STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)
 

- Raffaele Paolo Saccomanno -

 

Capitolo V - La formazione dello società operaia

 

La prima irriguardosa pubblicità, il nucleo fondatore della Società Operaia, se la procurò il 20 ottobre del 1905 in quell'ambito particolare in qui il potere dei galantuomini sembrava più inattaccabile e tradizionale: l'amministrazione municipale (1)
La rappresentanza sciammergara contro cui si verificò quello che allora apparve come un inaudito atto di sovversione, era a quel tempo così composta:
  1) Amantea cav. don Luigi
  2) Amantea don Giuseppe
  3) Amantea avv. don Filippo
  4) Amantea don Gennarino
  5) Amantea don Gennaro
  6) Albi don Giovanni, farmacista
  7) Anselmo don Giovanbattista
  8) Anselmo don Giovanni di Raffaele
  9) Anselmo don Antonio di Samuele
10) Anselmo don Antonio di Gaetano
11) Del Vecchio don Antonio
12) Funari don Francesco
13) Mauro don Raffaele
14) Nigro don Moisé
15) Silvagni avv. don Giuseppe
16) Vetere dott. don Pasquale
17) Falcone Michele, benestante
18) lacino Gennaro, veterinario empirico
19) Rose Raffaele, artigiano
20) Saccomanno Fortunato, benestante.
Come si vede,in assoluta maggioranza erano tutti galantuomini, affiancati dagli ultimi quattro benestanti o "familiari" della consorteria locale. Questi venti personaggi, amministrativamente, in un balletto di parentele e di ereditarietà di incarichi, rappresentavano la staticità della società nel suo insieme.
Delle loro singole personalità, si parlerà solo perché si sta qui scrivendo di cronaca paesana, giacché nessuno di loro brillò oltre quel dominio esercitato sulla cittadinanza di Grimaldi, con la relativa eccezione provinciale di don Filippo Amantea e di don Luigi Amantea. Della loro "emarginazione" è tipica la storiella, spesso ancor oggi raccontata, su don Moisé Nigro, il galantuomo per eccellenza, il quale, avendo fatto un viaggio a Napoli, al di là dell'ossequio feudale grimaldese, si vide trattato come uno sprovveduto bifolco di provincia, di modo che ritornando in paese, fu lui che al primo che gli si scappellò col tradizionale: "Servo vostro, don Moisé!", rispose sarcasticamente ad alta voce: "Don Moisé a Grimaldi! Fuori di qui nemmeno Moisé Nigro". Vera o non vera, la storiella dà almeno ragione del fatto che nessuno ha ormai di loro memoria.
In ogni caso, il loro potere amministrativo, favorito dalle leggi elettorali censitarie, era considerato così naturale come potevano esserlo i carabinieri e la pretura: meraviglia avrebbe suscitato non trovarli al solito posto e sentir dire che erano in fondo superflui. "Il mondo è stato sempre così". Su questo consenso la vita era continuata come d'abitudine e come d'abitudine i galantuomini mai si attendevano un pronunciamento.
L'unica opposizione legittima era per loro l' "opposizione" nell'ambito del consiglio comunale, poiché erano loro stessi che per i contrasti familiari avevano bisogno di crearsi una dialettica di opinioni, ben sapendo che i consiglieri dell'opposizione, critici prima di entrare nel consiglio, una volta imbrigliati nei tentacoli amministrativi da sempre  finivano per essere più realisti del re.
Don Filippo Amantea non era infatti stato eletto come candidato d'opposizione? Il 29 settembre 1903, quando era stata insediata la nuova amministrazione aveva fatto mettere a verbale:
"Il neo consigliere avv. Filippo Amantea, anche a nome dei compagni ricambia (...) il saluto al Presidente e dichiara che militando nel campo dell'opposizione, il gruppo, per l'elezione del sindaco (...) voterà per ora (...) scheda bianca appunto per non approvare l'indirizzo tenuto nella passata amministrazione" facendo veramente urtare don Pasquale Vetere, che ottenne soli 10 voti, contro 6 schede bianche.
