprie illusioni o più spesso
della propria epoca. Qui, per riallacciarci al superamento di Feuerbach in Marx,
sta il significato profondo della tesi secondo cui "i filosofi hanno
interpretato il mondo in nodi diversi; si tratta ora di mutarlo".
Con questa
disposizione programmatica si capisce bene che a Marx non interessa un posto più
o meno degno tra i filosofi, ma al contrario gli serva quella scienza storica
che, come capo politico, possa permettergli di orientare correttamente l'azione
rivoluzionaria, in maniera tale da consentirgli contemporaneamente di
presentarsi come "la testa" della classe operaia, l'avanguardia del partito che
si fa carico di condurre lo scontro di classe.
Marx, che
giovanissimo a 24 anni, attraverso le colonne della Rheinische Zeitung da lui
diretta, venne alle prese con problemi della classe lavoratrice tedesca, capisce
immediatamente che le risposte a determinate situazioni storiche possono essere
date attraverso soluzioni concrete nella misura in cui trovino forze storiche
che s'impegnino a lottare per realizzarle. L' Ideologia Tedesca inizia con
queste chiare parole : "Finora gli uomini si sono sempre fatti idee false
intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. I parti della
loro testa sono diventati più forti dì loro. Essi, i creatori, si sono inchinati
di fronte alle loro creature. Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi,
dagli esseri prodotti dall' immaginazione, sotto il cui giogo essi languiscono.
Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri".
La ribellione contro
le frasi, che è poi nello stesso tempo l'esigenza di una prassi adeguata e
corretta, è la presa d'atto che oggetto di considerazione devono essere soltanto
"gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita,
tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla
loro stessa azione. Infatti, come gli individui esternano la loro vita, così
essi sono. Ciò che essi cono coincide dunque con la loro produzione, tanto
con ciò che producono, quanto col modo come producono. Ciò che gli individui
sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione".
La dimensione storica dell' uomo è perciò la premessa con cui saggiare la
bontà delle analisi e dei progetti e l'individuazione dei diversi stadi di
sviluppo della divisione del lavoro (che sono, poi, altrettante forme diverse di
proprietà). Questo "svolgersi del profitto" fa capire che "individui determinati
che svolgono un'attività produttiva secondo un modo determinato entrano in
questi determinati rapporti sociali e politici!".
Ecco perché la produzione
delle idee non può collocarci al di sopra del linguaggio della vita reale, e che
ciascuno pensa non sulla base dell' astratto divenire del pensiero, ma pensa in
quanto uomo reale, operante, condizionato da un determinato sviluppo delle forze
produttive e delle relazioni che ad esse corrispondono.
Il
filosofo-avanguardia di classe "non parte da ciò che gli uomini dicono, si
immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si
rappresenta che siano", ma parte dagli uomini vivi e dal processo reale della
loro vita per spiegarsi non solo il perché della loro condizione e il sorgere di
"immagini nebulose" nella loro coscienza, ma la loro capacità dì inserimento in
un processo rivoluzionario .
"Non è la coscienza che determina la vita. ma la
vita che determina la coscienza": questa è la sentenza ultima nei confronti
delle illusioni di ogni tempo. "Là dove cessa la speculazione, nella vita reale,
comincia, dunque, la scienza reale e positiva, la rappresentazione dell'
attività pratica del processo pratico di sviluppo degli uomini. Cadono le frasi
sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il sapere reale".
IL COMUNISMO
Superato il condizionamento delle frasi e, in
ogni caso, rifiutate le illusioni sulle condizioni degli uomini e perfino sulle
loro capacità, non solo di comprensione, ma di sovvertimento del dominio di
classe, il filosofo-avanguardia si pone il compito dell' emancipazione delle
classi sfruttate, in base all' unico presupposto possibile: "che non è possibile
attuare una liberazione reale, se non nel mondo reale e con mezzi reali". La
liberazione è, imprescindibilmente, un atto storico, vale a dire è consapevole
dello stato dell' industria, del commercio, dell' agricoltura, del grado in cui
gli uomini sono capaci di procurarsi i beni essenziali e soddisfare i bisogni
primari.
Il comunista deve sapere analizzare questo forme produttive, capire
il movimento delle relazioni umane, i rapporti determinati che si instaurano
nella società, indipendentemente dalla volontà dei singoli, in altre parole,
Su
questa base Marx può scrivere che il comunismo "non è uno stato di cose che
debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi.
Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente".
Questo stadio è necessariamente da collocare sul piano della storia
universale, per il fatto che, solo con lo sviluppo universale delle forme
produttive possono aversi relazioni universali tra gli uomini, senza le quali il
comunismo potrebbe esistere soltanto come un fenomeno locale, facilmente
sopprimibile, "le cui circostanze potrebbero essere relegate nella superstizione
domestica".
