Cenni storici sull'origine di Grimaldi

 

 

Avvertenza.

Mi é stato più volte chiesto di scrivere una Storia di Grimaldi dalle origini ai nostri giorni. Il mestiere dello storico é, in genere, estremamente difficile e gravido di responsabilità, ma diventa ancora più complesso in un contesto alquanto privo di memoria storica e carente di documentazione che, quando esiste, è manifestamente poco attendibile. Tuttavia, per rispetto ai grimaldesi e per l'attaccamento che nutro verso il mio paese e verso le mie radici,  consegno ai lettori un excursus basato sulle conoscenze che ho acquisito nel corso di quest'ultimi anni.

Desidero informare i lettori interessati che conservo nel mio archivio due manoscritti, abbastanza lunghi -uno sui possedimenti della parrocchia di Vitalba-Sambucina, l'altro, sul resoconto del terremoto del 1638, datato un anno dopo- i quali, per essere trascritti, hanno bisogno di molto tempo. Il primo è particolarmente importante perchè dimostra che l'unica potenza feudale del luogo, almeno per possedimenti, fu per moltissimi decenni la sola Parrocchia.

Grimaldi fu, all'inizio, un insieme di casali abitati da contadini e pastori, che sempre si ribellarono ad ogni tentativo di soggezione o di feudalizzazione. Da questo ceto si formò, già ai tempi della sua costituzione in paese, un certo numero  di galantuomini ovvero di "proprietari", che assunsero il "don" per arroganza, per l'isolamento del paese o per concessioni monarchiche, quest'ultime sollecitate da una paesana vanagloria, consolidata da incessanti e meschine lotte "familiari".

Non raramente, alcuni acquisirono il titolo attraverso il più facile percorso nuziale, imparentandosi con le consorterie imperanti. Tuttavia è giusto dire che il popolo stesso diede il "don" ad alcuni grimaldesi operosi ed ingegnosi così come a validi professionisti,  proiettando in essi ataviche aspirazioni.

Grimaldi, per il suo particolare percorso storico, non poteva esprimere famiglie nobili. I cosiddetti benestanti furono in prevalenza dei prepotenti, spesso usurpatori di beni privati e demaniali. Essi nei primi decenni del XIX° sec., vennero marchiati dalla gente col titolo, questo certamente più consono, di sciammergari. Comunque, espressero intelligenze illustri che, quasi a dispetto della classe di provenienza, ebbero una coscienza fortemente democratica. Per tutte, ricordo l'opera e l'egregia professionalità di don Bruno Amantea, esimio chirurgo, amico di Pietro Colletta che lo celebrò nella Storia del Reame di Napoli e l'impegno sociale di don Enrico Del Vecchio, "principe del foro", capo della Società Operaia di Mutuo Soccorso.

Solo dopo la seconda guerra mondiale, allorché si giunse ad una certa agiatezza e la scolarizzazione divenne sempre più massiccia, le umili famiglie contadine, bracciantili o artigiane,  poterono vantare uomini capaci di dare il loro  contributo di civiltà ad una popolazione falcidiata, nel frattempo, dall'emigrazione.

Di fatto, una storia di Grimaldi  dovrebbe coincidere con quella di queste "intelligenze fattive e culturali", che sono il  più limpido patrimonio grimaldese. Il resto é pura cronaca, che può assurgere raramente a  "magnifiche sorti e progressive", trattando di fatti provinciali o meramente paesani.

 

                                                                                 

                                                                                  

Le origini della denominazione.

Sulle origini di Grimaldo, varie fantasticherie sono presenti nelle fonti nostrane, in specie nel manoscritto del  regio notar Giovanni Jacoe, redatto nel 1651, posseduto dalla famiglia Amantea. Il manoscritto è unito ad una ricerca  Descrizione della Bagliva di Grimaldo riformata ed ampliata per il sacerdote Gennaro Vincenzo Amantea di Grimaldo, che, ad eccezione delle prime ed enfatiche considerazioni, offre molti spunti di riscontro e di riflessione, fonte ricchissima per individuare le poche vicende di rilievo e, non secondariamente, le prime famiglie grimaldesi e la loro condizione sociale (1).