Ma a due anni di distanza, 20 su 20, sotto la diligente guida di don Luigi Amantea, governavano in soddisfatta comunione. Ecco perché l'episodio seguente sarò visto come assolutamente sovversivo, non solo perché darà il via alla formazione di un'organizzazione operaia (evento inizialmente visto come una buffonata e di corta durata), ma principalmente per il modo nuovo in cui si intendeva fare opposizione al potere amministrativo: non solo chiedendo dall'esterno conto dì un operato, da anni reputato insindacabile, ma chiedendo indirettamente ai padroni di fornire una propria pubblica legittimità.
Vediamo dunque questo "inqualificabile" episodio.
Nel mese di maggio del 1905, in base alla circolare di prefettura, era stato rinnovato parzialmente il consiglio comunale e dati i precedenti, la cosa fu facile ed immediata; un puro e semplice atto burocratico. In questo ciel sereno cadde una duplice contestazione, che potremmo definire, grosso modo, di destra e di sinistra. Entrambe si riferivano al modo come si era votato e, specialmente, accusavano gli amministratori di avere distribuito schede già segnate con evidenti  indicazioni e di riconoscimento. Ma mentre la denuncia "di destra", era perorata e sostenuta dalla stessa maggioranza, e di fatto attaccava gli eletti della minoranza (era firmata da Falcone Vincenzo, Genovese Rosario, Anselmo don Zaccaria e Anselmo don Raffaele), l'altra di "sinistra", volendosi presentare come antagonismo popolare all'amministrazione, accusava indirettamente la maggioranza e quindi la stessa gestione del potere. Essa era firmata da Anselmo Antonio Micarello, contadino; da De Cicco Terenzio, artigiano, da Albo Achille, calzolaio, da Vetere Francesco, falegname, da Tartaro don Francesco, orologiaio.
Le due istanze vennero discusse in tono molto differente: all'istanza di destra venne data l'accoglienza che merita ogni atto d'opposizione nel solco del rispetto "legale", arrivando perfino a riconoscere che effettivamente nell'elezione della minoranza si era attuata qualche irregolarità; l'istanza di sinistra invece venne discussa con malcelato astio e subito accantonata, ad offesa di chi l'aveva prodotta, perché non presentata nei termini di legge e, cosa strana per una istanza non vagliata, perché i fatti denunciati erano inesistenti.
Insomma si vide che, la denuncia di destra pilotata dalla maggioranza, era un avviso e nello stesso tempo un atto riconciliatore con una parte invitata tacitamente a rispettare i termini del potere; l'altra, al di là del merito, non certo così grave dato l'andazzo tipicamente meridionale delle manipolazioni elettorali, (su cui ben presto negli anni a venire si fonderanno le fortune di Giolitti), pur essendo facilmente archiviabile, presentava una non facile risoluzione per quanto riguardava coloro che l'avevano prodotta e le loro successive intenzioni.
Innanzitutto, questi cittadini non si erano uniti individualmente sulla base della denuncia dei brogli elettorali, ma, al contrario, avevano fatto di quell'accaduto l'occasione per annunciare la loro presenza come nucleo e avanguardia d'opposizione allo strapotere politico ed economico degli sciammergari. Né erano soltanto cinque.
