PITAGORA (Isola di Samo c. 575 a.C. - Metaponto c. 495 a.C.)
1 - Per Pitagora
Nella storia della filosofia alcuni sono
molto importanti, altri famosi; alcuni sono stati avvolti dal mito, ma nessuno
fu, come Pitagora, tutto questo
nello stesso tempo. A giusta ragione.
Se Pitagora non fosse esistito, noi non
avremmo sentito e capito l'esigenza
del
senso scientifico del divenire, il concetto di ordine e finalità, di fondamento;
non avremmo goduto il
significato di
Cosmo,
dunque la necessità
teleologica
della Causa Prima; né tanto meno la "logica" di finito-infinito,
limitato-illimitato, ragione-essere, ovvero la delineazione e la genuinità di
una coerente e superiore riflessione. Infatti, questa grandiosa delineazione non
poteva che essere comprensiva di una particolare
condizione
sociale:
un Ordine Spirituale Totale.
Platone, che aveva cercato una prospettiva analoga e dettagliata, quando approfondì il proprio pensiero, per uscire da infinite aporie, si riferì obbligatoriamente a Pitagora E fece altrettanto Aristotele, che lo utilizzò anche se spesso tacitamente.
In precedenza, molto danno aveva fatto l'accoppiamento Pitagora-Orfismo e la conseguente idea dell'anima e della metempsicosi che, male intesi, storpiarono l'insegnamento di Pitagora.
Voglio, per inciso, sottolineare che, alla fine di tante
traversie storiche, una "sminuizione" progressiva
dei pitagorici ha pesato molto nella Storia del pensiero filosofico, tanto che oggi quasi nessuno "studente" di
filosofia sente l'esigenza di studiare approfonditamente Pitagora.
2 - Il presupposto
Alla base del pensiero di Pitagora
c'è un'intuizione profonda che troverà reale applicazione, dopo Platone, solo
dal XVI° secolo in poi.
Quando
Pitagora parla dell'archè come numero, non solo parla di un archè
concettualmente più profondo rispetto ai fisiocrati milesi, ma per lui il numero
non è il numero così come siano abituati ad intenderlo. Per lui il numero è
"un punto", uno spazio "concreto", espresso e riferito ad un obiectum
della realtà che, geometricamente e matematicamente si organizza dal semplice al
complesso. Dire numero è dire "realtà", cosicché la
trama secondo cui si svolge
l'Essere si può trasferire in una proposizione
numerica,
in un "discorso" matematico: ossia in un ordine scientificamente dato.
Questo
rapporto obiectum-punto è, dunque, non solo il presupposto epistemologico della
scienza, ma, per quel che ci interessa, la "preservazione" della filosofia dai
"falsi discorsi", dalle "frasi", dalle "chiacchiere". Tutt'altro da un Pitagora
malamente inteso come pensatore
mitico-religioso.
Ma ciò che è in sommo grado stupefacente,
(Aristotele avrebbe detto suscita meraviglia), è il presupposto di Pitagora di
rendere reversibile "bello" e "concetto", di unificare Sublime e Verità. Una
cosa che avrà parzialmente riscontro nella "rotonda verità" di
Parmenide, negli atomi di
Democrito e meritato conforto nel
De Rerum Natura di Lucrezio.
Cosicché dire
che ciò che osserviamo, non solo lo possiamo "rac-cogliere" con e nella mente, ma lo
godiamo come opera d'arte, lo ascoltiamo come musica e poesia, insomma che
In filosofia
ci proverà Hegel
a costruire qualcosa di molto simile, anche se con molte oscurità e, nel secolo scorso in maniera formale
e alquanto perversa,
Heidegger,
tentativi incompiuti per cui si può asserire che resta ancora da trovare, un maestro che parlando delle cose
musicandole,
le possa rendere "divine".
3 - La scuola Pitagorica
Si parla in
genere di scuola pitagorica perchè, non avendo Pitagora scritto nulla, il
suo insegnamento fu divulgato da tanti discepoli, non solo a Crotone, in
Calabria, ma in tutte le scuole allora conosciute.