Grimaldi, anticamente Grimaldo (si veda nelle Sale Vaticane un bellissimo arazzo geografico che porta tale denominazione), prese nome dal luogo denominato in tal modo in onore del re langobardo Grimoaldo I (662-671), già duca di Benevento.

Così, prima di essere appellativo di "paesani", la connotazione di "grimaldesi" venne assunta dagli abitanti di tutto il territorio in cui si situarono sei Casali. (2)

Pertanto, se non ci è consentita la dimostrazione che Grimaldo sia stata fondata dai Langobardi, é comunque lecito asserire che essi, presenti nel territorio, si integrarono con la popolazione indigena, già prima di essere  definitivamente sconfitti agli inizi dell'XI° sec..
La conquista dell'Italia da parte della gens langobarda (3) ha una specificità che la diversifica dalle altre invasioni barbariche. In essa non esisteva alcun ossequio per la romanità e i langobardi  presunsero di creare una Langobardia dalle Alpi agli Appennini, se non fossero stati duramente ostacolati dall'Impero Romano d'Oriente e dall'ottusità del Papato, che proprio con la donazione di Sutri ad opera del re Liutprando, gettava le basi del potere temporale (il cosiddetto Patrimonium S. Petri).

L'Italia fu divisa in tre parti e la Calabria divenne praticamente un'isola, espressa dal mare e dall'invalicabile catena del Pollino, cosicché inevitabilmente legò le proprie sorti alla contigua Sicilia.
Il sogno prematuro di un'Italia unita si estinse con Autari e vani furono altri tentativi simili. Il processo di insediamento si dispiegò a macchia di leopardo, con una Langobardia maggiore a nord e una minore a sud, finché non sopravvenne la conquista di Carlo Magno, voluta con caparbietà da papa Leone III (795-816). Buona parte del ducato di Benevento, tuttavia, restò estranea al diretto controllo franco e conoscerà un forma di principato langobardo che, dopo non pochi travagli, soggiacerà all'invasione normanna.
Per lungo tempo, nella estenuante guerra tra bizantini e langobardi, il fiume Savuto (Sabbatum), con cui confina il territorio di Grimaldi, divenne il limen tra le due parti: sulla sponda occidentale insisteva l'agro di Grimaldo e dall'altra Altilia, avamposto greco-latino. Bisogna sottolineare che grimaldesi ed atiliari ebbero la sana accortezza di rispettarsi a vicenda.
In questo agro langobardo, di vaste dimensioni (
"che da Pandosia si stendeva insino Martirano" DA pag. 30), furono ubicati, come detto, alcuni Casali, che, pur portando nomi diversi, si dissero naturalmente Grimaldesi.
Essi si difesero da aggressioni di malandrini indigeni e saraceni (DJ pag. 12), non accettando mai di essere inglobati nei feudi limitrofi, in primo luogo Aiello e Martirano, anzi volendo conservare la libertà consentita dall'essere da sempre, res publica ovvero patrimonio della corona. Questa demanialità é una costante della nostra storia poiché si perpetuerà con la successiva dominazione normanna, sveva, angioina e aragonese.
Nella nostra storia restano, in ogni caso, tre grandi vuoti, uno relativo agli insediamenti preesistenti al IX° sec. dell'era volgare, (epoca in cui  presumibilmente si vennero a formare i Casali); un secondo che riguarda il sorgere di Grimaldo (XI° sec.) fino al XIV° sec. e, il terzo, controverso, attinente proprio l'attuale Grimaldi, almeno fino ai Borboni (4).

 

 

I Secoli oscuri dall' VIII° sec. a. C. al IX ° sec d. C.

Ho cercato di studiare la preistoria tirrenico-cosentina, basandomi sugli studi del prof. Cremonesi (5),  ma non ho trovato nulla che ci possa riguardare direttamente.

Altrettanto poco sappiamo degli Ausoni, degli Enotri ecc. Lo storico, nonché procuratore delle repubblica, Mario Felice Marasco (6) si limita a dire che i Greci chiamarono l'odierna Calabria Ausonia, dal nome del figlio di Ulisse ed estesero tale denominazione al mar Tirreno; Esperia, per la posizione geografica ossia occidentale; Enotria, da Enotrio di Arcadia ed Italia dal presunto re Italo o perchè terra dei vitelli (SC pag. 5).