Il direttivo "clandestino" sulla scia delle società segrete, era costituito da De Cicco Terenzio, Nigro Francesco fu Giovanni, Anselmo Antonio Micarello, Saccomanno Paolo Raffaele (che seguiva i fatti dall'America, dove era emigrato nel febbraio); Rollo Raffaele fu Francesco. Ma questa avanguardia non volle mai presentarsi come centro direttivo: essi erano soltanto i fondatori della Società Operaia, coloro che si assumevano più responsabilità e lavoro, coloro che si presero il compito difficilissimo di trasformare quella che era inizialmente una "setta" in un organismo di massa. Anzi, questa loro azione fu così democratica che molti confratelli ritennero come reale data di fondazione della Società Operaia quella dell'anno 1909, in cui la Società poté offrirsi pubblicamente al contributo di qualunque cittadino. A onore del vero, ai cinque "padri fondatori" venne però sempre riservato un affetto e rispetto, in cui successivamente vennero tenuti solo Fortunato Colistro e l'avv. don Enrico del Vecchio.
Di questi primi confratelli la personalità più vasta, poiché era quella che dava più fastidio, per capacità critiche ed organizzative, era senz'altro Terenzio de Cicco.
Ventiquattrenne, imberbe, fornito di una certa cultura che gli derivava dallo zio prete, don Pelio, nonché d'una capillare conoscenza della storia grimaldese e perciò dei vari travagli dei galantuomini, avrebbe potuto chiaramente inserirsi tra i fiancheggiatori dei galantuomini e quindi fra gli amministratori. Ma era estremamente pieno di sé e tutte le storie e le carte che lo zio prete gli aveva fatto conoscere sulle vicende paesane, ai fini di pura curiosità, gli avevano invece fatto nascere, così piene di soprusi e di rapine, di violenza e, in un certo qual modo di grandezza, un virulento odio per i galantuomini. Sentimento che negli anni successivi si dispiegherà in tutta la sua ambivalenza. Da una parte c'era questo odio per tutte le ingiustizie commesse dai galantuomini, odio giovanile ed impetuoso che lo portava ad avvicinarsi a chi era stato vittima di queste sopraffazioni; dall'altra in lui era fortemente radicata l'idea di primeggiare, di essere diverso e di aver capacità più degli altri, idea in sostanza salutare, ma che adottata da nature ambigue finisce per portare sulla stessa strada della classe dominante. L'aspirazione reale di Terenzio De Cicco si potrebbe perciò così definire: opporsi alla classe dominante perché ritenuta arrogante, prodotto storico di antiche rapine e nello stesso tempo classe incapace e degenerata; crearne una nuova fondata sulla capacità e sull'intraprendenza, in cui avere un proprio posto. Questa idea finì, in pratica, in una lotta aperta contro il galantomismo locale, nell'opposizione capace di formare un blocco storico, poiché i tempi si prestavano facilmente al ricambio desiderato da De Cicco.
In ogni caso, nel 1905, Terenzio De Cicco, cosciente della prima parte del  progetto, era la bestia nera del potere sciammergaro, il quale   intuitivamente lo accusò di aver solo odio e invidia di classe. Per il De Cicco di allora, questa era la tacita dimostrazione dell'arroganza sciammergara e tutti erano con lui.
Infatti di questo "gesto" antiamministrativo, si fece, da parte della SOMS, lo strumento per penetrare e scuotere l'atavica apatia del paese, perché tra l'altro, si seppe legare al contributo dei galantuomini dissidenti e progressisti, in primo luogo di don Enrico Del Vecchio, e come si è visto, stimolandolo a firmare l'istanza di brogli, di  Francesco Tartaro.

NOTE
(1) "Le elezioni. sia politiche che amministrative, si svolgevano sotto l’influenza degli opposti gruppi di clientela (formati dai possidenti, dal medici, dai grandi impiegati dell'Amministrazione, i quali controllavano un largo numero di impiegati minori), divisi In due liste, la democratica e la moderata. Questi partiti tradizionali non potevano considerarsi partiti nel senso moderno della parola, ma solo gruppi o fazioni clientelistiche che ad ogni elezione aumentavano di numero".
(G. Masi: il movimento socialista a Cosenza negli anni 1892-1900 in Historica, O. XXIII, n. 1, Reggio Cal. 1970).

horizontal rule

Continua           Indietro      Inizio libro        Home