Perché Marco ?

 

 

 

1- Quali sono le ragioni che mi hanno portato a scrivere questo Commento a Marco, ovvero perché per risolvere i miei problemi con la divinità e più fortemente con l'Assoluto ho preferito Questo  evangelista più che  altri, nel senso che a partire da Lui ho riletto ogni diversa fonte  riguardante la Nuova Alleanza?

Se uno vuole credere o negare, sperare o nientificare, ossia comprendere, illudersi o, comunque valutare un messaggio, deve pur riferirsi a qualche testimonianza (o, perfino ad un'autotestimonianza) e, trovatala, alla fine  cercare di giungere ad una conclusione e, guidato dalla ragione, rispondere a questa precisa domanda: chi è  Gesù detto il Cristo?

La scelta di leggere in merito alle dottrine e alle vicende di Gesù principalmente attraverso il Vangelo di Marco è semplice da spiegare.

Essa è dovuta ad esigenze storiche ed oggettive, che ho inteso affrontare nella maniera più conforme e più corretta possibile. In base a ciò, questo Commento a Marco, pretende di non appartenere a nessuna chiesa o setta.

Ma è evidente che il Gesù di Marco, per come l'ho inteso e con tutte le notevoli conseguenze che ciò comporta, è oggettivamente e razionalmente,  il Gesù  più vicino  alla comprensione o se si vuole alle speranze umane

Inoltre, mi sono posto il compito  di far sapere altro: ossia quanto più è possibile conoscere "Marco evangelista" e  poter verificare, in che misura, è lecito ed essenziale fidarsi  di questa testimonianza.

La questione potrebbe essere posta anche in questi termini: se si possedesse principalmente il Vangelo di Marco, quale Cristo potrebbe essere compreso? quale messaggio  si potrebbe ricavare? e, per di più, per quale ragione si dovrebbe accettare l'attendibilità dell' Autore?

 

2 - Nell' Evangelo di Marco, la presenza di Pietro, è sostanziale. Buona parte di quanto racconta, Marco lo riprende dalla diretta voce di Pietro. Cosicché non è  poi inconcludente credere che Marco possa essere considerato, per alcuni episodi e parole, un testimone oculare. Infatti, è verisimile che, se Pietro ha effettivamente raccontato le parole e le azioni di Gesù, lo ha fatto intimamente con Marco, "suo servo". [1]

Pietro venne designato dallo stesso Gesù come "roccia", (e credo che si debba intendere come l'apostolo "che non viene meno")  ma, senza enfasi, è certo che ciò dipendesse dal fatto che il Messia ponesse in lui la fiducia, non solo per la divulgazione della dottrina, ma per la stessa stabilità e, in una certa misura, della  correttezza e salvaguardia,  del proprio insegnamento specialmente a futura memoria.

Marco, non essendo stato apostolo di Gesù, così come gli altri Evangelisti del Canone cattolico, intese riproporre l'insegnamento di Pietro "come lo capì" sia nelle diverse occasioni in cui ascoltò predicare l'Apostolo sia nei momenti in cui gli fu personalmente, come riteniamo, imposto dallo stesso Pietro. 

Infatti, Papia, (130 a.C.), vescovo di Gerapoli, nella Frigia, il più antico dei testimoni, a cui si riferiranno le maggiori fonti successive [2], ci fa sapere, [3] :

"Il presbitero [4] era solito dire anche questo: Marco, fatto interprete di Pietro [5], scrisse tutto ciò di cui si rammentava, con diligenza, anche se non con ordine[...], sia delle parole che dei fatti del Signore. Egli, infatti, non aveva visto il Signore, né l'aveva seguito, ma solo più tardi, come già detto, aveva seguito [...] Pietro. Questi proponeva i suoi insegnamenti a seconda delle necessità[...], ma non con l'intenzione di fare un'esposizione delle parole del Signore. Perciò Marco non commise alcuno sbaglio[...], scrivendo delle cose così come le ricordava. Egli infatti  si preoccupò di non tralasciare nulla di quanto aveva inteso e di nulla riferire di falso".

