L'anima in Meister Eckhart

 

 

1 - L'Anima e il distacco precorritore.

  Valutiamo cosa ha inteso indicarci Meister Eckhart nella Predica "Del Distacco", perché essa è estremamente utile ai fini di determinare il vuoto che ci è necessario definire e colmare.
Meister Eckhart vuole individuare "quale sia la più alta e migliore virtù per cui l'uomo possa meglio e più strettamente unirsi a Dio e divenire per grazia ciò che Dio è per natura, e per cui l'uomo sia maggiormente simile alla propria immagine, quando era in Dio, quando non c'era differenza tra lui e Dio, prima che Dio formasse le creature".
Innanzi tutto, è da notare che il rapporto messo nella prima accezione, quello uomo-Dio, dipende, non da qualche categorialità, ma "da una più alta e migliore virtù": ossia è nella "virtù" che troviamo lo strumento, e non in altro, perchè so lo attraverso la virtù é possibile  definire la consistenza e la misura della presenza dell'uomo davanti a Dio e viceversa.
La virtù non è una disposizione d'animo, né l'arethè antica, né tanto meno una predisposizione al bene. La virtù qui è intesa come strumento per far sì che si pongano le condizioni del rapporto stesso tra uomo e Dio.
Meister Eckhart la chiama in maniera non equivoca: ”Distacco”.
Tale termine verrà distesamente descritto, ma esso non è né conoscenza né moralità: esso è un puro fatto energetico che utilizza non solo la razionalità e la moralità, ma tutto ciò che serve ai fini che si propone.
Dice, infatti, Eckhart: "Io lodo il distacco più di ogni amore. Prima di tutto per questo motivo: ciò che di migliore ha l'amore, è che esso mi obbliga ad amare Dio, mentre il distacco obbliga Dio ad amare me".
"L'uomo può strettamente unirsi a Dio", tuttavia quello che Dio è naturalmente, nell'uomo è "un divenire per grazia.". Il che equivale a dire che l'unità originaria ha un momento che la può dissolvere definitivamente, poiché noi non siamo né necessari né essenziali alla permanenza dell'Assoluto, tenuto conto che l'Assoluto non ha bisogno di permanenza. Dunque, l'unità originaria avviene solo per grazia.
Nella più brutale espressione noi siamo salvi solo per una decisione che non ci appartiene. E non poteva essere diversamente, perché ciò avrebbe significato una parodistica eguaglianza con “Chi” è "più" e "oltre" noi, con Colui che non ha bisogno  né di essenza né di spazio, né di tempo e che, conseguentemente non cura né spazio né tempo.
Il che significa che se  il tempo-spazio esiste, esiste per pura sovrabbondanza, dunque "inutilmente". Ragion per cui l'utilità di conservare un qualcosa nello spazio e nel tempo, è un puro atto gratuito:  infatti, ciò che è in esubero non può assolutamente significare "una perdita" dal momento che è ab aeterno consegnato al niente .
Il niente è, perciò, l'opposto della grazia e la grazia non ha da riferirsi a nessun obbligo salvifico, se è vero che la prospettiva della Grazia, non muove dal mondo ma unicamente dall'anima.
Infatti, ciò si specifica inequivocabilmente da quella immagine purissima che "non c'è differenza tra l' immagine dell' uomo e quella di Dio", giacché il loro porsi è antecedente ad ogni altra creazione.
La questione è, perciò, quella di ripristinare lo stato originario e considerare che esso si determina soltanto togliendo la "posterità creazionale".
Come si è detto è solo e semplicemente questo che Meister Eckhart definisce "distacco", poiché, quando esso viene caricato di aspetti puramente "nientificanti", ciò è dovuto al procedimento divulgativo e "predicatorio".
Il Distacco non esclude il mondo in quanto esistenza, il Distacco esclude l'esistenza per recuperare "una somiglianza" e solo dopo averla recuperata si può comprendere come essa implichi "una visione" diversa dello stesso "niente".
Ma procediamo con ordine. Trascriviamo "la predica" del distacco.
Viene detto: "Il puro distacco è al di sopra di tutte le cose, giacché ogni virtù ha in qualche modo in vista la creatura, mentre il distacco è libero da tutte le creature"
In questa enunciazione (escludendo l'uso di virtù nella comune accezione di "capacità cognitiva", che come si è detto è difforme da quello che Meister Eckhart usa,  nel suo vero significato di "mezzo per raggiungere l'unità"), il "tema" del Distacco è espresso nella più completa e concisa determinazione.
Ma poiché sembra apparirgli non sufficientemente chiaro che il Distacco è prevalentemente vuoto, ecco come divulga: "E' molto più nobile obbligare Dio a venire a me, che non obbligare me ad andare a Dio, perché Dio può inserirsi in me più intimamente ed unirsi meglio di quanto io non possa unirmi a Dio. Che il distacco forzi Dio a venire a me, lo dimostro così: ogni cosa desidera essere nel luogo suo proprio e naturale. Ora il luogo naturale e proprio di Dio è l' unità e la purezza ed è ciò che il distacco produce"
Per la ragione che Dio è "tanto semplice e sottile " che " solo lui" può trovare posto nello spirito distaccato", nasce l' esigenza di insistere sulla nientificazione, anche a costo del fraintendimento.
Infatti, Meister Eckhart dichiara apertamente di non trovare alcuna significanza nella "sofferenza" (" perché nella sofferenza l' uomo ha in qualche modo in vista la creatura che gli causa la sofferenza"); né tanto meno crede nell' "umiltà" ("la perfetta umiltà si piega al di sotto di tutte le creature e, piegandosi così, l'uomo esce da se stesso per andare verso le creature, mentre il distacco permane in se stesso ,(....) vuole essere dove si trova , senza considerare l' amore o la sofferenza. (....) Perciò tutte le cose davanti ad esso sono lasciate essere, senza essere importunate")
E questa necessità di "non importunare" per occuparsi del compito di essere aperto soltanto a Dio, costringe ad asserire che il distacco deve essere totale e perfetto, che non può essere turbato né uscire da se stesso, poiché "nessuna uscita, per quanto piccola può essere senza danno".
"Tacerò e ascolterò quel che mi dirà il mio  Signore e mio Dio. E' come se mi dicesse: se Dio mi vuole parlare, che venga verso di me; io non voglio uscire da me stesso".
Altrettanto negativa è la misericordia ("essa costringe l' uomo ad uscire da se stesso, per andare verso le miserie del suo prossimo, cosicché il suo cuore si turba")
Tale asprezza è dovuta al fatto che c'è in palio l' eternità e questo desiderio di eternità ha da considerare che"Dio non può donare ad altri che a se stesso" e solo nella misura in cui si diventa Dio che si ha la necessità di tendere al non- turbamento". ("Dio è Dio per il suo distacco immutabile")
"Devi sapere che il vero distacco consiste solo nel fatto che lo spirito permane tanto insensibile a tutte le vicissitudini della gioia e della sofferenza , dell'onore, del danno e del disprezzo, quanto una montagna di piombo è insensibile ad un vento leggero".
"Io dico inoltre: tutte le preghiere e le buone opere che l' uomo può compiere nel tempo, turbano tanto poco il distacco di Dio, quanto lo turberebbe il fatto che mai si siano compiute nel tempo preghiere ed opere buone"