Per lungo tempo, la futura Calabria fu detta Magna Grecia per la notissima colonizzazione (VIII sec. a.C.): le famose e gloriose città costiere greche diedero "tale luce da porla in condizione di assurgere a dominatrice, se le lotte intestine non l'avessero lacerata" (SC pag. 5). Ancora Marasco comprova che fu chiamata in seguito Bruzio o perchè popolata all'interno da una popolazione di ceppo ligure o perchè l'etimo di Bruzi fu avvicinato a quello dei Frigi o al toponimo messapico (7) di Brentision (testa di cervo), così come i greci definivano gli schiavi fuggiaschi (SC pag. 6). Altri, come Strabone (64/63 a.C. -20 d.C.), ritennero che fossero i lucani a definire in tal modo i loro schiavi fuggiaschi. Marasco conclude: "I Bruzi divenuti forti sconfissero i Lucani e insediatisi nelle foreste della Sila, in loro mani caddero Terina, Temesa, Pandosia e Consenta" (SC pag. 14), per cui "in un certo periodo Bruzi fu sinonimo di assassini e rapinatori" (SC pag. 6). Di loro non dice di più e cercherò di colmare questa lacuna.

Ad un complesso più ampio sono riferibili le successive e ben note vicende che videro protagonisti Pirro (319 a.C. -272 a.C.), che tra le altre battaglie combatté quella contro i mamertini a Malito; il grande Annibale, che pure distrusse l'antica Terina, oggi Nocera; i belligeranti della cosiddetta guerra italica (90-87 a.C..) e Spartaco (73-71 a.C.) che tenterà invano di far insorgere gli schiavi della Sila, dove si era ritirato prima della sconfitta finale e la conseguente crocifissione di 6000 ribelli lungo la via che da Capua conduce a Roma.

Interessante per il nostro scopo sarebbe stata una testimonianza più certa sulla città greca di Temesa, celebrata nell'Odissea in un noto passo (I, 181-184), collocata da recenti studi alla confluenza del fiume Savuto. Ma a tutt'oggi le conoscenze sono abbastanza approssimative e frammentarie. Sicuro è che un cimitero medioevale, con un ripostiglio, contenente monete greche, venne ritrovato in contrada di Grimaldi, Pianetto Donnico, nei primi decenni del XX° sec. d.C.. Queste poche monete sono conservate nel Museo Civico di Reggio Calabria, mentre la necropoli é stata semplicemente sterrata.
Scontata è la falsità della formazione dei Casali dalla distruzione di Pandosia (8), stabilita dal notar Jacoe nel 475 d.C., datazione palesemente assurda. Di Pandosia possiamo dire che é ormai certa la sua identificazione con Castelfranco, come afferma lo stesso manoscritto dell'Amantea (MA pag. 30), riconosciuta capitale degli Enotri, e se alcuni Pandosini, in epoca non definibile, si rifugiarono nei nostri luoghi, ciò rappresenta la eterogeneità delle etnie che diedero i natali, in varie epoche, alle nostre più antiche famiglie e ai vari toponimi. Ritengo, però, in base al numero degli abitanti e per quanto si conosce di Catelfranco, oggi Castrolibero, che l'apporto di rifugiati sia stato insignificante per i nostri Casali.

Per ovvi motivi cronologici, non può trovare spazio, nella storia di Grimaldi, un diretto riferimento ad Alessandro il Molosso (362-331/330 a.C.), re d'Epiro, alleato della federazione greca, zio e cognato di Alessandro Magno, barbaramente trucidato a tradimento, a Cosenza nella guerra contro i Bruzi.

 

 

I Bruzi

La storia del passato si scrive con gli occhi del passato, giacché è fuorviante concepire uno status lontano millenni con gli occhi del presente.

La conformazione geomorfologica e ambientale di Grimaldi s'addice, perfino oggi ed in massima evidenza nel periodo di cui vogliamo interessarci, più a luogo di rifugio che a sito di florida stanzialità. Non che sia povera di spazi produttivi a livello agricolo-pastorizio, anzi, ma non si presta ad un'economia di scambio perchè difficile è la interrelazione con i paesi vicini e con Cosenza. L'unico sbocco poteva essere il fiume Savuto, ma tale arteria era controllata da una parte dalla subcolonia crotononiana di Terina e dall'altra da Temesa, alleata di Sibari.