E', dunque, da ricordare, ad ogni passo evangelico (anche perchè é evidente) che Marco scrisse "ciò di cui si rammentava con diligenza anche se non con ordine". Importante oltre misura è che scrisse l'essenziale di ciò che "ricordava", vale a dire di quanto gli era stato raccontato da  Pietro. E, il fatto che nulla riferisse di falso non esclude che tutto sia stato riportato. Così come è opportuno supporre che uno stesso episodio, per varie ragioni, sia stato riscritto e che, nella diversità delle copie circolanti, molti amanuensi, con pie intenzioni, cercassero di superare ripetizioni e contraddizioni, con vere e proprie manipolazioni, oppure giungendo ad includere nello stesso testo evangelico, l'insieme delle versioni scritte da Marco, senza il dovuto discernimento. [6]  Marco é un breviario si cose certe, a volte sviluppato in maniera eccezionale, a volte appena abbozzato. Sembra che sia un lavoro non terminato e che avrebbe desiderato elaborare con calma se non fosse intervenuta l'urgenza della divulgazione del messaggio cristiano e, bisogna sottolinearlo, con  tempi e  modi, abbastanza brevi, come ci insegna chi si é occupato del traffico veloce di merci e di notizie all' interno del "bacino" del Mediterraneo.

E' attendibile se non certo che il Vangelo di Marco venisse scritto, nella totalità delle sue varianti, non dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, ossia non dopo il 70 d.C.

Il che implica che, a quel tempo, buona parte dei testimoni  dei fatti riguardanti Gesù, fosse vivente e che chiunque potesse, per incredulità o per evidente esigenza di verità, confutare i fatti: un elemento non di poco conto.

Ma se la decade prima dell'anno 70 è il termine-limite della stesura, il momento iniziale è chiaramente legato alla figura di Pietro e, dunque alle vicende a cui l' apostolo dovette far fronte.

 

3 - La tradizione parla di una prima missione di Pietro a Roma intorno al 42 d.C., nel secondo anno del regno di Claudio. A Roma Pietro restò due anni, tornando a Gerusalemme, dopo la morte di Erode Agrippa, nel 44 d.C.

Sicuramente Pietro è a Gerusalemme nel 48 d.C., anno del primo e più importante Concilio apostolico, in cui, come si sa, Pietro e Paolo, senza alcuna subalternità del neoconvertito, affrontarono una delle questioni capitali del Cristianesimo, rimettendosi all'assemblea: la divulgazione della Nuova Alleanza,  senza restrizioni tradizionalistiche, a tutta l'umanità.

In questo periodo il rapporto di Marco e Pietro è documentato e costituisce un fatto di un valore storico eccezionale, anche quando risultasse plausibile che Marco abbia potuto scrivere, o meglio, continuare a scrivere, dopo la morte di Pietro.

Il che ha portato molti studiosi ad indicare la stesura del Vangelo di Marco intorno al 67 d.C.. Personalmente ritengo che tale data sia plausibile, rimarcando che Marco, nel raccogliere il materiale, abbia lavorato alla ricerca di testimonianze e ad un primo manoscritto,intorno al 40, non molto dopo la morte di Gesù 40,  verosimilmente quando il Messia aveva all'incirca quaranta anni. 

Ma il fatto più importante, individuato e discusso in questi ultimissimi anni e il cui  apporto é stato importantissimo[7],  è la definitiva e  gravosa interpretazione di vari frammenti di un manoscritto su un papiro ritrovato tra quelli, appartenenti agli Esseni, rotoli, casualmente rinvenuti, come é noto, alla fine del 1940, in alcune grotte in vicinanza  del Mar Morto.

Come si concilia la presenza di questo papiro contenente passi del Vangelo di Marco nella comunità essena? Quale elemento in esso contenuta portò gli Esseni ad una attenta lettura e meditazione? Come è potuto capitare che questo papiro si trovasse tra i rotoli esseni prima che questa stessa comunità venisse definitivamente allontanata e distrutta dalla Xa legione romana nel 68 d.C.? Prima di quest'ultimo evento é dunque probabile, che il Vangelo di Marco fosse ampiamente discusso e conosciuto.

