Vedi anche nella sezione GRIMALDESI ILLUSTRI nella STORIA DI GRIMALDI
Aprile 2005
Caro Franco,
Una domenica di aprile hai lasciato questo mondo. Non oso ancora crederci. Lasciami abituare alla tua dolorosa perdita.
Raffaele Paolo
Aprile 2006
Caro Franco,
il tempo passa, ma non il ricordo. Ho pensato di dedicarti una poesia. Spero che tu, al solito, non sia troppo esigente. Accettala com'è e ti faccia compagnia là dove sei o sia un canto per quanti ti vorranno salutare.
Raffaele
CANTILENA.
(a F. E. Albi)
Tutti i giorni l'hai sentito
quel testardo vecchio John
sotto un ponte, ponte d'oro
fiume amaro, note blu.
Un barbone suona al vento
e se parla parla dolce.
Vecchio John,
lascio la vita
se mi porterai con te!
Una sera sei partito
non guardandoti nell'acqua
hai ripreso quella tromba
che non sa per chi cantar.
Occhi chiari, chiara luna
tu sei corso sotto i ponti.
Io non trovo il vecchio John
che è passato e nulla più.
La Tua ultima lettera...dispettosa.
13/04/05
Caro figlianu.
mi sforzo di diventare ottimista: se non ti leggo vuol dire che non hai niente d'importante da comunicare.
Meglio che andar di notte! Qui idem.
Affettuosità in famiglia, un abbraccio,
Franco
Il tuo augurio per il mio libro
Carissimo figliano
Sono lieto della venuta di Gabriele. Sarà un’ottima occasione per la presentazione del libro. Brinderete anche a nome mio.
Affettuosità, abbracci, Franco
Alcuni dei TUOI SCRITTI
RECONDITE NOZIONI
Non è sempre vero che l’acca non vale un’acca, come vuole il proverbio. Come abbiamo tutti appreso nelle scuole elementari, nella madrelingua, per esempio, l’acca ha a volte una potenza magica e cambia il suono della “c” e della “g” davanti alle vocali “e” ed “i”: “ce” e “ci” (insieme “ceci” o chick-peas!) con acca diventano “che” e “chi”; “scema” cambia in “schema” e “lisce” in “lische”, con significati completamente diversi. “Scia” con acca si trasforma in “schia”, come in Ischia, nel Golfo di Napoli, meta turistica dei Napoletani meno abbienti, famosa per il Bianco d’Ischia, che è falsificato e stravenduto come autentico in tutta la Campania. I cosiddetti “miezze caziette” o nuovi arricchiti si recano invece a Capri, che spesso in America si pronunzia Caprì, con accento tonico gratuito ed inventato. Lo stesso si fa con “forte”, pronunziato “fortè”, mentre “góndola” si muta in “gondòla”, ”ciabatta” in “cebota”; “linguine” e “zucchine” cambiano per associazione fonetica la desinenza in “i” e si trasmutano apparentemente dal femminile al maschile, distinzione che non esiste in inglese per i sostantivi comuni. “Spaghetti” rimane “spaghetti” ma smette di essere plurale: spaghetti is good! Roba da turisti o giornalisti da strapazzo promossa a prassi in barba alle regole. In America siamo capaci di dire corbellerie senza batter ciglio, e nessuno si prende la briga di correggerci. Se qualcuno insistesse, impareremmo a pronunziare correttamente anche Brzezinski o Bydgoszcz. L’argomento può non interessare, ma almeno non deprime.
In quest’ultimi tempi, la parola “schiavo” è entrata in America nell’albo delle pronunzie arbitrarie grazie alla risonanza del caso della sfortunata Terri Schindler in Schiavo, battezzata all’unanimità “Sciaivo” dai politici e dai media americani. Questi signori ne spifferano di tutti i colori: un noto pandit pronunzia, forse per mero sfizio, “Neveida” per “Nevada”. Molto popolare è “dejavoo” (trascrizione fonetica) per il francese “déjà vu” e, fra i dotti di latino, “operandai” per “operandi”, “irgo” per “ergo”, “delictai” per “delicti” e via di seguito. Un mio mentore di stirpe britannica sosteneva che Caio Giulio Cesare, vittorioso in Gallia, avrebbe esclamato: “Uini, uaidi, uaik.i.”
Passando a temi più rilevanti, evito d’indulgere in pareri superflui sulle vicende della defunta signora Schiavo. Mentre le mie simpatie vanno spontanee ai suoi familiari, non posso fare a meno di ritenermi fortunato di non aver dovuto decidere di un modo o dell’altro. Troppa buona gente ha optato di mettere il naso nei fattacci altrui, ma la maggior parte lo ha fatto palesemente in buona fede anche se falsata dall’emozione. Altrettanto non si può dire dei politici di destra, a cominciare dal presidente, che in America approfittano in massa di qualsiasi occasione per falciare “political hay” (fieno politico): si erano dichiarati “per la vita”, pensando d’interpretare l’opinione pubblica; poi i sondaggi hanno rivelato il contrario: quando smetterà il governo d’interferire nella vita privata del cittadino? Infine la terza branca del governo – quella giudiziaria – ha risolto il problema con legalità e dubbia giustizia, permettendo che Terry si spegnesse per mancanza di sostenimento. Se riuscissi a non badare ai suoi quindici anni di “vegetazione persistente” (diagnosi medica, ma non infallibile!), direi che un bel fiore è stato reciso. Null’altro è stato risolto.