Per tale ragione, la località in cui sorgeranno i Casali e poi Grimaldo, fu evitata da eserciti e da mercanti e, se vi furono insediamenti, la poca gente stette chiusa in una magra economia feudale, già prima del feudalesimo. E in tal modo foggiò il suo costume e il suo pensare. Non conobbe, dunque, la civiltà greca né quella romana, con tutte le glorie e le bassezze che ebbero.

Un popolo poteva stare bene in un posto simile, giacché questo luogo é ben consono alla loro storia e alla loro mentalità: i Bruzi.

Apriamo, per chiarezza, una parentesi. Per determinare le forme organizzative e sociali nella  parte della Calabria che ci riguarda, é utile usare un criterio di lettura che privilegi il rapporto tra città e campagna, tra montagna e coste.

La Magna Grecia fu un complesso relazionale economico, sociale, politico chiaramente costiero che si estese  nell'entroterra solo quando si determinò la grave belligeranza che vide contrapposte Crotone e Sibari.

Dopo la vittoria di Crotone su Sibari (510 a.C.) si delineò una situazione che vide sottomessi o confederati o subcolonie gloriose città, da Laos a Temesa,  a Terina, a Pandosia, ed escludendo quest'ultima, più interna nel territorio, "l'impero crotonese" continuò ad essere un dinamismo economico-politico costiero.

La crisi del governo aristocratico-pitagorico di Crotone con l'incendio dei palazzi del potere (ca 450 a.C.), vide la breve stagione dell'espansionismo di Locri e Temesa e, principalmente, la fondazione di Thuri sulle rovine di Sibari (444/443 a.C.), che subito dovette confrontarsi, secondo Polieno (Stratagemmi, II 10,2 2 3 ) con i Lucani.

Il sorgere della "grande Lucania"(fine V sec. a.C.), nella parte settentrionale, nell'entroterra sibarita, fu una interminabile storia di ricomposizione e destrutturazione di assetti sociali e legislativi. (Sui Lucani, come potenza indigena calabro-settentrionale, polemizzò perfino Strabone (Geografia, VI 1,4) con Antioco, accusato "di non aver saputo chiarire le differenze tra Lucani e Bruzi", essendosi basato su "una semplicistica e arcaica rappresentazione dell'Italia". Lo Pseudo-Scilace, invece, li fa confinare con i territori di Pandosia e Thuri).

Della organizzazione, prevalentemente militare dei Lucani, a noi interessa sottolineare le conseguenze: l'inversione di tendenza tra territorio interno e coste, fenomeno che fece emergere realtà propriamente indigene, italiote, che vedremo già in azione a partire dalle guerre del IV sec. contro Dionigi il Vecchio. All'epoca, poi, del successore, Dionigi il Giovane (367 a.C.), possiamo datare la decadenza dei Lucani, sconfitti dal tiranno siracusano, e l'affermazione del potere bruzio.

In queste secolari vicende, in tutti i documenti antichi a cominciare da Strabone, la nostra contrada non viene assolutamente coinvolta. Possiamo immaginare il "territorio di Grimaldo" come una conca boschiva desolata.

La storia dei Bruzi é una storia alimentata dall'eredità arcaica che fa individuare non una Calabria, ma tante Calabrie, nel continuo movimentarsi di vicende che opposero jonio e tirreno, montagna e costa, produzione agricolo-pastorale e produzione manifatturiero-artigianale, aree sovrappopolate e aree desolate, localismo e mercantilismo, scontro bellico esogeno e brigantaggio sub regionale, civiltà aperte e società tribali, e cosi via: dialettica vivacissima che potrebbe mettere d'accordo storici ed archeologi.

Queste considerazioni ci fanno capire che ogni espansionismo o colonizzazione ha sempre a che vedere con popolazioni indigene con cui coniugarsi o combattere o far retrocedere in ambiti più chiusi, delimitati dai cosiddetti santuari di frontiera; così come possono dar conto delle sorti delle caste familiari indigene e le diverse combinazioni matrimoniali.

