Delirio.
 

 

 

Che sono
quattro stelle in cielo
che luccicano
come zirlire di grilli?
E passeri e vecchie,
rumore di sterco
vociare, zittire?
 
Per sempre
sai che vuol dire?
 
Rumore di un piatto
e quattro forchette.
Masticare una pera
parlare così
d’ un filo di luce
di stufa
ad un solo elemento.
 
Alcuni momenti
non so proprio tenere
la pazzia del mio cuore,
sentirsi
lo sguardo di Dio,
un palpitare tremendo,

infinito.

 
Papaveri sparsi,
parole,
televisore, stirare,
a chi si deve mandare
a Natale.
   
 Lampi che oscillano
  per ignoti cammini
  in querule e stanche
   sostanze
      e occhi di gelida grazia.
Avrei gustato la lingua
Fino a farti pensare
Che darti dolore
   È un regalo di nozze
   E un addio.
            
             Qualcosa di nuovo, chissà,
           e scarpe dal calzolaio
       per il tacco finito
                pantaloni di non so quale stoffa
     silenzi,
         parole di nuovo,
           partite a scopone
      
         e l’inferno che brucia
        l’ inferno che agli uomini veri
        è caldo ristoro,
    
              carne che vibra
                per le mani e le labbra:
     Se fossi supremo
      padrone del bello
     ti avrei creata così
       come adesso ti sento
      vicina.
 
         Poi allargata
            una nube più nera e pesante
           del buio,
                 avrei rotto la sera
                 con lampi e tuoni
             di rabbia.