Aggiornato al 26 settembre 2007

 

 

La cognizione dello Spirito.

 

 

1- Per qualificare il mondo parallelo che ci penetra e ci circonda dobbiamo perdere l'illusione di dovere indirizzare la ricerca solo e puramente verso un essere e un avvenire totalmente materialistico.
Accanto alla scienza di Galileo, genio dello spazio e del tempo, occorre prospettare un problema di un metodo che tratti di un tempo totalmente altro, capace di nientificare irreversibilmente lo spazio e che si preoccupi di categorie cognitive quali forme, entità, necessità, destino e quant'altro sia opportuno. Infatti, se esiste lo spirito, esso non si colloca in una posizione sensistica, poiché ciò che dà significato all'attività della sensazione é lo spazio e lo spirito é necessariamente  oltre lo spazio. La costruzione del metodo é, perciò, contemporaneamente la dimostrazione dello spirito come campo esistente ed indipendente dalla materia.
La distinzione di spirito e materia, non implica la loro opposizione, così come lo studio geografico di una contrada prescinde, ma non esclude gli abitanti e i loro diversi insediamenti, tanto che la geografia può allargarsi all'antropologia.
In tal modo, non deve destare meraviglia, ad esempio, che il pensiero, prodotto da una massa cerebrale ben definita, si renda indipendente dalla materia che lo fa essere e giunga ad una dimensione per cui da tale substrato finisce per prescindere completamente. Chiameremo lo spirito-materia Io penso, e, lo spirito, che riflette sulle sue modalità, anima, nel significato nuovo che andremo a specificare. Entrambi sono rappresentabili indistintamente come Pensiero, ma logicamente distinti in intelletto e ragione.
L'Io penso ha avuto in Galileo, Kant, Freud i suoi interpreti. L'anima deve liberarsi ancora di troppi padri putativi.
Il corpo ha cognizione di sé per mezzo dell'intelletto, la ragione, invece, può riflettere su se stessa e, ponendosi come autocoscienza, fondare lo spirito come campo autonomo. Tale prerogativa dipende dal fatto che é la memoria che delimita la coscienza.
Nello spazio, il tempo scaturisce dalla successione di dati-stati concreti, quindi il metodo della scienza non poteva che essere una quantificazione e il modo come misurarla. Viceversa il tempo dell'anima, agendo per attività selettiva, é qualitativo e la sua misura dipende dai "valori" di cui si fa portatore. Questo comporta l'attività  secondo cui il soggetto "trattiene", "valutandola", la rappresentazione.
Giungiamo, così a definire l'anima come l'insieme dei valori che "fondano" il tempo e, di conseguenza, a gerarchizzare i valori (e dunque il tempo) nella misura in cui più si "pro-spettano" l'Assoluto. Consegue che l'anima non é altro che é una "variante" ed "un'aspirazione" all'eternità. Questa varianza e questa aspirazione appartengono solo alle primalità che includendo l'uomo vanno oltre l'uomo stesso fino a Dio.
Abbiamo tante volte affermato e ribadito che l'Assoluto non é suscettibile di conoscenza, perciò l'anima é la forma che può percorrere solo un tratto del sapere individuato scientificamente, ossia l'anima si muove anche nella stessa struttura del mondo materiale, fatto che giustifica l'asserzione dell'esistenza di due modi e mondi paralleli.
Sapendo, allora, che "il mondo non si produce spontaneamente" e le forme sono il divenire, posto in essere da un Artefice, possiamo, dunque, affermare che la massima coscienza che può possedere l'anima é la coscienza di Dio, l'Essere più simile a noi rispetto alla lontananza dell'Assoluto.

2- L'anima é ragione che va dalla Ragione, nel momento in cui lascia l'intelletto alle sue occupazioni. Nel mondo della Ragione si misura innanzi tutto la razionalità. Dal "come" si passa al "perché". Il perchè non é il perchè degli scienziati: essi giustamente lo generalizzano per determinare una legge che possa essere funzionale alla ripetitività e alla verifica. Giustamente il loro sapere si connota come necessario ed universale e questo costituisce la grandezza della scienza.
Il "perchè" della Ragione riguarda un soggetto irripetibile e il suo sapere è il "sapere dell'unicità". Quando, ad esempio, parlo del "mio" destino, pongo solo ed esclusivamente me stesso davanti allo Spirito.
Questo vale ancor di più quando considero il "mio bene-male", "ossia il ben-essere" e "il male del mio vivere". In questo consiste l'anima e l'azione della Ragione. Ma diventa scienza dello Spirito quando metto insieme la mia unicità insieme ad altre unicità. In tal modo posso trovare, anche in quest'ambito delle leggi, delle invarianze che costituiscono una specie di orizzonte, in cui si rappresentano quadri mutevoli ma i cui colori possono dare una comprensione totale. Un paesaggio può essere visto da tanti punti di vista, ma illusoriamente diverso: é quello. Un paesaggio dell'anima (il fato) é sempre diverso, ma é sempre uguale.
L'anima é un viandante che si organizza per un viaggio affinché questo non diventi fortunoso. Ma l'anima non sussiste senza il viandante.

La religione cade in evidenti aporie quando afferma: "L'anima é immortale, perciò risorge". Ora come può risorgere ciò che non muore? Dunque o l'anima è mortale e per questo risorge per un atto a noi esterno, oppure l'anima è immortale e non patisce morte. La prima proposizione è problematica la seconda è palesemente velleitaria. In entrambi i casi la proposizione "L'anima é immortale, perciò risorge" è un paralogismo.

Ribadisco, che "l'anima eterna" non può essere presa in considerazione, perchè parteciperebbe ad una condizione che non appartiene all'ente. L'eternità appartiene a chi é Eterno, e noi non possiamo assumere questa volgare presunzione.

Intendendo l'anima nel suo reale significato essa è il viandante e la sua metà, e poichè la sua meta "è posta prima", ciò la garantisce dalla morte.

Se accettiamo ciò, possiamo capire perchè l'esistenza, contrariamente a quello che ci dice il senso comune, non è un dato ontologico, ma semplicemente e puramente un fatto logico. In ciò é la chiave di tutto il sapere.

Cercherò di dimostrare che l'esistenza logica è la tomba in cui si potrà seppellire le illusioni millenarie dell'uomo religioso, ma non le sue "esperienze estatiche".

Perchè l'esistenza, per dirla diversamente, non è un fatto, ma un pensiero? Come mai da questa evidenza nessuno ha cercato nuove vie? Perchè, accettando questa proposizione tutta la filosofia deve essere ripensata?

Rispondere significa fare della logica, non il mezzo della scienza, ma la scienza vera e propria.  
 

  

continua....