Ad ogni modo, l'emergere dei Bruzi é la prima organizzazione che si diede la civiltà propriamente calabrese, dopo millenni di disarticolazione sociale e politica.

Unanimemente gli storici concordano sulla "nascita" dei Bruzi nel 356 a.C.. A tal proposito é opportuno notare un frammento di Aristofane, che descrive la loro lingua "nera come la pece", distinguo che ben s'addice al nostro dialetto più arcaico.

I Bruzi, diversamente dalla vecchia Pandosia, ebbero come capitale Cosenza (Strabone, Livio (59 a.C. -17 d.C.) etc.),  e preferirono luoghi interni, naturalmente boschivi e montani in cui svilupparono attività pastorali e azioni militari, quest'ultime specificate in pure attività brigantesche. Diodoro racconta che essi, riuniti in luoghi selvaggi, vivevano di caccia e di razzie, una volta abbandonata la condizione di schiavi fuggiaschi (doùloon drapetòon). Non tanto dissimile è la già ricordata descrizione di Strabone. Altri narrano (in base a leggende e tradizioni esistenti nella zona  di Trogo) di giovani lucani che stanchi della spartana  organizzazione patria, si erano rifugiati presso pastori abitanti le selve montuose e flagellavano con saccheggi i territori confinanti [...]. Contro di loro si appellarono gli impotenti socii del tiranno siciliano Dionigi, che mandò una banda di mercenari. I mercenari furono sconfitti e "i briganti" cominciarono a "fortificarsi in città", accogliendo i pastori del luogo, assumendo il nome di Bruzi dal nome di una donna che li aveva aiutati a conquistare la fortezza siciliana. Questa tesi fu accettata da Giustino e Platone l'accenna in un passo delle Leggi, scritte dopo la drammatica esperienza siracusana, per dimostrare l'equivalenza di servi e briganti. (9)

In queste ed altre fonti resta ferma la connotazione dei Bruzi come "selvatici", "servi ribelli" e "razziatori armati".

Non seguiremo, per i fini che ci siamo dati, i rapporti-scontri dei Bruzi con i Lucani, con Crotone e le terre ellenizzate. Ci limitiamo a dire che, in un periodo assai breve, i Bruzi si presentarono come realtà nazionale, alleati di Pirro contro i Romani, e poi come potenza espansionistica in grado di distruggere città italiote e greche (si pensi al saccheggio di Terina). Al tempo delle guerre con Agatocle, venivano definiti da Giustino, ma con riscontri in altri storici quali Nosside, Diodoro (ca 80 - 20 a.C.) e Livio, "fortissimi, opulentissimi et ad iniuras viciniorum prompti".

Questa autonomia bruzia nel contesto calabro, per le sue caratteristiche federative, può avere interessato il nostro territorio. Ben si addicono ai Bruzi l'ostilità dei nostri luoghi, l'intricato variare di rupi e di montagne, l'isolamento protettivo, confacente ad ogni indole brigantesca,  idoneo ad ospitare avanguardie/retroguardie offensive. Per loro è tipica un'economia chiusa e silvestre. Specialmente l'assedio e la distruzione di Terina insieme alla conquista di ampi spazi costieri fa ipotizzare l'uso strategico della nostra contrada. Ritengo lecita, perciò, l'ipotesi che  un popolamento bruzio abbia potuto interessare la nostra zona, venendo a costituire il primo nucleo consistente di insediamento indigeno.

Ed é solo attraverso questa ipotesi che possiamo, in parte, accettare una presenza del Molosso, allorché questi, prima della fine disgraziatissima, ebbe modo di liberare per un breve periodo Terina dall'occupazione bruzia. Ma l'ipotesi resta tale, specialmente per l'assenza di fonti archeologiche.

In conclusione, a partire dai Bruzi, le popolazioni indigene si coniugarono con Greci, latini, ebrei, slavi, germani, arabi (che ebbero due emirati importanti a Tropea ed Amantea), lasciando il segno nella nostra contrada e nelle terre calabre, che si denominarono specificamente "Calabria", dopo che per lungo tempo così era stata chiamata la terra fra Brindisi e Otranto, ovvero il bizantino tema della Calabria, significando "abbondanza di ogni bene".

