STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI (1905-1925)
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Capitolo XVII - L'adesione al fascismo
Nel 1920 Fortunato Colistro era ritornato in America. Sicuramente nel suo animo erano sorti molti dubbi sulla continuità ideologica della S.0., se è vero che aspettò due anni (lui così zelante), per scrivere alla Società. In ogni caso le sue lettere mostrano che non voleva arrendersi all'evidenza. Scrive infatti il 31 marzo 1922:
"Egregio signor Presidente, Ufficiali e Fratelli,
sono quasi due anni che mi trovo in questa terra di Colombo e realmente avrei dovuto scrivere prima ma i miei affari privati mi hanno impedito dallo scrivere. Non che non nutro il medesimo orgoglio dello stesso giorno in cui sposai questo sodalizio moderno che ha rotto la rete dei cosiddetti intellettuali tutti appartenenti alla lacera sciammerga. Sono sicuro che combattete sempre quella vittoriosa battaglia. Voglio sperarmi che a quest'ora avete assicurato alla Società una sala degna di Noi figli del lavoro. Essa sarà il monumento più grande al nostro ideale. Credo che tutti hanno risposto all'appello. Anch'io voglio mettere la mia pietra a quel monumento che mai crollerà".
E' chiaro che nonostante i due anni trascorsi, l'ingenuità di Fortunato Colistro e la sua esagerata fiducia nella natura dei confratelli abbiano dettato queste righe. E' certo che in quest'epoca Fortunato Colistro è uno dei pochi a restare fedele ad antiche illusioni.
I confratelli, i più emancipati, sono ormai in confidenza famigliare con i nobili, che sembrano ormai lontani dall'arroganza antica e dalle pretese "distanze". Molti di quest'ultimi hanno capito che è ora di spartire il potere con una parte del ceto emergente e sono disposti a farlo perché ciò in ogni caso lascia molti di loro al potere con una base popolare disposta ad accettarli e a servirli di nuovo, anche se diversamente.
Molti confratelli, d'altra parte, sanno che, costruitasi la casa, avendo quello che hanno un pò tutti per vivere, conviene riappacificarsi e lasciare che altri ripiglino le loro antiche battaglie, se è vero che altri e non loro sono adesso a quel determinato ordine di sviluppo. Per conto loro la meta è raggiunta; progressi se ne sono fatti ed è inutile per loro aizzare quanti sono restati indietro. Per molti di loro si pongono gli stessi problemi che una volta gli sciammergari avevano per i confratelli. Ora sanno cosa è il potere e come deve essere esercitato.
La prima cosa è la pace sociale. Predicano che tutti prima o poi progrediranno, cosa di cui loro sembrano incarnare l'esempio, ma nel frattempo ognuno deve rispettare quanto ha dato la sorte, senza fratture sociali, cercando di progredire nel rispetto di ciò che è il potere.
In questa situazione Fortunato Colistro e i suoi amici americani devono esser mollati. Nonostante le lamentele e a volte le minacce, non si risponde alle loro lettere né viene tenuto in alcun conto quello che ingenuamente dice Fortunato Colistro nella lettera prima citata: "siate tutti apostoli ferventi. Fate pesare sempre la mano di ferro ai nostri avversari che sono avversari del mondo del lavoro".
In effetti all'attuale posizione della SOMS alcuni confratelli si sono ribellati dando vita ad una nuova associazione denominata "Unione e progresso", mettendo alla sua presidenza il vecchio confratello Raffaele Paolo Saccomanno. Ma è un bagliore da poco, se è vero che tale confratello, amico di Mancini e di Pasquale Fiorino, come erano buona parte degli antichi soci, non può impedire che il nuovo organismo diventi più che un'organizzazione di stampo nuovo, una nuova setta contraria visceralmente a don Luigi Silvagni, che trova come suo focoso e battagliero antagonista don Giovanni Iachetta.
Quando dopo lo scontro e l'accordo di don Luigi e don Giovanni, qui di seguito raccontato, i soci dell'Unione e Progresso, si troveranno soli, perché non utilizzabili dalle fazioni in lotta, restando in poche persone, arriveranno a far rumore con i banchi, per far credere alla SOMS, a quelli che sono ormai i traditori dello spirito operaio, di essere in molti e di discutere animatamente nuove iniziative (testimonianza di Michele Bambino, allora giovane aderente).
