STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)
 

- Raffaele Paolo Saccomanno -

 

 

Capitolo IV - Le classi sociali e la società operaia

 

La società grimaldese degli inizi del secolo era caratterizzata da un patriarcalismo semifeudale, per cui una decina di famiglie di galantuomini vincolavano amministrativamente e, in largo misura economicamente, il resto della cittadinanza, senza che ciò, come si vedrà,. rappresentasse un vero e proprio dominio feudale.
La cittadinanza era grosso modo distinguibile in tre grandi categorie economico-sociali: la prima, costituita dalle famiglie dei galantuomini e dalle loro relazioni di parentela; la seconda. direttamente subalterna alla prima, rappresentata da contadini poveri, meglio conosciuti localmente come "tamarri" o "turrerri"; terza, tra queste due categorie, si situava una larga fascia di cittadini che esercitavano svariati mestieri e avevano piccoli fazzoletti di terra, tale, in ogni caso, da garantire loro una minima autonomia economica e in parte sociale.
a) I galantuomini
I galantuomini, di cui si parlerà, per grandi linee, in questo paragrafo, non erano né come famiglia né come individui, niente di eccezionale, ma perfettamente confacenti alla miseria sociale in cui veniva relegato il paese.
Il galantuomo per eccellenza era don Moisè Nigro, il più ricco, il più rispettato e perciò stesso il più "umanitario", principalmente preoccupato  per non potersi assicurare un discendente maschio, nonostante, come veniva scherzosamente detto, le numerose e forzate "scappatelle" tra le sue contadine.
Seguivano poi gli altri casati: quello degli Amantea, variamente ramificato (un ramo primeggiava con don Gennarino, sposato e senza figli, eterno amministratore e, per altri versi, con don Saverio, marito di donna Maria Nigro e padre del grande medico don Peppino: è appunto questo il ramo dei grandi della medicina grimaldese, la cui magnificenza venne sempre ad identificarsi con mitico Bruno Amantea. Un altro ramo, aveva modestamente rappresentanza in don Gennaro, anche lui eterno consigliere comunale, padre di don Francesco, un prete, che morì negli anni a noi vicini con la strana carica di "cameriere segreto" del papa. Il terzo ramo, quello di don Giuseppe, darà i natali a quel don Filippo Amantea Mannelli, di cui diffusamente si parlerà in seguito). C'erano poi i vari casati degli Anselmo, almeno cinque, dei quali, per il periodo qui studiato va ricordato principalmente quello di don Giovanbattista, che estenderà i suoi rapporti di parentela con i Mancini di Malito. Ancora troviamo i due casati dei Silvagni entrambi per vari motivi e varie fortune presenti nelle lotte della Società Operaia e della degenerazione fascista (in un casato è singolare la vicenda di don Benedetto Silvagni, eccentrico personaggio, che ereditò la bellezza di 80.000 lire di titoli, ben presto dilapidati. restando famoso nella mitologia paesana per essere andato a Napoli per acquistare una pipa. Iscrittosi alla Società Operaia, aprì un negozio in via Fontanella, ma sprovvisto di qualunque capacità commerciale, finì per vendere sottocosto e sbadatamente, trascinando la vita poi miseramente come poverissimo artigiano a Cosenza. Dell'altro, il maggior rappresentante fu il farmacista don Luigi, di cui ampiamente si parlerà in seguito).
Era ormai in via di estinzione l'antico casato di don Pasquale Vetere, che pur aveva rappresentato per anni il potere grimaldese, appena preceduto nell'oblio dalla potente famiglia degli Albi.
C'erano ancora i Funari, i De Rosa, i De Simone, altri Nigro, i Tartaro, i Mauro di cui abbiamo già conosciuto un don Raffaele, imprenditore e il cui fratello don Gisberto, pretore a Dipignano, sposerà la baronessa Passalacqua.
Infine la famiglia Del Vecchio, che darà il capo più prestigioso alla Società Operaia, l'avvocato don Enrico, figlio di don Francesco e della sorella del ben noto Bonaventura Zumbini.
