Il Risorgimento e i moti popolari del '48 a Grimaldi

 

 

(Relazione tenuta al Centro Studi di S. Stefano di Rogliano  (CS)  nel  150° Anniversario dei Moti Risorgimentali in Calabria; Seminario  31 maggio-7 giugno 1998)

 
 

Seguendo gli interventi di ieri, ho avuto modo di notare che gli  studiosi convenuti, illustrando le varie realtà locali e, in esse, i personaggi di maggiore spicco nelle lotte del '48, abbiano indicato, come esigenza inevitabile, la "riscrittura" della storia del Risorgimento.

In effetti, questa é già da tempo avviata, ma concordo col fatto che essa é lungi dall' essere conclusa e che, proprio iniziative e studi a carattere locale siano elementi indispensabili per un giudizio, sulle vicende dell' Unità nazionale, più  articolato e criticamente fondato.

Mi conforta anche il fatto che questa giusta esigenza di riscrittura, per molti, sia stata posta, di fatto, nella rivalutazione o, comunque nella revisione della storia del Sud e, al suo interno, della analisi della  presunta "tirannide" borbonica, comunemente giudicata espressione non secondaria di una decadenza economica del Regno delle Due Sicilie, tesi tutt' altro che dimostrata.

Questo problema è reale e, a tal proposito, vorrei semplicemente ricordare quanto siano ormai numerosi i saggi "municipalistici", ma dispersivi e spesso troppo legati alla spicciola cronaca ovvero opere di grande respiro sul mezzogiorno, la cui eterogeneità dei saggi  rende, anche in questo caso, il lavoro storico molto distante da una visione unitaria, coordinata e spesso, anche graficamente efficace. Tuttavia, al di là dei limiti, in questi studi, si è passati da un giudizio sabaudo-manicheo, fondato su  dati  socio-produttivi poco documentati e contradditori, (tipici di una storiografia post- risorgimentale, dominante fino ai nostri  anni 60), ad una ricognizione della situazione meridionale suffragata da  analisi più puntuali su singoli problemi e con considerazioni   confacenti ad un giudizio meno semplicistico, altamente utile per determinare le cause della nostra attuale "arretratezza" . Non a caso,  lo ribadisco, questa "rivisitazione" è avvenuta in base ad una quantità di notizie, documenti, riguardanti uomini e condizioni materiali,  su un  piano regionale, locale e, persino, (ma giustamente), aziendale.

Mi sarebbe piaciuto discorrere sulla comparazione  tra la produzione dell' area meridionale e dell' area settentrionale, riferita al periodo antecedente la Restaurazione, per giungere fino alla disfatta borbonica. Da essa sarebbe facilmente emerso come fossero oltremodo contenuti o compensati i livelli percentuali, tra Nord e Sud delle varie attività produttive. Ma, siccome, il tema esula da ciò che mi è stato richiesto, faccio mio il sintetico giudizio di Guido Pescosolido, il quale afferma :

"Per una valutazione a più largo raggio dell'entità del divario Nord-Sud e del livello di arretratezza del Mezzogiorno, nell'accezione moderna del termine, il confronto tra Nord e Sud d' Italia  va, infatti, integrato  con un raffronto di quelli meridionali con i corrispondenti indicatori economici dell' aree europee in assoluto più avanzate. Questo dimostra abbastanza chiaramente che il divario all'interno della penisola era poca cosa rispetto a quello che l'economia italiana accusava nei settori di punta dello sviluppo industriale europeo, e che se, di arretratezza si doveva parlare per  il Mezzogiorno nell' 800, lo si doveva soprattutto rispetto all' Europa, e non tanto rispetto all' Italia settentrionale".

In merito alla "tirannide" borbonica, esprimo solo una sintetica considerazione: mi sorprende come vengano ritenuti meno tiranni Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, i vari duchi e principi e in particolar modo, come non sia stata messo nel limbo il terrorismo politico, aggravato dalla oppressione religiosa, instaurato, nello Stato pontificio, dai vari papi e  dai tristemente noti "cardinali zelanti", la cui ferocia fece gridare allo scandalo la stessa Austria, che pure era la principale potenza repressiva  della Santa Alleanza. Questa "persecuzione" papalina diede frutti ancora più pesanti durante il pontificato di Pio IX, il quale, dopo le  illusioni per gli "abati", suscitate alla sua elezione, farà approvare nei decenni successivi al '48, nel Concilio Vaticano I, una delle più infide pretese a danno della tolleranza e della laicità di un libero consorzio umano, ovvero l' infallibilità del Papa. Né si dimentichi le conseguenze nefaste del "non expedit", che impedì alle masse cattoliche, prevalentemente contadine, la formazione di  una coscienza nazionale democratica e un fattivo contributo, non particolaristico e ribellistico, alle lotte per l' emancipazione sociale.