Ciò non consente di parificare i discepoli al Maestro, né di fare della sua filosofia un complesso di pensiero figlio della comunità. Una bestemmia innanzi tutto per i discepoli, i quali lo venerarono come un dio e si sentivano "puramente" onorati di trasferire "semplicemente" il suo pensiero, con una esaltazione tale da portare a certi ingenui "parossismi" dottrinari, secondo quanto ci riferiscono le fonti antiche.
Quella di
Pitagora, infatti, non fu filosofia nel modo in cui ci hanno abituati, ma, nel
modo più puro e coerente, un sapere in grado di annichilire la distanza tra
vita e pensiero, tra divino ed umano. (vedi
Introduzione.)
Poiché i pitagorici stavano insieme per comune obbedienza alla Verità, la peculiarità della Scuola venne stravolta e mal compresa già dagli stessi contemporanei. La Verità comporta un forte spirito unitario, che impregna ogni momento dell'esistere. Appare perciò l'appartenenza, in quanto legame culturale ed etico, una sorta di legame totalizzante, facile a rappresentarsi come appartenenza religiosa e politica. E, in certo qual modo questo è vero, se non fosse che, servire la Verità, non è servire la politica o la religione, le quali precludono alla ragione proprio l'essenza, ossia la ricerca, il ripensamento e lo spirito critico.
E' naturale che i Pitagorici, in quanto servitori del Logos, potessero apparire ed essere compresi all'opposto di quello che erano: furono sciaguratamente ritenuti una setta, dei clandestini, dei diversi, dispregiatori della plebe. In effetti la Verità non sempre ha "popolarità" se è popolare, purtroppo, tutto quanto è spreco nell'inutilità e nella chiacchiera: i filosofi necessariamente stanno in disparte e poco propensi a "perdere tempo".
Solo se si comprende questo, si interpretano ragionevolmente le vicende complesse e pesanti riferite alla Scuola, specialmente a Crotone.
4 - Il Numero
Il Numero è lo stesso presentarsi del Logos come Ordine rigoroso, qualità che, superando ogni presunzione del Caso, è il presupposto del darsi stesso del Logos come Verità "logica", ossia comprensibile dalla ragione umana. In merito a questo, Aristotele, nella Metafisica, afferma:
"Poiché nelle matematiche i numeri sono, per loro natura, i principi primi .. i Pitagorici [...] ritenevano di vedere, più che nel fuoco, nella terra e nell'acqua, molte somiglianze con le cose che sono e si generano; ... Pareva a loro, infine, che tutte le altre cose, in tutta la realtà, fossero fatte ad immagine dei numeri e che i numeri fossero ciò che è primo in tutta quanta la realtà, pensarono che gli elementi [stoikeia] del numero fossero elementi [stoikeia] di tutte le cose" (58 B 4 Diels-Kranz)
Leggiamolo con attenzione, anche alla luce delle altre testimonianze antiche.
Si vede come fosse ampiamente chiaro il superamento di
Pitagora nei confronti della Scuola di Mileto. Indicare l'archè delle "cose che
sono e si generano" [...] in un elemento naturale significava precludersi ogni
ragionamento, giacché comportava la riduzione della ragione ad un "a
posteriori", un "dopo" rispetto non tanto all'esperienza, ma al
semplice e bruto dato
empirico. Per Pitagora, in modo rigoroso, l'archè delle cose deve essere anche l'archè
dell'intelletto, se bisogna tenere fermo il principio, successivamente fatto
proprio da Parmenide, secondo cui essere e pensiero sono la stessa cosa. Per
Pitagora il numero rappresenta immediatamente questa l'unità. E
dunque il materialismo ha senso solo in quanto è già idealismo e viceversa. Se
Pitagora apparentemente insiste sul numero "come primo in tutta la realtà" è
solo per ribadire la priorità della Ragione, che non è solo dialetticamente "prima"
delle cose, come insegnerà millenni dopo
Hegel.
