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Vedi anche nella sezione GRIMALDESI ILLUSTRI nella STORIA DI GRIMALDI       inoltre     TRADUZIONI

F.E.Albi

 

 

Aprile 2005

 

Caro Franco,
Una domenica di aprile hai lasciato questo mondo. Non oso ancora crederci. Lasciami abituare alla tua dolorosa perdita.
         Raffaele Paolo

                     

Aprile 2006     

Caro Franco,

il tempo passa, ma non il ricordo. Ho pensato di dedicarti una poesia. Spero che tu, al solito, non sia troppo esigente. Accettala com'è e ti faccia compagnia là dove sei o sia un canto per quanti ti vorranno  salutare.

       Raffaele

 

 

 


 

CANTILENA.
(a F. E. Albi)

 

 

 

Tutti i giorni l'hai sentito
quel testardo vecchio John
sotto un ponte, ponte d'oro
fiume amaro, note blu.

 

Un barbone suona al vento
e se parla parla dolce.
 

Vecchio John,
lascio la vita
se mi porterai con te!

 

Una sera sei partito
non guardandoti nell'acqua
hai ripreso quella tromba
che non sa per chi cantar.

 

Occhi chiari, chiara luna
tu sei corso sotto i ponti.
Io non trovo il vecchio John
che è passato e nulla più.

 

 

 


 

 

La Tua ultima lettera...dispettosa.

13/04/05

 

Caro figlianu.
mi sforzo di diventare ottimista: se non ti leggo vuol dire che non hai niente d'importante da comunicare.
Meglio che andar di notte! Qui idem.
Affettuosità in famiglia, un abbraccio,

Franco
 


Il tuo augurio per il mio libro

 

Carissimo figliano

Sono lieto della venuta di Gabriele. Sarà un’ottima occasione per la presentazione del libro. Brinderete anche a nome mio.

Affettuosità, abbracci, Franco

 

 


 

Alcuni dei TUOI SCRITTI

 


 

 

RECONDITE  NOZIONI 

 

 

