STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)


- Raffaele Paolo Saccomanno -

 

 

Capitolo I - Le Società Operaie e la lotta di classe

 

 

Le società Operaie, in Italia, raramente riuscirono a presentarsi come vere e proprie organizzazioni politiche, perciò, finirono per essere una semplice rete di organizzazioni assistenziali e folcloristiche. In effetti, se a livello ideologico, gli uomini possono ingannare se stessi, ogni trasparenza si manifesta quando si fa la storia delle realizzazioni compiute e si chiarisce realmente quale funzione hanno le illusioni nel processo che serve a mantenere lo stato di barbarie esistente.
Guardiamo, dapprima, la trama di queste vicende come inganno ideologico, che è d'altra parte l'espressione di come si può agire sconsideratamente a livello sociale. Tutto si dipana da Giuseppe Mazzini. I suoi temi ideologici sono largamente noti: dal principio che una missione e un dovere sono affidati da Dio ad ogni uomo e ad ogni popolo, attraverso una morale di doveri e di sacrifici, di unità di pensiero e azione, doveva scaturire l'alleanza tra Dio e popolo, espressa storicamente in una repubblica interclassista, democratica e unitaria. Altrettanto noti sono i vari fatti risorgimentali ispirati da questo romanticismo religioso, tutti miseramente falliti, non ultimo, per la risonanza che ebbe nelle nostre zone, quello dei fratelli Bandiera, fucilati nel vallone di Rovito a Cosenza, dopo essere stati braccati ( nè poteva essere diversamente) dai contadini del luogo.
Mazzini vide come protagonista della sua rivoluzione un uomo astratto, una specie di templare, che può sorgere in ogni classe, tra i galantuomini e i contadini, tra gli artigiani, gli intellettuali: perciò l'Apostolo non riteneva adeguata la tesi secondo cui l'emancipazione  nasce come inevitabile conseguenza dalle lotta di classe, giacché per lui tutto è popolo e tutto è uguale davanti ad un disegno mistico.
Questa assurdità fu ampiamente criticata sul piano ideologico da Bakunin e indirettamente e organicamente sul piano economico da Marx, ma colui che la criticò in concreto, poiché la usò a proprio vantaggio, fu Cavour e quindi la monarchia sabauda.
A coronamento di questa sovversione romantico-rivoluzionaria, si situa, come si sa, la fondazione del Partito di Azione. I criteri su cui si fonda tale partito sono i soliti principi mistici e interclassisti. Come evidenziava Gramsci nelle sue Note sul Risorgimento, mancava tutto per poter fare di questo agglomerato un partito, per cui è inappellabile il giudizio per cui "storicamente il Partito d'Azione fu guidato dai moderati", cioè dagli stessi avversari e che ben poteva affermare Emanuele II di "averlo in tasca".
Per quanto riguarda ciò che qui può interessare, è sul fallimento politico di Mazzini, dalla Giovane Italia al Partito di Azione, dai moti del '33 fino alla spedizione dei Mille, che sorge l'altro fallimento delle Società Operaie di Mutuo Soccorso.
Questi ultimi organismi, frutto di tante disillusioni, vennero ispirate da Mazzini, in linea col suo pensiero: egli fu acerrimo nemico dell'Internazionale dei Lavoratori, nella quale vedeva la negazione dell'ordine, di Dio e della proprietà privata. Rimarcando la solidarietà e il mutualismo, quasi nella stessa logica della carità cattolica, questi organismi divennero molto popolari, ottenendo il consenso di tanti ceti che mai avrebbero dato il loro appoggio ad iniziative ispirate da Marx o da Bakunin, essendo ormai terrorizzati dalla Comune di Parigi, che, sebbene repressa nel sangue, era uno spettro pauroso, contro il quale Mazzini lanciava appelli ed invettive.
Proprio in linea con i tentativi insurrezionali mazziniani, le S.0. subirono l'identica integrazione nel sistema monarchico. Inutile fare un resoconto ampio di questo travaglio.
Ai fini del presente saggio, basta considerare questo processo ai primi del 900: le SOMS si configurarono in 8.000 mutue, con più di un milione di aderenti. In quest'epoca, la monarchia sabauda attuò, nella logica della conquista regia, la piemontizzazione dell'Italia e così inglobò nei suoi meccanismi assistenziali e paternalistici, le varie organizzazioni mutualistiche, che, proprio per essere istituzionalizzate, finirono per espandersi a macchia d'olio. Una legge del 15 aprile 1886, la n. 3.818, dà appunto alle SOMS il pieno riconoscimento giuridico, stabilendo i principi stessi dell'assistenzialismo: "assicurare ai soci un sussidio nei casi di malattia, di impotenza nel lavoro o di vecchiaia; di venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti; dare aiuto ai soci per l'acquisto degli attrezzi del loro mestiere; esercitare altri uffici, propri delle istituzioni di previdenza economica".