E' chiaro, a questo punto, che dobbiamo approdare, non avendo altri riferimenti, con un grande e non voluto salto,  ad un'epoca molto più vicina: il IX° sec. d.C.

 

I Casali e Grimaldo paese (IX sec. - XI sec. d. C.)

In terra demaniale, in questo periodo, sorgevano in agro grimaldese alcuni casali, di cui abbiamo qualche labile notizia allorquando furono sottomessi a Cosenza. Sul nome stesso di "casali" gli storici ancora discutono. Le "baglive" che vennero a formarsi dopo la fine dello stesso secolo, danno ragione a quanti sostengono che i Casali, più che essere fondati, furono "ripopolati", dai profughi cosentini, scampati alla distruzione della città ad opera dei saraceni. (10)
Il più antico Casale di Grimaldo fu Santa Caterina e su questo concordano tutti i manoscritti. Ad esso vengono aggiunti i Casali di Sant'Anastasio, San Domenico degli Schiavi, Santo Stefano, San Pietro e la Trinità.

Il notar Jacoe (seguito dall'Amantea) ne elenca altrettanti, ma con diversa denominazione: S. Caterina, S. Pietro, S. Nicolò, Santo Stefano, S. Trinità, S. Stasi (Anastasio), in terra di Terra di Rocca. Siccome ad ogni Casale associa sovente alcuni nomi di famiglie, presumo che, in questo caso, la sua testimonianza sia più  che attendibile. I nomi dei santi furono assai comuni in questa epoca e si possono riscontrare in altre località. Venerati in particolar modo furono S. Caterina, San Nicola e S. Stefano. Devo aggiungere che, a tutt'oggi, esiste una località chiamata in dialetto "arischiavi-san dominicu" che confermerebbe l'esistenza del Casale San Domenico, che potrebbe essere un altro toponimo di San Nicola o Niccolò che dir si voglia. In questo caso tutte le testimonianze concorderebbero e così le denominazioni.

Tuttavia a questo punto sorge il grosso problema di determinare  almeno l'epoca in cui furono fondati i Casali.

Non è lecito dare una risposta storicamente certa, anche se il suddetto notaio indica il sorgere di S. Caterina intorno all'872 facendola edificare da improbabili profughi "pandosini". Ritengo, per quanto sappiamo intorno al ducato di Benevento, che i Casali grimaldesi si formassero  nel periodo della divisione dello stesso ducato, in tre potentati minori, ad uno dei quali, con tutta verosimiglianza, appartennero. 

Ad una situazione già consolidata (Casali, Baglive ed Università) fanno riferimento le ricerche di numerosi storici (Barrio, Fiore, Andreotti, Martire, Dito ecc.), restando emblematica la Descrittione del Regno di Napoli del napoletano Scipione Mazzella, che assegna a Cosenza 85 Casali tra i quali Grimaldi (XI° sec. d.C.).

Quando i Normanni cominciarono a conquistare la Calabria e, in particolare la Valle del Crati, nel 1047, ad opera dello stesso Roberto il Guiscardo, tanti paesi si ribellarono, e solo tra il 1054 e il 1065 vennero conquistati. Dei paesi ribelli si ricorda Bisignano, Montalto Uffugo, San Marco Argentano, Malvito, Cosenza, Aiello, Martirano. (11)

Si sa per certo che di Aiello (anno 1065) attuò una fortissima resistenza. L'assedio durò ben quattro mesi e vi perirono due importanti familiari del Guiscardo, Ruggero e Gilberto. Quando il  paese fu piegato con la confisca del castello, esso fu assegnato, insieme ad altri, al cobelligerante fratello del Guiscardo, Ruggero il Gran Conte.

Se ci si chiede perchè in queste e nelle precedenti vicende si tace di Grimaldi,  la risposta si trova semplicemente nella sua inconsistenza sociale, politica e strategica. La specificità topografica, i percorsi viari e fluviali, l'economia  debolissima, le scarse relazioni con i centri più importanti ecc danno abbastanza ragione dello sviluppo lento e faticoso della comunità grimaldese.

