La pagina seguente è la presentazione al libro di poesie del Jaccino a cura di  Antonio Guerriero.


 

 

Costantino Iaccino: la "coscienza infelice"

 

 

I poeti hanno compiti ingrati, ma altamente superiori: perché la loro voce è un profetare.

Perciò essere poeti è sempre un' aspirazione e mai un evento definitivamente compiuto.

Di fatto, ogni poeta esprime una condizione unica e, nello stesso tempo, intende cogliere la vita in maniera intimamente universale: una "coincidentia oppositorum" che lo fa essere più o meno grande e geniale nell' essere un  "logos".

Costantino Iaccino è il prodotto e il soggetto della rabbia e dell' impotenza, elementi dialettici nella storia delle classi subalterne, che non hanno capacità o possibilità di lottare,  ma  della rabbia sfruttano ogni sublimazione:  in primo luogo la Parola.

La parola, in Costantino Iaccino, è "versificata", non eccelsa né curata: in ogni caso di una tipica "coscienza infelice".

Un uomo è perdente ed isolato, in quanto è tale la produzione della sua vita materiale. Se, poi, questa è la condizione di un gruppo sociale, egli ne rappresenta la voce.

In tanti modi Costantino Iaccino individua la miseria della vita reale. Egli, partendo dalla sua particolare alienazione, delinea le "figure" contro cui rivolge le sue invettive, a volte in maniera ossessiva, quando gli balena alla coscienza il ciclico trasformismo dei miseri e il sospetto di un loro asservimento volontario.

Se questa ossessione fosse diventata Idea, Costantino Iaccino avrebbe potuto essere un Poeta di alto livello.

Le sue forze, purtroppo, gli consentono di lavorare sulle "categorie" dell' Idea.  E poiché non coglie la Sostanza, ma i modi della Sostanza, invidia, avarizia, lussuria prepotenza, usura ecc. sono per Lui la vera  Concettualità che diventa Soggetto.

Tuttavia, proprio per questa prospettiva falsa, gli è consentito di individuare in maniera induttiva la dialettica del suo mondo: sono gli uomini che incontra e che conosce che costituiscono i "dati", la prova provata delle sue astrazioni.

Questa umanità che gli sta intorno rappresenta quel teatro di totalità negativa, che rivisitata in ogni sua poesia, si presenta come immutata ed immutabile nel tempo.

In tal misura Costantino Iaccino è l'osservatore empirico che è contemporaneamente l'idealista irriducibilmente fatalista, quindi, al di là del pessimismo e dell' ottimismo. Di nuovo "coincidentia oppositorum": quando nel suo verseggiare si vede un barlume di giorno è perché di più si stagli la notte sociale.

Ecco perché in Costantino Iaccino  non si prospetta possibilità di emancipazione né storica né divina.

E perché per questa via non è giunto ad un "pessimismo cosmico"?  Ciò avviene perché nella sua poesia manca la visione dell' Interezza.

Egli vive in un mondo ristretto, osserva questo piccolo formicaio, ne individua i difetti, ma resta chiuso in questo stesso mondo. Perciò, intrappolato nel suo individualismo e nel suo fatalismo, si mostra "piccolo e grande": mette in versi l' esistenza quotidiana,  ma non s'eleva alla evocazione poetica, che dà significanza al "piccolo" sussumendolo in un Tutto.

Per concludere, Costantino Iaccino avrebbe potuto tacere, ma nel diventare "cantastorie" delle sue disgrazie in un mondo disgraziato, ha voluto, in fin dei conti, affermare non una filosofia (ché non gli era consentito), ma un messaggio: che ognuno sprechi la sua vita, poiché è vita che non può essere diversamente vissuta.

 

 

 

Grimaldi, 22 agosto I998.