In questioni di vita e morte, nutro poca fiducia per chi suole peccare di congenita ipocrisia: il Texas, si sa, mantiene il primato nazionale per la pena capitale. Un’amministrazione che si maschera di compassione pratica in casa e all’estero una sfacciata noncuranza: benché l’1% degli Americani possegga già circa un terzo della ricchezza nazionale, Bush sta facendo di tutto per distruggere la classe media – 400 capitalisti americani guadagnano annualmente più dell’intera popolazione delle 20 nazioni africane più povere. Trionfano gli interessi speciali, fra cui primeggiano la difesa, la farmaceutica e sanità in generale, e gli istituti finanziari. A Baghdad intanto, nel secondo anniversario simbolico della caduta di Saddam Hussein, gli Iracheni protestano in massa, e ci chiedono di sfollare – evidentemente non capiriscono che liberazione ed invasione sono sinonimi.
Starei per dire che non riconosco più l’America, se non mi venisse il dubbio di non averla mai capita. Siamo la nazione più odiata del mondo, vittima del nostro imperialismo economico, e barattiamo la nostra libertà per una illusoria Sicurezza Nazionale, che nel frattempo c’impone di rinunciare al mero concetto della privacy. Tecnologicamente, sulla falsariga delle impronte digitali, è già possibile rilevare anche quelle della memoria.
Dopo i funerali di Giovanni Paolo II si ravvivano le polemiche sulle vicende di Terri Schiavo, ma come prima si limitano a questioni legali e/o etico-religiose, trascurando l’aspetto economico, che è basilare e dominante: “Vegetare costa!” Infatti non sarebbe una cattiva idea pubblicizzare l’avviso “Pericoloso ammalarsi!” per tutta la frontiera fra Stati Uniti e Canada. Il Canadese non si rende conto che una degenza in un ospedale canadese costa al malcapitato Americano da 2.500 a 3.100 o 4.300 dollari per diem, secondo la gravità dell’ammalato. L’onorario dei medici è a parte. Ovviamente il Canada si vendica del trattamento cui vengono sottoposti i pazienti canadesi negli USA.
Anche prima dell’episodio di Terri Schiavo, l’industria ospedaliera americana era solita sollecitare dagli ammalati un “living testament”, valido vita natural durante, che specifichi le preferenze individuali nell’eventualità l’ammalato non fosse più in possesso delle proprie facoltà mentali. A mio modo di vedere, il documento costituisce garanzia di non intervento o manna del cielo per le varie HMO (Organizzazioni Gestione Salute) che, premettendo il guadagno all’obbligo, finiscono per ritenersi libere di non assistere i loro assicurati nel periodo statisticamente più costoso della loro esistenza – gli ultimi sei mesi di vita.
Non fidarsi è meglio: chi può abusa il proprio potere. Ashcroft, penultimo Ministro della Giustizia, tentò persino di abolire nell’Oregon la legge che garantisce a chi la desideri una “morte dignitosa” ossia “assistita” e senza interventi che servano solo a prolungare l’agonia. I governi come tutti i potenti sogliono redigere i loro contratti in inchiostro delebile o addirittura simpatico: più di 7000 fra soldati e guardie nazionali si son visti prorogare la scadenza del loro servizio militare in virtù dello sgambetto noto come “stop-loss” (stop-perdita), applicabile in periodi d’emergenza come quello attuale, quando il Pentagono non riesce ad arruolare un numero sufficiente di volontari. Il sergente Emiliano Santiago, di 27 anni, “benzinaio” di elicotteri, cui rimanevano meno di tre settimane per ultimare un volontariato di otto anni, ha perso il suo appello alla Corte del Nono Circuito di San Francisco e sta per essere rispedito al fronte afgano. Il suo contratto di servizio volontario è stato prorogato unilateralmente d’un quarto di secolo, fino al 2031 (duemilatrentuno)!
È consigliabile non prestare attenzione alle date: Major Ed Dames, alias Dr. Doom, minaccia invasioni planetarie entro l’agosto o settembre prossimi, e la fine del mondo cagionata da piogge di meteoriti due o tre mesi dopo, in novembre o dicembre. Altri cultori dell’occulto presagiscono una calamità apocalittica per l’anno 2012 – fine del calendario maya – a causa di non so quale allineamento di assi intergalattici. Dovessimo sopravvivere, è plausibile che Washington non intende desistere ancora per un pezzo dalla caccia a Osama Bin Laden né dalla semina di libertà ovunque sia reperibile un fusto di petrolio. Con i prezzi della benzina in continua scalata dalla sera all’alba, il bernoccolo di Cheney illumina la notte come il naso di Rudolph Reindeer: documenti rilasciati tramite il Decreto di Libera Informazione provano che già prima dell’Undici Settembre, il suo Comitato per l’Energia custodiva gelosamente le mappe dettagliate dell’industria petrolifera irachena, dai pozzi alle raffinerie. Ergo!
FRA STATISTICHE E MIRACOLI
Adottato non a caso, il titolo mi è balenato mentre riposavo ad occhi schiusi, e mi proponevo di consultare la Cumana per risolvere problemi esoterici, senza pertanto frenare la voglia di spigolare e divagare. Qualsiasi cosa per non parlare di politica, di guerra, di terrorismo e terroristi alla macchia o di legittima amministrazione, di torture e torturati su commissione, e di tante altre demenze del genere umano.