Non è sempre vero che l’acca non vale un’acca, come vuole il proverbio. Come abbiamo tutti appreso nelle scuole elementari, nella madrelingua, per esempio, l’acca ha a volte una potenza magica e cambia il suono della “c” e della “g” davanti alle vocali “e” ed “i”: “ce” e “ci” (insieme “ceci” o chick-peas!) con acca diventano “che” e “chi”; “scema” cambia in “schema” e “lisce” in “lische”, con significati completamente diversi. “Scia” con acca si trasforma in “schia”, come in Ischia, nel Golfo di Napoli, meta turistica dei Napoletani meno abbienti, famosa per il Bianco d’Ischia, che è falsificato e stravenduto come autentico in tutta la Campania. I cosiddetti “miezze caziette” o nuovi arricchiti si recano invece a Capri, che spesso in America si pronunzia Caprì, con accento tonico gratuito ed inventato. Lo stesso si fa con “forte”, pronunziato “fortè”, mentre “góndola” si muta in “gondòla”, ”ciabatta” in “cebota”; “linguine” e “zucchine” cambiano per associazione fonetica la desinenza in “i” e si trasmutano apparentemente dal femminile al maschile, distinzione che non esiste in inglese per i sostantivi comuni. “Spaghetti” rimane “spaghetti” ma smette di essere plurale: spaghetti is good! Roba da turisti o giornalisti da strapazzo promossa a prassi in barba alle regole. In America siamo capaci di dire corbellerie senza batter ciglio, e nessuno si prende la briga di correggerci. Se qualcuno insistesse, impareremmo a pronunziare correttamente anche Brzezinski o Bydgoszcz. L’argomento può non interessare, ma almeno non deprime.
In quest’ultimi tempi, la parola “schiavo” è entrata in America nell’albo delle pronunzie arbitrarie grazie alla risonanza del caso della sfortunata Terri Schindler in Schiavo, battezzata all’unanimità “Sciaivo” dai politici e dai media americani. Questi signori ne spifferano di tutti i colori: un noto pandit pronunzia, forse per mero sfizio, “Neveida” per “Nevada”. Molto popolare è “dejavoo” (trascrizione fonetica) per il francese “déjà vu” e, fra i dotti di latino, “operandai” per “operandi”, “irgo” per “ergo”, “delictai” per “delicti” e via di seguito. Un mio mentore di stirpe britannica sosteneva che Caio Giulio Cesare, vittorioso in Gallia, avrebbe esclamato: “Uini, uaidi, uaik.i.”
Passando a temi più rilevanti, evito d’indulgere in pareri superflui sulle vicende della defunta signora Schiavo. Mentre le mie simpatie vanno spontanee ai suoi familiari, non posso fare a meno di ritenermi fortunato di non aver dovuto decidere di un modo o dell’altro. Troppa buona gente ha optato di mettere il naso nei fattacci altrui, ma la maggior parte lo ha fatto palesemente in buona fede anche se falsata dall’emozione. Altrettanto non si può dire dei politici di destra, a cominciare dal presidente, che in America approfittano in massa di qualsiasi occasione per falciare “political hay” (fieno politico): si erano dichiarati “per la vita”, pensando d’interpretare l’opinione pubblica; poi i sondaggi hanno rivelato il contrario: quando smetterà il governo d’interferire nella vita privata del cittadino? Infine la terza branca del governo – quella giudiziaria – ha risolto il problema con legalità e dubbia giustizia, permettendo che Terry si spegnesse per mancanza di sostenimento. Se riuscissi a non badare ai suoi quindici anni di “vegetazione persistente” (diagnosi medica, ma non infallibile!), direi che un bel fiore è stato reciso. Null’altro è stato risolto.
In questioni di vita e morte, nutro poca fiducia per chi suole peccare di congenita ipocrisia: il Texas, si sa, mantiene il primato nazionale per la pena capitale. Un’amministrazione che si maschera di compassione pratica in casa e all’estero una sfacciata noncuranza: benché l’1% degli Americani possegga già circa un terzo della ricchezza nazionale, Bush sta facendo di tutto per distruggere la classe media – 400 capitalisti americani guadagnano annualmente più dell’intera popolazione delle 20 nazioni africane più povere. Trionfano gli interessi speciali, fra cui primeggiano la difesa, la farmaceutica e sanità in generale, e gli istituti finanziari. A Baghdad intanto, nel secondo anniversario simbolico della caduta di Saddam Hussein, gli Iracheni protestano in massa, e ci chiedono di sfollare – evidentemente non capiriscono che liberazione ed invasione sono sinonimi.
Starei per dire che non riconosco più l’America, se non mi venisse il dubbio di non averla mai capita. Siamo la nazione più odiata del mondo, vittima del nostro imperialismo economico, e barattiamo la nostra libertà per una illusoria Sicurezza Nazionale, che nel frattempo c’impone di rinunciare al mero concetto della privacy. Tecnologicamente, sulla falsariga delle impronte digitali, è già possibile rilevare anche quelle della memoria.
Dopo i funerali di Giovanni Paolo II si ravvivano le polemiche sulle vicende di Terri Schiavo, ma come prima si limitano a questioni legali e/o etico-religiose, trascurando l’aspetto economico, che è basilare e dominante: “Vegetare costa!” Infatti non sarebbe una cattiva idea pubblicizzare l’avviso “Pericoloso ammalarsi!” per tutta la frontiera fra Stati Uniti e Canada. Il Canadese non si rende conto che una degenza in un ospedale canadese costa al malcapitato Americano da 2.500 a 3.100 o 4.300 dollari per diem, secondo la gravità dell’ammalato. L’onorario dei medici è a parte. Ovviamente il Canada si vendica del trattamento cui vengono sottoposti i pazienti canadesi negli USA.
Anche prima dell’episodio di Terri Schiavo, l’industria ospedaliera americana era solita sollecitare dagli ammalati un “living testament”, valido vita natural durante, che specifichi le preferenze individuali nell’eventualità l’ammalato non fosse più in possesso delle proprie facoltà mentali. A mio modo di vedere, il documento costituisce garanzia di non intervento o manna del cielo per le varie HMO (Organizzazioni Gestione Salute) che, premettendo il guadagno all’obbligo, finiscono per ritenersi libere di non assistere i loro assicurati nel periodo statisticamente più costoso della loro esistenza – gli ultimi sei mesi di vita.
Non fidarsi è meglio: chi può abusa il proprio potere. Ashcroft, penultimo Ministro della Giustizia, tentò persino di abolire nell’Oregon la legge che garantisce a chi la desideri una “morte dignitosa” ossia “assistita” e senza interventi che servano solo a prolungare l’agonia. I governi come tutti i potenti sogliono redigere i loro contratti in inchiostro delebile o addirittura simpatico: più di 7000 fra soldati e guardie nazionali si son visti prorogare la scadenza del loro servizio militare in virtù dello sgambetto noto come  “stop-loss” (stop-perdita), applicabile in periodi d’emergenza come quello attuale, quando il Pentagono non riesce ad arruolare un numero sufficiente di volontari. Il sergente Emiliano Santiago, di 27 anni, “benzinaio” di elicotteri, cui rimanevano meno di tre settimane per ultimare un volontariato di otto anni, ha perso il suo appello alla Corte del Nono Circuito di San Francisco e sta per essere rispedito al fronte afgano. Il suo contratto di servizio volontario è stato prorogato unilateralmente d’un quarto di secolo, fino al 2031 (duemilatrentuno)!
È consigliabile non prestare attenzione alle date: Major Ed Dames, alias Dr. Doom, minaccia invasioni planetarie entro l’agosto o settembre prossimi, e la fine del mondo cagionata da piogge di meteoriti due o tre mesi dopo, in novembre o dicembre. Altri cultori dell’occulto presagiscono una calamità apocalittica per l’anno 2012 – fine del calendario maya – a causa di non so quale allineamento di assi intergalattici. Dovessimo sopravvivere, è plausibile che Washington non intende desistere ancora per un pezzo dalla caccia a Osama Bin Laden né dalla semina di libertà ovunque sia reperibile un fusto di petrolio. Con i prezzi della benzina in continua scalata dalla sera all’alba, il bernoccolo di Cheney illumina la notte come il naso di Rudolph Reindeer: documenti rilasciati tramite il Decreto di Libera Informazione provano che già prima dell’Undici Settembre, il suo Comitato per l’Energia custodiva gelosamente le mappe dettagliate dell’industria petrolifera irachena, dai pozzi alle raffinerie.  Ergo!

 

       


 

 

FRA STATISTICHE E MIRACOLI

 

 

Adottato non a caso, il titolo mi è balenato mentre riposavo ad occhi schiusi, e mi proponevo di consultare la Cumana per risolvere problemi esoterici, senza pertanto frenare la voglia di spigolare e divagare. Qualsiasi cosa per non parlare di politica, di guerra, di terrorismo e terroristi alla macchia o di legittima amministrazione, di torture e torturati su commissione, e di tante altre demenze del genere umano.

Accantono subito i quesiti sulla salute. Come direbbe il nostro Cavaliere di Valle Acino: “Statisticamente sono morto.” Ho anch’io appena superato la media americana di longevità maschile pari al 74,8. Sì, su scala globale, siamo solo al 25o posto, cui contribuisce non poco la qualità e quantità dei nostri servizi sanitari e – si creda o no – giudiziari. L’Istituto Nazionale di Sanità calcola che medici e ospedali causano annualmente in America, per negligenze varie, 98.000 decessi prematuri, che Washington ritiene “frivoli”, qualora la vittima (o chi per essa) volesse processare i colpevoli per risarcimento danni. Solevo credere che in un paese di leggi equanimi ognuno potesse contare sul proprio “day in court” o “giorno in tribunale”, invece la realtà (assieme all’esperienza) dimostra che la legge è ovunque uguale per tutti… coloro che hanno parità di risorse. Sto quasi bene.  O almeno lo stavo, prima che una consulta di medici mi cambiasse le terapie – le medicine costano più del caviale (che non mi piace) e costituiscono sempre una mina nascosta. Ad ogni caso, con la repubblica succedono sempre miracoli.

Miracoli?