Per anni questi galantuomini furono i soli produttori di intellettualità, vale a dire quella spicciola e paesana, così come conviene ai vari notai, farmacisti, preti, avvocati e quanti con qualche verso e un po' di latino maccheronico possono ben impressionare la miseria contadina.
Molti e tradizionalmente sono gli avvocati: don Ciccio Silvagni, don Peppino Silvagni, don Vincenzo Del Vecchio, don Enrico del Vecchio, Don Silvio Anselmo, don Filippo Amantea, per finire, ad un nato galantuomo, il quale, secondo le dicerie tramandate, avendo perso la prima causa contro un avvocatucolo molto meno preparato, ma esperto in maneggi e in immediatezza di relazioni, abbandonò la professione e non uscì più di casa. Anche don Filippo Amantea rinuncerà ben presto, per analoga incapacità. Se si esclude don Raffaele Silvagni, che è ricordato nelle cronache dell'Università di Messina per precocissime capacità e che morì nel terremoto di Messina del 1908, l'unico che veramente eccelse fu don Enrico Del Vecchio, "principe del foro" come gli fu riconosciuto da Pietro Mancini.
Nel campo della medicina, come già detto, gli Amantea diedero nomi a carattere nazionale, anche se nell'immediato ambiente paesano li rappresentava l'eccentrico don Ortenzio. I Silvagni, i De Rosa, gli Albi diedero dottori e farmacisti, variamente apprezzati e benvoluti.
Tra i notai ricordiamo i De Rosa e don Gisberto Mauro; mentre numerose furono sempre le vocazioni religiose, tra cui don Michele Anselmo, don Mario De Rosa, don Francesco Amantea, don Paolo Del Vecchio e don Ciccio Mauro, canonico e letterato.
Come si vede, in questa sommaria lista, tutti i casati sono variamente rappresentati e tranne pochi degni di nota e che per ciò stesso si allontanarono dall'ambiente e dalla logica paesana, tutti i rimanenti professionisti costituirono il dominio e l'egemonia del galantomismo grimaldese (1).
Pochi delle altre categorie sociali riuscirono a raggiungere una cultura media e il diploma e perciò non sempre propensi a restare nelle fila di provenienza. Si capisce infatti, come in questo mondo di miseria il rispetto e la competenza erano il riflesso del potere, un'investitura dispensata da coloro che comandavano. Progrediva chi era "del" potere a "per" il potere, in conformità all'esperienza millenaria, per cui il potere è un drago a due teste: quella che divora e atterrisce, e quella che intimorisce invitando alla pace sociale e al consenso. Anche a Grimaldi infatti era noto che, il potere più duraturo è sempre quello che si afferma come largamente "intellettuale", vale a dire quello che usa più la parola che la frusta o, per dirla più compiutamente, quello che insegna, con perseveranza, l'universalità delle tavole dei propri valori e arriva alla pura violenza nella misura in cui si sente veramente minacciato. Ecco perché sopraffazione e profitto marciano sempre con la miseria e l'ignoranza, per fare in modo che la coscienza non si elevi mai oltre la vita. Cosicché diventa chiaro che dove la vita determina la coscienza c'è servitù e alienazione, perché lì regna il Potere.
A Grimaldi per tutta questa bastò don Moisè Nigro da una parte, don Filippo Amantea dall'altra, e a raccordo, don Luigi Amantea.
Don Moisè è il potere diventato terra e denaro, don Filippo è il potere diventato parola e amministrazione.
Don Filippo Amantea, ebbe un ruolo rilevante nella storia della Società Operaia, proprio per la sua intellettualità. Ma questa influenza seguì un tortuoso cammino e si manifestò solo quando egli non nascose più a nessuno quello che Enzo Misefari ha definito, con efficace semplicità, "sete di potere". Servo del potere, come spesso capita a quelli che vogliono farsi "apprezzare" subito, iniziò appunto contestando il potere. Come avrebbe potuta parlare altrimenti della sua via di Damasco descritta in un discorso interventista del 1915?