Accantono subito i quesiti sulla salute. Come direbbe il nostro Cavaliere di Valle Acino: “Statisticamente sono morto.” Ho anch’io appena superato la media americana di longevità maschile pari al 74,8. Sì, su scala globale, siamo solo al 25o posto, cui contribuisce non poco la qualità e quantità dei nostri servizi sanitari e – si creda o no – giudiziari. L’Istituto Nazionale di Sanità calcola che medici e ospedali causano annualmente in America, per negligenze varie, 98.000 decessi prematuri, che Washington ritiene “frivoli”, qualora la vittima (o chi per essa) volesse processare i colpevoli per risarcimento danni. Solevo credere che in un paese di leggi equanimi ognuno potesse contare sul proprio “day in court” o “giorno in tribunale”, invece la realtà (assieme all’esperienza) dimostra che la legge è ovunque uguale per tutti… coloro che hanno parità di risorse. Sto quasi bene. O almeno lo stavo, prima che una consulta di medici mi cambiasse le terapie – le medicine costano più del caviale (che non mi piace) e costituiscono sempre una mina nascosta. Ad ogni caso, con la repubblica succedono sempre miracoli.
Miracoli?
"Cos'è il miracolo?" Silenzio. "Cos'è il mistero?" Nella Chiesa Matrice, gremita di fedeli, avresti potuto sentire un moscerino pregare. Senza batter ciglio, l'arcivescovo (forse solo vescovo, con arcicoda) strappa il nullaosta di Cresima che don Pasquale mi aveva rilasciato per garantire che, malgrado la mia tenerissima età, avevo superato i debiti esami di catechismo. Per mia madre, abituata a farmi far tutto anzitempo "per amore di mamma tua", fu un affronto. Per me fu un disastro – la prima bocciatura! Eppure avevo sudato tanto per mandare il libricino a memoria nel giro d’una settimana. Che non sia stato il pavone ad abbagliarmi! Dovetti attendere fin dopo la guerra per diventare cristiano autentico. A tutt’oggi non so ancora con quali conseguenze.
Il miracolo più universalmente riconosciuto, almeno fra i cristiani, è quello dell’Immacolata Concezione. Sorrida pure il miscredente, disposto magari ad accettare eventi più portentosi, come la creazione dell’universo (o universi), con o senza “big bang”, e la capacità umana d’immaginarlo, o come la Vita stessa. So di mischiare capra e cavoli, ma non è lecito confondere, neanche per mera associazione d’idee, il sacro con il profano. Per il mortale, neofita o scrittore di chiara fama, senza una visita dello Spirito Santo, non c’è parto senza gravidanza. Eppure ci si scorda a tratti che scrivere bene, in versi come in prosa, è una cosa seria. I più ci affatichiamo abbondantemente per esprimerci, perché sappiamo che non esistono scorciatoie. La tendenza a commettere gli usati errori significa prendere le cose troppo alla leggera. Conviene a volte scrivere di getto, buttando giù tutto come viene, ma bisogna prima concepire esattamente i progetti, e meditare un piano d'azione (con mazza e pali!). L’allusione alquanto sibillina in parentesi sarà facilmente intelligibile al lettore cui è specificamente diretta.
Ma torniamo a Bomba. O in Piazza della Signoria! Lungi da pregiudizi macisti, il “sesso gentile” spesso dimostra apprezzabile sensibilità in questioni delicate: si rivela o no l’entità d’un personaggio ritratto dal vero? L’autore ha la facoltà d'imporre le regole dell'arte sua. Se Vita e Arte si imitano, come difatti fanno, succede perché in fondo non c'è mai o quasi mai niente di nuovo sotto il sole. Sotto il manto del pennaiolo, ognuno può usurpare il diritto di occuparsi di... cronaca nera per puro sfizio, ma dovrebbe sempre essere l'eticità del proposito a decidere, e la verosimiglianza del personaggio, ossia l’umanità. Anche i personaggi inventati vengono sottoposti a medesime analisi; mi sovvengo di Margutte, il mezzo gigante che, pur combinandone di tutti i colori, rispetta un suo codice: non ha mai tradito un amico. L’eccezione diventa il metro della sua umanità. Se l’autore non ha ripicchi personali contro un personaggio tratto dal vero, è preferibile camuffarne l’identità, inventando nome e cognome, e cambiando qualche connotato: “La ‘bici’, cosiddetta per le sue gambe storte, aveva i capelli rossi e una fragola matura sulla guancia” o qualcosa del genere; i suoi difetti andrebbero... trattati con comprensione, umanizzati, specie se si tratta di buona gente del… falansterio, che va ricordata con affetto e simpatia.