Né a
Pitagora basta l'àpeiron come superamento di questo fisicismo, trovando
che l'àpeiron ha senso all'interno di un sistema e non come
"origine" di un sistema. Se fosse "origine" non si potrebbe evitare di coniugarlo
con "caos" che è l'origine del Cosmos per il mito e per la religione, ma non per
la filosofia.
Ora è necessario soffermarci su un problema indicato dallo stesso Aristotele: qual è la stoikeia (gli elementi) del numero? Questi "elementi" furono rintracciati da Pitagora in quali termini?
Pitagora aveva riscontrato che i numeri potevano dividersi in numeri pari e numeri dispari, con eccezione del numero "uno" , che aggiunto o sottratto ad un altro numero determinava l'appartenenza al pari e al dispari e, secondo Filolao, è da definirsi "parimpari". Questa distinzione comporta immediatamente uno "stato". Stobeo, a cui dobbiamo tutte queste notizie, dice:
"Quando il numero dispari e diviso in due parti rimane una unità in mezzo; ma quando viene diviso in due parti il pari resta un campo vuoto senza determinazione e senza numero". "Tutte le cose sono necessariamente o limitanti o illimitate (àpeira) ... L'universo è dunque costituito dall'accordo di elementi limitanti e di elementi illimitati"
Risulta, pertanto, che gli elementi dei numeri sono la distinzione (pari-dispari), la differenza (limitato-illimitato), l'armonia, nel cui ordine sussiste e consiste "anche" l'ordine delle cose. Fu Pitagora che, per primo, poté affermare che "l'insieme di tutte le cose è un cosmo per l'ordine che vi regna". Con questo atto, la razionalità assume, in maniera definitiva, il modo specifico della comprensione e la Ragione finirà per trovare il cammino della sua stessa e totale Soggettività.
La razionalità quando giunge ai suoi più alti gradi è Musica e così anche la realtà. Per questa via si giunge a cogliere che la nostra vita è giusta se è Armonia, e che, in questa Armonia consiste la nostra Anima, così come per questa via si arriva a comprendere che Dio non solo è l'Armonia del Cosmo, ma il Compositore e il Direttore d'orchestra.
L'Armonia è dunque il senso, il fine ed il significato del Tutto, che si specifica come una grandiosa composizione musicale, se è vero che "comporre" non è un puro accostamento di note, ma una solenne ed unica costruzione sinfonica, in cui finito ed infinito si fondono, poiché Dio bussa alla casa dell'uomo e gli parla in modo specialissimo ( Si pensi a Beethoven e la Quinta sinfonia).
Perciò, in ultima analisi, tutti i discorsi dell'uomo sapiente finiscono per essere discorsi intorno all'Anima e a Dio, in cui si magnificano. E il sapiente non dimentica che, tuttavia, tutto nasce da Numeri finiti.
Infatti l'Armonia si gode e si scrive "geometricamente", perchè oltre che "giudizio riflettente" (Kant) è pura e semplice razionalità. In ciò consiste il nocciolo dell'insegnamento profondo di Pitagora.
E' ovvio che questa visione della Vita Assoluta comporta una profonda esaltazione, un grandioso senso di sé e dell'Universo, ma altrettanto comporta una iperbolico sentire, ascoltare e partecipare. Se si analizzano attentamente tutte le testimonianze dei pitagorici e sulla scuola pitagorica, entrambi questi atteggiamenti (la calma sensazione del tutto e l'iperbole mistica) sono strettamente commisti e si precisano solo se si individuano criticamente.
Proprio questo porsi dei pitagorici rispetto alla Ragione è il criterio per decifrare il loro insegnamento, i resoconti, le loro azioni sociali e la loro aristocrazia.
Il porsi del sapiente come "altro" è tipico di Pitagora, così come affermerà anche Eraclito, poiché il vero sapiente percepisce chiaramente che l'alètheia è lontanissima dalla doxa e che la vita sociale si muove tra due "poli" di uomini, assolutamente dissimili ed opposti, distinzione che ben terrà presente Platone nella delineazione della Repubblica.