In questa maniera, ancora una volta, veniva felicemente coniugato Mazzini con Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Pio IX, facendo di questa retorica, fino al 1915, il presupposto di un consenso di massa per la monarchia e il nascente industrialismo del nord.
In realtà, in questo milione di soci appena ricordati è necessario distinguere tre categorie ideologiche: la prima, più visibile, era quella filoistituzionale e che, per questo, godeva di più prestigio e di maggior appoggio; una seconda categoria, di molto inferiore, di ispirazione repubblicana, che proprio per aver preso atto del fallimento del mazzinianesimo, tingeva la propria propaganda e la propria azione d'un vago ma continuo afflato socialisteggiante; una terza, costituita dai vari socialisti, anarchici e radicali, i quali proprio per non essere interclassisti e non portati a privilegiare l'assistenzialismo, venivano emarginati o strettamente controllati. Nei confronti di questi ultimi è bene dire che, se una loro azione di massa poté aversi nel settentrione e, in parte, nell'Italia centrale, ben poca cosa determinarono nel Meridione, in cui queste individualità rivoluzionarie, potevano contarsi sulla punta delle dita.
Dopo aver visto allora, pur  schematicamente, la composizione ideologica su cui sorse e si esaurì l'assistenzialismo delle S.O., occorre valutare adesso, con attenzione, la situazione produttiva in cui si situa questo processo, per poter aver la comprensione delle vicende sociali e politiche ad esse legate.
L'analisi di questi rapporti di classe sarà compiuta in riferimento al Meridione, del quale, ovviamente, deve darsi per scontato non solo l'arretratezza economica e culturale, ma il fatto di costituire un'altra Italia.
L'Italia meridionale nel 1870 è nella sua quasi totalità una società agraria, cioè una parte della penisola dove a prevalere largamente sono i contadini. Sul misconoscimento di questa realtà c'è molta arroganza e incapacità delle rappresentanze politiche. Esemplificativi nella Spedizione dei Mille sono gli episodi di Bronte e Randazzo, ma tanto per ricordare un avvenimento già citato, si consideri lo statuto della società segreta Esperia, fondata dai fratelli Bandiera: "Non si facciano, se non con sommo riguardo, affiliazioni tra la plebe, perché essa quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. E' da rivolgersi a preferenza ai ricchi, ai forti, e ai dotti, negligendo i poveri, i deboli, gli ignoranti": il che spiega perché tanta diffidenza avessero avuto, giustificatamente, quei contadini nei loro confronti.
Nei primi del '900 la situazione è quasi analoga. Nelle campagne del Sud, già attraversate dalla guerra civile, indicata dalla storiografia come brigantaggio, la proprietà, nella stragrande maggioranza dei casi, è a carattere latifondistico, a cui un non voluto, ma incontrovertibile contributo aveva dato la stessa avventura garibaldina. Vegetava una feudalità intoccabile, per cui due classi si distinguevano nettamente: i proprietari, spesso deleganti ai fattori l'immediato sfruttamento delle terre e dall'altra i contadini poveri, le cui condizioni di arretratezza e sfruttamento possono essere ben compresi, sapendo che non solo erano lontani da un rapporto di mezzadria, ma spesso non garantiti da alcun contratto. Tuttavia questa opposizione di classe non può essere intesa nel suo futuro sviluppo, se non viene tenuto presente che buona parte dell'Italia era, nel complesso, semifeudale, mentre, particolarmente nel meridione si annaspava a far restare in vita un'arretrata economia e una mentalità per lo meno patriarcale. La classe gardopardesca del sud, incoraggiata e foraggiata nella prima fase unitaria, dipendeva ed era obiettivamente un ostacolo per l'altra Italia, quella dell'industria meccanica e dello sfruttamento agricolo razionale. Tutte le indagini conoscitive, spesso condotte da borghesi illuminati, denunciavano una feudalità meridionale legata ad un modo di produrre e di operare non certo adeguato ai tempi. Sopportata inizialmente  (è questo è il fatto più importante) perchè teneva il meridione nella sua arretratezza, serbatoio di manodopera per l'industria del nord, in seguito, per le stesse leggi dello sviluppo, era divenuta antagonista della borghesia nordista: una situazione analoga a quella che, largo modo, si era verificata in tutti gli stati moderni nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Restava sempre emblematica l'analisi liberista che aveva fatto dire al noto economista Ricardo che "l'interesse del proprietario terriero è sempre in contrasto con quella di tutte le altri classi sociali". Per questo venne messa in atto dal padronato postunitario la strategia di liberare i contadini dai vincoli servili e includere nei programmi politici la distribuzione della terra nel vero intento di creare una solida classe agraria e industriale, così com'era già avvenuto in Inghilterra e, in modo particolarissimo, in Prussia.
