STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)


 - Raffaele Paolo Saccomanno -

 

Capitolo XII - Terenzio De Cicco

 

Se Fortunato Colistro dal '14 fino al fascismo rappresentò l'anima di quei confratelli che non volevano arrendersi al potere sciammergaro, Terenzio De Cicco rappresentò ed incarnò il compromesso e la subordinazione, divenendo tacitamente lo stratega della concordia paesana. Concordia paesana, dal '14 in poi, volle significare il progressivo riaffacciarsi d'una classe dominante, ancora una volta espressione delle famiglie dei galantuomini locali, rafforzata da una leva di confratelli arricchita e senza più ideali, ben degna di sostituire i "benestanti" filosciammergari di una volta; con questa aggravante: allora costoro rappresentavano solo poche famiglie che volevano inserirsi tra i galantuomini, ora invece questi confratelli rappresentavano un vero e proprio strato sociale.
In Terenzio De Cicco, dopo quei primi anni che lo avevano visto accanito oppositore degli Amantea, era subentrata l'anima del potere, che in lui, in attesa, aveva sempre sonnecchiato. Eletto spesso presidente della Società Operaia, per la sua indubbia capacità intellettuale nei confronti della massa dei confratelli, aveva contemporaneamente manovrato i problemi amministrativi nella sua qualità di insostituibile amministratore. Se il potere corrompe, ciò avviene perché il potere seduce. Terenzio De Cicco, immediatamente sedotto, cominciò a credere che il potere era effettivamente per pochi; per i più istruiti, i più forti economicamente, per coloro i quali sapevano imporre il rispetto alla gente. La classe operaia doveva essere rappresentata da chi da essa era riuscito ad evadere: come classe non poteva negarsi. Che la classe operaia possa distruggere il potere, è un'idea facilmente accettabile, ma che questa situazione possa configurasi come la fine di ogni potere, ai vari Terenzio De Cicco di ogni epoca appare come pura follia. I Terenzio De Cicco sono disposti a credere solo questo: c'è un potere che va occupato degnamente. Quando esso è corrotto, lo si deve sostituire con persone più degne e capaci, ma di esso non se ne può fare a meno perché è necessario. Mai i Terenzio De Cicco si spiegano che anche i governi corrotti si sentono necessari.
Man mano che gli anni passavano e Terenzio De Cicco si riempiva di cariche, capiva che la partita si giocava tra chi poteva e voleva conquistare il potere. Egli diverrà negli anni a venire nient'altro che un portatore d'acqua del fascismo e in particolare di don Luigi Silvagni.
Ora, nel '14, s'apprestava a seminare la sua pace sociale in un terreno da lui già largamente lavorato e reso fertile dalle circostanze: nella Società Operaia, la più parte dei seguaci di Fortunato Colistro, proprio per essere votati all'emancipazione e al non voler sottostare, si erano sparsi per il mondo.  I seguaci di Terenzio, vale a dire i confratelli che avevano fatto fortuna e per questo cambiato idea, insieme ai galantuomini entrati in massa come soci onorari, furono ben presto in grado dl prevalere.
Ciò che aveva seminato Terenzio De Cicco germogliò ben presto per sbocciare durante la guerra e dar larga messe negli anni successivi.
L'avvio per normalizzare i rapporti tra nobiltà e Società Operaia venne dato dalla candidatura a consigliere provinciale di don Filippo Amantea.
Costui il 19 maggio 1914, dimenticando i suoi trascorsi di sciammergaro, e ampiamente pubblicizzato dai terenziani, invio una richiesta di appoggio elettorale ai soci "già edotti del carattere democratico della stessa, secondo le mie pubbliche dichiarazioni nella sede sociale, che pienamente riconfermo".
La sottolineatura del "democratico" e la piena "riconferma" dimostrano come molti confratelli non avessero tanta fiducia nell'avvocato. Ma, come in ogni questione elettorale, prevalse il localismo, la possibilità cioè di mandare avanti un candidato grimaldese, che in ogni caso, qualcosa avrebbe pur fatto per il paese. Così alla richiesta ("spero di poter contare sul validissimo ausilio di così imponente fascio popolare"), si diede un consenso generale.