Dio non è per tutti anche se si dà a tutti (Hegel). Alcuni si contentano del quotidiano accumulo di evenienze, altri vivranno il quotidiano alla luce del divino (Spinoza). E' dunque il pitagorismo la fonte a cui si abbevereranno tutti i filosofi di ogni epoca, poiché è in Pitagora che il Logos parla "precisamente " all'uomo e, altrettanto "armoniosamente" si "confida".
Ma è bene insistere sul modo assolutamente nuovo con cui Pitagora e la sua Scuola si rapportarono al Logos, anche perché in questo senso possiamo comprendere non ambiguamente il vero significato della teoria della metempsicosi e la funzione più “popolare” del simbolo di cui si fregiavano i suoi discepoli: la sacra tetraktìs.
Pitagora non fece soltanto del Cosmos qualcosa che richiedesse una Causa prima, tale da giustificare lo stesso essere dell’archè; non affermò, ancora, che il Logos o era un fatto razionale e fonte di razionalità o non era affatto. Queste e tante altre affermazioni dei pitagorici erano importantissime, ma non erano prerogative della Scuola. Altri, per esempio Eraclito, sostennero le stesse cose.
La peculiarità grandissima di Pitagora, come più volte ribadito, è di aver sostenuto che il Logos è razionalità assoluta, una razionalità esprimibile “geometricamente” in tutti i suoi aspetti e, quindi, tutta interna a un procedimento "scientifico", che, per sua natura, è rigoroso ed “elevato” (e perciò “con fatica” acquisibile da tutti).
Poiché questa razionalità “numerica” innata nella mente è la stessa e identica cosa della razionalità del reale, Pitagora sostenne che lo stesso discorso matematico è la traduzione logica della “trama” concreta del cosmos. Ossia, se il “teorema” porta a comprendere l’intima struttura delle cose, esso è qualcosa di più di una semplice operazione matematizzante. Se ben inteso implica la “ripetibilità” delle cose, se è vero che di ciò di cui si conosce ogni parte “esattamente”, di questa se ne può compiere in ogni tempo un duplicato. Se tutto me stesso può essere compreso, io posso essere “rifatto”, con un atto di intenzionalità, che è solo prerogativa di Dio.
Furono perciò i pitagorici per primi a porre in termini reali il rapporto “complessivo” di trascendente ed immanente, ma specialmente ad aver risolto “concretamente” il rapporto specifico tra Logos ed ente, tra Logos ed Essere, attraverso il criterio della “selezione” delle esistenze, declamata in termini etici anche da Eraclito ed epistemologici da Parmenide. Ma l'aristocraticismo di Pitagora non assertorio come negli altri due, ma “scientifico” e, come tale, fu predicato a pochi, perchè pochi, allora, potavano intenderlo. E che non potesse venire compreso da tutti è dimostrato perfino dalla strana comprensione che ne ebbero gli stessi discepoli di Pitagora, che, insieme alla gente colta, lo ridussero ad orfismo e a percorso “religioso”.
La coscienza altissima che ebbe Pitagora di se stesso e del suo insegnamento gli impedirono di occuparsi della divulgazione del suo pensiero oltre una cerchia limitatissima, convinto com’era che i procedimenti scientifici “s’impongono per se stessi”, per loro intima necessità, e si conquistano parallelamente all’accrescimento del “sapere” umano: un percorso difficoltoso, millenario, indefinibile ed interminabile.
Per questa stessa ragione chi esamina quel simbolo denominato tetraktìs, portato anche come testimonianza di appartenenza alla Scuola, comprende quanti “infinite” combinazioni si possano fare “geometricamente” con quei dieci punti e sempre con la “centralità” dell’uno (il parimpari) e come il "simbolo" potesse avere un alto senso “pedagogico”, di nuovo accolto dalla benevolenza di Pitagora, che non disdegnava di manifestare la possibilità di incidere nel contesto della polis e della politica, che dei simboli ha bisogno e di cui è gelosa garante.