1 — Per determinare una "presenza", tutti concordano sul criterio che, come atto di "comune" certezza, è necessario riferirsi necessariamente ai propri "sensi".
L' immediato è, infatti, intuizione ed è, dunque, attraverso l' esperienza sensistica che può essere indicato l' "io sono", il "noi siamo".
In tal senso, la filosofia ci ha insegnato che, fondamentalmente il sentire, è sentire nel tempo, ovvero che lo spazio ricapitolato nel tempo è il presupposto e la misura che garantisce ad ognuno la sua "presenza nel mondo".
Ma la funzione del sentire comporta, immediatamente, il compito di affrontare il seguente problema: "coscienza-di-me-mondo" e "coscienza-di- me-io". Ovvero si prefigura, anche, il bisogno di capire definitivamente e in maniera risolutiva, il sedimentarsi della complessità degli aspetti mondani e dei moti della coscienza, nonché il loro essere-relazione.
Questo corollario, che potrebbe costituire un tertium, è ciò che qui sarà indicato come "archetipo", la cui presenza, come crediamo, rende possibile la risoluzione di ulteriori problemi che vanno al di là della stessa conoscenza "scientifica"e della credenza "religiosa".
Non porre l'ipotesi dell'archetipo, porterebbe a rendere, per lo meno e in primo luogo, proporzionale la quantità della sensazione e la qualità dell'autocoscienza, senza dar conto dello "specificarsi" stesso, sia della "quantità" spaziale che della "qualità." temporale.
E, dunque, è stato storicamente utile, definire l'archetipo quale "anima"; giacché, in essa, come "quantum spirituale ", si può realizzare la dialettica tra "l'occupazione-in-noi-del-mondo" e la distinzione degli "atti-appercettivi-razionali".
Dal momento che, in ogni caso, ogni ipotesi va verificata, chiameremo "esserci" il nostro immediato presentarci a noi e agli altri e "archetipo" l'essere per cui siamo questi particolari enti e non possiamo che essere in questo Essere.
Ma il fatto che noi siamo debitori ai nostri sensi della certezza di "esserci", non implica che la certezza dell' esserci spieghi la ragione e il percorso del nostro esistere. Ragion per cui, constatata la mondanità del nostro vivere, nessun essere ragionevole si accontenta di presupporsi quale "animale", ma cerca ovviamente di determinarsi come "umano". Il che spinge ad andare oltre il "sentire" e pone la questione se questo stesso sentire non sia altro che l' espressione più rozza di un soggetto che sembra volersi nascondere alla conoscenza, se è vero che inconsciamente ognuno avverte come vero e reale esistente colui (ovvero la personalità) che, in base ad una catena di valori, sa, al di là del nostro affaccendarsi e delle nostre illusioni, il dove, il perché e il quando del nostro esistere.
L'archetipo è, perciò, qualcosa che poco presuppone il tempo immediato delle esperienze, ma al contrario è ciò che “destina” le esperienze e la loro memoria su una " trama" che è poi il nostro stesso “valore”.
Crediamo, che si possa dimostrare che ciò che chiamiamo "coscienza" , anche se non totalmente separata, è, di fatto, estranea ontologicamente all' archetipo.
Si vedrà che l'anima, quando resta nella sua atemporalità, giudica sia la "cosa" che il "pensiero" e delibera non come subire il mondo o il pensiero, ma come farsi "proprietaria immortale" del mondo e del pensiero.
Tuttavia è bene chiarire che il concetto di anima, impregnato di tante fantasie e lacerazioni spirituali è stato finora utilizzato o come l'opposto della corporeità o come un vigile urbano che districasse il traffico delle sensazioni e delle impressioni., perfino tralasciando le implicazioni d'ordine teleologico.
Qui, perciò, intendiamo considerare l'anima come il "Soggetto- finalità” , che annichila tanto l'esperienza che l'impressione, ovvero la possibilità dell'esteriore e dell'interiore, così come siamo costretti a subirli, per darci un mondo e uno spirito che ci riparino dall' inutile "variabilità” quotidiana.
2 - Ma, cosa è l'anima ?
L'archetipo è in primo luogo, una reazione ad un vuoto, un non accettare da parte della coscienza la categoria del nulla-niemtificazione. Questo sentimento penetra nella vita, perché nessuno é più solo di quando resta semplicemente con la sua anima, mentre, in condizioni di decadenza fisico-spirituale, sorge una "solitudine maligna" che si sente soddisfatta, proprio come entità autonoma, quando corrode tutto, ci rende bestie che sentono la vita come semplice nascere-morire-sparire.
Ma se dubbio alcuno può sussistere sul fatto che l' anima sia, nel suo immediato presentarsi, effettivamente un vuoto, questo comporta che ogni vuoto e ogni nulla devono essere riempiti e che il modo di questo riempimento costituisce il destino che ognuno si dà. Infatti l'anima può racchiudere certamente le "occasioni" quotidiane della sua esistenza, ma anche ed opportunamente, "significati direttivi", non sottoposti a contingenza, ma espressione di valori sub specie aeternitatis.
Si potrà constatare che il vuoto può essere riempito tanto dalla futilità che dall'essenzialità: quello che conta è che "il proprietario" diventa il nostro vero essere, il Soggetto. Ciò apparirà chiaro quando verrà considerata la vita apparente e la vita reale, quando sarà reso evidente la funzione concreta dell' Archetipo.
3- "Da qualunque parte tu guardi l'anima umana (ha scritto Tolstòj), vedrai ovunque l'infinito e allora cominceranno speculazioni che non hanno fine, dalle quali non viene nulla e delle quali ho paura."
Il problema sulle disquisizioni, che, alla fine, diventano pura chiacchiera, è posto giustamente. Però non è trascurabile che le discussioni non vertono su un rapporto qualunque, ma proprio su quello tra anima umana ed infinito che è semmai l'unico "il fatto" che fa paura.
Occorre, pertanto, liberarsi da due specie di preoccupazioni. La prima, consiste non nel cercare o guardare l'anima come un oggetto fisico, perché è di per sé impossibile guardare il vuoto intuibile: da questo punto di vista è giusta l’ affermazione del senso comune che non c'è più vuoto del vuoto dell'anima.
La questione si tramuta , quindi, nel cercare una forma specialissima di non-conoscenza, che resti in ogni caso nell' ambito della verifica logica.
La seconda questione è l'infinito. Su questo tema non si gioca solo la partita dell'anima, ma il valore e il senso dello stesso esistere. Infatti, l'infinito spaziale o temporale è poca cosa rispetto all'infinito di cui vogliamo interessarci. Anzi, se fosse un "mondo", non varrebbe nemmeno pensarci più di un attimo
L'Infinito è l'Assoluto in cui non è più distinguibile né soggetto né predicato, nel senso della definizione che l'Infinito ha dato di sé stesso, che è stata ed è l'unica coerente: "Io sono Colui che sono."
(continua)