Per quanto concerne lo stile, ciascuno sviluppa il suo. Ogni forma d’imitazione rimane tale. Juan Ramón Jiménez o Azorín, non ricordo più chi, esattamente, sosteneva che basta ordinare con tutta semplicità una parola dietro l’altra. Le impennate formali improvvise, spaventapasseri appariscenti quanto inefficaci, sono da evitare, come il sinistro e l’uppercut che il pugile troppo avido nervosamente telegrafa al guardingo avversario nel quadrato. Aggiungi nitidezza e concisione, e l’insalata diventa… palatable (in corsivo, come le espressioni straniere o dialettali e tutto ciò che non meriterebbe l’approvazione dell’Accademia della Crusca). In deferenza all’economia del periodare, non nuoce, a pagina ultimata, rivedere, stringere e tagliare, eliminare la zavorra, ridurre il tutto del 20% o anche del 40%, scartando le ripetizioni, gli aggettivi superflui, e disponendo quest’ultimi secondo la prassi, prima o dopo il sostantivo, per non correre il rischio di mutarne il significato. Per chiudere in bellezza, niente di più azzeccato del verso di Antonio Machado: “El camino se hace andando”
ILLUSIONE E REALTÀ
Se è vero che ognuno crea la propria realtà, deve essere altrettanto vero che ciascuno inventa le proprie illusioni. I teorici dell’illusionismo insistono che anche la nozione del tempo è un’illusione, e che persino il mondo materiale non è altro che tale. Roba da intelletti complicati! Nei parametri del facilmente concepibile, l’individuo ha la facoltà di asserire a piacimento tanto la validità del suo credo quanto l’estro delle proprie follie.
Fra le prerogative seminali dell’uomo libero si annovera il privilegio della scelta. Più numerosa la scelta, più svariate le opzioni, più gratificante la percezione intima della libertà. Ogni impossibilità di scelta grava sull’animo come catene di galera perpetua; con ogni divieto di selezione scema man mano nell’uomo il concetto della propria dignità, fino a quando non gli è più concesso di pensare come vuole, di credere, sognare, vivere, in modo da non soccombere all’imposizione della volontà altrui.
Il nostro clima politico d’oggi maschera tali circostanze. Sin dall’epoca dell’ultima rielezione, che il mondo intero non riesce ancora a spiegarsi, molti elettori, in preda al disappunto, onde evitare lo scempio della nostra cosiddetta democrazia, hanno persino vagheggiato l’esilio volontario. Vi rimuginavo sopra, nell’attesa poco entusiastica della diramazione in diretta del recente Stato dell’Unione – non mi aspettavo epifanie, e tanto meno sacrosante verità. Né mi sorprese che il Congresso intero si comportasse come un reggimento di burattini dalle mutande infestate da formiche, predisposti ad applaudire freneticamente ogni banalità o bestialità enunciata dal pulpito. Eppure non mancava fra i presenti la gente scaltra e intelligente, ed anche colta; gente tutta sorrisi, strette di mani, manate alla spalla e sussurri intimi all’orecchio; gente amabile, rispettabile e apparentemente incorruttibile.
La pessima reputazione del politico americano deriva dall’ambiente in cui opera. Trattasi di una carriera costosissima, di solito sovvenzionata da capitali altrui, cui si cede l’anima anzitempo. Poco contano i principi, la solidarietà di parte. Com’è da aspettarsi, ognuno cerca di portar acqua al proprio mulino. Humanum est. Le campagne elettorali si svolgono all’egida d’una virulenza spietata, che in altre coordinate creerebbero feudi perenni. Qui tutto finisce a zeppole e taralli. Domina un’ipocrisia quasi inconcepibile, che fa dubitare del rispetto dovuto a se stessi prima che agli altri. Con l’epidermide blindata, il politico americano lotta per vincere, ad ogni costo; quando perde, si consola imboscandosi o facendo il lobbista, attività abbondantemente più lucrativa di qualsiasi carica legislativa.
Checché proclami lo Stato dell’Unione, in America impazza il malgoverno generale. Senza il beneplacito del Congresso, uno spericolato cowboy non avrebbe potuto rovinare da solo un’intera nazione nel giro d’un quadriennio. Durante questo periodo, il dollaro ha perso già il 35% del suo valore, principalmente a causa d’una guerra inventata e protratta, che sparge troppo sangue umano ed addebita quattro miliardi mensili alla progenie americana. E il peggio è ancora da venire: invece d’indizi e processi o ricoveri di pazzi in manicomio, abbiamo rieletto un guerrafondaio che si propone di seminare libertà a tutti i venti a forza di missili e raffiche di mitraglia, e di sbarazzarsi d’ogni legittimo capo di stato che non gli vada a genio. Avremmo fatto molto meglio a investire tante preziose risorse in un Piano Marshal globale per combattere la povertà, la miseria, la mala salute, la disperazione ovvero le fonti del terrorismo. Condoleezza Rice, neo Segretario di Stato (Ministro degli Esteri), durante la sua escursione diplomatica in Europa e Medio Oriente, ha più volte confermato le intenzioni del nostro bellicoso presidente, specie contro l’Iran e la Siria. Nessuna intesa con la Corea del Nord. Temendo un’invasione americana in Venezuela, Chávez arma il proletariato e stringe alleanza con l’indistruttibile Castro, nostra nemesi.
“C’era una volta un terrorista dal nome Bin Laden...” Pare gli sia stata raddoppiata la taglia a cinquanta milioni, ma i media non ne parlano quasi più. Lo hanno rimpiazzato con Abu Mussab Al-Zerkawi, palestinese nato in Giordania, il quale ha assunto il comando degli insorgenti in Iraq. È lui che continua a darci costà filo da torcere, pur non riuscendo a bloccare le elezioni preliminari (che sono state possibili solo a frontiere sbarrate, col coprifuoco e la paralisi generale dei trasporti pubblici e privati, sotto la massiccia protezione delle forze alleate). Non c’è di che rallegrarsi: la carneficina è subito ripresa.