"Cos'è il miracolo?" Silenzio. "Cos'è il mistero?" Nella Chiesa Matrice, gremita di fedeli, avresti potuto sentire un moscerino pregare. Senza batter ciglio, l'arcivescovo (forse solo vescovo, con arcicoda) strappa il nullaosta di Cresima che don Pasquale mi aveva rilasciato per garantire che, malgrado la mia tenerissima età, avevo superato i debiti esami di catechismo. Per mia madre, abituata a farmi far tutto anzitempo "per amore di mamma tua", fu un affronto. Per me fu un disastro – la prima bocciatura! Eppure avevo sudato tanto per mandare il libricino a memoria nel giro d’una settimana. Che non sia stato il pavone ad abbagliarmi! Dovetti attendere fin dopo la guerra per diventare cristiano autentico. A tutt’oggi non so ancora con quali conseguenze.

Il miracolo più universalmente riconosciuto, almeno fra i cristiani, è quello dell’Immacolata Concezione. Sorrida pure il miscredente, disposto magari ad accettare eventi più portentosi, come la creazione dell’universo (o universi), con o senza “big bang”, e la capacità umana d’immaginarlo, o come la Vita stessa. So di mischiare capra e cavoli, ma non è lecito confondere, neanche per mera associazione d’idee, il sacro con il profano. Per il mortale, neofita o scrittore di chiara fama, senza una visita dello Spirito Santo, non c’è parto senza gravidanza.  Eppure ci si scorda a tratti che scrivere bene, in versi come in prosa, è una cosa seria. I più ci affatichiamo abbondantemente per esprimerci, perché sappiamo che non esistono scorciatoie. La tendenza a commettere gli usati errori significa prendere le cose troppo alla leggera. Conviene a volte scrivere di getto, buttando giù tutto come viene, ma bisogna prima concepire esattamente i progetti, e meditare un piano d'azione (con mazza e pali!). L’allusione alquanto sibillina in parentesi sarà facilmente intelligibile al lettore cui è specificamente diretta.

Ma torniamo a Bomba. O in Piazza della Signoria! Lungi da pregiudizi macisti, il “sesso gentile” spesso dimostra apprezzabile sensibilità in questioni delicate: si rivela o no l’entità d’un personaggio ritratto dal vero? L’autore ha la facoltà d'imporre le regole dell'arte sua. Se Vita e Arte si imitano, come difatti fanno, succede perché in fondo non c'è mai o quasi mai niente di nuovo sotto il sole. Sotto il manto del pennaiolo, ognuno può usurpare il diritto di occuparsi di... cronaca nera per puro sfizio, ma dovrebbe sempre essere l'eticità del proposito a decidere, e la verosimiglianza del personaggio, ossia l’umanità. Anche i personaggi inventati vengono sottoposti a medesime analisi; mi sovvengo di Margutte, il mezzo gigante che, pur combinandone di tutti i colori, rispetta un suo codice: non ha mai tradito un amico. L’eccezione diventa il metro della sua umanità. Se l’autore non ha ripicchi personali contro un personaggio tratto dal vero, è preferibile camuffarne l’identità, inventando nome e cognome, e cambiando qualche connotato: “La ‘bici’, cosiddetta per le sue gambe storte, aveva i capelli rossi e una fragola matura sulla guancia” o qualcosa del genere; i suoi difetti andrebbero... trattati con comprensione, umanizzati, specie se si tratta di buona gente del… falansterio, che va ricordata con affetto e simpatia.

Per quanto concerne lo stile, ciascuno sviluppa il suo. Ogni forma d’imitazione rimane tale. Juan Ramón Jiménez o Azorín, non ricordo più chi, esattamente, sosteneva che basta ordinare con tutta semplicità una parola dietro l’altra. Le impennate formali improvvise, spaventapasseri appariscenti quanto inefficaci, sono da evitare, come il sinistro e l’uppercut che il pugile troppo avido nervosamente telegrafa al guardingo avversario nel quadrato. Aggiungi nitidezza e concisione, e l’insalata diventa… palatable (in corsivo, come le espressioni straniere o dialettali e tutto ciò che non meriterebbe l’approvazione dell’Accademia della Crusca). In deferenza all’economia del periodare, non nuoce, a pagina ultimata, rivedere, stringere e tagliare, eliminare la zavorra, ridurre il tutto del 20% o anche del 40%, scartando le ripetizioni, gli aggettivi superflui, e disponendo quest’ultimi secondo la prassi, prima o dopo il sostantivo, per non correre il rischio di mutarne il significato.  Per chiudere in bellezza, niente di più azzeccato del verso di Antonio Machado: “El camino se hace andando”

          

 


 

 

ILLUSIONE E REALTÀ

 

 

Se è vero che ognuno crea la propria realtà, deve essere altrettanto vero che ciascuno inventa le proprie illusioni. I teorici dell’illusionismo insistono che anche la nozione del tempo è un’illusione, e che persino il mondo materiale non è altro che tale. Roba da intelletti complicati! Nei parametri del facilmente concepibile, l’individuo ha la facoltà di asserire a piacimento tanto la validità del suo credo quanto l’estro delle proprie follie.

Fra le prerogative seminali dell’uomo libero si annovera il privilegio della scelta. Più numerosa la scelta, più svariate le opzioni, più gratificante la percezione intima della libertà. Ogni impossibilità di scelta grava sull’animo come catene di galera perpetua; con ogni divieto di selezione scema man mano nell’uomo il concetto della propria dignità, fino a quando non gli è più concesso di pensare come vuole, di credere, sognare, vivere, in modo da non soccombere all’imposizione della volontà altrui.

Il nostro clima politico d’oggi maschera tali circostanze. Sin dall’epoca dell’ultima rielezione, che il mondo intero non riesce ancora a spiegarsi, molti elettori, in preda al disappunto, onde evitare lo scempio della nostra cosiddetta democrazia, hanno persino vagheggiato l’esilio volontario. Vi rimuginavo sopra, nell’attesa poco entusiastica della diramazione in diretta del recente Stato dell’Unione – non mi aspettavo epifanie, e tanto meno sacrosante verità. Né mi sorprese che il Congresso intero si comportasse come un reggimento di burattini dalle mutande infestate da formiche, predisposti ad applaudire freneticamente ogni banalità o bestialità enunciata dal pulpito. Eppure non mancava fra i presenti la gente scaltra e intelligente, ed anche colta; gente tutta sorrisi, strette di mani, manate alla spalla e sussurri intimi all’orecchio; gente amabile, rispettabile e apparentemente incorruttibile.