Da questo primo fatto si arrivò al dicembre dello stesso anno in cui l'opera d'integrazione sembrò prendere forza quando tutta la società ricevette il seguente invito:
"lll.mo Signor Presidente della Società Operaia di M.S. - Grimaldi   - Le famiglie Amantea e Anselmo si pregiano invitare la S.V. ad intervenire alle nozze della Sig.na Adele Amantea col Sig. Avv. Silvio Anselmo le quali si celebreranno il 19 corr. alle ore 14 e mezzo.
Tale invito è estensibile a tutti cotesti rispettabili Soci e la S.V. resta pregata di portarlo a loro conoscenza: di che le predette famiglie la ringraziano sentitamente.
Grimaldi 16 dicembre 1914".
Fortunato Colistro, allora presidente da poco arrivato dalI'America, frastornato dal democraticismo socialisteggiante di don Filippo Amantea, inorgoglito dell'adesione popolare alla S.0., non si rese pienamente conto di quanto succedeva. Pensò che ormai i tempi erano cambiati, che tanti comportamenti erano migliorati e che in fondo questo fosse un momento di vitalità e di vittoria da parte della S.0..
In altre parole, visse tutto questo periodo di compromesso, fino al fascismo, come in attesa, sia perché privo dell'appoggio di molti confratelli lontani, sia perché i fatti sembravano essere andati al di là del suo vecchio schema di contrapposizione frontale.
Ben altri pensieri e più consapevolezza erano in Terenzio De Cicco, ormai familiare dei galantuomini, che ne avevano capito la funzione e la presunzione ed intendevano usarlo per trasformare ben presto la Società Operaia in una semplice organizzazione folcloristico-assistenziale, con finalità elettoralistiche (1).
Alla degenerazione della gloriosa Società Operaia, contribuì lo scoppio della guerra. Morte, fame, paura erano ciò che era necessario ad accomodare le cose. Tutti apparentemente subivano uno spaventoso evento. Di fatto però molti contadini partirono per il fronte e buona parte dei galantuomini restò a casa o, se partì, debitamente imboscata e non certo soldato semplice.
Ma ciò che in un primo tempo portò molti confratelli ad avvicinarsi ai galantuomini, fu la possibilità per alcuni di evitare l'arruolamento e di andare direttamente al fronte.
Al di là di tutte queste immediate contingenze, ciò che determinò il consolidarsi del compromesso, fu la scarsa politicizzazione del conflitto. Mentre altrove la lotta tra interventismo e non interventismo portò ai ben noti avvenimenti nazionali ed internazionali, a Grimaldi non si ebbe nessun atteggiamento discorde. La guerra era la guerra per l’Italia e spesso era intesa come possibilità di superare l'emarginazione, la miseria, la fame.
Se l'avv. Luigi De Rosa, notaio, scriveva a Terenzio De Cicco, partito militare: "seguiamo anche noi col cuore e nell'ansia impazientissima di una grande vittoria delle nostre armi, lo svolgersi per noi assai glorioso delle vicende della più immane guerra", meno retoricamente e senza troppo rancore sociale, molti partirono convinti di fare semplicemente il proprio dovere.
Del resto anche quando non sublimavano in questo dovere la loro soggezione al potere, pochi trovavano il coraggio di andarsene su in montagna. L'abitudine a considerare niente la propria vita, nata dallo sfruttamento; l'accondiscendenza potenziata dalle angherie quotidiane", avvalorata da una mortalità infantile al limite del genocidio, aggravata da antiche condizioni di ignoranza e di retorica patriottarda, non potevano che condurre all'accettazione passiva d'un evento a cui non ci si poteva sottrarre che con un diverso tipo di morte. E in quella vita di miseria, una scommessa con la sorte poteva pur sembrare un gesto di sfida contro una condizione infame.

NOTE

(1)Nel novembre dei 1914 scrivendo dal Colorado il vecchio confratello Gregorio Torchia scrisse: "A quanto mi dite a riguardo della nuova società impiantata per i loro scopi io dirò che lo scopo sarà inutile...".

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