In casa, le cose non vanno meglio; anzi vanno decisamente peggio. Il presidente s’è messo in testa di privatizzare la Previdenza Sociale, trasformando il sistema pensioni in gioco d’azzardo: s’invoglierebbe il lavoratore a investire in azioni, per proprio conto, parte dei contributi destinati alla propria pensione. Invece di una somma spesso inadeguata ma certa, l’individuo dovrebbe affidarsi, per l’età serena, alle fortune o sfortune della Borsa, contando di non incappare in bidonate tipo Enron o Parmalat. Inutile dilungarmi; confido che questa trama fallirà per mancata maggioranza – non c’è unanimità fra gli stessi repubblicani. Si pensi piuttosto a restituire i fondi presi in prestito dalla Social Security.
Il bilancio per il 2006, appena uscito, pur contenendo 413 miliardi per la difesa, non include il costo della guerra in Iraq e Afghanistan, e prevede la riduzione o abolizione di centocinquanta programmi, fra cui assistenza ai reduci, Medicaid (sanità per nullatenenti), sussidi per l’agricoltura minuta come per quella gigantesca. L’Amtrack (servizio ferroviario passeggeri) rischierà il fallimento. Si prevedono anche tagli per la pubblica istruzione, e si aumentano i prestiti per gli studi superiori – vale a dire, si facilitano le ipoteche per il conseguimento di una laurea. Si propone, in cambio, la riduzione permanente delle tasse dei milionari, e si promette di dimezzare il deficit nazionale entro il 2009. Si pratica, insomma, l’economia vudù ed il fondamentalismo evangelico. Per disobbligarsi con gli ultimi, che lo hanno insediato, il presidente propone un emendamento costituzionale che tolga la libertà di matrimonio agli omosessuali e quella di scelta alle donne, nonché il divieto di ricerche scientifiche ritenute immorali dall’estrema destra.
Astenendosi tuttavia dal controllare l’esorbitante costo dei medicinali, il presidente ha contribuito a creare un mercato grigio di otto miliardi di dollari annui in Canada, dove i clienti comprano tramite l’Internet, a prezzo ridotto, gli stessi farmaci importati dagli Stati Uniti. Di conseguenza, diverse compagnie farmaceutiche americane stanno boicottando le farmacie canadesi che vendono a clienti americani. Oltre quarantacinque milioni di cittadini senza assicurazione medica. Convinto che il costo eccessivo dell’assicurazione medica e dei farmaci è da attribuirsi a frivoli processi per danni, il presidente vuole imporre un massimo di 250mila dollari di compenso alle vittime dei nostri macellai (e dei farmaci che spesso uccidono in silenzio).
Sarà utile ricordare che, dopo una dura opposizione senatoriale, Alberto Gonzales è stato confermato 80esimo U.S. Attorney General (Ministro della Giustizia), culminando la sua invidiabile carriera. Di origine messicana, il sergente Gonzales militava negli anni settanta nell’Accademia dell’Aeronautica americana, e addestrava gli aviatori a resistere possibili torture nell’eventualità d’una prigionia. Gonzales è l’autore di notori memorandum al presidente miranti ad interpretare le Convenzioni di Ginevra circa la legalità e limiti di tortura adottabili a Guantanamo ed Abu Ghraib.
DOPO L’ISTANTE APOCALITTICO
Grave il momento annienta la nozione del tempo: si arresta, si comprime, si dilata, travolge. Lo stress è insopportabile; le emozioni turbinose. L’intelletto si rifiuta di ragionare. Qual puledro indomito, ribelle, scalpita, s’impenna, retrocede, esita, per lanciarsi in galoppi improvvisi, smaniosi, senza direzione specifica.
"Dopo tanta catastrofe, diventa difficile convincere i sopravvissuti che Dio li ama," commentava un monaco di non ricordo ché religione, al rendersi conto dell’immane disastro dell’ultimo maremoto. Dinanzi a tale calamità, cedo a chi di competenza la disquisizione di questioni teologiche, per osservare solamente che l’orrendo tsumani di… Santo Stefano è fonte doviziosa di meditazioni sulla transitorietà delle cose umane. I monaci buddisti sogliono accumulare collezioni d’immagini macabre su cui riflettere: le tengono in vista o a portata di mano, anche durante i pasti.
Torna spontaneo registrare che, in occidente invece, specie fra quanti ci droghiamo di televisione, spesso si vive una vita frivola, insensata, balorda, indifferente, dimostrando scarsa sensibilità per la sofferenza altrui: il miracolo dell’elettronica ci bombarda senza tregua, portandoci in casa la gamma intera dell’umana commedia: perenne consumismo, violenza, guerra, miseria, ingiustizia, terrorismo, delinquenza, distrazioni eccetera, assieme ai disastri naturali, spesso imprevisti, complimenti della gran Matrigna, la quale per l’occasione si diverte camuffandosi a volte di deità. L’uomo evolve. A forza di mutazioni di cui manco s’accorge, scema in lui il sentimento della solidarietà, l’essenza della propria umanità.