Il fascismo ormai fa proseliti, non al di fuori di queste organizzazioni, ma entro queste stesse, profittando della loro ambiguità e facendosi altrettanto forte dell'ambivalenza mussoliniana. La SOMS è ben presto fascistizzata con a capo ovviamente don Luigi Silvagni. A questo punto avvenne un episodio che movimentò e divertì il popolo grimaldese. Una sera don Luigi Silvagni passeggiava per la piazza, nonostante la neve, e inveiva contro Giovanni lachetta, che stava nella vicina sede postale. Fatti tutti personali l'avevano altamente inferocito. Quando don Giovanni uscì per tornarsene a casa nacque un alterco e don Giovanni Iachetta mollò un ceffone a don Luigi, tanto assestato da buttarlo per terra. Fu subito guerra. I più ardenti fascisti corsero a casa del Iachetta, intanto sparito, mettendo tutto sottosopra e picchiando perfino la moglie. Corsero minacce, denunce e cose del genere: tutto il mondo sciammergaro si mobilitò. Alla fine comunque prevalse il buon senso di classe e una lettera di scuse chiuse la questione nello stesso modo in cui il consiglio del 22 gennaio del '23 deplorò pubblicamente "l'atto violento e proditorio".
Nei mesi che seguirono, il fascismo, preparato da questi anni di dissolutezza sociale, divenne la forza dominante del paese. Il 6 marzo 1923, il PNF - Sezione M. Bianchi di Grimaldi, così scriveva alla SOMS:
"Ci risulta che poche persone, servendosi del nome della Società Operaia, fanno opera di propaganda contro l'attuale Fascio intimidendo e minacciando quei Soci di codesto Sodalizio che intendono inscriversi a questa Sezione.
Benché gli appartenenti a questo Direttorio, che fanno parte della Società Operaia, smentiscano nel modo il più assoluto che le voci insidiose che circolano siano espressione di Codesto Sodalizio, noi attendiamo da Voi Ill.mo Signor Presidente una sincera dichiarazione al riguardo, affinché con qualunque mezzo e con ogni azione noi possiamo smascherare e punire coloro che fanno opera deleteria verso il Governo Nazionale ed il benessere della Patria.
In attesa, con ogni ossequio
Il Direttorio
(Le firme sono quelle di: Gabriele De Simone, Primo Umberto, Silvagni Armando, Rose Vincenzo, Francesco Falsetti).Il 9 marzo il sindaco, presentandosi dimissionario, conclude a nome di tutti con le seguenti parole:
"Sento il dovere di dire poche parole e prego il segretario comunale di voler raccogliere e consacrare in verbale fedelmente il mio dire.
Nell'ottobre del 1920 unanimemente senza distinzione di partiti e di classe, l'intera cittadinanza ci fu dei suoi suffragi larga e ci mandò in questa Casa Comunale quali suoi rappresentanti per la tutela della cosa pubblica e per la risoluzione di gravi ed importanti problemi che da parecchi lustri rimanevano allo stato d'informi, scheletrici, impolverati progetti, abbandonati ed obliati nei vetusti archivi municipali. Per opera mia e dei miei onorevoli compagni di lavoro, dopo assidua, alacre, instancabile attività, quella carta, quella semplice carta è stata trasformata in danaro sonante. 330 mila lire sono da un pezzo a disposizione nostra perché decretata dalla Cassa DD e PP più di alcuni mesi dietro; e voglio con questa riferirmi all'opera principale, vitale, di risanamento igienico per il nostro paese: la fognatura. Altri progetti sono in via di soluzione. Ai nuovi amministratori lasciamo come retaggio onestà indiscussa ed onesto lavoro, non mai risparmiato per il bene del nostro paese... Con ogni mezzo e con tutte le forze del nostro apostolato di fede e di coscienza abbiamo sorretto i diversi governi dell'ordine, ed oggi più che mai l'attuale benemerito Governo Nazionale Fascista. Fin dai primi anni, onorevoli consiglieri, signori del Pubblico, che stamane ci avete onorato del vostro largo concorso e di vostra presenza, appresi nel mio focolare domestico, nel santuario della mia famiglia, una idea, una sublime idea che col passar degli anni si è in me connaturata come la carne alle ossa, cioè l'ideale del giusto e dell'onesto, il partito dell'ordine, la illimitata devozione per S.M. il Re, per la Maestosa Regale Famiglia Sabauda. Sono fascista nell'animo, sono un conservatore amante del diritto, ossequiente alle leggi; sono fascista nell'animo e come tale, a nome dei miei Assessori, a nome dei consiglieri qui presenti ed assenti, a nome della grande maggioranza di questa nobile e generosa Grimaldi e di quanti con me condividono i miei propositi, affido sulle ali dei venti il mio ossequiente, sentito, deferente saluto a S.E. Benito Mussolini, nostro Duce Supremo, Patrocinatore convinto del giusto, dell'Onesto e del Diritto, Salvatore del Regno d’Italia".