E per chiudere su questo punto, si può ben asserire, non provocatoriamente, contro le perduranti manipolazioni ed indottrinamenti, che, con tutta probabilità, il governo meno retrivo era proprio quello degli austriaci nel Lombardo-Veneto, in cui si svilupparono le premesse dell' industrializzazione settentrionale.

Ma se è doveroso ora discutere di  fatti locali, è bene sottolineare che i  personaggi che sono stati presentati in questo convegno, anche quando presentano un effettivo rilievo democratico e  un certo spessore ideologico non puramente  municipale,  tutti ricapitolano l'ambiguità dei politici meridionali, ribelli prima e poi longa manus della monarchia sabauda o "ascari"  della reazione, spesso con un profilo biografico tipicamente "crispino" o se vogliamo, per restare nel nostro contesto della Valle del Savuto, rappresentati emblematicamente, a Rogliano, da quello stravagante personaggio che fu Giovanni Domanico e dal realismo reazionario di Donato Morelli.

Non è perciò secondario tener presente che, allo scoppiare della cosiddetta "primavera dei popoli", a livello nazionale, l'opposizione liberale, democratica o radicale, nonché i vari movimenti filogovernativi, non perseguivano affatto intenti unitari. Lo si vedrà, in tutta evidenza proprio al compimento dell'unità. Non era per l'unità, come è largamente noto, Cavour; non era per l'unità Giuseppe Mazzini, se è vero che cercò di dissuadere fortemente Garibaldi a consegnare il meridione ai Savoia; non era unitario Gioberti né i teorici del cosiddetto federalismo sociale, quali ad esempio Giuseppe Ferrari, che, secondo il lapidario giudizio di Gramsci, "scimmiottava" le idee di Proudhon, (ben altrimenti fondate e che serviranno all' anarchico francese di fare una più attenta analisi del '48 italiano).

Il vero problema è, dunque, capire come ci insegna ancora Gramsci, che noi abbiamo fatto "il Risorgimento come mancata rivoluzione agraria", "come rivoluzione senza rivoluzione", con una classe dirigente politica priva di qualunque cognizione dell'esercizio del dominio e del consenso, capace, come di fatto avvenne, di "piemontizzare" l' Italia,  appoggiandosi, particolarmente nel Meridione, su l' impiego repressivo di una forza militare pari a quella delle tre guerre per l' indipendenza. (A tal proposito, non credo che a tutt' oggi, si siano portati avanti studi qualificati sul  vasto fenomeno  della guerra civile comunemente denominata brigantaggio, il cui mito tra le masse meridionali è stato, appena da poco, dimenticato o compensato con una taciuta accondiscendenza a fatti criminali o terroristici).

Perciò, se revisione deve esserci essa va iniziata premettendo che il Risorgimento fu l' episodio della nostra storia nazionale più ambiguo ed "improvvisato",  retoricamente celebrato e vissuto senza una reale coscienza di classe dalle varie realtà locali, in cui prevalse spontaneismo ed infantilismo politico.

E', comunque, indubbio che, in alcuni momenti, come nel '48,  il vero soggetto  fu l' entusiasmo di quelle masse popolari-contadine, anonime ed ignoranti, che in quanto oppresse, senza alcuna  consapevole mediazione ideologica, volevano, per necessità e disperazione, uscire da una situazione che rendeva altamente inetto e pesante il dominio dei "baroni" locali, dei "galantuomini", che, nei piccoli paesi, quali ad esempio Grimaldi,  avanzavano la pretesa di una nobiltà mai posseduta e, nel frattempo, occupavano stabilmente le amministrazioni locali, in base alla legge elettorale censitaria e ai privilegi monarchici.

Si badi bene, che in quasi tutte le sommosse, la lotta venne portata avanti a prescindere da chi fosse il sovrano, a cui spesso non si davano grandi colpe.

I poveri si ribellavano, non per ideali confusi e mal compresi, ma semplicemente per la loro condizione di povertà, a cui non serve altro che essa, per giustificare la rivendicazione della giustizia e dell' uguaglianza o, più semplicemente, la richiesta di un vivere più umano.

Di questo "effetto popolare", a Grimaldi si videro le conseguenze  allorquando, nel '48, i contadini solcarono col vomere l' unica piazza e vi piantarono "lupini", proprio per impedire che i galantuomini locali  potessero ancora passeggiare su una zona che ritenevano di loro unica pertinenza .

Ho cercato, per il momento invano, (data la situazione delle nostre realtà paesane, in cui, oltre a distruggere le intelligenze, si è provveduto a far sparire ogni memoria storica), di rintracciare nella sua interezza ed integrità, la poesia che per anni veniva recitata in merito a questo fatto, e che iniziava con questi versi rabbiosi ed espliciti:

"Ordine e cummannu a ra purcina,

i galantomi se vestisseru de lana

chine u r'osserva 'a legge purcina

 ci appizza 'a pella, 'u pellizzune e ra lana........."