La pessima reputazione del politico americano deriva dall’ambiente in cui opera. Trattasi di una carriera costosissima, di solito sovvenzionata da capitali altrui, cui si cede l’anima anzitempo. Poco contano i principi, la solidarietà di parte. Com’è da aspettarsi, ognuno cerca di portar acqua al proprio mulino. Humanum est. Le campagne elettorali si svolgono all’egida d’una virulenza spietata, che in altre coordinate creerebbero feudi perenni. Qui tutto finisce a zeppole e taralli. Domina un’ipocrisia quasi inconcepibile, che fa dubitare del rispetto dovuto a se stessi prima che agli altri. Con l’epidermide blindata, il politico americano lotta per vincere, ad ogni costo; quando perde, si consola imboscandosi o facendo il lobbista, attività abbondantemente più lucrativa di qualsiasi carica legislativa.

Checché proclami lo Stato dell’Unione, in America impazza il malgoverno generale. Senza il beneplacito del Congresso, uno spericolato cowboy non avrebbe potuto rovinare da solo un’intera nazione nel giro d’un quadriennio. Durante questo periodo, il dollaro ha perso già il 35% del suo valore, principalmente a causa d’una guerra inventata e protratta, che sparge troppo sangue umano ed addebita quattro miliardi mensili alla progenie americana. E il peggio è ancora da venire: invece d’indizi e processi o ricoveri di pazzi in manicomio, abbiamo rieletto un guerrafondaio che si propone di seminare libertà a tutti i venti a forza di missili e raffiche di mitraglia, e di sbarazzarsi d’ogni legittimo capo di stato che non gli vada a genio. Avremmo fatto molto meglio a investire tante preziose risorse in un Piano Marshal globale per combattere la povertà, la miseria, la mala salute, la disperazione ovvero le fonti del terrorismo. Condoleezza Rice, neo Segretario di Stato (Ministro degli Esteri), durante la sua escursione diplomatica in Europa e Medio Oriente, ha più volte confermato le intenzioni del nostro bellicoso presidente, specie contro l’Iran e la Siria. Nessuna intesa con la Corea del Nord. Temendo un’invasione americana in Venezuela, Chávez arma il proletariato e stringe alleanza con l’indistruttibile Castro, nostra nemesi.

“C’era una volta un terrorista dal nome Bin Laden...” Pare gli sia stata raddoppiata la taglia a cinquanta milioni, ma i media non ne parlano quasi più. Lo hanno rimpiazzato con Abu Mussab Al-Zerkawi, palestinese nato in Giordania, il quale ha assunto il comando degli insorgenti in Iraq. È lui che continua a darci costà filo da torcere, pur non riuscendo a bloccare le elezioni preliminari (che sono state possibili solo a frontiere sbarrate, col coprifuoco e la paralisi generale dei trasporti pubblici e privati, sotto la massiccia protezione delle forze alleate). Non c’è di che rallegrarsi: la carneficina è subito ripresa.

In casa, le cose non vanno meglio; anzi vanno decisamente peggio. Il presidente s’è messo in testa di privatizzare la Previdenza Sociale, trasformando il sistema pensioni in gioco d’azzardo: s’invoglierebbe il lavoratore a investire in azioni, per proprio conto, parte dei contributi destinati alla propria pensione. Invece di una somma spesso inadeguata ma certa, l’individuo dovrebbe affidarsi, per l’età serena, alle fortune o sfortune della Borsa, contando di non incappare in bidonate tipo Enron o Parmalat. Inutile dilungarmi; confido che questa trama fallirà per mancata maggioranza – non c’è unanimità fra gli stessi repubblicani. Si pensi piuttosto a restituire i fondi presi in prestito dalla Social Security.

Il bilancio per il 2006, appena uscito, pur contenendo 413 miliardi per la difesa, non include il costo della guerra in Iraq e Afghanistan, e prevede la riduzione o abolizione di centocinquanta programmi, fra cui assistenza ai reduci, Medicaid (sanità per nullatenenti), sussidi per l’agricoltura minuta come per quella gigantesca. L’Amtrack (servizio ferroviario passeggeri) rischierà il fallimento. Si prevedono anche tagli per la pubblica istruzione, e si aumentano i prestiti per gli studi superiori – vale a dire, si facilitano le ipoteche per il conseguimento di una laurea. Si propone, in cambio, la riduzione permanente delle tasse dei milionari, e si promette di dimezzare il deficit nazionale entro il 2009. Si pratica, insomma, l’economia vudù ed il fondamentalismo evangelico. Per disobbligarsi con gli ultimi, che lo hanno insediato, il presidente propone un emendamento costituzionale che tolga la libertà di matrimonio agli omosessuali e quella di scelta alle donne, nonché il divieto di ricerche scientifiche ritenute immorali dall’estrema destra.

Astenendosi tuttavia dal controllare l’esorbitante costo dei medicinali, il presidente ha contribuito a creare un mercato grigio di otto miliardi di dollari annui in Canada, dove i clienti comprano tramite l’Internet, a prezzo ridotto, gli stessi farmaci importati dagli Stati Uniti. Di conseguenza, diverse compagnie farmaceutiche americane stanno boicottando le farmacie canadesi che vendono a clienti americani. Oltre quarantacinque milioni di cittadini senza assicurazione medica. Convinto che il costo eccessivo dell’assicurazione medica e dei farmaci è da attribuirsi a frivoli processi per danni, il presidente vuole imporre un massimo di 250mila dollari di compenso alle vittime dei nostri macellai (e dei farmaci che spesso uccidono in silenzio).

Sarà utile ricordare che, dopo una dura opposizione senatoriale, Alberto Gonzales è stato confermato 80esimo U.S. Attorney General (Ministro della Giustizia), culminando la sua invidiabile carriera. Di origine messicana, il sergente Gonzales militava negli anni settanta nell’Accademia dell’Aeronautica americana, e addestrava gli aviatori a resistere possibili torture nell’eventualità d’una prigionia. Gonzales è l’autore di notori memorandum al presidente miranti ad interpretare le Convenzioni di Ginevra circa la legalità e limiti di tortura adottabili a Guantanamo ed Abu Ghraib.