In questo contesto si situa appunto la legalizzazione delle SOMS le quali, in un momento in cui si stavano formando le prime reti bancarie, potevano assicurare l'esplicarsi di una piccola forma di risparmio e di scambio facilitato.
Ma tutto perché fu concretamente possibile? Bisogna innanzi tutto considerare che, progredendo l’industrializzazione e la mentalità unitaria e statale, si era venuta a formare, in tutto lo stato, ma con effetti devastanti nel meridione, una larga fascia di lavoratori che, proprio in questi primi del secolo, assunse un'autonoma connotazione: quella degli artigiani, dei braccianti, degli operai in proprio, dei commercianti, dei piccoli proprietari terrieri e così di seguito. Venne, man mano, a delinearsi in maniera specifica una classe (la terza) che aveva come principale caratteristica la propria autonomia economica e sociale, tale da renderla equidistante tanto dalla situazione della classe dominante borghese o agraria che del cosiddetto proletariato. La storia di questa classe media è molto ampia ed importante e solo per aver accettato acriticamente una valutazione sommaria espressa da Marx, non è stata considerata in tempo utile e nella esatta funzione storica. Marx riducendo la lotta di classe allo scontro trasparente tra borghesia e proletariato, aveva creduto giusto affermare che questa piccola borghesia sarebbe "precipitata nel proletariato" e che per premunirsi da questa evenienza, sarebbe stata, in alcuni momenti, pronta a combattere la borghesia, per fini però puramente conservatori anzi reazionari, poiché cercava di "far girare all'indietro la ruota della storia". Di essa in ogni caso, secondo Marx, non si dava storia per lo stesso fatto del tertium non datur. Ancora più pesante il giudizio sul sottoproletariato, che viveva ai margini di questa classe. 
Non è qui lecito ampliare il problema, qui è opportuno sottolineare che la borghesia italiana si regolò in effetti, per considerazioni opposte, secondo i criteri di Marx: pensò di fare della classe media un proprio strumento, salvandola, in cambio, dalla distruzione.
Questo disegno, dal punto di vista meridionale, riguardò i primi trenta anni del secolo. Infatti la borghesia del nord per creare intorno al suo dominio le organizzazioni del consenso usò la classe media per strutturare nuovi rapporti amministrativi, delegandole precipuamente i compiti burocratici e clientelari, nonché, come nel caso delle S.O., dello mutualità e del potere municipale, nel mentre l'emigrazione diveniva sempre più pesante, sia verso il Nord dell'Italia che verso l'America. Tale spinta a fare della classe media l'espressione e la produttrice del consenso, a farne l'altro aspetto dello stato, divenne ancor più necessaria per la borghesia quando, in questi ceti medi,  vennero a situarsi gli strati più importanti dell'intellettualità, sia nella veste di formatori dei  nuovi quadri dirigenti, che in quello più ristretto di produttori di scienza e di tecnologia. Con tale atto la borghesia legò a sé la classe emergente e liquidò gradualmente l'assetto feudale.
Le S.O.M.S. si collocano nell'infanzia di questo processo e gradualmente daranno, in veste più strettamente politica, i primi militanti a quel movimento non improvviso, che, per la prima volta, sotto spoglie necessariamente reazionarie, dimostrò che la classe media può fare storia, trasformandosi da strumento del dominio altrui a dominio per proprio interesse. E' l'avvento e il consolidarsi del fascismo,  non a caso e giustamente, considerato da Togliatti un regime reazionaria di massa, (1), espressione, come lucidamente aveva affermato Salvatorelli, della piccola borghesia italiana, intermediaria, corporativistica tra capitale e lavoro.

 

 

NOTE
(1)
Per quanto riguarda le Società Operaie in genere e la loro organizzazione, Si rimanda come fonte di riferimento essenziale al noto e pionieristico lavoro di Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin, ed. Enaudi.
Per quanto riguarda la Calabria e specialmente a riprova della funzione antinternazionale delle S.O.M.S. si rimanda a Enrico Esposito, L'egemonia borghese, (1870 -1892), Cs 1977, Pellegrini ed.
Per altro riferirsi alla bibliografia a fine volume

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