Sconvolto ancora dalla raccapricciante devastazione, continua chi può a rispondere generosamente agli appelli di soccorso ai sopravvissuti, anche ora che andiamo abituandoci alla vista di cadaveri rigonfi e tumefatti galleggiare fra le rovine o giacere insabbiati sul litorale. Paralizzati dall’impotenza dinanzi al cataclisma, ci adattiamo al peggio, come già con l’Aids. Superato lo shock, in Indonesia e Sri Lanka, persino le stesse vittime tornano alla guerriglia e trovano tuttavia modo e ardire di uccidersi l’un l’altro, senza badare ai morti sempre più numerosi della catastrofe apocalittica (pari, su per giù, all’esplosione simultanea di duemilatrecento bombe atomiche simili a quella di Hiroshima). Ci vorranno anni e miliardi per ricostruire il ricostruibile, ma inverosimilmente il tutto comincia già a rientrare nell’ordine della… paranormalità: guerra, fame, soprusi, sfruttamento, pestilenza e simili pandemie. La crisi si va trasformando in opportunità criminali: adozioni illegali, lurido traffico di bambini, contrabbando, e falsi samaritani che sulla Rete si spacciano sempre più numerosi per succursali filantropiche.
È gratificante costatare la presenza di forze armate – più di tredicimila, quelle americane! – nel ruolo di pronto soccorso. Pur non mancando le allusioni a motivazioni politiche, il contributo dei militari americani si rivela cruciale per la febbrile operazione di salvataggio la distribuzione d’acqua potabile, vitto, vestiario e medicinali è infinitamente più encomiabile che non la semina di presunte democrazie su monti afgani e sabbie irachene. Si stava male anche prima del maremoto, e nulla tende a cambiare: Nelson Mandela annunzia al mondo la perdita del primogenito dovuta a complicazioni di Aids; in Somalia, nord e sud si mettono d’accordo sui giacimenti petroliferi del meridione, e si scordano del genocidio di Darfur; nel Congo, e nel resto del continente africano, prevale lo status quo; idem nel Medio Oriente: con l’elezione di Mahmoud Abbas al posto di Arafat, Washington si attende miracoli improbabili per riprendere la politica di sempre; checché ne dica il Pentagono, in Iraq non si trova via d’uscita: gli insorgenti si moltiplicano nel triangolo sunnita, e con essi aumenta lo spargimento di sangue. Non ci si può sempre fidare della stampa e dei media: troppo tardi ci si accorge se, corrotto da chi meglio lo paga, un giornalista o pandit politico è difatti un organo di propaganda. Troppo tardi ci accorgiamo d’essere stati derubati di quanto di più prezioso la Costituzione voleva garantirci. I popoli che non eleggono il proprio governo sono destinati a subirlo.
Tanto vale associarsi a chi crede che, nell’inalterabile ordine del cosmo, tutto è sempre come deve essere (ossia come ci meritiamo). Col nostro nullaosta, qualcuno mena il mondo per il naso. Per convincerci, basta un’occhiata alla lunga lista di nazioni designate con il sostantivo più abusato di qualsiasi dizionario: "Repubblica", di solito "democratica", che è un insulto all’intelligenza del popolo. Considerata la struttura del sistema politico americano, sarebbe molto più accurato parlare di "repubblica plutocratica", o governo manipolato dai miliardi degli interessi speciali. Il nostro sistema corrompe il candidato più coscienzioso: per essere eletto o rieletto deve dipendere dal denaro altrui. I nostri legislatori sono etichettati macellai che, quando non salano le proverbiali "porchette" per i loro sostenitori, passano il tempo ad imbrattarsi macinando carni per fare "salsicce" (eufemismo di leggi), di cui è impossibile conoscere gli ingredienti.
Dopo cinquant’anni di dibattiti, i nostri demopubblicani sono riusciti ancora una volta ad imbrogliare il popolo, decretando contro l’assistenza medica/farmaceutica. I farmaci costano troppo e per giunta spesso uccidono all’insaputa. Esito a menzionare la mia cattiva abitudine di visitare ospedali all’estero: durante una recente visita a Vancouver, ricoveratomi d’urgenza, ebbi a passare una mala giornata (e nottata!) in un’affollatissima sala d’emergenza, prima di poter ottenere un posto-letto. Una vera baraonda! E una tortura! Sorvolo sul costo della branda in sala emergenza, anche perché coperto dalla mia assicurazione (Kaiser Permanente), e riporto che, a solo titolo di curiosità che, per un cittadino americano, la spesa supera di gran lunga quella del miglior suite presidenziale in Las Vegas. Benché avessi difficoltà a respirare, anche sotto la maschera d’ossigeno, non riuscivo a capire chi fosse più solerte nell’adempimento delle proprie mansioni: già in contatto con l’assicurazione, il personale amministrativo discuteva con i contabili della Kaiser di prezzi e responsabilità, mentre l’equipe medica si concentrava a salvarmi la vita. Per un’altra mia degenza, l’ospedale di San Remo non mi presentò nemmeno una fattura (che avrei volentieri passato alla Blue Cross, che allora mi assicurava).
Fra le leggi più ingiuste escogitate dai nostri legislatori, la palma spetta a quelle che riguardano il risarcimento agli Amerindi per danni loro inflitti dalle Facce Pallide del Nord America, Canada incluso. Ne parlavo con mio figlio durante il ritorno in auto a Portland, ogni volta che dall’autostrada Five South scorgevamo fra la foschia notturna la pubblicità di un nuovo casinò, gestito, col beneplacito del governo, da Amerindi, in compenso di secoli di torti subiti, troppo lunghi da elencare.