 

 

 

 


 

 

 

DOPO L’ISTANTE APOCALITTICO

 

 

Grave il momento annienta la nozione del tempo: si arresta, si comprime, si dilata, travolge. Lo stress è insopportabile; le emozioni turbinose. L’intelletto si rifiuta di ragionare. Qual puledro indomito, ribelle, scalpita, s’impenna, retrocede, esita, per lanciarsi in galoppi improvvisi, smaniosi, senza direzione specifica.
"Dopo tanta catastrofe, diventa difficile convincere i sopravvissuti che Dio li ama," commentava un monaco di non ricordo ché religione, al rendersi conto dell’immane disastro dell’ultimo maremoto. Dinanzi a tale calamità, cedo a chi di competenza la disquisizione di questioni teologiche, per osservare solamente che l’orrendo tsumani di… Santo Stefano è fonte doviziosa di meditazioni sulla transitorietà delle cose umane. I monaci buddisti sogliono accumulare collezioni d’immagini macabre su cui riflettere: le tengono in vista o a portata di mano, anche durante i pasti.
Torna spontaneo registrare che, in occidente invece, specie fra quanti ci droghiamo di televisione, spesso si vive una vita frivola, insensata, balorda, indifferente, dimostrando scarsa sensibilità per la sofferenza altrui: il miracolo dell’elettronica ci bombarda senza tregua, portandoci in casa la gamma intera dell’umana commedia: perenne consumismo, violenza, guerra, miseria, ingiustizia, terrorismo, delinquenza, distrazioni eccetera, assieme ai disastri naturali, spesso imprevisti, complimenti della gran Matrigna, la quale per l’occasione si diverte camuffandosi a volte di deità. L’uomo evolve. A forza di mutazioni di cui manco s’accorge, scema in lui il sentimento della solidarietà, l’essenza della propria umanità.
Sconvolto ancora dalla raccapricciante devastazione, continua chi può a rispondere generosamente agli appelli di soccorso ai sopravvissuti, anche ora che andiamo abituandoci alla vista di cadaveri rigonfi e tumefatti galleggiare fra le rovine o giacere insabbiati sul litorale. Paralizzati dall’impotenza dinanzi al cataclisma, ci adattiamo al peggio, come già con l’Aids. Superato lo shock, in Indonesia e Sri Lanka, persino le stesse vittime tornano alla guerriglia e trovano tuttavia modo e ardire di uccidersi l’un l’altro, senza badare ai morti sempre più numerosi della catastrofe apocalittica (pari, su per giù, all’esplosione simultanea di duemilatrecento bombe atomiche simili a quella di Hiroshima). Ci vorranno anni e miliardi per ricostruire il ricostruibile, ma inverosimilmente il tutto comincia già a rientrare nell’ordine della… paranormalità: guerra, fame, soprusi, sfruttamento, pestilenza e simili pandemie. La crisi si va trasformando in opportunità criminali: adozioni illegali, lurido traffico di bambini, contrabbando, e falsi samaritani che sulla Rete si spacciano sempre più numerosi per succursali filantropiche.
È gratificante costatare la presenza di forze armate – più di tredicimila, quelle americane! – nel ruolo di pronto soccorso. Pur non mancando le allusioni a motivazioni politiche, il contributo dei militari americani si rivela cruciale per la febbrile operazione di salvataggio la distribuzione d’acqua potabile, vitto, vestiario e medicinali è infinitamente più encomiabile che non la semina di presunte democrazie su monti afgani e sabbie irachene. Si stava male anche prima del maremoto, e nulla tende a cambiare: Nelson Mandela annunzia al mondo la perdita del primogenito dovuta a complicazioni di Aids; in Somalia, nord e sud si mettono d’accordo sui giacimenti petroliferi del meridione, e si scordano del genocidio di Darfur; nel Congo, e nel resto del continente africano, prevale lo status quo; idem nel Medio Oriente: con l’elezione di Mahmoud Abbas al posto di Arafat, Washington si attende miracoli improbabili per riprendere la politica di sempre; checché ne dica il Pentagono, in Iraq non si trova via d’uscita: gli insorgenti si moltiplicano nel triangolo sunnita, e con essi aumenta lo spargimento di sangue. Non ci si può sempre fidare della stampa e dei media: troppo tardi ci si accorge se, corrotto da chi meglio lo paga, un giornalista o pandit politico è difatti un organo di propaganda. Troppo tardi ci accorgiamo d’essere stati derubati di quanto di più prezioso la Costituzione voleva garantirci. I popoli che non eleggono il proprio governo sono destinati a subirlo.
Tanto vale associarsi a chi crede che, nell’inalterabile ordine del cosmo, tutto è sempre come deve essere (ossia come ci meritiamo). Col nostro nullaosta, qualcuno mena il mondo per il naso. Per convincerci, basta un’occhiata alla lunga lista di nazioni designate con il sostantivo più abusato di qualsiasi dizionario: "Repubblica", di solito "democratica", che è un insulto all’intelligenza del popolo. Considerata la struttura del sistema politico americano, sarebbe molto più accurato parlare di "repubblica plutocratica", o governo manipolato dai miliardi degli interessi speciali. Il nostro sistema corrompe il candidato più coscienzioso: per essere eletto o rieletto deve dipendere dal denaro altrui. I nostri legislatori sono etichettati macellai che, quando non salano le proverbiali "porchette" per i loro sostenitori, passano il tempo ad imbrattarsi macinando carni per fare "salsicce" (eufemismo di leggi), di cui è impossibile conoscere gli ingredienti.
Dopo cinquant’anni di dibattiti, i nostri demopubblicani sono riusciti ancora una volta ad imbrogliare il popolo, decretando contro l’assistenza medica/farmaceutica. I farmaci costano troppo e per giunta spesso uccidono all’insaputa. Esito a menzionare la mia cattiva abitudine di visitare ospedali all’estero: durante una recente visita a Vancouver, ricoveratomi d’urgenza, ebbi a passare una mala giornata (e nottata!) in un’affollatissima sala d’emergenza, prima di poter ottenere un posto-letto. Una vera baraonda! E una tortura! Sorvolo sul costo della branda in sala emergenza, anche perché coperto dalla mia assicurazione (Kaiser Permanente), e riporto che, a solo titolo di curiosità che, per un cittadino americano, la spesa supera di gran lunga quella del miglior suite presidenziale in Las Vegas. Benché avessi difficoltà a respirare, anche sotto la maschera d’ossigeno, non riuscivo a capire chi fosse più solerte nell’adempimento delle proprie mansioni: già in contatto con l’assicurazione, il personale amministrativo discuteva con i contabili della Kaiser di prezzi e responsabilità, mentre l’equipe medica si concentrava a salvarmi la vita. Per un’altra mia degenza, l’ospedale di San Remo non mi presentò nemmeno una fattura (che avrei volentieri passato alla Blue Cross, che allora mi assicurava).
Fra le leggi più ingiuste escogitate dai nostri legislatori, la palma spetta a quelle che riguardano il risarcimento agli Amerindi per danni loro inflitti dalle Facce Pallide del Nord America, Canada incluso. Ne parlavo con mio figlio durante il ritorno in auto a Portland, ogni volta che dall’autostrada Five South scorgevamo fra la foschia notturna la pubblicità di un nuovo casinò, gestito, col beneplacito del governo, da Amerindi, in compenso di secoli di torti subiti, troppo lunghi da elencare.

