Seguendo gli interventi di ieri, ho avuto
modo di notare che gli
studiosi
convenuti, illustrando le varie realtà locali e, in esse, i personaggi di
maggiore spicco nelle lotte del '48, abbiano indicato, come
esigenza inevitabile, la "riscrittura" della storia del Risorgimento.
In effetti, questa
é già da tempo
avviata, ma concordo col fatto che essa é lungi dall' essere conclusa e che,
proprio iniziative e studi a carattere locale siano elementi indispensabili per
un giudizio, sulle vicende dell' Unità nazionale, più articolato e criticamente fondato.
Mi conforta anche il fatto che questa
giusta esigenza di riscrittura, per molti, sia stata posta, di fatto, nella
rivalutazione o, comunque nella revisione della storia del Sud e, al suo
interno,
della analisi della presunta "tirannide" borbonica,
comunemente giudicata espressione non secondaria di una decadenza economica del Regno delle Due
Sicilie, tesi tutt' altro che dimostrata.
Questo problema è reale e, a tal
proposito, vorrei semplicemente ricordare quanto siano ormai numerosi i saggi
"municipalistici", ma dispersivi e spesso troppo legati alla spicciola
cronaca ovvero opere di grande respiro sul mezzogiorno, la cui eterogeneità dei
saggi
rende, anche in questo caso, il
lavoro storico molto distante da una visione unitaria, coordinata e spesso,
anche graficamente efficace. Tuttavia, al di là dei limiti, in questi studi,
si è passati da un giudizio sabaudo-manicheo, fondato su dati
socio-produttivi poco documentati e contradditori, (tipici di una
storiografia post- risorgimentale, dominante fino ai nostri anni 60), ad una ricognizione della situazione
meridionale suffragata da
analisi
più puntuali su singoli
problemi e con considerazioni
confacenti ad un giudizio meno semplicistico, altamente utile per determinare le cause
della nostra attuale "arretratezza" . Non a caso, lo ribadisco, questa
"rivisitazione" è avvenuta in base ad una quantità di notizie, documenti, riguardanti uomini
e condizioni materiali,
su un piano regionale, locale e, persino, (ma
giustamente), aziendale.
Mi sarebbe piaciuto discorrere sulla
comparazione
tra la produzione dell'
area meridionale e dell' area settentrionale, riferita al periodo antecedente
la Restaurazione, per giungere fino alla disfatta borbonica. Da essa sarebbe
facilmente emerso come fossero oltremodo contenuti o compensati i livelli
percentuali, tra Nord e Sud delle varie attività produttive. Ma, siccome, il tema esula da ciò
che mi è stato richiesto, faccio mio il sintetico giudizio di Guido Pescosolido,
il quale afferma :
"Per una valutazione a più largo
raggio dell'entità del divario Nord-Sud e del livello di arretratezza del
Mezzogiorno, nell'accezione moderna del termine, il confronto tra Nord e Sud d'
Italia
va, infatti, integrato con un raffronto di quelli meridionali con i
corrispondenti indicatori economici dell' aree europee in assoluto più
avanzate. Questo dimostra abbastanza chiaramente che il divario all'interno
della penisola era poca cosa rispetto a quello che l'economia italiana accusava
nei settori di punta dello sviluppo industriale europeo, e che se, di
arretratezza si doveva parlare per
il
Mezzogiorno nell' 800, lo si doveva soprattutto rispetto all' Europa, e non
tanto rispetto all' Italia settentrionale".
In merito alla "tirannide"
borbonica, esprimo solo una sintetica considerazione: mi sorprende come vengano
ritenuti meno tiranni Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, i vari duchi e
principi e in particolar modo, come non sia stata messo nel limbo il terrorismo
politico, aggravato dalla oppressione religiosa, instaurato, nello Stato
pontificio, dai vari papi e
dai
tristemente noti "cardinali zelanti", la cui ferocia fece gridare
allo scandalo la stessa Austria, che pure era la principale potenza
repressiva
della Santa Alleanza. Questa
"persecuzione" papalina
diede frutti
ancora più pesanti durante il pontificato di Pio IX, il quale, dopo le illusioni per gli "abati",
suscitate alla sua elezione, farà approvare nei decenni successivi al '48, nel
Concilio Vaticano I, una delle più infide pretese a danno della tolleranza e
della laicità di un libero consorzio umano, ovvero l' infallibilità del Papa.
Né si dimentichi le conseguenze nefaste del "non expedit", che
impedì alle masse cattoliche, prevalentemente contadine, la formazione di una coscienza nazionale democratica e un
fattivo contributo, non particolaristico e ribellistico, alle lotte per l'
emancipazione sociale.
E per chiudere su questo punto, si può
ben asserire, non provocatoriamente,
contro le perduranti manipolazioni ed indottrinamenti, che, con tutta
probabilità, il governo meno retrivo era proprio quello degli austriaci nel
Lombardo-Veneto, in cui si svilupparono le premesse dell' industrializzazione
settentrionale.