A questo punto è possibile convenire che il Vangelo di Marco, fu scritto, Pietro vivente,  come  "notiziario ovvero notizie per appunti o note" il più antico riguardante i fatti e le parole di Gesù. (Il Vangelo di Tommaso può stargli alla pari, ma non costituisce una narrazione e, comunque, il rapporto fra i due testi sarà trattato in un apposito capitolo di questo studio.) Dunque non si esclude la contemporaneità con alcune delle lettere di Paolo di Tarso.

 

4- Perciò, dopo queste considerazioni, ritornando a quella prima domanda: di quale Cristo parliamo? Ora si può rispondere: del Gesù conosciuto da Pietro e dai suoi contemporanei,  "raccontato" attraverso una stesura evangelica che poteva essere controllata dallo stesso Pietro, ma anche e principalmente da coloro stessi che osteggiavano il cristianesimo.

Tale asserzione è comunque gravida di altre implicazioni. Se Marco raccoglie quanto è possibile sapere dei fatti e delle parole di Gesù, perché tace su tutta una serie di parole e miracoli, nonché vicende, su cui, doviziosamente si soffermano Matteo e Luca e, in maniera particolarissima, Giovanni? 

E' forse un caso che il vangelo di Marco tralasci completamente gli avvenimenti presunti ed eccezionali che riguardano la vita di Gesù prima del suo battesimo? Non potrebbe essere vero che l'esistenza di Gesù é totalmente riferibile alla sua messianicità, ossia che la vita del Cristo-Gesù  possa essere racchiusa in quei pochi anni della sua vita pubblica?

Ovvero, perché Marco tace, tanto per fare qualche esempio, delle Nozze di Casa, del Paralitico della piscina, descritto dal solo Giovanni, e, con leggerezza, elimini molte parabole, e, con gravi conseguenze esegetiche, taccia su Marta e Maria e principalmente sulla resurrezione di Lazzaro, un fatto certamente non comune, ignorato anche da Matteo e Luca?

Ancora:  perché tace  sulla predicazione, conosciuta solitamente come  "Il discorso della Montagna" che è, poi, l'esplicazione normativa più chiara e precisa dell'essere degnamente cristiani (Le Beatitudini) e sulla "preghiera" del Pater Noster?

E' perché tace sul "completamento" della Legge, sull'Amore del prossimo e sul celibato imposto, per come si vorrebbe, da Gesù ? Perché ignora la principale asserzione che "Il regno di Dio è in noi"? 

In questo contesto, si hanno potenti elementi per negare la "verginità" della madre di Gesù e distruggere l' idolatria, oggi tanto diffusa, della Immacolata Concezione nonché sul ruolo svolto dalla sua famiglia e della madre in tutta la sua vita pubblica.

E dov'é la presenza della madre anche nel momento estremo della crocefissione?

Potrebbe, anche, essere un insegnamento immorale e blasfemo, quello della Trinità, elaborato dai poco credibili e illiberali Concili cattolici, così come la determinazione di un mondo ultraterreno, penosamente dantesco ed offensivo della stessa dignità dell'Assoluto. 

Però, non dimenticando tante altre questioni, (quali i sacramenti, il sacerdozio appannaggio degli eunuchi, la clausura, il "potere di Pietro" ecc.), in Marco c'è, in positivo e più d'ogni altro, la base per una diversa visione dell' immortalità e della possibilità di discutere con razionalità, o meglio con buon senso, della stessa "resurrezione" del Cristo.

 

5 -   Per quanto concerne una essenziale biografia di Marco, come si è già detto, la fonte più antica è quella, sopra citata, di Papia, che Ireneo, riteneva discepolo dell'apostolo Giovanni. A Papia si riferiscono tutte le successive e varie tradizioni patristiche, tra le quali, importante, quella di Marcione [8], il quale identifica l'evangelista con "Giovanni soprannominato Marco"  [9]. E' evidente che i due nomi, l'uno ebraico, l'altro romano-greco, indicherebbero, in questo caso, l'origine semitica di Marco e contemporaneamente il fatto di essere costretto a vivere nelle varie regioni della diaspora.