"Una sera del maggio 1901 in quell'epoca il partito socialista non era ufficiale, non s'era cioè ridotto a quella corporazione in politica estera incosciente di cooperativisti e panciafichisti che tutti ammiriamo oggi - io che mi trovavo in Bologna ed ero socialista al moda di allora però, né ho poi mutato - capitai nella sala della Società Operaia".
Con questi sentimenti "operai" (e come si vedrà poco duraturi) lui che volle dirsi "figlia d'una famiglia di scarsi mezzi", si schierò, appena ritornato in paese tra i consiglieri dell'opposizione, senza naturalmente impensierire troppo i galantuomini che proprio per l'appunto l'avevano votato. Comandava di fatto allora, come vedremo, la famiglia degli altri Amantea. Contro questo potere don Filippo si arrese subito. Tale resa, senza battaglia, avvenne tra l'altro per un episodio che ben dimostra lo consistenza degli ideali di don Filippo. In cuor suo, lui, Amantea "di scarsi mezzi", voleva imparentarsi con gli altri Amantea, vicini di casa e più potenti, corteggiando poeticamente la bella donna Adele. Poiché al cuore non si comanda, don Filippo volle essere il nemico dichiarato della Società Operaia, proprio quando essa trionfava nel paese, ed era riuscita a debellare il partito degli Amantea. Cambierà quando donna Adele sposerà, nel 1914 don Silvio Anselmo.
Di carattere vanitoso, fu sempre alla ricerca di consensi e di gloria, cosa che in politica coincise sempre col bisogno di restare dalla parte di chi domina: prima con gli Amantea, poi con la Società Operaia ed infine col fascismo, per tacere degli anni più recenti. Dedicata tutta la vita al desiderio di arrivare, a ben vedere il suo cammino dimostrò chiaramente che se non arrivò a nessun fasto è segno che veramente non poteva arrivarci.
All’interno del paese il suo prestigio, proprio per essere un pellegrino del Potere, rimase sempre alto, magari tramutando gli amici di ieri in nemici di oggi, ma sempre con la propria platea, arricchita dall'interesse che la sua opera letteraria suscitò in alcuni cenacoli cosentini, oltre i quali non andò.
Come tutti gli ideologi reazionari d'ogni epoca, produsse infatti sempre per se stesso, tenendo contrapposta la sua persona, in un dualismo esasperato, con la restante comunità, intesa come semplice cassa di risonanza del suo "poetare".
Se gli uomini di genio sono la stessa umanità che pensa il proprio ascendere faticoso, e perciò stesso rappresentano la parte migliore dell'uomo, Filippo Amantea non poteva che restare il piccolo letterato di provincia, che citava un po' di tutto, per ingannare e disprezzare la miseria e godersi nel chiuso della sua torre verbale, elevata sui suoi strambi preziosismi letterari, la sua "genialità" incompresa. Per concludere si potrebbe dire che fu una mente retorica, quella adatta a legittimare il potere semifeudale in ogni piccola Grimaldi del meridione.
(Per cronaca si ricorda che nel 1905 pubblicò un libro di poesie illustrato dall' amico Duilio Cambellotti, intitolato "Come le nuvole" e che, a dire il vero, se don Filippo avesse potuto fondare le sue capacità letterarie su altra personalità poteva dargli consensi più ampi e più meritati, ben diversi da quelli che ottenne. Ma il poeta di "Come le nuvole" è lo stesso che, nell'ultima pagina del medesimo libro, offre tutto questo:
"Dello stesso autore. Di prossima pubblicazione:
Studi letterari e conferenze.
In preparazione:
- Non serviam! (La tragedia delle Origini)
- Commentari a Baudelaire
- La signora giustizia
- Critica delle basi teoriche dell'Economia pura
- Critica della metafisica positivistica e delineazione d'un asistema di scetticismo positivo".
