Il peccato e il miracolo
La maturazione di Gesù, a livello dottrinale, avvenne sicuramente in relazione alla Legge ebraica, ma nella considerazione che questa stessa Legge dovesse essere "superata".
Si è visto, ad esempio, che in Lui la connotazione di Dio assunse un valore più ampio e più puro, legato all' Altissimo, tanto che non può essere considerato un caso che Gesù non abbia mai pronunciato la parola "Geova" ed è fortemente limitato sulla sua bocca il nome semplice di Dio (riprenderemo questo tema dettagliatamente in altro capitolo). Quando il suo parlare cominciò a configurarsi come "divino", il nome di Dio venne a umanizzarsi in Abba, ovvero Babbo, una denominazione assolutamente più umana e carica di grande affetto, tanto che la traduzione, spesso tradizionalmente declamata, di Padre, non rende giustizia al messaggio filiale di Gesù.
E', infatti, necessità del figlio amare il padre e amandolo avere confidenza con Lui, sapendo che Egli può capire, può giustificare, può evitare errori, può, in ultima analisi, dimenticare qualunque offesa e offrirci il suo abbraccio. Non è di secondaria importanza che lo stesso Gesù nella parabola del Figlio prodigo illustrasse non tanto e non solo la giustizia paterna, ma la carità del papà, che non può arrestarsi davanti a qualsiasi offesa o tracotanza: lo si vedrà meglio e approfonditamente nell' epilogo della vicenda umana di Gesù.
Un altro elemento che avrà peso sostanziale nella predicazione del Cristo é il nuovo modo di intendere il peccato.
A prima vista, il peccato, così come inteso dalla tradizione ebraica, sembra essere riproposto con minime variazioni: gli ebrei ritenevano che ogni malattia del corpo fosse una conseguenza della malattia dello spirito; credevano che la ribellione a Dio comportasse di per sé delle conseguenze somatiche. Tra gli ebrei lo credevano senza dubbio e fortemente i farisei.
Gesù elimina il libero arbitrio del peccare e determina il peccato come lontananza da Dio, operata da una tentazione. L'uomo pecca perché non crede al suo bene, così come glielo indica Colui che lo ha creato e che, tra l'altro, "lo induce in tentazione", per verificarne l'affetto ed il rispetto. Il suo bene é il Bene ossia l'Assoluto stesso.
Gesù esamina l'uomo, che ha avuto dei comandamenti e il compito di osservarli. Non nega all'uomo la provocazione della disubbidienza, ma nello stesso tempo gli mostra le conseguenze della deroga: appunto il peccato.
Ancora una volta, in Gesù prevale l'idea della Potenza Incomprensibile dell'Assoluto, che da sempre ha parlato e parla per segni e che il segno è un processo di approvazione o di richiesta di ravvedimento.
Tutti coloro che Gesù libera dal peccato sono persone che riconoscono il proprio errore e che nel pentirsi ritrovano la libertà dello spirito, un atto che, essendo un riordinare e un ripulire la coscienza, diventa una ragionevolezza che non può essere diversa dalla volontà stessa di "Dio".
Gli Ebrei capiranno perfettamente questa impostazione del Cristo e naturalmente si scandalizzeranno, dal momento che è Dio che perdona i peccati e il fatto che Gesù lo compisse, non poteva che essere bestemmia.
A loro sfuggiva che il perdono di Gesù non era "umano", non era riferibile ad un nazareno, uomo tra gli uomini della Palestina, ma al ruolo messianico, che gratuitamente a Lui era stato concesso. Infatti, Gesù proponendo il messaggio-alleanza che si dava all' uomo, come superamento e corretta proposizione di ciò che è bene (non a caso il giusto modo di vivere sarà detto Beatitudine), consentirà che il ravvedimento sia e divenga, conseguentemente, la stessa estinzione del peccato.
In altro modo: il peccato non si estingue per un atto di giustizia pronunciato alla stregua di una sentenza penale, ma per il fatto stesso che chi ha errato, pentendosi, ripristina un corretto cammino verso l' Eterno, e, dunque si salva da sé.
Gesù prende atto del mutamento provocato dalla "nuova alleanza" e ne trae le conclusioni. Provoca il ravvedimento attraverso le sue parole e le sue opere, ma non estingue il peccato semplicemente. Semmai lo vede estinguere. Se il peccato è un disordine, il riacquisto di quanto perduto, riconferma la Ragione, ossia il Verbo.