F. E. ALBI
MOMENTI MOMENTS
MOMENTOS MUMENTI
A Fausta
collana forems 2004
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Portland, Oregon 97266
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Library of Congress Cataloging-in Publication Data
Scultura di copertina di Santiago de Santiago
Digitalized in the United States of America
MOMENTI MOMENTS
MOMENTOS MUMENTI
INDICE
MOMENTI
MENTRE PIOVE
NOTTURNO
SCIROCCATA D’APRILE
POTATURA
SOGNI DI FIABA
OBLÒ SULL’ARTICO
ALIENAZIONE
TELEPATIA APOETICA
EBBREZZA NATURALE
INVECCHIANDO
MENTRE PIOVE
Triste gioco di nubi
vaganti,
monotone, lente,
che quasi
carezzan le case.
Incendia di rose
la chiesa
un raggio filtrato.
La pioggia minuta
ricama il selciato
con fili d'argento.
E il vento,
sgarbato, deride
la stanca fontana
che torce paziente
una treccia sparuta.
Riflessi vaganti
di giallo bruciato!
Un passero mira,
rimira silente,
la foglia smarrita
che gira indecisa
poi posa:
finita!
Una lampada smorta
disperdesi invano
nel vicolo scuro,
deserto.
Incerto un fantasma
ondeggia fra i veli
del vecchio balcone
all’ultimo piano.
Sul filo
di storie sepolte
in dune di sabbia
e mari di nebbia,
un'ombra
al vento bisbiglia
favole
di doglie infinite.
Madrid, 12/1965
NOTTURNO
Notte,
che dovresti portare
alle membra riposo,
ed alla mente pace,
perché lasci svegliare
il monello scontroso
cui fare non dispiace
quello che non si deve?
Notte,
proteggi l'innocente
che privo d'esperienza
mira serenamente
ad ogni cosa,
e con sua poca scienza
tinge il mondo di rosa
e crede che ogni fiore
è messagger d'amore
E la notte rispose:
“Quando il bimbo dorme,
l'uomo muore.”
Madrid, 4/1968
SCIROCCATA D'APRILE
Un'ombra nera.
Il fuoco del lampo.
La rabbia del tuono che rugge vicino.
La nube vagante
sul campo.
Un cane che abbaia.
Il vento
che tesse una fiaba
fra gli aghi del pino.
Un nido si culla
sul ramo,
le gocce cadono
sul verde aülente
dell'ampio giardino.
Più scura,
sul nero di fondo,
in danza di pura
armonia,
varca l'ombra la soglia,
e vince il sapore
della sera calante
sulle cose del mondo.
E nell'anima mia.
Madrid, 23/04/86
POTATURA
Esile,
tremula,
scarna,
s'insinua la mano
nel folto groviglio
di sterpi di rose,
irti,
come filo spinato.
Il dorso s'impiglia,
e ne spunta
una lagrima rossa,
dolce,
grossa come un rubino,
che ride,
come rise la rosa
quel breve
rimpianto
mattino d'estate.
Ma fera
la forbice taglia,
perché a primavera,
d'incanto,
sorrida di nuovo la rosa
accanto al sorriso del giglio.
Ah!
Se fossi un groviglio
di sterpi di rose,
irti,
come filo spinato!
Portland, Oregon 01/1972
Nell'annosa capanna si veglia:
il bambino è malato con febbre;
non dorme.
Sul ceppo bagnato la fiamma saltella,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
ripone il filato,
gli posa una mano sul viso di fuoco,
e con dolce favella comincia:
“C'era una volta...”
“Che cosa? Che c'era?”
sussurra il bambino.
“Calmati, gioia!”
bisbiglia la nonna.
“Riposa ed ascolta!
C'era una volta
un immenso giardino
baciato dal mare.
La brezza marina
sapeva di fiori d'arancio.
Fra i rami vetusti
d'un salice antico,
sul lucido specchio
d'un pozzo profondo,
i raggi del sole
giocavano a scacchi.
Nell'ombra
sostavano in frotte
allegre farfalle
di mille colori.
Un tratto soltanto.
Poi tornavano ai fiori,
e quindi sparivano
in coppie pei campi,
pei prati,
fra filari di viti nodose.
Fra tante, sol una
sembrava regina.
Figlia dell'arcobaleno pareva.
Spiegava le ali
con grazia regale
e gradiva la festa
di quanti danzavanle intorno,
ma sola andava altezzosa
cercando l'amplesso
dell'ultima rosa
appena sbocciata.
La vide un mattino
un nanetto
spuntato dal bosco,
e rimase incantato:
la voleva per sposa.
Faceva di tutto
per correrle dietro
e starle vicino.
Ma Regina,
scherzosa,
quando il nanetto
pian piano pianino
le arrivava vicino,
con un fremito d'ali
si portava sempre più in là.
Invaso di pura follia,
il povero povero nano
ricorse ad ogni magia:
creava d'incanto
roseti fatati,
e prati olezzanti
d'ogni fiore del mondo.
E mentre Regina vagava
da petalo a fiore,
il povero nano
restava in agguato,
ma quando d'un salto
sperava d'averla raggiunta,
la figlia dell'arcobaleno
era già un poco più in là,
un poco più in alto,
librata nell'aria
di fiori d'arancio,
nel verde del salice antico.”
Il bimbo riposa.
Già dorme.