In questa prospettiva mondiale, devono determinarsi i
termini della conquista del potere politico, se è vero che la lotta di classe
conduce necessariamente alla dittatura del proletariato. che "costituisce
soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e ad una società
senza classi". La dittatura proletaria troverà la sua ragione storica,
allorquando il potere borghese si presenterà "come un potenza insostenibile,
potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria" da parte di una umanità
affatto priva di proprietà.
CRITICA DELL' UTOPIA
La polemica marxiana, durata in fondo tutta una vita, contro i superamenti
immaginari della società borghese, trova sempre la sua base su questa perdurante
equivalenza: idealismo-filosofia-utopismo.
Egli si batte sempre e duramente
contro chi pretende la pura e semplice trasformazione della coscienza intesa
come "involarsi spiritualmente al di sopra del mondo", perché ritiene che in ciò
si manifesti in maniera trasparente "l'impotenza dei filosofi di fronte al
mondo". E', infatti, la prassi che smentisce quotidianamente queste
"furfanterie" ideologiche.
Nella II Tesi su Feuerbach, Marx dirà che "la
questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è una questione
teoretica, bensì una questione pratica. Nella prassi l' uomo deve provare la
verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero".
Ecco perché diventa anche e principalmente una indicazione politica la netta
affermazione di Marx che noi "conosciamo un' unica scienza, la scienza della
storia", tesi che é così chiaramente evidenziata: "Questa scienza non deve
cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della
storia, ma resta salda costantemente sul terreno storico reale, non spiega la
prassi partendo dall' idea, ma spiega le formazioni di idee partendo dalla
prassi materiale, e giunge di conseguenza anche al risultato che tutte le forme
e i prodotti della coscienza possono essere eliminati non mediante la critica
intellettuale, risolvendoli nella "autocoscienza" ecc., ma solo mediante il
rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti, dai quali queste fandonie
idealistiche sono derivate; che non la critica. ma la rivoluzione è la forza
motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e di
ogni altra teoria".
E siccome lo svuotamento che subisce il termine
rivoluzione è in ogni epoca interesse tanto della classe dominante che dei
riformisti piccolo borghesi, Marx non solo si ripropone di rappresentarla
nei suoi termini scientifici, facendo i conti con tutto il pensiero sociale
precedente, ma, proprio per questo, preservarla da quanto scriveva Marat nell'
estate del 1792: "La rivoluzione si è ritorta contro il popolo, ricadendo sul
suo capo come la più grande delle sventure. Dell'apparato scenico statale sono
mutati soltanto gli orpelli, ma gli attori, i costumi, gli intrighi, la
spartizione dei dicasteri sono rimasti". Babeuf, sebbene faccia dipendere la
richiesta dì comunismo più che da una maturazione storica dall'indignazione e
dallo sdegno morale nei confronti dello stato miserrimo del popolo lavoratore,
enuncia, a legittimazione della sua sfortunata avventura che, "si fa inevitabile
un rovesciamento generale dei rapporti di proprietà, nelle quali il sollevamento
rivoluzionario dei poveri contro i ricchi è una necessità storica
irreprimibile".
E Blanqui, che nel 1832, dichiarando che tra le classi "è
scoppiata una lotta all' ultimo sangue", smaschera con la stessa testimonianza
della sua vita "la pretesa associazione del parassita e della sua vittima" e
lucidamente sottolinea che l' ignoranza, figlia della soggezione, rende
proprio il popolo degli sfruttati docile strumento nelle mani dei privilegiati,
dal momento che lo sfruttato "accoglie come un atto di beneficenza quanto il
padrone gli concede del frutto del suo stesso sudore e "vede nella mano che lo
sfrutta soltanto la mano che lo nutre ed è sempre pronto a sbranare, ad un cenno
del suo padrone, l'impudente che cerca di indicargli un destino migliore". Ed
anche se le insurrezioni blanquiste finirono sempre in un bagno di sangue e, di
fatto, lasciarono più forte il dominio borghese, la loro aperta e proclamata
necessità di una "transitoria dittatura" in nome del popolo lavoratore, è certo
un passo avanti, sebbene èlitario, per prospettare il rovesciamento concreto del
potere padronale.
Questa esigenza di una dittatura transitoria in
funzione dell' emancipazione sociale fu propria anche di Weitling, l'apprendista
sarto che scrisse: "I rivoluzionari i conquistano, in primo luogo, il diritto
elettorale rivoluzionario provvisorio ed eleggono in assemblee armate un governo
provvisorio e degli arbitri rivoluzionari per la creazione del nuovo ordine. Dei
diritti elettorali gode soltanto colui che esplica un'attività utile e mostra di
possedere disciplina, capacità ed amore dell' ordine".