 

 

 



 

F. E. ALBI

 

 

MOMENTI                                                                               MOMENTS

MOMENTOS                                                                            MUMENTI

 

A Fausta

 



 

collana forems 2004           

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MOMENTI                                  MOMENTS

MOMENTOS                               MUMENTI

 

 



 INDICE

         MOMENTI

 

MENTRE PIOVE                                            

NOTTURNO

SCIROCCATA D’APRILE

POTATURA

SOGNI DI FIABA

OBLÒ SULL’ARTICO

ALIENAZIONE

TELEPATIA APOETICA

EBBREZZA NATURALE

INVECCHIANDO


 

 

 

 MOMENTI

 


 

MENTRE PIOVE

 

Triste gioco di nubi

vaganti,

monotone, lente,

che quasi

carezzan le case.

Incendia di rose

la chiesa

un raggio filtrato.

 

La pioggia minuta

ricama il selciato

con fili d'argento.

E il vento,
sgarbato, deride
la stanca fontana

che torce paziente

una treccia sparuta.

 

Riflessi vaganti

di giallo bruciato!

Un passero mira,

rimira silente,

la foglia smarrita

che gira indecisa

poi posa:

finita!

         

Una lampada smorta

disperdesi invano

 nel vicolo scuro,

deserto.

Incerto un fantasma

ondeggia fra i veli

del vecchio balcone

all’ultimo piano.

           

Sul filo

di storie sepolte

in dune di sabbia

e mari di nebbia,

un'ombra

al vento bisbiglia

favole

di doglie infinite.          

                 Madrid, 12/1965

 


 

 

 

                                  NOTTURNO

 

Notte,

che dovresti portare

alle membra riposo,

ed alla mente pace,

perché lasci svegliare

il monello scontroso

cui fare non dispiace

quello che non si deve?

 

Notte,

proteggi l'innocente

che privo d'esperienza

mira serenamente

ad ogni cosa,

e con sua poca scienza

tinge il mondo di rosa

e crede che ogni fiore

è messagger d'amore

 

E la notte rispose:

“Quando il bimbo dorme,

l'uomo muore.”

 

                                                                       Madrid, 4/1968

 

 


 

 

                    SCIROCCATA D'APRILE

     

 

 

Un'ombra nera.

Il fuoco del lampo.

La rabbia del tuono che rugge vicino.

La nube vagante

sul campo.

Un cane che abbaia.

Il vento

che tesse una fiaba

fra gli aghi del pino.

Un nido si culla

sul ramo,

le gocce cadono

sul verde aülente

dell'ampio giardino.    

          

Più scura,

sul nero di fondo,

in danza di pura

armonia,

varca l'ombra la soglia,

e vince il sapore

della sera calante

sulle cose del mondo.

E nell'anima mia.

 

           Madrid, 23/04/86
 


 

          

 

                               POTATURA

 

Esile,

tremula,

scarna,

s'insinua la mano

nel folto groviglio

di sterpi di rose,

irti,

come filo spinato.

 

Il dorso s'impiglia,

e ne spunta

una lagrima rossa,

dolce,

grossa come un rubino,

 

che ride,

come rise la rosa

quel breve

rimpianto

mattino d'estate.

 

Ma fera

la forbice taglia,

perché a primavera,

d'incanto,

sorrida di nuovo la rosa

accanto al sorriso del giglio.

 

Ah!

Se fossi un groviglio

di sterpi di rose,

irti,

come filo spinato!

 

                                                                                      Portland, Oregon 01/1972

 



 

 

                            SOGNO DI FIABA

 

 

 

Nell'annosa capanna si veglia:

il bambino è malato con febbre;

non dorme.

Sul ceppo bagnato la fiamma saltella,

e la nonna

(non più la donna d'un tempo,

ma certo ancor bella),

ripone il filato,

gli posa una mano sul viso di fuoco,

e con dolce favella comincia:   

“C'era una volta...”

“Che cosa?  Che c'era?”

sussurra il bambino.

“Calmati, gioia!”

bisbiglia la nonna. 

“Riposa ed ascolta! 

C'era una volta

un immenso giardino

baciato dal mare. 

La brezza marina

sapeva di fiori d'arancio.

Fra i rami vetusti

d'un salice antico,

sul lucido specchio

d'un pozzo profondo,

i raggi del sole

giocavano a scacchi. 

Nell'ombra

sostavano in frotte

allegre farfalle

di mille colori. 

Un tratto soltanto. 

Poi tornavano ai fiori,

e quindi sparivano

in coppie pei campi,

pei prati,

fra filari di viti nodose. 

Fra tante, sol una

sembrava regina. 

Figlia dell'arcobaleno pareva. 

Spiegava le ali

con grazia regale

e gradiva la festa

di quanti danzavanle intorno,

ma sola andava altezzosa

cercando l'amplesso

dell'ultima rosa

appena sbocciata. 

La vide un mattino

un nanetto

spuntato dal bosco,

e rimase incantato:

la voleva per sposa. 