Marco  era figlio di una cristiana di Gerusalemme, Maria, nella cui casa si raccoglieva di solito la prima comunità di Gerusalemme e dove si stabilì Pietro, subito dopo la liberazione dal carcere [10] .

Insieme a Barnaba, che molti ritengono suo cugino, si recò, seguendo Paolo, in giovane età, a Cipro [11], tornandosene però ben presto a Gerusalemme. Per questo fatto, Paolo rifiutò di riprenderlo con sé, in un secondo viaggio, di modo che Marco e Barnaba, come ci attestano gli Atti [12], ritornarono da soli a Cipro. Tuttavia le notizie successive, ci fanno trovare Marco, prigioniero a Roma, proprio insieme a Paolo.

Successivamente lo stesso Paolo lo manda in missione in Asia Minore[13] .

L'anno successivo, Paolodi nuovo in carcerescrivendo a Timoteo, non manca di chiedergli di ritornare a Roma portando con sé Marco, essendogli utili i suoi servizi [14]

Sappiamo anche che, più o meno nel periodo in cui Pietro scrisse la sua prima lettera, Marco si trovasse con lui a Roma (e molti sostengono che prima di questo incontro avesse accompagnato l'apostolo in Palestina e Siria).  Sappiamo che Pietro affettuosamente lo chiamasse "figliolo". 

Morto Pietro, esiste una tradizione, secondo cui egli divenne vescovo di Alessandria, ma è puramente un' invenzione di Eusebio.

Col tempo ho ritenuto credibile  che egli potesse essere il giovane, scappato nudo, al momento dell'arresto di Gesù, accompagnando alla croce la propria madre Maria. Ma potrebbe essere  un innesto non filologicamente esatto e su cui  bisogna ancora di riflettere.

Per il resto, conosciamo altri dettagli che poco aggiungono alle notizie finora riportate: tra questi il ritrovamento dei suoi resti da parte di alcuni marinari veneti e la successiva venerazione nell' omonima Chiesa, a Venezia.

 

 

 


 

 

 

 

 

Note

 

 

 

 

[1]   Atti  13,5

[2] Di esse, oltre ad Ireneo, ricordiamo Tertulliano, Giustino (il quale riporta che l' appellativo di "figli del tuono", dato ai figli di Zebedeo è ricordato solo in  Marco (3,17) e "nelle memorie di Pietro"), Clemente Alessandrino ed Origene.

[3]  Premessa all' opera "Spiegazione delle parole del Signore", riportata in Eusebio, Hist. Eccl., III, 39,15.

[4]  Presbitero è inteso qui nel senso di  anziano ed è poco presumibile che indicasse Giovanni, l' evangelista come alcuni pretendono affermare.

[5]  La frase "interprete di Pietro" è da alcuni spiegata in riferimento alla necessità di trascrivere in greco, lingua sconosciuta a Pietro, il messaggio cristiano. Ma appare estremamente forzata, per lo meno se si pensa che nulla avrebbe potuto impedire a Marco di scrivere l'esatta versione di Pietro, nella sua lingua e successivamente tradurla o farla tradurre nelle lingue più comunemente conosciute. A mio parere "interprete di Pietro" va inteso semplicemente per quello che immediatamente significa: "intermediario tra autore e fruitore" (Devoto-Oli)

[6]  Eclatante è l'inserimento del passo, che riporta l'episodio di Gesù che appare a Maria di Magdala, ai due discepoli a Emmaus e agli undici, totalmente diverso per stile e non debitamente inserito nella narrazione (Mc 16,9-20). Su questa manipolazione la quasi totalità degli studiosi è ormai  definitivamente concorde. Tuttavia é problematico asserirlo.

[7] Carsten P. Thiede, Il papiro Magdalen, Piemme, I997.

[8]  II sec d.c.

[9]  Atti 12;12.25;15,36

[10]  Atti 12,12

[11]  Atti 13,5

[12]  Atti 15,36

[13]  Col. 4,1O; Philem. 24

[14]  2 Tim. 4,11