STORIA SOCIALE DEL COMUNE DI GRIMALDI

(1905-1925)


 - Raffaele Paolo Saccomanno -

 

Capitolo IX - I primi confratelli (1)

 

Avendo visto le vicende amministrative che si svilupparono intorno allo Società Operaia, è ora opportuno valutare più attentamente le vicende interne del sodalizio e dare dei partecipanti una più precisa connotazione sociale. I nomi qui di seguito riportati sano stati ricavati sulla base di liste di versamento di quote mensili relative ai primi anni della Società Operaia e che,comunque,  non vanno considerate come complete. In ogni modo, da esse deriva un campione sociale globalmente più che attendibile (2).
Alla Società Operaia si iscrissero in genere individui con diversi mestieri: per meglio dire, persone che contemporaneamente esercitavano diverse attività. Per fare un esempio a me ben noto, il confratello Saccomanno Raffaele Paolo, in due locali in piazza, esercitava il mestiere di cantiniere, calzolaio, barbiere, commerciante, panettiere e, a tempo perso, dentista empirico, legando il povero disgraziato di turno sulla sedia da barbiere.
Gli ordini medi erano una classe "in movimento", una specie di piccola borghesia ante litteram, il cui slancio progressivo era proporzionale ad improvvise cadute di stato sociale. Fatte le debite differenziazioni (che diverranno sostanziale identità negli anni del fascismo), le considerazioni di Engels, a questa proposito restano ampiamente valide: "tra la borghesia propriamente detta, e la classe proletaria a operaia (la piccola borghesia), aspira alla posizione della prima, ma il minimo rovescio di fortuna precipita i suoi membri nelle file della seconda: (essa) è sballottata continuamente tra lo speranza di salire nelle file della classe più ricca e la paura di essere ridotta alla condizione dei proletari e perfino dei poveri".
In ogni caso, questi primi confratelli si unirono da vincoli che almeno inizialmente esorbitavano da questo duplice fine ingloriosa, essendo il loro spirito guidato dall'esigenza di creare uno società senza più padroni, a misura d'uomo, superamento del dualismo servo-padrone. Erano perciò i loro vincoli, reale amicizia , con un codice di cooperazione e di disciplina senza confronti nello storia grimaldese. La loro compattezza fu enorme, tale appunto da determinare non una riforma dello stato di cose esistenti, ma l'abbattimento dello classe padronale, verso la quale agirono con spirito di diretta contrapposizione, con una lotta, tra l'altro, di duro antagonismo personale (3). Fase durata fino alla prima guerra mondiale e che appunto si può chiamare della rottura.
Il massimalismo era l'animo della discussione e della prassi sociale. La volontà di manifestarlo era innanzi tutta un atteggiamento individuale vistosamente battagliero. Tanto per fare un esempio, Ferraro Vincenzo, tenendo a presentarsi, e lo era, tra i più irriducibili, si faceva sempre carica delle incombenze del servizio d'ordine, perché ciò era ben notato da tutti e specialmente dagli sciammergari; né altri tranne lui poté portare lo stendardo sociale nelle varie cerimonie pubbliche.
I confratelli erano tenuti a partecipare alle riunioni settimanali, pagare senza eccezioni le quote mensili, impegnarsi nella organizzazione e nel proselitismo, evitare, nei periodi di particolare tensione, ogni pubblica discussione non autorizzata.
La Società Operaia fu insomma, in questa sua prima fase, un vero e proprio partito cittadino, controllato in maniera assolutamente democratica, ma non per questa indisciplinato e spontaneista, con una serie di cariche di direzione e di controllo, affidate ai più degni e  per questo revocabili in ogni qualsiasi momento (4).
Le azioni venivano tutte concordate dopo lunghe discussioni; le polemiche interne, frequentemente per l'animosità della lotta, erano tenute fuori da ogni pubblicità esterna e concluse con il ricorso inappellabile all'arbitraggio degli organi preposti, nella spirito che dovere primo di ogni confratello e supremo motivo di scorrettezza in caso di inadempienza era mantenere unito il sodalizio al di là di qualunque evenienza. Questo spirito troverà la sua più elevata incarnazione nel grande "apostolo" Fortunato Colistro, contadino, spesso emigrante e unanimemente rispettato come "capo" naturale.
Atteggiamento, comunque, presente in tutti, se è vero che giunse ad un grado di esasperazione che è bene ricordare in questa lamentela fatta pervenire allo stesso Colistro, presidente della Società Operaia: "Porto a conoscenza della Signoria Vostra che giorno 17 marzo il socio Notti Achille in una pubblica cantina pronunciava all'indirizzo della Società Operaia queste parole: va bene, questa volta ho sparato a pallini, ma mi riservo di sparare a palle un'altra volta. Si trovavano presenti il signor Carlo Nigro, i soci Saccomanno Raffaele e lacucci Alfonso. Prega quindi il consiglio di voler indagare a che cosa voleva riferirsi il detto Achille Notti".
