STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)


 - Raffaele Paolo Saccomanno -

 

Capitolo XV - Gli "americani" ovvero i problemi della recente emigrazione

 

L'emigrazione è stata diversamente giudicata dai vari storici, forse perché si è fatto una generica astrazione dai diversi periodi e dalle diverse situazioni. Così alcuni storici hanno visto nella emigrazione un fattore di rinnovamento sociale, altri un fenomeno negativo, tale da ostacolare una crescita ideologica e una rottura con determinate forme di produzione.
Per quanto riguarda l'emigrazione grimaldese le due ipotesi sono entrambe vere, ponendosi però cronologicamente una prima dell'altra. Nei primi del secolo (e in genere negli anni precedenti) l'esodo emigratorio produsse una serie di cambiamenti sociali per cui la "negatività" fu per lungo tempo inesistente o, per meglio dire, poco ipotizzabile e prevedibile. In questa prima fase l'emigrazione venne a spezzare molti rapporti di sudditanza lavorativa .
In generale l'emigrazione, specialmente negli ultimi tempi, ma anche questa prima portò un aumento dei salari agricoli, per cui vari contadini elevarono il prezzo della loro giornata lavorativa. Questo aumento portò anche varie conseguenze a livello dei contratti con i padroni. Se esistevano contratti a lunga durata o gestioni di affitto e di subaffitto, l'aumento dei salari agricoli non poté essere pareggiato con l'aumento dei canoni, con buoni guadagni per i contadini più poveri, anche se in pratica si arrivò a degli accomodamenti, che in ogni caso furono a vantaggio, rispetto alla precedente situazione, dei lavoratori della terra.
Questa prima forma di emigrazione fu quindi vista in paese, come una grave minaccia al tipo di dominio tradizionale. Oltre alle conseguenze di prezzo e di salario, oltre alla formazione di nuovi ricchi, il fatto più grave fu che questi emigrati in larga maggioranza ritornavano e vedevano nella emigrazione solo un modo per farsi valere di più. (2)
E' questa l'epoca della vecchia S.0.; l'epoca della rottura. I confratelli, o molti a loro vicini, lasciavano un paese dominato dalla sciammerga senza luce, senza acqua, senza viabilità, senza servizi igienici, colpito periodicamente da gravi problemi di carattere igienico-sanitario, un paese in cui la fame era spesso abitudine, le case misere e malsane, schiacciato dall'usura dei nobili che, approfittando delle malattie e delle disgrazie, cercavano di rubare ogni piccolo appezzamento di terreno.
I confratelli senza istruzione, o con l'istruzione che poteva garantire questo stato di cose, partivano ma per i ricchi sciammergari il loro partire significava la minaccia del ritorno. Infatti, come si è visto, mai come in questo periodo la forza della S.0. poté meglio manifestarsi.
Essi, pur se illetterati e in pena, partirono organizzati, partirono con l'orgoglio di andare anche per far forte la Società, per renderla più combattiva col proprio lavoro all'estero. E' questa l'emigrazione di Fortunato Colistro, della vecchia guardia.
A vantaggio di questa azione, diversamente come succedeva ne! meridione e in particolare per buona parte della Calabria, contribuì la distribuzione delle proprietà terriere. Come già detto, mentre in genere la Calabria era soggiogata al latifondo e perciò con poche categorie di agricoltori in grado di lavorare in proprio, a Grimaldi esisteva una situazione totalmente opposta. I piccoli proprietari grimaldesi possedevano buona parte del territorio comunale, mentre i nobili, più che latifondi possedevano grosse proprietà e spesso altrove.
Su questa situazione agraria si saldò il primo nucleo degli ordini intermedi.
Cessata questa prima ondata anche l'emigrazione ripercorse le fasi della società operaia.
Dei contadini poveri, istupiditi, resi impotenti e perciò vincolati ancor di più al paese, con figli in abbondanza, l'esodo inizierà subito dopo l'avventura della guerra. Con la guerra paradossalmente pervennero ad un salto di "coscienza", che non si era prima accesa, ostacolata da una certa vanagloria che i primi emigrati ostentavano ritornando in paese, anzi rendendo ostile quel miraggio di terra promessa.
L'arruolamento forzato, l'improvviso taglio delle radici, portò costoro, dopo il trauma, a riconoscere che il mondo non finiva a Grimaldi e questo preparò il loro espatrio. Con essi si verificò un tipo di emigrazione diversa. Forse perché più sfruttati, incarogniti da tanti anni di sopportazione crearono la figura di un nuovo "americano" e conseguenze diverse nella situazione paesana. E' questa l'emigrazione secondo la successiva ipotesi inizialmente formulata.
Questi emigrati, vissuti per anni nel chiuso dei campi e delle case, che solo nei giorni di festa avevano conosciuto la piazza e la chiesa, partirono con animo pieno di rancore. Nelle nuove terre si adattano ai lavori più duri e bestiali e accumulano con l'antica taccagneria dei poveri. Quando ritornano si atteggiano a semplici villeggianti. Sputano sulla situazione paesana, offendono i loro vecchi compagni e si danno arie da benestanti, pronti però a ripartire non appena esauriti i risparmi. Dopo una serie di questi ritorni, molti di loro resteranno lontani.
Per loro accade che la classe lavoratrice al posto di sentirsi più forte ed unita, si disperde e rifiuta ogni possibilità di interesse ideologico, poiché tutto si dimostra contrario alla teoria e bassamente particolare e ferino. Tra americani e contadini, tra americani e ceto intermedio si crea anzi una grossa frattura che porterà viceversa molti nobili a fare l'occhiolino al capitale importato e quindi usare a vantaggio del proprio parassitismo, possibili vendite di case e terreni. Nello stesso tempo molti altri contadini, rifiutando di organizzarsi e di lottare racchiudevano ogni rivendicazione nella speranza di andarsene pure loro. In questo periodo si verifica d'altra parte la crisi dell'iniziale aumento dei salari agricoli. Adesso crescono i prezzi non proporzionalmente al salario, con l'aggravante che mentre l'aumento dei prezzi ha una sua immediata stabilità, il salario subisce le difficoltà della contrattazione e la precarietà del lavoro discontinuo.