Ciò detto, in questo contesto di grande animosità popolare, dobbiamo, per onestà storica, ricordare altri grimaldesi, fuoriusciti dal galantomismo locale, che diedero  un valido appoggio ai moti del '48 e al successivo svilupparsi degli eventi.

Ricordiamo la famiglia Mileti, (che pure nei primi del secolo, insieme  ai De Rosa, si era  resa responsabile della cattura e della condanna a morte del famoso dirigente carbonaro Vincenzo Federici, detto Capobianco, di Altilia  ), che quasi per una nemesi storica fornì, per un comune modo di intendere e di agire, tanti patrioti. 

Pietro Mileti (1799- 1848),  fu maggiore dell' esercito calabro-siculo organizzato appunto durante i rivolgimenti del '48. Il Mileti venne ucciso nel sonno il 12 luglio dello stesso anno, presso il fiume Savuto, per mano di Raffaele Rivo di Cannavali, che pur facendo parte delle sua schiera, reputando vicina la sconfitta, pensò che questo gesto gli avrebbe fatto acquisire la taglia non indifferente che i Borboni avevano posto sulla testa del patriota, testa che, recisa, venne portata, quale trofeo. per le vie di Cosenza "per ispirarvi terrore". Su di Pietro Mileti, mi sembra, perciò, assolutamente ingiusto e ingiustificato il duro giudizio di Settembrini, che lo definì  "antico maestro di scherma, buono a combattere, ma di corto vedere e facile ad accendersi".

Della stessa famiglia non possono non essere menzionati Costantino (procuratore legale, che, per la sua continua attività sovversiva, venne processato, condannato e posto, di fatto, agli arresti domiciliari).  

Carlo Raffaele e  Raffaele Mileti, figli di Costantino (e nipoti di Raffaele e di Carlo, vicario capitolare della Chiesa di Nicastro,  di cui presero i nomi),  furono molto attivi dopo le vicende quarantottesche. Il primo, rappresentante delle idee dell' ala radicale del mazzinianesimo e del garibaldismo, diffuse attraverso il giornale "Il Popolo d'Italia", di cui divenne direttore e proprietario, sicuramente presente alla famosa sommossa del 15 maggio del 48 a Napoli. Il secondo, tra i primi promotori della  propaganda "anarchica" in Italia e nel Meridione,  ebbe non secondaria influenza sul fratello Carlo:  di questa attività non sappiamo molto, ma Max Nettlau, anarchico e storico dell' anarchismo, ci informa della presenza di un Raffaele Mileti, ex prete, nativo di Grimaldi, ai lavori congressuali della Prima Internazionale, a Londra, in posizione bakuniniana, contro " la dittatura" di Marx . (Dei due fratelli, spero di trattare in altra occasione, poiché il loro più fattivo attivismo si sviluppò proprio dopo le vicende che sono l' argomento di questo Convegno, limitandomi ai suddetti minimi accenni, utili a suscitare almeno l' interesse che meritano queste personalità immeritatamente sconosciute, pur se di  rilevante spessore politico)

Parteciparono ancora attivamente alle sommosse, Antonio Anselmo (1811- 1872), Francesco De Rosa detto Ninno,  condannato dalla Gran Corta Speciale di Cosenza a 25 anni di carcere duro e Giuseppe Albo,  giovanissimo poeta oggi ormai dimenticato.

Questi galantuomini, tuttavia, come già detto, avevano abbandonato quella che  ho altrove definito   la consorteria del "patriarcalismo semifeudale" e, quando lottavano, o, più semplicemente nel caso dei Mileti ritornavano per qualche tempo a Grimaldi, dall'estero o dal peregrinare insurrezionalistico alla Bertani, nelle varie regioni italiane, trovavano, nel paese natìo, sempre contadini e braccianti che si sentivano da essi rappresentati e credevano fermamente che queste "eroi" potessero esprimere a livello nazionale ed internazionale i bisogni del popolo delle campagne e dell' ormai numeroso ceto bracciantile.

Fu questo uno spirito duraturo  se è vero che continuò per tutto il secolo e nel 1905 diede vita alla maggiore organizzazione della Valle del Savuto, ossia la Società Operaia di Mutuo Soccorso, su cui ho avuto, anni fa, l'occasione di scrivere un frettoloso saggio, che, al di là di ogni merito, ha dato a Grimaldi e a chi ha interesse per la storia, la conoscenza di avvenimenti altrimenti per sempre perduti ed ignorati, avendone, personalmente e fortunosamente, ritrovato i documenti, che restano conservati nel mio archivio e che sarò lieto di mettere a disposizione di quanti volessero utilizzarli .

Vi ringrazio, in conclusione, per l'attenzione prestatami e per la benevola accoglienza alle sollecitazioni (o provocazioni propositive), che nell' arco di tempo assegnatomi, ho cercato brevemente di esporre.