L'unità del sodalizio si specificò praticamente in uno energica solidarietà. I confratelli malati venivano assistiti e confortati: veniva loro corrisposta una cifra giornaliera di sussidio e il malato vigilato a turno dai confratelli (5)
L'esemplarità  è data da ciò che accadde a Pino Antonio. Ammalatosi gravemente, dato per spacciato dai medici, restò, nell'imminente fine, immobilizzato a letto. La Società Operaia gli attribuì subito il sussidio e stabilì i turni di assistenza giorno e notte. Pino Antonio restò moribondo a letto quasi un anno e per un anno, notte e giorno i confratelli lo vegliarono e assistettero. Tutto ciò costò enormi sacrifici alla Società Operaia e si dimostrò per tutti un atto di grande abnegazione. Ma fu anche e principalmente una sfida: la sfida della solidarietà operaia contro il vizio, l'individualismo, la faida del mondo dei galantuomini; la pratica dell'esempio contro l'umanitarismo parolaio. Fu l'apice e la gloria di questi confratelli. Quando mori la sfida si accentuò.
Fin allora i poveri venivano chiusi fra quattro assi di legno; solo i nobili avevano le "loro" bare. Ma per il confratello Pino Antonio, vissuto e morto povero le cose andarono diversamente: la Società Operaia decise di acquistare per lui una bara "con le cornici", di portarlo a spalle fino al cimitero con lo stendardo in testa, facendo del corteo funebre una grande manifestazione di massa contro l'arroganza della ricchezza e la putredine del potere.
Oltre a  quanto descritto,la Società Operaia, potenziò ogni attività culturale, popolare e folcloristica. Fece di più: decretò ogni terza domenica di marzo, festa della Società Operaia, ovverosia festa paesana. Quel giorno gli uomini con manto e cappello, donne e bambini in festa, si recavano al vicino "Perrupu" per la scampagnata e tra discorsi, canti e fiumi di vino finivano per inneggiare a Mazzini e in special modo a Garibaldi. Qualche volta i braccianti, che erano l'avanguardia del sodalizio, arrivavano ad annunciare un finimondo inaudito, apocalisse per tutti i padroni. Come già ricordato il loro ruolo nella Società Operaia, nonché la loro consistenza, li rendeva tra i più irriducibili; poiché la loro autonomia economica e sociale era, anche rispetto agli altri confratelli, più precaria e giornaliera come il loro lavoro, insorgevano ad ogni accenno di pacificazione o compromesso e verso i galantuomini. Non avevano né richiedevano indulgenza. Cosi come indulgenza non avevano verso se stessi, pronti ad andarsene per il mondo per non sottostare ai padroni locali, così come indulgenti verso se stesse non erano le donne, che erano braccianti con la gonna, asservite ai lavori della casa e delle terre, bestie da trasporto, abbruttite e senza giovinezza.
Questa Società Operaia, onore e vanto dei "figli del lavoro" la possiamo rappresentare in queste categorie e questi nomi:
Braccianti:
Albo Giuseppe, Brescia Vincenzo, Caria Giuseppe, Cozzetto Pietro, De Stefano Giuseppe, Falsetto Stefano, Farlaino Francesco, Ferraro Antonio, Guerriero Carmine, Iacino Antonio, Mauro Filippo, Naccarato Francesco Montelione, Notti Pasquale, Notti Michele, Pino Antonio, Stancato Pietro, Veltri Fortunato, Giardullo Pasquale, Malito Francesco, Maio Giuseppe, Maio Gabriele, Ianni Giovanni, Saccomanno Pietro, Albo Saverio, Pino Francesco.
Negozianti:
Albo Giovanni, Bilotta Domenico, Conci Gustavo, lacino Vincenzo, Potestio Giuseppe, Maranò Vincenzo, Albo Enrico, Colistro Antonio.
Cantinieri:
Rollo Raffaele.
Falegnami:
Albo Nicola, Vetere Francesco, Torchia Giovanni.
Muratori:
Mauro Giuseppe Sciolla, Torchia Gregorio (Falcone Vincenzo, FaIcone Pasquale).
Calzolai:
Albo Achille, Anselmo Feliceantonio, Niccoli Pietro, Rose Antonio, lacino Giovanni, Saccomanno Raffaele Paolo, Marinaro Vincenzo, Calentini Teodoro, Piro Francesco.
Mulattieri:
Ferraro Vincenzo, Mauro Matteo, Potestio Giacomo, Sdao Bruno.
Altri:
De Cicco Terenzio (orologiaio), Maio Giuseppe (mugnaio), Mantelli Francesco (calderaio), Como Francesco (vasaio), Converti Luigi.
Piccoli proprietari:
Colistro Fortunato, Amantea Francesco, Cozzetti Giuseppe, Nigro Saverio, Albo Francesco, Colistro Giuseppe, Fiorillo Pasquale, lacoe Giuseppe, Milinazzo Fortunato, Anselmo Antonio, Anselmo Giovanni, Mauro Giuseppe, Mauro Flavio, Mauro Pasquale, Sdao Antonio, lachetta Raffaele.
Medi proprietari:
Vecchio Fedele, Niccoli Gabriele.
Sarti:
Albo Giuseppe, lacino Bonaventura, Vecchio Giuseppe.
Fabbri:
Malito Timoteo, Gagliardi Giovanni.