Le conseguenze maggiori ricadono come sempre sui contadini poveri, sul loro sistema di lavoro, così ostacolato dai loro stessi compagni. Anche se per effetto dell'emigrazione, come si è detto più volte, nuovi tipi di contratto favoriscono i contadini, è certo che questi nuovi rapporti non pervengono al tipo di mezzadria vigente nelle regioni agricole più combattive, dove c'è migliore organizzazione e tradizione di lotta. La mezzadria, infatti, come "moderno" sistema di produzione è basata su una famiglia unita, organica, in grado di mantenere un tenore di produzione, una regolarità di rapporti con i padroni, prevalentemente basata sulla formazione di scambio diverso, di un nuovo tipo di mercato. Con questa ondata di emigrazione, però la famiglia è pronta a lacerarsi. A ogni minimo urto e difficoltà, i giovani lasciano la famiglia e partono. Chi resta è perciò l'eterno sfruttato senza avere la minima possibilità di superare queste condizioni. Sostanzialmente ora i poveri resteranno più poveri ed isolati, mentre tutta la situazione salderà i vecchi con i nuovi privilegiati, i nobili e i nuovi padroni.
Contemporaneamente a queste conseguenze, anche a livello di lotte amministrative si assiste a Grimaldi ad un vero e proprio ribaltamento degli antichi costumi.
Nella prima S.0. il controllo e la lotta nei confronti degli amministratori costituiva, come si è visto, il modo più importante di fare politica. Gli emigrati di allora, d'altra parte, dall'America seguivano i progressi e le lotte.
Oggi con questo nuovo "americano", poco preoccupato delle sorti paesane, l'amministrazione viene più ad essere un fatto statale, non una espressione sociale. Il popolo non è spinto perciò né a vigilare né a criticare. Questo compito viene lasciato ai vertici della S.0., a coloro che, in effetti, in questo periodo sono abituati a concordare gli atti amministrativi facendo ormai della politica una nuova forma padronale.
Nobili e terenziani gestivano come volevano le cose; il popolo delegava e trascurava; la politica non doveva più riguardare le masse; le masse dovevano lavorare secondo come voleva la situazione e lasciar fare.
Come c'è il servo e il padrone, ora fondata l'idea di una funzione statale, prima ignorata, c'è chi governa e chi è governato.
Come si vede con questo nuova forma di emigrazione, si accelera quel processo di degenerazione della S.O. e presto col fascismo si arriverà alla ricomposizione di classe.
Del resto, in altre zone e già molto prima, si era verificato un processo analogo se è vero che nel 1909, P. Villari così si espresse al Senato: "Plaudiamo a questi dollari, a questa ricchezza ma vediamo che cosa diventa I' uomo; vediamo che cosa sono questi individui ritornati in patria. lo ritengo, per gli studi che ho potuto fare, che questi tornano cittadini inferiori a quello che erano quando partirono, perché essi sono stati in mezzo ad una società in cui lo sfruttamento è quello che solo fa salire gli uomini più in alto, ed a poco a poco hanno cominciato ad educarsi anch'essi a questo sfruttamento. Il progresso che fanno è di cominciare a sfruttare dopo essere stati sfruttati. Si produce così un virus che torna in Italia con i dollari".
Riguardando tutta la complessità del fenomeno emigratorio, in un articolo sull'Avanti del 25 ottobre 1967, Pietro Mancini scrisse:
"Quando l'emigrazione promosse l'operaio o il contadino al grado di proprietario, ed il figlio di essi al grado di professionista, inorgogliti dalla fortuna non fecero altro che sostituire in qualche parte, la vecchia borghesia terriera con un'altra di nuova formazione, con le stesse caratteristiche e con le stesse funzionalità, certamente più accentuate: poiché i nuovi padroni, ignoravano il calcolo diplomatico dei vecchi padroni, cui spesso la munificenza, serviva per nascondere l'antitesi di presentarsi in gran pompa nelle riserve di caccia dinanzi ai contadini senza terra e senza tetto. Si formò una nuova classe, quella cosiddetta degli "americani" che avrebbe potuto slargare la struttura della vecchia società... mentre invece diventò la nemica dichiarata ed irriducibile di quella classe artigiana e contadina dalla quale aveva avuto origine" (3).

NOTE

(1) Dal 1876 al 1905 emigrarono dalla provincia dl Cosenza 220.000 persone.

(2) Dalla popolazione calabrese emigrata nel corso del 1905 il 38,9% era rappresentato da agricoltori; il 32,4% da braccianti, il 38% da muratori, il 2,2% da domestici e nutrici, lo 0,05% professionisti.

(3) Già nel libro di Taruffi, Nobili, Lori veniva detto: "L'emigrante porta con sé un risentimento segreto contro la terra che lo rattrista: nei paesi lontani egli ha della patria la visione ristretta e limitata alla piazza del suo paesello, alla casuccia dei suoi poderi. Ritorna in patria come venisse in villeggiatura e non si occupa degli interessi locali i quali non gli rappresentano che interessi di un luogo provvisorio. Al posto dell'antica soggezione troviamo spesso una petulante vanagloria". Gli autori rimarcano anche il grave danno che questo atteggiamento, unito all’esodo dei più attivi ed intelligenti, portasse ai tentativi di organizzazioni operaie (pag. 848 e seg.).

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