Di tutto questo non si vide alcunchè. Perciò restò l'aristocratico ozioso che produce astrazioni, quelle che richiede, ai piccoli come ai più alti livelli, come si è detto, l’altra testa del drago.
b) contadini poveri
I turrerri prendevano nome dal fatto che abitavano le "turre", le case coloniche dei padroni, le quali, come si vede a tutt'oggi, servivano a contenere molti figli, strumenti di lavoro, le provviste. le sementi, e spesso gli stessi animali da lavoro, di sostentamento e di pascolo.
Tutta questo ambiente implicava ovviamente la provvisorietà d'una esistenza che trovava, come unico scopo, la speranza di buoni raccolti per sdebitarsi delle annate di carestia, ormai frequenti e tipiche di uno sfruttamento poco intensivo e razionale delle terre.
I turreri vivevano chiusi nel loro particolare. Incivili per necessità di cose, erano gratificati dall'inumano e spregevole titolo di "tamarri", proprio da coloro stessi che tali li facevano essere. Poche volte scendevano in paese: in occasione delle fiere paesane e della Valle del Savuto; quando li chiamava il padrone.
Sempre si rapportavano con l'aria guardinga e diffidente di chi ha scarse relazioni sociali e ha solo rapporti di servitù. Privi di un qualunque contratto di lavoro, non protetti da alcuno, poco disposti perciò ad una benché minima reazione, avevano col padrone un puro atteggiamento servile: il padrone va sempre riverito, a lui si deve parlare col cappello in mano; nella sua casa bisogna aspettare all'ingresso; e da lui, solo per onore, è concesso, dopo anni di sfruttamento, un marsala a un caffè, in cucina, quando a Pasqua e a Natale si va a portare i "doveri".
Il padrone. per il tamarro, è colui che dà una "turra" e terre da lavorare; che permette di sfamarsi sui "suoi" campi e che perciò va ubbidito da tutta il clan rurale. Il padrone stabilisce quanto possano restare nella turra, quanto spetta loro del raccolto nei casi di abbondanza e di carestia; quello che si deve coltivare e dove coltivare.
Spesso i turreri sono maltrattati, specialmente in presenza di altri galantuomini. In risposta a tutto questo i turreri danno loro a battezzare i figli non sempre propri, danno spesso apertamente i favori delle figlie e delle mogli, ricevendone in gratitudine l'appellativo non di "cumpari", ma quello più distanziato di "succumpari".Le figlie dei turreri spesso finivano serve dei padroni o mandate in città presso altri consimili, in cambio del semplice vitto e alloggio e acquisivano ancor più dei padri che continuavano a sudare sull'aratro a chiodo, una mentalità di sottomissione e paradossalmente di gratitudine.
Inutile dire che la quasi totalità dei turreri era analfabeta e indicava se stessa, negli atti pubblici e negli accordi, con un segno di croce, che ben rispondeva alla loro reale condizione di poveri cristi e segno mortuario per chi veramente restava tutta la vita senza aver mai notizia di sé. Non a caso, intorno a questa categoria di tamarri gravitavano quei poveri disgraziati, che menomati nelle proprie capacità intellettive, finivano per dipendere da tutti e da tutto e perciò adibiti ai lavori più penosi e più rifiutati.
Questo mondo dei tamarri è dunque la parte più infima della popolazione.
Vedremo successivamente che non potendosi schierare con la Società Operaia, proprio per difendere la propria miseria, erano d'altra parte non sempre ben accetti agli stessi confratelli, se è vero che il misero è anche spiacevole: è accettato quando non è più quello che è, aspettandosi il cambiamento dalla Provvidenza. Il misero fa inoltre paura, rappresentando la stadio della degradazione, a cui paventaano di scivolare coloro che sono appena innanzi: perciò va esorcizzato, tenuto lontano, commiserato e basta. (2)
Si vedrà come gli ordini medi, proprio per la loro compattezza sociale, si batteranno in prevalenza per i bisogni della propria categoria e vedranno il rovesciamento della situazione nei termini della conquista del loro potere. Abbattendo i galantuomini, i confratelli pensavano che i tamarri, pur se ottusi, servili, avrebbero potuto cambiare la propria situazione, ma il compito ad essi assegnato al momento, era tutt'al più di fiancheggiatori, mai di protagonisti, ammesso che desiderassero esserlo. E in questo disegno politico, il senso comune dava loro ampiamente ragione.(3)
Alla descrizione dello Stato e allo emancipazione dei tamarri dedicò molte pagine Pietro Mancini (Malito 1876 - Cosenza 1968), specialmente con articoli su "La Parola Socialista", "L'Almanacco Socialista" (anno 1922, ed. Avanti); il generoso libro di memorie "Il PSI nello provincia di Cosenza" (1904 - 1924) ,ed. Pellegrini (Cs).