NOTE

(1) Nello Statuto, la S0MS di Grimaldi indica, "come unico e fine supremo il reciproco economico aiuto, il miglioramento sia morale che intellettuale dei soci", aggiungendo nell'art.. 2 che "la medesima è istituita per il soccorso e vantaggio di coloro che la compongono; ma anche per l'utilità e giovamento di tutti i cittadini per aiutare le relazioni tra loro, unirli come membri di una sola famiglia" (pag. 5).
La Statuto che poteva essere modificato con i 4/5 dei consensi, andò in vigore a partire dai 2 gennaio 1909 essendo stato approvato il 25 dicembre dei 1908.
L'art. 7 dello Statuto dice "chi non sa leggere e scrivere bene non può occupare cariche della società" pag. 6.

(2) I soci fondatori sono indicati nel dicembre del 1908 nei numero di 52.
La Società nei 1910 aveva raggiunto probabilmente le 200 unità.
La tessera di Pietro Bifano del 26-6-1910 porta il numero 158.

(3) Nella sez. 2 dei Regolamenti, titolo primo, è espressamente dichiarato "non saranno ammessi a far parte dl questa società gli individui di condotta immorale e tutti quelli che tengono il Do" (pag. 7).

(4) I dirigenti a norma di statuto "non potranno fare nessuna spesa senza il consenso dell'assemblea" (pag. 6).
La disciplina era uno degli elementi più importanti nella vita della Società. Diversi erano i provvedimenti che potevano essere adottati, dalla multa all'espulsione. In ogni caso il socio accusato avrebbe avuto "copia dell'accusa", e sottoposto al giudizio di una commissione di cinque membri. "Il Presidente ordinerà la votazione a scrutinio segreto incominciando prima dall'espulsione quindi la sospensione, in seguito la multa" (st, pag. 17).
Ma in casi di rilevante gravità si poteva deliberare non solo in contumacia ma con votazione immediata.
L'ordine dell'assemblea era garantito, per così dire, a livello monastico. "Il socio che arreca disturbo alle riunioni, che non rimane al suo rispettivo posto o che si ritira senza permesso del Presidente, sarà multato di centesimi cinquanta... Un socio che interrompe un altro nel suo discorso, eccetto per chiamarlo all'ordine, sarà multato di 1lira". "Qualsiasi membro che si reca alla riunione ubriaco e che parla per disturbare il consiglio, il Presidente avrà li dovere di avvertirlo solo una volta e se lo stesso continua ordinerà immediatamente di metterlo alla porta, multandolo con lire 4". "Tutti i soci hanno diritto alla parola. Sono tenuti però od alzarsi e chiedere rispettosamente la parola al presidente: negli argomenti dovranno esprimersi con brevità e chiarezza e tenersi al soggetto in proposito e nel contraddire l’opinione altrui faranno uso di parole decorose"… "nelle riunioni profondo silenzio".
Nello Statuto si evidenzia, in maniera eclatante, come ogni mancanza venisse trasformata in multa, nella evidente necessità di dare alla Società una autonomia economica consistente,  utile a far fronte al dovuto soccorso ai soci.

(5) "Ogni socio è tenuto a pagare nel fondo sociale la tassa di centesimi cinquanta al mese (st. pag. 13).
"ogni membro… riceverà in caso di malattia la somma di lire sette alla settimana" (st. pag. 14)
Quei soci nulla tenenti avranno il diritto ad un funerale di lire 50" (st. pag. 16).

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