Faceva di tutto

per correrle dietro

e starle vicino. 

Ma Regina,

scherzosa,

quando il nanetto

pian piano pianino

le arrivava vicino,

con un fremito d'ali

si portava sempre più in là.

Invaso di pura follia,

il povero povero nano

ricorse ad ogni magia:

creava d'incanto

roseti fatati,

e prati olezzanti

d'ogni fiore del mondo. 

E mentre Regina vagava

da petalo a fiore,

il povero nano

restava in agguato,

ma quando d'un salto

sperava d'averla raggiunta,

la figlia dell'arcobaleno

era già un poco più in là,

un poco più in alto,

librata nell'aria

di fiori d'arancio,

nel verde del salice antico.”

Il bimbo riposa. 

Già dorme. 

La fiamma saltella

sul ceppo bagnato,

e la nonna

(non più la donna d'un tempo,

ma certo ancor bella),

distratta, favella:

“Spossato,

il povero nano

sostava un bel giorno

sull'orlo del pozzo.

Regina vagava

nell'ombra del salice antico. 

Il nano la vide

riflessa nell'acqua,

le tese una mano,

ma cadde e morì.. 

L'acqua, già chiara,

si tinse di scuro. 

Il gioco di scacchi sparì.

Spariron le rose,

i prati, gli aranci. 

La brezza marina

sapeva di sale. 

Il sole scomparve

dietro le nubi,

e subito venne l'inverno. 

Un gelso sparuto

segnava una croce

nel cielo di piombo. 

La stanca farfalla,

già bianca,

vi giunse spossata. 

Si pose nel mezzo d'un ramo,

richiuse le ali,

ed attese. 

Fra spettri di bracci stecchiti,

spogli di foglie,

e di nidi d'uccelli,

tremava. 

Tremava e pensava. 

Sognava roseti fatati,

e prati olezzanti

d'ogni fiore del mondo. 

E una fragile casa di seta.”

Il bimbo riposa. 

La fiamma s'è spenta

sul ceppo bagnato,

e la nonna

(non più la donna d'un tempo,

ma certo ancor bella),

riprende il filato,

carezza la culla,

e sfiora d'un bacio

il volto sudato

del bimbo che sogna:

allegre farfalle iridate

di mille colori,

vaganti beate

fra immensi giardini

cosparsi di fiori, 

di petali  rosa,

di aranci

inebriati di luce,

di cielo e di mare.

          

Toronto, Gennaio 1970

 

 


 

 

                                         OBLÒ SULL'ARTICO

                                            Meridiano di Coreca

                                                  22/10/85/17:13

 

Distese nevose

soavemente rosa.

Ombre...

illusioni d'azzurro.

Velieri di madreperla.

Policromia di rottami.

Ossi di bucato

ancorati, dispersi

in solenne Fantasia

in Blu Maggiore.

Anime...

surgelate, solatie.

Dio...

indaco, terso, distratto.

 

 


 

 

  ALIENAZIONE

 

          

 

Oggi

il mondo tutt'intorno

è una lunga sinfonia

in No Maggiore.

Perciò sbarro le imposte

e me ne vado a spasso

nel buio

col mio cervello stanco.

Tosto m'avvio

verso lidi usati

e patri monti,

vivi di voci amiche.

Vorrei stender la mano,

concedermi un abbraccio,

ma non oso:

temo d'imbattermi

ancora in un sorriso

da trenta soldi.

 

 

                       Portland, Oregon 14/08/89

 


 


           

 

                                        TELEPATIA APOETICA

 

 

 

Io...

sotto le viti, vagamente assorto.

Lei... nell'ombra scarsa del ciliegio spento.

 

Barbuta capra nera!

 

"Lurida, scomposta e polverosa,

mi pari quasi consorella

dell'arcigna zingara,

mendica di Lamezia Terme."

 

E lei, di rimando, m'inchioda

con l'occhio di cristallo,

e senza batter ciglio mi ricorda

quanto son malvagio.

 

 

                       Pietragiorgi, Grimaldi (CS) 20/06/89

 


 


 

 

                                 ebbrezza NATURALE

 

 

 

Solo rumori

dissonanti,

irretiti

in confuse forme d’inchiostro

su d'un piano

destinato a restare

essenzialmente bianco.

 

Avverti

il palpito dell'innato?

Disperse onde pre-alfa

che ripetono motti non detti,

vaghezze appena abbozzate,

il fremito di pensieri sommersi

e sensazioni...

scogli striati di pallide vene

corrose, velate

d’azzurro diafano:

esercizi in evanescenza

che la distanza corrompe

da carezza in dolore.

 

Ognuno... tutti... si può stare

come meglio si possa.

Ma come stanno i sogni?

Navi ammiraglie

in rotta di collisione?

O risiede, come dovrebbe,

la gioia nel sognare?

 

In un dedalo dolcemente ingombro,

una sonda sbadata

espone

artifici d’ambizioni

troppo intensamente vissute, forse,

e svela

l'insolita crepa

che rivela l'anima nuda.

 

La lente del monocolo

amplifica carriere in passatempi,

ed arroventa bisogni

più profondamente umani,

che implorano incauti carburante,

senza un caveat,

malgrado le fiamme

saltino troppo sovente

fuori controllo.

 

Chi vorrebbe suggerire

che ogni necessità genuina,

come i sogni,

debba affrontare

la prova del fuoco?

 

O gioverebbe bagnare

di buon senso le fiamme,

anche se per un istante,

per sorprenderci

nel momento improbabile

d'acciuffare

la coda dell'arcobaleno?

 

E dopo?

Sarà l'inevitabile vuoto

così integro

come l'angoscia d'un fado?

 

Non è poi vero, forse,

che los sueños sueños son?

E tutto rimane

alla mercé della mente,

di cui il cuore è

solo... un punto molle.

 

Maledette le menti

dotate di troppa mollezza.

Maledetta l'anima

che osa non sacrificare

(o sacer facere!)

tutto e niente

sull'altare

dell'estremo egoismo.

                          

                                                           (Tradotta dall’inglese)


 

 


 

 
INVECCHIANDO

 

 

 

Domatore del Tempo,

il Poeta

può sempre librarsi per l'Eden

su ali di fuoco

per un convivio di nettari.