Marx ed Engel pur
apprendo l'abnegazione rivoluzionaria di Blanqui e degli altri "utopisti", non
poterono non evidenziare che tutta la loro "teoria" ancora poggiava su un
comunismo rozzo, su quello che Engels definì "un ottuso comunismo dell'
uguaglianza" e che, magistralmente, Marx aveva criticato nei Manoscritti del
'44, in questi termini lapidari: "Il comunismo rozzo vuole annientare tutto ciò
che non è atto ad essere posseduto come proprietà privata; vuole quindi
prescindere violentemente dal talento ecc. Il possesso immediato ha per esso il
valore di unico scopo della vita e dell'esistenza; l'attività degli operai non
viene soppressa, ma estesa a tutti gli uomini;..... al matrimonio (che è
indubbiamente una forma di proprietà esclusiva ) si contrappone la comunanza
delle donne, dove la donna diventa proprietà della comunità, proprietà comune.
Si può dire che questa idea della comunanza delle donne è il mistero rivelato di
questo comunismo ancora rozzo e materiale". In esso infatti Marx non può, con
profonda significanza psicologica, non cogliere che esso è "soltanto la
generalizzazione e il compimento della proprietà privata".
Questo vuoto
pratico progettuale, antecedente il materialismo storico, doveva necessariamente
portare l'azione rivoluzionaria di Blanqui e degli altri a riempirsi dì manie
cospirative, dì azione a tutti i costi, di settarismo: vale a dire di tutti quei
fattori che per Marx niente hanno a che vedere con una corretta e vittoriosa
prassi rivoluzionaria.
Tutto l'errore del rivoluzionarismo utopistico
consiste nel modo come viene inteso il proletariato."Il proletariato esiste per
essi soltanto dal punto di vista della classe che più soffre". Non è il
protagonista, l'antagonista reale della classe dominante, il becchino del
dominio di classe. E' un semplice strumento per l' attuazione dei "loro" piani
sociali, riferimento della loro "propaganda"; la materia bruta al dì sopra della
quale bisogna sollevarsi; un magna scomposto da "blandire" o da
assecondare nel più bieco "corporativismo" .
Gli utopisti, secondo Marx, non
dicono ai proletari: "dovete passare attraverso 15, 20, 30 anni di guerra civile
e di lotte popolari per mutare non solo i rapporti, ma anche voi stessi e per
diventare capaci di esercitare il dominio politico", essi dicono che bisogna
arrivare alla convivenza libera, giusta, espressione di solidarietà, di mutuo
soccorso ecc. e, di fatto arrivano a postulare una pace sociale. Credono di
"essere di gran lunga superiori a quell'antagonismo di classe", tanto che
per "costruire tutti questi castelli in Ispagna debbono far appello alla
filantropia dei cuori e delle borse borghesi".
In conclusione, per Marx,
l'utopismo diventa, in concreto, un serio ostacolo per l'emancipazione
proletaria, poiché anticipando e pubblicizzando il migliore dei mondi possibili,
esaltando la potenza dell'esempio e cadendo facilmente nel moralismo, lascia,
nel frattempo, la società così come è, in preda allo sfruttamento,
all'alienazione: gli uomini diventano, in ultimi analisi, organici alla stessa
società borghese che li strumentalizza, proprio quando dimostra
tolleranza, libertà di pensiero e dì organizzazione che in effetti non è mai
disposta a tollerare. Questa astrattezza rivoluzionaria deriva, per Marx, dalla
insufficiente capacità teorica della avanguardie rivoluzionarie che ignorano
completamente le leggi storiche della produzione capitalistica o si ostinano a
non coglier la validità materialistica della logica dialettica.
DIALETTICA STORICA
Il grande merito di Hegel era stato
quello di aver contrapposto ad una logica formale ed astratta la logica
dialettica, nel senso che mentre la prima presupponeva un riferimento
ontologicamente statico, la seconda intendeva chiarire il processo attraverso il
processo e, quindi, cercare di comprendere il movimento nella sessa misura in
cui si presentava, non come vuoto dover essere, ma hic et nunc.