E' dunque la fine della coscienza civile grimaldese e della S.O.. Il nuovo sindaco Niccoli Gabriele, l'11 novembre dello stesso anno, chiede di conferire la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini e a Michele Bianchi. Il consiglio approva per acclamazione. A titolo di esempio ecco le parole riguardanti Benito Mussolini:
"Il signor Presidente fa rilevare che S.E. Mussolini, come Duce del Fascismo e come capo del Governo è autore del meraviglioso mutamento che l'impeto e l'ardimento delle Camicie Nere ha saputo operare e del profondo rivolgimento politico maturato nella coscienza dell'azione che ha dato all’Italia un Governo Nazionale cultore e medico delle nuove fortune della Patria. Propone quindi... che si conferisca a S.E. Benito Mussolini, la cittadinanza onoraria".
Il paese partecipa, tranne pochissimi, a tutto questo fervore reazionario e antioperaio usando i più disgraziati, come volgari e violenti propagandisti.
A questo punto sembra che almeno qualche voce giunga a Fortunato Colistro, così come filtrata dagli emigrati in America. Saputo della fascistizzazione della S.O., e però ancora convinto che sia una mossa opportunista: "Confesso che per me il fascismo è come una pietra di piombo sullo stomaco, penso che la Società ha dovuto aderire per salvarsi la pelle". In altre parole a Fortunato Colistro, che personalmente aveva visto tanti confratelli non molto tempo prima, seguaci suoi o per lo meno disposti a pensarla più o meno come lui, sembrava impossibile una cosi repentina svolta, ignorando chiaramente che la svolta non era stata né così repentina né così inaspettata, almeno per buona parte dei soci della S.0.. Nella stessa lettera, Fortunato Colistro, riconosce il suo troppo entusiasmo, se è vero che per la prima volta, senza mezzi termini, denuncia le due anime della società, di antica formazione:
"Saluto quei soci di fede che pensano a lavorare per il progresso dei componenti. Non quelli che sottopongono i nostri soci al dominio dei padroni fascisti o fanno lo scavo per i signori che è la stessa cosa. Evviva Mazzini, Garibaldi e la libertà. Abbasso il fascismo assassino".
"Il progresso dei componenti" come dice lui, non è più un fine della Società. Col progresso di alcuni confratelli che adesso stanno dalla parte dei padroni e del fascismo, si è chiuso con ogni rivendicazione e con ogni desiderio di emancipazione per tutti. Adesso questi confratelli sottopongono altri confratelli al dominio, facendo finta di rappresentarli di aiutarli, di essere dalla loro parte. La S.0. è diventata l'alibi del potere. Finalmente Fortunato Colistro ha capito! Il capitolo della Società Operaia è chiuso. A lui, ad altri come lui, toccherà organizzarsi diversamente, sperando (e non accadrà) di non ripetere gli stessi errori.
Altri confratelli scrivono sdegnati dall'America. A nome di un gruppo, Cozzetto scrive: "vengo con la presente lettera a portare un saluto degli operai grimaldesi, se la Società è Operaia. Se è fascista noi ci vergogniamo, perché noi operai non possiamo appartenere coi parassiti". E' lo sdegno di pochi. Alla svolta, per modo di dire, della S.0., i tiepidi cercano di giustificarsi affermando che per continuare il loro mestiere non possono inimicarsi col direttorio. E in parte hanno ragione. Gli altri inneggiano al duce. Solo pochi hanno il coraggio di dire no, nell'intero paese, e spesso alcuni, come mi raccontava Michele Bombino, semplicemente perché non erano accettati nella sezione fascista.
Intanto la vera anima di Terenzio De Cicco e di Filippo Amantea veniva alla luce. L'avvocato scrivendo a De Cicco, presidente della S.O. :
"Che il sodalizio l'abbia novellamente eletto a quel posto di massima fiducia e di grande responsabilità che Ella già tante volte nel passato, ai tempi che ogni battaglia era una vittoria, tenne con grande zelo ed energia, osservando per il primo la disciplina sociale e facendola rispettare: onde quella concordia che rendeva il sodalizio formidabile agli avversari e rispettato da tutti".