Ma se è doveroso ora discutere di fatti locali, è bene sottolineare che i personaggi che sono stati presentati in
questo convegno, anche quando presentano un effettivo rilievo democratico
e
un certo spessore ideologico non
puramente
municipale, tutti ricapitolano l'ambiguità dei politici
meridionali, ribelli prima e poi longa manus della monarchia sabauda o
"ascari"
della reazione,
spesso con un profilo biografico tipicamente "crispino" o se
vogliamo, per restare nel nostro contesto della Valle del Savuto, rappresentati
emblematicamente, a Rogliano, da quello stravagante personaggio che fu Giovanni
Domanico e dal realismo reazionario di Donato Morelli.
Non è perciò secondario tener presente
che, allo scoppiare della cosiddetta "primavera dei popoli", a
livello nazionale, l'opposizione liberale, democratica o radicale, nonché i
vari movimenti filogovernativi, non perseguivano affatto intenti unitari. Lo si
vedrà, in tutta evidenza proprio al compimento dell'unità. Non era per l'unità,
come è largamente noto, Cavour; non era per l'unità Giuseppe Mazzini, se è vero
che cercò di dissuadere fortemente Garibaldi a consegnare il meridione ai
Savoia; non era unitario Gioberti né i teorici del cosiddetto federalismo
sociale, quali ad esempio Giuseppe Ferrari, che, secondo il lapidario giudizio
di Gramsci, "scimmiottava" le idee di Proudhon, (ben altrimenti
fondate e che serviranno all' anarchico francese di fare una più attenta
analisi del '48 italiano).
Il vero problema è, dunque, capire come
ci insegna ancora Gramsci, che noi abbiamo fatto "il Risorgimento come
mancata rivoluzione agraria", "come rivoluzione senza
rivoluzione", con una classe dirigente politica priva di qualunque
cognizione dell'esercizio del dominio e del consenso, capace, come di fatto
avvenne, di "piemontizzare" l' Italia, appoggiandosi, particolarmente nel Meridione, su l' impiego repressivo di una
forza militare pari a quella delle tre guerre per l' indipendenza. (A tal
proposito, non credo che a tutt' oggi, si siano portati avanti studi
qualificati sul
vasto fenomeno della guerra civile comunemente denominata brigantaggio,
il cui mito tra le masse meridionali è stato, appena da poco, dimenticato o
compensato con una taciuta accondiscendenza a fatti criminali o terroristici).
Perciò, se revisione deve esserci essa va
iniziata premettendo che il Risorgimento fu l' episodio della nostra storia nazionale più
ambiguo ed "improvvisato",
retoricamente celebrato e vissuto senza una reale coscienza di classe
dalle varie realtà locali, in cui prevalse spontaneismo ed infantilismo politico.
E', comunque, indubbio che, in alcuni momenti,
come nel '48,
il vero soggetto fu l' entusiasmo di quelle masse
popolari-contadine, anonime ed ignoranti, che in quanto oppresse, senza alcuna consapevole mediazione ideologica, volevano, per necessità e disperazione,
uscire da una situazione che rendeva altamente inetto e pesante il dominio dei "baroni" locali, dei
"galantuomini", che, nei piccoli paesi, quali ad esempio Grimaldi,
avanzavano la pretesa di una
nobiltà mai posseduta e, nel frattempo, occupavano stabilmente le
amministrazioni locali, in base alla legge elettorale censitaria e ai privilegi
monarchici.
Si badi bene, che in quasi tutte le
sommosse, la lotta venne portata avanti a prescindere da chi fosse il sovrano,
a cui spesso non si davano grandi colpe.
I poveri si ribellavano, non per ideali
confusi e mal compresi, ma semplicemente per la loro condizione di povertà, a cui
non serve altro che essa, per
giustificare la rivendicazione della giustizia e dell' uguaglianza o, più
semplicemente, la richiesta di un vivere più umano.
Di questo "effetto popolare", a
Grimaldi si videro le conseguenze
allorquando, nel '48, i contadini solcarono col vomere l' unica piazza e
vi piantarono "lupini", proprio per impedire che i galantuomini
locali
potessero ancora passeggiare su
una zona che ritenevano di loro unica pertinenza .
Ho cercato, per il momento invano, (data
la situazione delle nostre realtà paesane, in cui, oltre a distruggere le
intelligenze, si è provveduto a far sparire ogni memoria storica), di
rintracciare nella sua interezza ed integrità, la poesia che per anni veniva
recitata in merito a questo fatto, e che iniziava con questi versi rabbiosi ed
espliciti:
"Ordine e cummannu a ra purcina,
i galantomi se vestisseru de lana
chine u
r'osserva 'a legge purcina
ci appizza 'a pella, 'u pellizzune e ra lana........."