I
presupposti idealistici di Hegel avevano, comunque, inficiato grandemente la
portata di questa "rivoluzione" logica. La realtà finiva per esaurirsi
nell'autocoscienza e l'esplicarsi della triade tesi , antitesi, sintesi
era soltanto il percorso trionfante dello Spirito. "L'esistenza dell'
uomo -aveva scritto- ha il suo centro nella testa, ossia nella ragione, per
ispirazione della quale egli costruisce il mondo della realtà". La ragione
stessa poneva e superava i suoi momenti nello stesso tempo che tale
superamento era anche un conservare elementi precedenti: non a caso il termine
hegeliano "Aufhebung", in tedesco ha il duplice significato di superare e
conservare.
Marx comprende pienamente la portata dì questa logica, ma
altrettanto chiaramente capisce che in questo contesto ideale essa è svuotata
della sua seria e distruttiva funzione storica.
La critica che Marx esprime
nei confronti della religione è uno dei primi e mirabili modi di fare i
conti con questo mondo rovesciato. "E' l'uomo che fa la religione e non la
religione che fa l'uomo. Ma l'uomo non è un'entità astratta, posta fuori dal
mondo. L'uomo è il mondo dell'uomo. lo Stato, la Società. Questo Stato, questa
Società producono la religione, coscienza capovolta del mondo, poiché essi sono
un mondo capovolto del quale la religione è l'aroma spirituale. La miseria
religiosa è, insieme, espressione della miseria reale e la protesta contro la
miseria reale. La religione é il sospiro della creatura oppressa, il
sentimento di. un mondo senza cuore, così come è lo spirito dì una condizione
senza spirito. Essa è l'oppio dei popoli".
Per Marx si pone, allora, il
compito togliere alla dialettica la funzione di esplicare un mondo capovolto; di
non utilizzarla semplicemente come aroma spirituale. La dialettica deve
diventare un processo di vita attivo, in maniera tale che "la storia cessi di
essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi, che sono anch'essi
astratti o un'azione immaginaria di soggetti immaginari, come negli idealisti".
La dialettica storica è, dunque, antidealistica e quindi materialistica. E
qui giova sottolineare come questo approdo materialistico, che, per alcuni
critici di Marx si é costantemente diversificato, (da empirismo, naturalismo e
nel tempo, positivismo e pragmatismo), abbia subito una sorta di iattura, per
cui proprio alcuni zelanti e sedicenti marxisti hanno voluto, ma non
potuto, costruire una specie di metafisica marxiana che all'idea hegeliana
sostituiva puramente una non meglio specificata Materia!! Questa
aberrazione è alla base di tutti quegli episodi sia di interpretazione storica
che di ricerca scientifica, oggi fortunatamente superati, in base alla corretta
applicazione del materialismo storico, ormai distante da un
onnicomprensivo materialismo dialettico di stampo engelsiano.
Infatti, se
fare storia significa fare scienza storica, la dialettica deve non solo essere
uno strumento d'indagine, ma essere lo stesso svolgimento dei fatti che non può
e non deve essere alterato dalla coscienza, o se vogliamo, dai presupposti di
chi indaga.
E' dunque la storia e non la materia che ha un senso dialettico,
anche se ovviamente la natura rientra nella storia, ma nel modo specialissimo di
essere la natura dell'uomo, conservando poi quell'autonomia di svolgimento e di
"scientificità" che la stessa dialettica presuppone.
Per dirla forse in
maniera semplicistica, dialettica significa marxianamente "praxis", operare
concreto di uomini che vivono in un mondo determinato su una base di rapporti e
forme determinate: essa è il mondo umano che si svolge, si sviluppa, trasforma e
si comprende.
La natura, viceversa, anche se è pur essa ovviamente
svolgimento, non è prassi; dunque, la dialettica la coglie come dato e non come
soggettività. Gramsci, questa lezione marxiana, ha intesa correttamente e più
volte ha ironizzato su un certo modo di fare scienza all'italiana per
sottolineare che il superamento, così come è concepito da Marx, è certamente
negazione dell'idealismo, ma altrettanto vigorosamente di ogni ingenuo
naturalismo o gretto positivismo che dir si voglia.
Nel proscritto alla
seconda edizione tedesca del Capitale, Marx scrive: "Per il suo fondamento, il
mio metodo dialettico non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche
direttamente l'opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma
addirittura in Soggetto indipendente col nome di Idea, è il demiurgo del reale,
che costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell'Idea o processo del
pensiero. Per me, viceversa, l'elemento ideale non è altro che l'elemento
materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini....La mistificazione
alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo
che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme
generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa é capovolta. Bisogna
rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico.... Nella
sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava
trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la
dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari,
perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include
simultaneamente anche la comprensione del suo necessario tramonto. Nulla la può
intimidire perché essa è critica e rivoluzionaria per essenza
(Per approfondire
la posizione di Marx nella Sinistra hegeliana si veda inoltre il saggio
Marx
e Stirner )