Sull'Almanacco del '22 diede tra l'altro questa immediata nota d'ambiente:
"Nei nostri paesi, come nelle nostre cittadine, venti anni dietro (ed ohimé in alcuni luoghi anche adesso) la popolazione era divisa in due classi: i "galantuomini" da una parte e i "tamarri" dall'altra.
I galantuomini, borghesi di origine e di costume, formati di piccoli proprietari, di pseudo-intellettuali, di piccoli professionisti: maestri elementari, medici condotti, segretari comunali, avvocati di Pretura; i quali nei nostri paeselli sperduti e aprichi tagliati dalla vita, lontani dai grossi centri, rappresentavano l'imperio più assoluto, più tirannico, più cieco.
Non un barlume di idealità, non un sentimento di educazione, non un palpito di pietà per la classe soggetta: "i tamarri".
Ma invece prepotenza e sfruttamento, nelle forme più ingrate ed esose. Penetravano nei Municipi per preparare il posto di medico condotto o di maestro elementare, al figliuolo, al nipote, al parente di ritorno dall'Università a dalla Scuola Normale, per vivere sul bilancio, per usurpare i demani del Comune, per appropriarsi delle rendite delle Congregazioni di Carità, per dilapidare i Monti Frumentari, per ottenere quanto meno il donativo, il cosiddetto "complimento" cioè capponi, zucchero, caffè, salami, latticini, per ogni semplice atto del proprio ufficio.
Le lotte infuocate, aspre, personali fra famiglia e famiglia, creavano fazioni che arrivavano agli odi più irriducibili ed alcune volte al delitto. Il predominio e lo vittoria di uno fazione sull'altra portavano alla protezione dei propri ed all'ostracismo della parte avversa.
L'una e l'altra senza freni, audaci, spudorati, delittuosi. Ogni nostro paesello ho la sua piccola, tragica storia in proposito. Ogni piccolo nostro paesello ha avuta il suo tirannello, come ogni città ho avuto lo tirannia di una famiglia o di un parentado. E queste tirannie si esercitavano non solo contro gli avversari, ma anche contro la mossa amorfa del nostro popolo. Il tamarro non doveva avere né cuore né resistenza. Non sentiva, né pensava. Il tamarro non doveva avere né cuore né volontà. Quando l'uno a l'altro si svegliavano, venivano attutiti con le minacce o con le lusinghe.
E questa asino paziente e buono viveva carico di doveri, disciplinato rispettoso, idolatra. Nelle ore delle lotte elettorali i diversi "padroni" o "galantuomini" mandavano a chiamare i propri elettori nella campagna o nel villaggio, li chiudevano nelle proprie case vero sequestro di persona e la mattina inquadrati e vigilati li mandavano alle urne".
c) Le radici sociali della Società Operaia
La Società Operaia fu, fino alla prima guerra mondiale, un vero e proprio movimento sociale, ottenendo nell'arco delle sue vicende una capillare adesione di massa. Quando iniziò la suo attività, intorno alla seconda metà del primo decennio del secolo, raccolse immediatamente vaste simpatie e quando le simpatie divennero adesioni, si trasformò in un forte organismo di lotta. Il che prova che era un necessario risultato dei tempi.