Il notar Jacoe ci racconta un fatto di cronaca che avrebbe determinato la decisione di fondare Grimaldo. Scrive: "Circa l'anno del Signore 1034[...] cresciuti in buon numero li malandrini più che prima li tormentavano ed ultimamente oltre li frutti [frutti o furti?] che loro facevano osorno [osarono] disfacciatamente pigliarsi una bella donna nominata Caterina e perchè era bella chiamavano la <Bella> ed era della famiglia dei Saccomanni, abitante nel Casale di Santa Caterina e negli altri Casali commettevano altre enormità". (le parentesi sono mie)

In questa cronaca é, dunque, ricordato l'evento che indusse sei "principali" anziani appartenenti  a ciascuno dei Casali "a riunirsi il primo aprile, giorno festivo, nella piazza di Varuagnano [...]", sita nel Casale di Santa  Caterina, per individuare un luogo dove tutti i grimaldesi potessero risiedere.  Si verificarono tante discussioni, quasi tutte riconducibili alla legittima pretesa che, se fosse stato scelto uno dei Casali, "non era bene  l'un godere il suo e l'altro perderlo". Alla fine, prevalendo il buon senso, i sei importanti personaggi furono delegati a "scorrere" il territorio per individuare un luogo sicuro dove erigere il paese.

I sei saggi individuarono un luogo quasi di fronte ai Casali, chiamato ancor oggi "Grimaldi vecchio", la cui struttura geofisica é rimasta inalterata.

Scrive il notar Jacoe: "andarono nel territorio [...] chiamato Grimaldo, che era facilissimo a chiudersi, difficile ad abbattere e comodo a fabbricarsi, essendovi da tre parti chiusura naturale di pietre, che erano come sono le Costi di Vico, la Timpa della Rupe e la Timpa di Serralonga" e poi continuando: "era finito il nuovo albergo di Grimaldo, e ben fortificato con le naturali fortezze di Rupe e grosse mura dove non ve ne erano [...] e ben chiuso con tre porte, una detta della Valle, l'altra del Portello e l'altra di Serralonga". Per chi conosce i luoghi, Grimaldo si presentava effettivamente come una "fortezza", alla cui difesa bastavano pochi abitanti ed espugnabile da un imponente esercito, che,  isolandolo, avrebbe potuto farlo capitolare solo per fame. Ma essendo remotissima tale evenienza, i grimaldesi si sentivano sicuri, soddisfatti, peraltro, perchè era stato possibile costruire le strutture esterne e le stesse case con materiale tufaceo ricavato dalla Timpa, mentre le travi  erano state realizzate dal disboscamento del luogo.

Nell''anno in cui si iniziò a costruire il paese, il presunto 1034, la Calabria attraversava uno dei periodi più penosi della propria  storia poiché si verificò l'ultimo scontro tra bizantini, longobardi, arabi, conclusosi con la resa di tutti agli invasori normanni. Periodo di guerra e di calamità naturali: la peste, pochi anni prima, nel  1027, aveva fatto disperdere tutti i Grimaldesi "nelle montagne e principalmente in Santa Lucerna".

Ad ogni modo, se è impossibile fornire altra data, Grimaldi vecchio durò circa 600 anni, quando sarà completamente distrutto dal terremoto del 1638 ("nessuna casa restò in piedi"). Non é concepibile, tuttavia, che dei poveri contadini, gente umile, abbandonassero i Casali per trasferirsi nel paese, sorto quasi per miracolo. Invece dovrebbe essere  sicuro, come si evince anche da una lettura attenta del manoscritto dell'Amantea, che parte dei Casali fosse abitata contemporaneamente alla graduale costruzione dell'abitato. Inoltre, occorre seguire le vicende dei centri limitrofi, per ritenere certa la presenza di Grimaldo come paese e per determinare, sempre approssimativamente, la sua consistenza abitativa.

Sappiamo che nel terremoto del 1638 perirono più di duecento persone (alcuni documenti riportano la cifra di 235 o 243) ed includendo i restanti, che sfuggiti alla calamità, riedificarono Grimaldi "in un luogo pubblico detto Chiata", possiamo ritenere che nella prima metà del XVII° sec. la popolazione del paese e del suo territorio si attestasse intorno ai 350/450 abitanti.