Così se l'uomo è tenuto all'ordine, quindi all'ubbidienza, per il suo stesso benessere, la disubbidienza, una volta cessata, è un ritorno alla serenità perduta. Gli Ebrei, perciò, non capiranno il servo libero, che è l'uomo cristiano e, per la verità, non lo capiranno nemmeno i suoi discepoli e le future chiese, che non ne daranno il corretto senso.
Tale concezione cristiana è un modo di graziare Giuda Iscariota e di farne un martire di un disegno divino. Nel concetto di peccato proposto da Gesù, Giuda pensa di andare oltre "la parola" e si perde nella presunzione e nella libertà di decidere su cose che non comprende, per trovarsi in una disperazione che lo lascia nelle tenebre. Il suo ravvedimento, che più del suo suicidio, è dato dalla comprensione di ciò che ha compiuto, espresso platealmente nel buttare il denaro della taglia ed impiccarsi, lo riportano a Gesù, in maniera che occorre presumere che Giuda sia un uomo sicuramente salvato.
Infatti, che Gesù dovesse morire vittima del peccato, non comporta l'essenzialità di Giuda, in quanto il peccato è tutto "il mondo senza Dio" e da questo sarebbe, in ogni modo, provenuto "un" traditore, al di là del nome e del gesto.
L'incomprensione del peccato nella spiritualità cristiana odierna porta ad un'altra affermazione assurda: che niente ha a che vedere con la buona notizia di Gesù; che gli uomini possano emendarsi e salvarsi solo quando sono miracolati.
Tanto gli ebrei che i cristiani hanno ritenuto il miracolo un sovvertimento delle leggi naturali. Per loro c'è un Dio, grande architetto, che per impressionare un essere insignificante ed ignorante qual è l'uomo, sembra che voglia cambiare le regole dell'universo.
E' un'assurdità che esprime il più brutale paganesimo e si fa forte del fatto che l'uomo è un animale fantasioso.
Il miracolo, viceversa, è il più semplice dei fatti, che si inserisce e conferma le leggi scientifiche. Il Padre non è un buffone e tanto meno questo corrisponde al carattere di Colui che divenne la sua Parola.
Ovviamente quando la conoscenza scientifica è limitata e il sapere viene inteso solo come sapere nel tempo e nello spazio, un fenomeno inusitato viene facilmente trasformato in un fenomeno soprannaturale, quasi che tutto ciò che è non sia un'infinita struttura soprannaturale.
E' quella che noi chiamiamo co-scienza che è un miracolo. E perché il miracolo non dovrebbe essere un fatto scientifico? Se non lo fosse, sarebbe una suggestione, una falsità, un parto fantasioso. Il mito non trova posto nella religione, a meno che la religione non finisca per presumere di distinguersi dal sapere.
Perciò nei Vangeli è facile capire come esistano fatti straordinari, ma sempre fatti e, accanto ad essi, fantasticherie, costruite dopo la morte di Gesù, per varie ragioni, non ultima quella di aiutare una predicazione affidata ad ecclesiastici mestieranti, poco cristiani e spesso irretiti dalla brama del potere, potenziato da discussioni sterili e capziose (i concili!), ben lontane dalla semplicità e chiarezza del messaggio di Gesù.
Si può dare di entrambi un esempio. Al primo appartiene la resurrezione di Gesù; al secondo la pretesa di fare del Messia, ossia di colui che è mandato dall'Eterno, un Dio stesso, come tra i pagani. La distinzione é facilmente comprensibile come successivamente avremo modo di constatare approfonditamente, per dare certezza al cristianesimo e fare di Gesù, Colui che siede alla destra del Padre, il più vicino possibile all' Eterno.
Si può dire che, credere in Gesù e non nella sua resurrezione, è un credere inutile e senza senso. Credere in Gesù come Messia e farne contemporaneamente un dio, è altrettanto vano .
Gesù è colui a cui venne manifestata la Nuova Alleanza e che Egli comunicò agli uomini, e, per tale compito perse la vita. Né poteva essere altrimenti.
Gli uomini hanno sempre svilito il Sacro, perché è per loro più facile trasferire in cielo le loro paure, i loro pensieri, le loro menzogne e, principalmente le loro prepotenze.
All'Assoluto, così come apparve a Gesù, non è possibile applicare niente di tutto questo. Ecco perché Gesù ha spezzato il tempo della storia e <dopo Cristo> si può pensare solo in maniera totalmente diversa e si deve vivere per imitazione, per realizzare il regno del non potere umano.