Come già anticipato, la Società Operaia era espressione di precisi strati sociali, quelli globalmente definiti degli ordini medi, i quali s'aggregarono in sodalizio, avendo raggiunto una precisa coscienza del proprio stato e, di conseguenza, in grado di agire con compattezza e chiarezza di propositi. E' evidente che in questa senso, la Società Operaia al sua primo formarsi, apparve immediatamente pericolosa: volle farsi valere e rispettare e basò questo atteggiamento sul presupposto che l'unico "potere" legittimo dovesse essere quello della competenza e del lavoro e non quello del privilegio, dell'ozio e della rapina.
Gli ordini medi rappresentavano, infatti, ciò che nella comunità grimaldese era vitale e operante. Incarnavano il volontarismo, il sudore, l'individualismo ottimista di chi sa che si sta facendo da sé. Erano con distanza di secoli, l'humus dell'umanesimo rinascimentale, racchiuso in un'ottica paesana. Per loro, la casa, il mestiere, il possesso, l'autorità e la saggezza, erano dati dal quotidiano lavoro, dai sacrifici e dalle speranze, dalla sensazione nuova che li faceva sentire artefici di un nuovo assetto sociale. Essi si sentivano nuovi, perché facevano progredire le loro famiglie, sognando, a non molto, anche un loro figlio avvocato, medico, farmacista e notaio. Spessa questa sogno era, per questi confratelli l'esplicarsi della provvidenza contro i galantuomini, che non lavoravano semplicemente perché non avevano bisogno di lavorare, consumando la fatica altrui e tramandando ai figli ozio e abuso, ricchezza e professione, lo stemma e il rispetto forzato dello povera gente.(4)
Gli ordini medi si sentivano "naturalmente" i nuovi protagonisti sociali e nei galantuomini individuavano gli irriducibili nemici, bollandoli col marchio di "sciammergari", termine che proprio per essere a doppio senso, verrà ritenuto altamente offensivo: con esso si indicava non salo l'abitudine dei galantuomini di indossare un pastrano chiamata sciammerga, ma l'atto sessuale inteso come prestazione ottenuta col ricatto, onde per le campagne e nelle povere cose i galantuomini distribuivano altri figli ai poveri cristi.
I confratelli contro gli "sciammergari", si strinsero con spirito di animosità e fratellanza. Credettero fermamente nella loro associazione, tanto da vedere in esso una famiglia da rispettare, proteggere, da mantenere principalmente unita e verso la quale il maggior tradimento era l'opera di frazionismo e doppio gioco.
L'esistenza della loro autonomia economica, affondando nel tempo le proprie radici, ero stata la ragione storica per cui le famiglie dei galantuomini grimaldesi non erano riusciti a trasformare il loro potere in un vero e proprio sistema feudale. Mentre per buona porte della Calabria, feudalesimo era sinonimo di latifondo, a Grimaldi grosse proprietà non esistettero mai. Se i galantuomini avevano parecchio terreno, buona porte dei confratelli avevano un loro piccolo appezzamento di terra, coltivabile ai fini di una modesta autonomia alimentare, allo cui integrazione contribuiva il piccolo risparmio ottenuto a "giornate" in qualità di braccianti, di manovali, taglialegna e così via. Senza contare  i confratelli che potevano "guadagnare" stabilmente sulle proprie capacità artigianali a commerciali. Ancora: essendo spesso proprietari di terra, davano ad altri confratelli il compito della coltivazione e della raccolta dei prodotti, con patti revocabili e strettamente personali.
Così se gli ordini medi vivevano certamente al di sotto del livello economico dei galantuomini, lo facevano con autonomia e senza servilismo. Anzi la loro "arte" a il loro lavoro erano necessari agli stessi galantuomini, che pur puntando di tanto in tanto alla città, dovevano servirsi di calzolai, barbieri, falegnami, muratori, mulattieri, sellai del paese. Inoltre a garantire questo autonomia, come si vedrà, gioverà il moto migratorio di molti confratelli e l'invio delle loro rendite alle famiglie.
Specialmente con quest'ultima possibilità quella che era stata continua e sotterranea opposizione al potere, sciammergaro, potè diventare un aperto e radicale antagonismo "politico".