La fiamma saltella
sul ceppo bagnato,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
distratta, favella:
“Spossato,
il povero nano
sostava un bel giorno
sull'orlo del pozzo.
Regina vagava
nell'ombra del salice antico.
Il nano la vide
riflessa nell'acqua,
le tese una mano,
ma cadde e morì..
L'acqua, già chiara,
si tinse di scuro.
Il gioco di scacchi sparì.
Spariron le rose,
i prati, gli aranci.
La brezza marina
sapeva di sale.
Il sole scomparve
dietro le nubi,
e subito venne l'inverno.
Un gelso sparuto
segnava una croce
nel cielo di piombo.
La stanca farfalla,
già bianca,
vi giunse spossata.
Si pose nel mezzo d'un ramo,
richiuse le ali,
ed attese.
Fra spettri di bracci stecchiti,
spogli di foglie,
e di nidi d'uccelli,
tremava.
Tremava e pensava.
Sognava roseti fatati,
e prati olezzanti
d'ogni fiore del mondo.
E una fragile casa di seta.”
Il bimbo riposa.
La fiamma s'è spenta
sul ceppo bagnato,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
riprende il filato,
carezza la culla,
e sfiora d'un bacio
il volto sudato
del bimbo che sogna:
allegre farfalle iridate
di mille colori,
vaganti beate
fra immensi giardini
cosparsi di fiori,
di petali rosa,
di aranci
inebriati di luce,
di cielo e di mare.
Toronto, Gennaio 1970
Meridiano di Coreca
22/10/85/17:13
Distese nevose
soavemente rosa.
Ombre...
illusioni d'azzurro.
Velieri di madreperla.
Policromia di rottami.
Ossi di bucato
ancorati, dispersi
in solenne Fantasia
in Blu Maggiore.
Anime...
surgelate, solatie.
Dio...
indaco, terso, distratto.
Oggi
il mondo tutt'intorno
è una lunga sinfonia
in No Maggiore.
Perciò sbarro le imposte
e me ne vado a spasso
nel buio
col mio cervello stanco.
Tosto m'avvio
verso lidi usati
e patri monti,
vivi di voci amiche.
Vorrei stender la mano,
concedermi un abbraccio,
ma non oso:
temo d'imbattermi
ancora in un sorriso
da trenta soldi.
Portland, Oregon 14/08/89
TELEPATIA APOETICA
Io...
sotto le viti, vagamente assorto.
Lei... nell'ombra scarsa del ciliegio spento.
Barbuta capra nera!
"Lurida, scomposta e polverosa,
mi pari quasi consorella
dell'arcigna zingara,
mendica di Lamezia Terme."
E lei, di rimando, m'inchioda
con l'occhio di cristallo,
e senza batter ciglio mi ricorda
quanto son malvagio.
Pietragiorgi, Grimaldi (CS) 20/06/89
ebbrezza NATURALE
dissonanti,
irretiti
in confuse forme d’inchiostro
su d'un piano
destinato a restare
essenzialmente bianco.
Avverti
il palpito dell'innato?
Disperse onde pre-alfa
che ripetono motti non detti,
vaghezze appena abbozzate,
il fremito di pensieri sommersi
e sensazioni...
scogli striati di pallide vene
corrose, velate
d’azzurro diafano:
esercizi in evanescenza
che la distanza corrompe
da carezza in dolore.
Ognuno... tutti... si può stare
come meglio si possa.
Ma come stanno i sogni?
Navi ammiraglie
in rotta di collisione?
O risiede, come dovrebbe,
la gioia nel sognare?
In un dedalo dolcemente ingombro,
una sonda sbadata
espone
artifici d’ambizioni
troppo intensamente vissute, forse,
e svela
l'insolita crepa
che rivela l'anima nuda.
La lente del monocolo
amplifica carriere in passatempi,
ed arroventa bisogni
più profondamente umani,
che implorano incauti carburante,
senza un caveat,
malgrado le fiamme
saltino troppo sovente
fuori controllo.
che ogni necessità genuina,
come i sogni,
debba affrontare
la prova del fuoco?
O gioverebbe bagnare
di buon senso le fiamme,
anche se per un istante,
per sorprenderci
nel momento improbabile
d'acciuffare
la coda dell'arcobaleno?
E dopo?
Sarà l'inevitabile vuoto
così integro
come l'angoscia d'un fado?
Non è poi vero, forse,
che los sueños sueños son?
E tutto rimane
alla mercé della mente,
di cui il cuore è
solo... un punto molle.
Maledette le menti
dotate di troppa mollezza.
Maledetta l'anima
che osa non sacrificare
(o sacer facere!)
tutto e niente
sull'altare
dell'estremo egoismo.
(Tradotta dall’inglese)
Domatore del Tempo,
il Poeta
può sempre librarsi per l'Eden
su ali di fuoco
per un convivio di nettari.
Ma nei giardini mortali
manco un boccio è in fiore,
mentre il vento della Sera
bisbiglia una favola
di rose strarosse e vino,
e sveglia memorie suadenti,
voglie penose
d'invecchiare
pacificamente.
(Tradotta dall’inglese)
MOMENTS
DECEMBER 1975
ALMOST SPRING
THE UNSAID
SADNESS
ANKH
SELFISHNESS
DROUGHT
GARDENING
LIFE
EASTER 1977
THERE IS MORE TIME…
ONE
TREPIDATION
AGING
DISCOVERY
NATURAL HIGH