Ciò detto, in questo contesto di grande
animosità popolare, dobbiamo, per onestà storica, ricordare altri grimaldesi,
fuoriusciti dal galantomismo locale, che diedero un valido appoggio ai moti del '48 e al successivo svilupparsi
degli eventi.
Ricordiamo la famiglia
Mileti, (che pure
nei primi del secolo, insieme
ai De
Rosa, si era
resa responsabile della
cattura e della condanna a morte del famoso dirigente carbonaro Vincenzo
Federici, detto Capobianco, di Altilia
), che quasi per una nemesi storica fornì, per un comune modo di
intendere e di agire, tanti patrioti.
Pietro
Mileti (1799- 1848), fu maggiore dell' esercito calabro-siculo
organizzato appunto durante i rivolgimenti del '48. Il Mileti venne ucciso nel
sonno il 12 luglio dello stesso anno, presso il fiume Savuto, per mano di
Raffaele Rivo di Cannavali, che pur facendo parte delle sua schiera, reputando
vicina la sconfitta, pensò che questo gesto gli avrebbe fatto acquisire la
taglia non indifferente che i Borboni avevano posto sulla testa del patriota,
testa che, recisa, venne portata, quale trofeo. per le vie di Cosenza "per
ispirarvi terrore". Su di Pietro Mileti, mi sembra, perciò, assolutamente ingiusto e
ingiustificato il duro giudizio di Settembrini, che lo definì "antico maestro di scherma, buono a combattere, ma di corto vedere e facile ad accendersi".
Della stessa famiglia non possono non
essere menzionati Costantino (procuratore legale, che, per la sua continua
attività sovversiva, venne processato, condannato e posto, di fatto, agli
arresti domiciliari).
Carlo Raffaele e Raffaele Mileti, figli di Costantino (e
nipoti di Raffaele e di Carlo, vicario capitolare della Chiesa
di Nicastro, di cui presero i nomi), furono molto attivi dopo le vicende
quarantottesche. Il primo, rappresentante delle idee dell' ala radicale del
mazzinianesimo e del garibaldismo, diffuse attraverso il giornale "Il
Popolo d'Italia", di cui divenne direttore e proprietario, sicuramente
presente alla famosa sommossa del 15 maggio del 48 a Napoli. Il secondo, tra i
primi promotori della
propaganda
"anarchica" in Italia e nel Meridione, ebbe non secondaria influenza sul fratello Carlo: di questa attività non sappiamo molto, ma
Max Nettlau, anarchico e storico dell' anarchismo, ci informa della presenza di
un Raffaele Mileti, ex prete, nativo di Grimaldi, ai lavori congressuali della
Prima Internazionale, a Londra, in posizione bakuniniana, contro " la
dittatura" di Marx . (Dei due fratelli, spero di trattare in altra
occasione, poiché il loro più fattivo attivismo si sviluppò proprio dopo le
vicende che sono l' argomento di questo Convegno, limitandomi ai suddetti
minimi accenni, utili a suscitare almeno l' interesse che meritano queste personalità
immeritatamente sconosciute, pur se di
rilevante spessore politico)
Parteciparono ancora attivamente alle
sommosse, Antonio Anselmo (1811- 1872), Francesco De Rosa detto Ninno, condannato dalla Gran Corta Speciale di
Cosenza a 25 anni di carcere duro e Giuseppe Albo, giovanissimo poeta oggi ormai dimenticato.
Questi galantuomini, tuttavia, come già
detto, avevano abbandonato quella che
ho altrove definito
la
consorteria del "patriarcalismo semifeudale" e, quando lottavano, o,
più semplicemente nel caso dei Mileti ritornavano per qualche tempo a Grimaldi,
dall'estero o dal peregrinare insurrezionalistico alla Bertani, nelle varie
regioni italiane, trovavano, nel paese natìo, sempre contadini e braccianti che
si sentivano da essi rappresentati e credevano fermamente che queste
"eroi" potessero esprimere a livello nazionale ed internazionale i
bisogni del popolo delle campagne e dell' ormai numeroso ceto bracciantile.
Fu questo uno spirito duraturo se è vero che continuò per tutto il secolo e
nel 1905 diede vita alla maggiore organizzazione della Valle del Savuto, ossia
la Società Operaia di Mutuo Soccorso, su cui ho avuto, anni fa, l'occasione di
scrivere un frettoloso saggio, che, al di là di ogni merito, ha dato a Grimaldi
e a chi ha interesse per la storia, la conoscenza di avvenimenti altrimenti per
sempre perduti ed ignorati, avendone, personalmente e fortunosamente, ritrovato
i documenti, che restano conservati nel mio archivio e che sarò lieto di
mettere a disposizione di quanti volessero utilizzarli .
Vi ringrazio, in conclusione, per l'attenzione prestatami e per la benevola accoglienza alle sollecitazioni (o provocazioni propositive), che nell' arco di tempo assegnatomi, ho cercato brevemente di esporre.