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Mito, Arte e Religione. 

 

 

 

 

 

 

 

Quando gli uomini elaborarono meccanismi e manufatti per soddisfare i loro bisogni primari contemporaneamente sorsero, nelle comunità più stabili, il culto dei morti e le forme espressive magico-mitiche per superare il timore per un ignoto "soprasensibile" incombente.  A queste forme furono adeguati i primi canoni "normativi", i "comandamenti" d'origine sacerdotale.  

Il culto dei morti e degli dei fu delegato alla religione, come particolare forma dello Spirito, ed essa attraverso i suoi rappresentanti costruì un percorso che partendo da un rozzo criterio di sacro terminò, nella fase costitutiva, nel rito salvifico e propiziatorio, nella tomba e nel tempio.

L'illustrazione del culto, in questi contesti, definì le prime ed immediate espressioni "artistiche".

Interni a questi processi, l'uomo avviò una serie di "strategie cognitive", capaci di dargli una comprensione della natura nei suoi aspetti quotidiani e specialmente nei suoi aspetti complessi e terribili e questa conoscenza fu condivisa con i simboli della realtà, antropomorfizzando ogni domanda e ogni risposta, facendo del mondo una estensione della propria coscienza e delle proprie relazioni.

Dietro ogni fenomeno collocò un dio e i rapporti fra gli dei rappresentarono le stesse "leggi" presunte della natura. In questa forma simbolica primitiva venne risolto il "problema cosmo" ed il problema del senso della vita. Le complicanze "quotidiane" dell'esistenza, ricapitolate nell'Olimpo, furono sufficienti per spiegare la complessità dei problemi a cui intendeva trovare risposta.

La natura umanizzata veniva così ad essere "sentimentalmente" organizzata  e l'uomo nel mito riscriveva le possibili varianti degli accadimenti: ad un'esistenza variabile e accidentale, ad una natura capricciosa subentravano divinità capricciose e imprevedibili e nei loro atteggiamenti, nelle loro polimorfe vicende, trovano conclusione tutte le  situazioni complesse della natura e della storia.

L'Olimpo greco-latino fu così "un'enciclopedia didascalica" dei problemi umani e naturali. Questo "luogo esterno alla mente, oggettivamente visibile, rappresentava una specie di grande complesso geroglifico e dava il senso "visivo" delle vicissitudini e delle condizioni sociali.

La divinità-simbolo è l'approccio più semplice alla "natura" da parte dell'uomo, di modo che è possibile riscontrare che dio fu smisuratamente più grande dell'uomo, poiché così si constatava nei fenomeni "sovra-umani" della natura così come nel "destino" indefinibile e mortale di ognuno. Ma gnoseologicamente dio accompagnava l'uomo, giacché era nient'altro che il prodotto dell'impotenza e della limitatezza umana. 

Nel mondo antico "prefilosofico" i grandi poemi epici, le teogonie e i poemi sacri con gli inni propiziatori e cerimoniali, rappresentarono, dunque, un grandioso canone etico, gnoseologico e legislativo. In particolare in Grecia questa fase, nel suo massimo splendore, s’incarnò in Omero, Esiodo ed Orfeo, che diedero agli uomini il senso della giustizia, il senso della ragionevolezza e della misura a cui sottoporre la passione che acceca. Tutti celebrarono una "virtù civile" il cui premio consisteva semplicemente nella gloria, nella fama e nell'onore. La  "paideia", l'educazione, indicava nella vita eroica o nella "fatica" del lavoro un esempio "paradigmatico" (paràdeigma). Come scrisse Hegel tutto il complesso mitico-religioso elaborato dai greci non è altro che "un sentirsi a casa propria nel mondo", in un mondo in cui non si coglie separazione fra anima e corpo, in un mondo in cui non si rintraccia peccato, ma in cui è ben visibile l'azione del male a cui ci sottrae solo la morte o, in maniera sofisticata, il "mistero mistico" o la metempsicosi orfica.

La filosofia, quando sorse, dovette distinguersi subito da tutte queste forme spirituali sottomettendo le primordiali "signorie" del sentimento e dell'immaginazione all'ordine delle spiegazioni verificabili e "razionali".

Asservendo la coscienza mitica essa, per prima, parlò veramente di Dio, dell'unico Dio possibile, poiché lo concepì come Logos, lasciando alla religione ogni racconto tribale e falsamente edificante.

Gli Egiziani e gli Israeliti,  fecero un cammino più problematico dei greci. Essi acquisirono precocemente la visione di Dio come antecedente la natura e la storia, naturalmente nella forma primitiva delle loro condizioni statali. Perciò rielaborarono la natura secondo quando era "deducibile dai libri sacri" che venivano periodicamente elaborati dalla classe dominante.

Comunque, il popolo ebreo creò le condizioni per la predicazione di Jeshuà di Nazareth (7a.C. - 30 d.C.), il quale insegnò un modo di pensare che portò il tema dell'uomo, della morte e di Dio (compiutamente e inevitabilmente uniti) nell'ambito definitivo della ragione, lasciando all'intelletto il compito di risolvere e comprendere lo statuto scientifico della natura.

Questo, per la prima volta e compiutamente, nell'ambito universale, determinando così la fine tanto della stessa Israele che della religione "fuori dai limiti della ragione".