Guardando in maniera più vasta, nel primo decennio del secolo, a Grimaldi cominciò a spezzarsi la mentalità e il potere precapitalista e se capitalismo non nacque si preparò in ogni caso il terreno all’integrazione nordista a dimostrazione che il sistema borghese era ormai un soggetto storico che infondendo debolmente, come una brezza, il suo spirito innovatore nelle piccole fortune del sud dimostrava che altrove era divenuto vento impetuoso e che, in Italia, il Nord richiedeva l’usufrutto del Sud.

NOTE
(1) Da Barillaro sono riportati quali personaggi illustri di Grimaldi i seguenti nominativi:
Bruno Amatea, insigne chirurgo, archiatra della Casa Reale Borbonica (1750-1819). Fra Giuseppe da Grimaldi, intagliatore (sec. VIII). Giovanni Mauro, bronzista (secolo XVIII). Gabriele Silvagni, scrittore di medicina e di scienze naturali, patriota (1774-1834); Francesco Franchino Silvagni, scrittore di medicina (sec. XIX)). Costantino Iaccini, poeta dialettale (1817-1897?). Francesco Notti, poeta in vernacolo (sec. XIX). Francesco Mauro, oratore politico (sec. XIX). Giosuè Vetere, chirurgo, patriota (sec. XIX). Pasquale Vetere, chirurgo anatomista (sec. XIX). Pietro Mileti, maestro d’armi, patriota (n. 1793). Vincenzo Iachetta, fratelli Anselmi, Giuseppe Albi (patrioti risorgimentali sec XIX). Raffaele Silvagni, giurista (1841-1908). Filippo M. Amantea, letterato, Presidente Accademia Cosentina (1878-1964). Filippo Antonio Iaccino, letterato. Giovanni Potestio, letterato, Giuseppe Amantea, fisiologo n 1885 (Dizionario bibliografico e toponomastico della Calabria di Emilio Barillaro; ed. Pellegrini).

(2) Secondo la commissione parlamentare d'inchiesta sulle condizioni del contadini nelle province meridionali, Roma 1907-1911, le Società di Mutuo Soccorso sono organizzazioni in cui i contadini sono completamente assenti o scarsamente rappresentati (voi. V.)

(3) "Nei paesi divampano e covano piccole gelosie di dominazione locale che spesso dividono il paese in due campi distinti e molte famiglie si sono rovinate per effetto delle 1otte locali. L'azione degli Enti Locali e dei Municipi, sia nel senso di migliorare le condizioni di vita delle classi povere mercé i servizi pubblici, sia nel ripartire gli oneri tributari locali è in relazione alla scarsa influenza elettorale che finora ha esercitato la massa dei contadini. I contadini essendo in gran parte analfabeti non possano risultare iscritti nelle liste elettorali e molti che sono in condizioni di potervisi iscrivere, non se ne danno cura. I contadini pertanto vengono adescati dalle diverse famiglie che sì contendono il potere".
(Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle provincie meridionali e nella Sicilia. v. v. Basilicata e Calabria Roma. 1910, pag. 182 e seg.

(4) Sulle azioni diffuse compiute dagli ordini medi, vedi come atto esemplificativo la sentenza per i fatti di Morano del 1895-96,  il cui principale accusato fu l’avv. Nicola De Cardona e in cui comparvero in veste di imputati n. 7 sarti, n. 7 calzolai, n. 3 bovari, n. 3 contadini, n. 2 falegnami, n. 1 stuccatore, n. 1 muratore, n. 1 stagnino. Tra l'altro il De Cardona In questa occasione disse: "siccome è costume del mio paese che soltanto i sedicenti galantuomini possono portare bastone a passeggio, così io per far sparire una stupida diversità, ho consigliato ai miei giovani amici artigiani di fornirsi anche loro di un bastone per l'ora di passeggio, e così pure per l'istessa ragione, ho consigliato a quelli che mancano di portare cravatta e di lasciarsi crescere i baffi".

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