Mai con più chiarezza può esprimersi una così netta esaltazione di un disegno reazionario perseguito e raggiunto. Insieme hanno sempre pensato a dominare, a conquistare il potere. Le battaglie vittoriose sono per loro, l'aver affermato "con zelo ed energia" il rispetto della gerarchia osservandola per primi e "facendola rispettare".
Ecco perché è loro merito, così come del fascismo, la "concordia", la "disciplina sociale". Sanno comunque entrambi le difficoltà che hanno incontrato per portare avanti tale progetto. Continua infatti l'avvocato.
"Né, purtroppo, le difficoltà sono superate; anzi ora incalzano, più gravi che mai. Occorre senno, accortezza, prudenza in chi dirige; abnegazione, concordia, disciplina in tutti".
E' una chiarezza esemplare, la chiarezza catechistica di chi ama il potere e, conquistandolo, intende difenderlo. In tutti questi propositi, la verbosa letterarietà dell'avvocato è totalmente assente, il che, se ancora una volta fosse necessaria una prova, dimostra l'aridità di ciò che è sostanziale nella persona e di quanto è accidentale: di coloro che amano il potere, diventano letterati coloro che sono tagliati fuori e cantano la propria impotenza. E Filippo Amantea ha avuto entrambi i momenti.
La lettera porta la data del 28 giugno 1925, poco tempo dopo che la delinquenza fascista aveva assassinato Giacomo Matteotti.
L'Unione e progresso era stata smantellata e tutti ossequiavano Luigi Silvagni (1).
In quegli stessi giorni Terenzio De Cicco, invierà una serie di telegrammi, tutti dello stesso tono, poiché sono sempre tutti dello stesso tono gli annunci di morte:
All'"Eccellenza Mussolini", scrive:
"Nello assumere carica Presidente questa Società Mutuo Soccorso onoromi inviare E.V. nome intero sodalizio nostro profondo ossequio imperitura devozione illimitata fede.
All'"Eccellenza Michele Bianchi" scrive:
"Nello assumere carica Presidente Società Mutuo Soccorso inviole nome intero sodalizio rispettoso ossequio protestandole immutabile imperitura devozione".
Al Prefetto di Cosenza:
"Nello insediarmi Presidente questa Società Mutuo Soccorso onoromi inviare vossignoria beneamato capo provincia nome intero sodalizio reverente ossequio protestandole nostra devozione governo fascista".
Nel 1925 di fatto dunque la S.0. è finita. Se come tutte le organizzazioni l'ordine di scioglimento sarà di alcuni anni posteriore, è questo un puro atto formale.
A questa data si ascrive perciò la sconfitta di Fortunato Colistro.
Isolato nella lontana America, con pochi compagni sparsi per il mondo, si vide battuto dalla antica realtà, ma a suo onore, bisogna dire che questa stessa realtà fu da lui duramente forzata e combattuta. D'altra parte le forze erano impari e la situazione e la mentalità in atto, non potevano che portare a quella conclusione. La sconfitta di Fortunato Colistro, non fu però la disfatta, se è vero che lui avrà ancora da vivere tanti anni che gli permetteranno di vedere la fine di Mussolini e ritornare di nuovo a Grimaldi a presiedere i nuclei socialisti che per lui costituiranno il trionfo della sua S.0.. Ma questa volta, con lui non ci sarà nessuno dei confratelli traditori, cioè nessuno dell'altra S.O. (2)
NOTE
(1) Il 1924 fu ucciso dalla squadra fascista "La Disperata" Paolo Cappello, sul ponte San Francesco di Cosenza
(2) Questi sono I nomi degli amministratori del 1925:
Albo Achille fu Francesco, Albo Giuseppe fu Antonio, Amantea Gioacchino fu Francesco, Anselmo Antonio fu Gaetano, Anselmo Eugenio fu G.B., Anselmo Giovanni fu Raffaele, Caruso Luigi fu Saverio,Cavaliere Ernesto fu Giuseppe, Del Vecchio Vincenzo, De Simone Gabriele, De Rosa Amedeo, Falsetto Saverio fu Nicola, Funaro Pasquale, Iachetta Gaetano fu Pasquale, Iachetta Giovanni fu Raffaele, Iacino Antonio Vincenzo, Maio Francesco Saverio, Mantello Francesco fu Giuseppe, Silvagni Umberto, Vetere Giuseppe di Fortunato.
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