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PARMENIDE

(Elea, 515 a.C. – 450 a.C.)

In costruzione

(aggiornato al 15 ottobre 2008)

 

 

La storia della Filosofia è la storia delle battaglie che, di epoca in epoca, la Ragione combatte contro il nichilismo. La ragione è la capacità umana più idonea a combattere questa interminabile guerra, per due considerazioni essenziali: perchè conosce la pericolosità del nemico e la gravità della situazione.

Essa non si lascia fuorviare da illusioni idealistiche ed empiriche, nè le utilizza come succede alla religione e all'arte. Infatti la Ragione si dà conto del Niente come Concetto (ossia non lo nientifica), ma lo ripone in se stessa come aspetto del Soggetto, soggetto nel Soggetto.

Mentre il religioso contrappone unilateralmente ed astrattamente bene e male, considerati come due modi di due Soggettività antagoniste e l'artista rigira intono al bello e al brutto, al pessimismo e all'ottimismo col medesimo senso di naufragio, il filosofo raccoglie in unità reale e razionale, poiché fa della stessa Ragione l'equivalente della Verità e dell'Oggettività, ossia le varie valenze della Realtà Totale (in fondo, tutti  significati di ciò che i greci chiamavano  aletheia) e non corre dietro all'immediatezza dei fatti e della chiacchiera (doxa). O per meglio dire, accoglie solo il senso dei fatti, ossia di ciò che è essente nella casa dell'Essere, in quanto fuori dall'essente e dall'essere non si pone alcun problema (framm. 6,7, 8).

Perciò, i filosofi tutt'al più distinguono tra svegli e dormienti, come sappiamo da Eraclìto, (così come Parmenide, Jeshuà ecc. ) mentre i preti parlano, da improbabili pulpiti, di fedeli ed infedeli, credenti e miscredenti, proprio mentre i fatti sono sempre fedeli a se stessi, qualunque sia il loro porsi, mai disseminati tra inferi e paradisi inesistenti. l

La filosofia, nella sua clemenza, accoglie ciò che è, sempre, sub specie aeternitatis, riservando all'intimità di se stessa l'Assoluto, fermo nella compiutezza di Logos, di Tutto che è in tutti e in tutto. Così, ognuno di noi, come ente-essente non si ritrova sperduto né ha bisogno di inutili resurrezioni, giacché trova nel proprio pensiero il senso dell'Assoluto e se ne magnifica.

Mi vedo costretto a soffermarmi molto su ciò, poiché è un discorso da fare con molta cautela, se è costatabile il fatto che, dopo l'aurora di Anassimandro, la fondazione di Eraclìto e Parmenide, la filosofia si sia sperduta dietro sirene che, in duemila e cinquecento anni, l'hanno fatta "pensare" solo al convivio di pochissimi, mentre il senso comune non ha mai compreso pensieri siffatti.

Tutti riconoscono che esporre il pensiero di Parmenide è cosa ardua. Per quanto ci riguarda non solo è "cosa" complessa, ma non sempre esposta nella giusta prospettiva. Vale per tutti considerare che, tranne rarissime eccezioni, la filosofia di Parmenide è stata spiegata in irriducibile antagonismo a quella di Eraclìto, mentre è vero il contrario: Eraclìto fu il suo punto di partenza, per un discorso originalissimo che dà fondamento tanto all'ontologia, intesa come scienza dell'Essere che alla  "Meta-fisica", la scienza del Logos, quanto ai loro strumenti logici e metodologici.

Disgraziatamente Parmenide, lui che si batté strenuamente contro il pensiero negativo, è stato utilizzato, in maniera duratura, quale fondatore del Nichilismo. La responsabilità di questa nefasta evenienza è però di quanti continuano ad interpretarlo, senza capirlo, con una sterile ed inutile contrapposizione di essere e non essere. Ne parleremo una volta capita  la sua dottrina dell'Essere.

Per questo, il nucleo da cui bisogna partire è compreso in poche righe, che rappresentano da sole un incommensurabile patrimonio.

Per Parmenide non è lecito porre il problema: esiste la Verità o molteplici Verità? Infatti per lui la verità è sempre verità di qualcosa o più precisamente è sempre verità di qualcosa che mi si pone hic et nunc, proprio in quanto la verità semplicemente "é". Questo"è" é l'Essere, che non è mai l'Essere extramondano, ma è questo oggetto qui, questo fatto qui, nel preciso momento in cui lo individuo. L'Essere è "presente", non è mai passato o futuro.

Non si può sfuggire a questo "procedere" senza cadere nel "paradosso" di scindere ancora una volta Essere e Pensiero, mentre per Parmenide "lo stesso è pensare ed essere" (fr. 3), e il pensare è un "pensare a" così come l'essere é "essere per". Sono gli uomini "dalla doppia testa" che presuppongono un puro pensare o un essere indipendente dal pensiero.

Dunque, questa finitezza dell'Essere è per Parmenide "la rotondità" del Vero, il suo presentarsi "fuori dal tempo", "indistruttibile", "immobile" e tutto quanto s'addice a "quanto viene pensato qui e ora".

Chi potrebbe modificare o pensare diversamente "questo fatto qui"? Infatti di esso non è possibile "dire e non dire", dire "che è e che non é" questo fatto qui.

Questo pensare fallace (doxa) s'arresta davanti "alla porta" della "casa dell'Essere", in cui "sempiterna" abita la Dea o l'alètheia (la Verità).

Consegue che non è più proponibile una "trascendenza", nè che l'ente si nasconda dietro/dentro l'Essere o che L'Essere annichili l'ente. Io sono qui, ora, ogni volta, finché c'è "qui e ora".

 

 

(Vedi  FRAMMENTI - SULLA NATURA:  la traduzione che sto portando avanti)

 

 

 

 

(Continua)