ANDARE.

 

 I

In pena andare e furtivo
nei chiari invernali meriggi

in cave ormai sgombre

di vita.

Speravo che gli inferi dei
tornassero ai passi
coperti
nei monti a lungo canuti.

Invece

non pochi seppellimmo quest'anno,
voci e sangue di nostri.

Disperammo da umani
ed oblio.

Eppure é strano quel vago,
assordante torpore

che s'appressa di poi 

nella mente.

Marchiati di fuoco, alle effigi

dicemmo:
"Non piangete per noi che viviamo".

 

 

II

 

Per quali monti pascete
affetti sapienti?

Implorate inutili
mondi lontani o gią luce
che dilegui la notte.

Fantasmi,
in questi emisferi, saremo
e mortali; a secche
sorgenti berremo, ai colori avvizziti
di luoghi gią visti.

L'Assoluto é non dire,
eppure lo Spirito é voce.

Non crediamo
Babilonia pietosa e lo scandalo trino
che apre la terra:

sorgete! Sorgete?

Damasco, la porta di Tarso,
orbite immote, aureole d'oro,
graduati orizzonti di santi.
Follie!

 

III

Fatto eccelso e fatuo, la terra.
Estremo sprazzo del Fuoco. Piantiamo
alberi nuovi e diamo
agli umori diversi del tempo
storie future.

Qui venne la croce.
Memento.

Oh terra, tu prova , tu morte,
sgabello dei nostri dilemmi.

Trarremo con noi
le fiabe pił belle, le glorie,
lo stampo del Grande Architetto,
non albe, tramonti e desii.

Allora tu non terrai
la fredda ala e la falce,
spauracchio
di colpe e cammini.

Pater,
decessit nobis malum
ad gloriam

 tecum!