2 - Ho incontrato Meister Eckart nel punto in cui stavo studiando la teologia cristiana e dovevo trovare soluzione ad un problema che accompagna da sempre l'uomo: il problema del dolore come variante individuale del più generale problema del male. Pensavo di spendere qualche pagina per questo mistico tedesco. Sennonché più andavo a peregrinare nel suo pensiero, più Meister Eckart, con la sua visione accattivante dell'Assoluto diventava una ricerca a se stante e poneva altri problemi tra i quali il valore della mistica nel percorso esistenziale proposto in alternativa ad un modo di vivere più attivo e più intrecciato con la quotidianità.
Il pensiero di Meister Eckhart, ad una prima lettura, sembrava muoversi tra diversi rintocchi e il totale silenzio.
La contraddizione era ed é l'aspetto apparente della sua logica, diffuso in ogni parte della sua opera.
Così ho deciso di mettere da parte gli appunti che avevo preso per una sintetica informazione e mi sono approntato a studiarlo in maniera sistematica.
3 - La mistica, al di là delle intenzioni del credente, si sviluppa in un duplice senso: per un verso dà una visione dell'Assoluto, totalmente altro dall'antopomorfismo; per un altro, pone un diverso modo di rapportarsi alla vita.
In genere, i due momenti sono fortemente intrecciati, tanto che la ragione deve farsi carico di sfrondare molte parole vane e non si lascia irretire dalla fonte religiosa da cui, quasi miracolosamente, trae le visioni dell'Eterno. In compenso trova i mezzi più radicali per la critica di ogni soggezione e pretesa dell'intelletto di porre se stesso come centro della conoscenza. Il Dio di qualsivoglia religione rivelata appare come un nefasto delirio. La logica che coniuga nello stesso tempo l'essere dentro con l'essere fuori, impone, in maniera definitiva, la possibilità di pensare l'Assoluto come altro, nello stesso tempo in cui vieta di pensarlo come non posseduto.
Ma l'intelletto richiede una rivincita allorché pretende, pesantemente, da tale Pensiero una spiegazione sul modo di intendere la vita nel suo immediato accadere. Questa é, infatti, non poche volte sacrificata ad un malinteso procedere dell'Assoluto, per cui non ha alcun torto l'intelletto quando denuncia l'insanità di annichilire l'unicità dell'esistere. Per tale affezione la Ragione é costretta a valutare, con profonda apprensione, l'insorgere di un io pensante nel processo eterno.
Dunque, nello Spirito, Intelletto e Ragione sono come le due campane della vita: un solo rintocco annichila ogni senso, nella stessa misura in cui il loro reciproco affermarsi dà una indicazione ineludibile all'esistere.
Questa funzione é l' unità di misura con la quale si deve vagliare l'apporto della mistica alla ragione, se é vero che il sentimento é libero di spaziare come un forte e bel cavallo in un immenso campo, fin quando esso non si spinge là dove il terreno è circoscritto da un insormontabile recinto.
Affermiamo che la Ragione si affranca dalle illusioni del determinismo volgare dell'esperienza, allorchè dà consistenza e sussistenza all'io, nel suo dramma quotidiano. La fine del discorre si intravvede nell'affermazione che l'Assoluto é fuori dalle categorie del senso comune ed è contemporaneamente il Soggetto e l'Oggetto di ogni concettualizzazione. Quest'ultima é il piano che legittima la Ragione nel suo discorrere concretamente.