Ciò considerando, dobbiamo accettare, per così dire a ritroso, che i Casali,  intorno al 1030, tra la  fine delle ultime gastaldìe langobarde e l'inizio della rifeudalizzazione normanna, non superassero i 250/300 abitanti, stimando che, nel XIII° sec., Aiello ne avesse più di 700, Pietramala all'incirca 200 ed Amantea 2500 (12).

Nello stesso tempo possiamo asserire, con  buona attendibilità, che il completamento durasse per almeno tre decenni.

Con questa ipotesi possiamo fare iniziare la storia del nostro paese.

 

 

Note

1 - Don  Franco Vercillo, Grimaldi- Riti e trazioni religiose- Brevi cenni storici del paese, 2a edizione, CS, 1999.
A don Franco spetta il merito impagabile di aver reso pubblici materiali che altrimenti sarebbero continuati ad essere segregati e senza i quali non si conoscerebbero moltissime vicende della nostra storia paesana.

I manoscritti, purtroppo, senza un'introduzione critica,  senza note che possano eliminare molte inesattezze e contraddizioni, sono abbastanza fuorvianti. Inoltre, al lettore comune potrebbero risultare poco comprensibili le parti latino-calabre del manoscritto di Gennaro Vincenzo Amantea. Credo ancora che la trascrizione, in alcune parti, sia chiaramente errata.
I due documenti saranno qui indicati con queste sigle: DJ ovvero documento del notar Jacoe; DA ovvero studio del sacerdote Amantea. Le pagine che seguono queste sigle si riferiscono alla trascrizione curata da don Franco Vercillo. 

2 - Tale considerazione va tenuta nella giusta considerazione per non cadere in favole a cui non si sottrasse neanche Vincenzo Padula e che, a tutt'oggi, vengono ripetute e perfino stravolte da alcuni sprovveduti.

3 - Si veda nel mio sito (www.raffaelesaccomanno.net) il primo capitolo della Storia della gens langobarda nella sezione Storia.

 4 - Ai fatti dei primi decenni del XX° sec, ho dedicato un saggio, che intendo ampliare o comunque emendare dai grossolani errori, perfino grammaticali, figli di un'edizione che è stata assolutamente tormentata e pubblicata sulla base delle sole bozze, con grande cruccio del compianto amico prof. Albino Saccomanno.  Il saggio è Raffaele Paolo Saccomanno, Storia sociale del Comune di Grimaldi (1905-1925), Marra ed, CZ 1985.
Il libro, la cui edizione è comunque esaurita, è on line consultabile sul  mio sito alla sez. Storia.

 5 - Nel sito citato vedi Documenti e varie in Storia di Grimaldi.

 6 - Mario Felice Marasco, Storia della Calabria, Cz, 1987. D'ora in poi citato con la sigla SC.

 7 - Riferimento alla lingua degli Iapigi.

 8 - Su Pandosia si vedano gli esaustivi studi del dott. Alberto Anelli. (digilander.libero.it/castrolibero//pandosia)

 9 - Storia della Calabria, dalle origini all'età presente, Gangemi edit., 1994, vol. I°. D'ora in poi citata con la sigla SCG. Per quanto riguarda la storia dei Bruzi si veda: Mario Lombardo, Greci ed indigeni in Calabria, SCG, antica, Tomo II°, pp. 57-134.

10 - Cosenza fu,  insieme ad Amantea, una città martire subendo almeno cinque occupazioni musulmane a partire dall'889 al 1009, con devastazioni fino la 1027. Si veda R. Liberti, Storia di Aiello in Calabria, Vibo Valentia, 1978.

11 - Si aggiunsero Nicastro, Maida, Mileto, Oppido fino a Rossano, Cassano, Cariati, Catanzaro, Squillace, Stilo, Scalea, Tropea, Scilla. Per le vicende di Aiello, si veda la celeberrima De Rebus Gestis etc, di Gaufredo Malaterra, a cura di L. A. Muratori, Nuova ediizione, Bologna 1927, Tomo V°, parte I.

12 - Registri della Cancelleria Angioina, vol. V, p. 175 n. 296 (si veda Liberti, op. cit., pag. 28).