Ma nei giardini mortali

manco un boccio è in fiore,

mentre il vento della Sera

bisbiglia una favola

di rose strarosse e vino,

e sveglia memorie suadenti,

voglie penose

d'invecchiare

pacificamente.

 

                       (Tradotta dall’inglese)

                                             


 

 


MOMENTS

 

DECEMBER 1975

ALMOST  SPRING

THE UNSAID

SADNESS

ANKH

SELFISHNESS

DROUGHT

GARDENING

LIFE

EASTER 1977

THERE IS MORE TIME…

ONE

TREPIDATION

AGING

DISCOVERY

NATURAL HIGH

 


 

 

MOMENTS

 


 

 

                                               To Joey

 

           DECEMBER 1975

 

Beyond the blurred glass,

As the evening bathes

In the misty glare

Of a hidden sun,

Mute, solemn, rare,

A rusty leaf o' grape

Glides

To the browning green

O’ our wintry grass.

Jingle bells!...

 

Their heartless noise

Invades our home,

Turning into sighs

Muffled cries of joy,

As another toy

Emerges unwrapped

To haunt and destroy

The world that Joey

Left behind.

 

Jingle bells!...

O, how I want

To forget,

Fearing that I might!

I roam in my chair,

Wheel it 'round

From cell to cell,

Nursing memories

And tie them together

To make them part

Forever

O’ my maimed heart.

                                                                                                         Bakersfield, California

 

 

 


 

 

                              ALMOST SPRING

 

          

 

           The heavy rain

Rinsed the skies clear

O’ the desert dust.

           The drenched soil,

           The whole world's

Teeming

           At the faint embrace

O’ the distant sun.

 

           Unaware, perhaps,

Of my angel’s death,

           His almond begins

To tint the glass

           Of his window-pane

           With a song in pink.

 

           Drooping upon

A senseless page,

Feeling myself age,

           Fast,

           I stare

At the mended clay

           Of a Mayan God

Sipping fire.

          

           He squats upon a rustic

Warped table

           That held yesterday

           My most daring dream,

           My fairest fable

Woven

           In a maze

Of verdant green:

 

Bacchus-child,

           Under a canopy

O’ wine and grapes;

           Love, Beauty and Joy,

           Perfection was.

 

           Now...

The vines are bare.

           They waver in the breeze

           Like knotted quipus:

           Frozen strings

Sparsely strewn

With worry beads.

 

           Answering

The mating call

           Of another spring

About to explode,

Here and there,

Where a spur’s amiss,

           A tear flows and grows

           Into a diamond

That plunges

           Heavily to the ground

           And rushes

To the kissing roots

           That gather

Life’s sweet sap

           Ready for the spring.

 

As I cry out,

My expectant love

Wings to see

And taste a tear.

Having her near,

Glowing,

Harboring my soul,

Eases my grief

A welcome instant,

As I behold the cycle,

          The miracle of rebirth,

           The life-restoring nectar

For all

           But my soul.

 

Bakersfield, California (Spring 1976)

 

 


 


 

 

                                     THE UNSAID

 

 

 

           As the candle burns

           And my weary bones

Ache and endure

           The pounding

Of a last flurry,

           And my panting lungs

Gasp for air

           And choke on the breath

Of a fleeting lull;

           As my puffed eyes

Gaze through heavy mist

           At the fading lures

Of futility,

           And my stubborn skull

Floats in a daze

           With the ebbing tide,

           And my ancient pride

And guts                    

Refuel the blaze

Of my churning blood,

           I yearn for the sun

           Sharing

A few rays of joy

           Stemming the flood

O’ my gloomy days.

 

           Bakersfield, California (Spring 1976)


 

 


 

SADNESS IS...

 

           The silent fall o’ petals o’ roses.          

           The hollow roots of a dead tree.

           The vagrancy of leaves ’n the wind.

           The dogged drizzle of a wintry sky

 

SADNESS IS...

 

           The fainting rush o’ a night train.

           The wailing of a siren in the fog.

           The eerie light of a searching plane.

           The gargling of a sinking boat.

 

SADNESS IS...

 

           The droopy eye of an aging dog.

           The waning lip of a starving beggar.

           The weary smile of a falsing friend.

           The halting step o’ my fading being.

          

SADNESS IS

 

            The casual ringing of another

                 "SORRY!"

             Echoing loudly on my other cheek.

 

                       Bakersfield, California

 



 

                                              ANKH

 

A year ago today,

Franco, my son,

My blood was pounding

And rushing

Like a tamed ocean

Through a coral reef.

Although I choked

And shook

And gasped for air,

It wasn't grief.

For, unlike the rose,

Tears may not be tears.

Rather,

Like minor chords,

Or major ones,

They quiver and burn

Salty treks spanning

           Worlds of joy

           And sorrow.

           As I beheld then

           The living miracle

           Of your being,

           Unable to nurse

           The futile dream

           Of charting your course,

           And as I behold now

           The steady flame

           Of your lone candle     

About to be

Blown into a common hope,

I dare not wishing you

More than ANKH,

And that your brother be

Your guardian angel.

                And thusly, perchance, some day,

                Though paining forever

                 For Joey’s starry eyes

                 Living in the heaven o' your gaze,                                           

                 I might find repose

In the double bliss

Of your smile

Saying "Ti voglio bene"

In dazzling brown.

 

Bakersfield, California 06/26/77


 


 

                                                 SELFISHNESS

 

     Twin soul of mine,

     Search your heart!

     Grasp the shadow of the last

     Eagle vanished in your sky,

     Casting a dart o’ joy

     Upon your lap,

     And dare fib

     That you didn't scorn

     Her tapping

     On your mourning ribbon.

     Doesn’t your battered quill

     Dipped in tears and blood

     Flow with lesser toil?

 

     Sure!  I have lived.  Yes!

     To love and sin

     And draw diamonds

From each o’ my lovers’ pores;

           To frolic and roll

           Naked upon the dew,

           Lifted by silver laughter,

           Soaring!

           Soaring to touch

           The face of God

           And feel my own

           Tender flesh heal

           My wrinkled brow.

 

           I’ve sipped my feast

           And walked the whole span

           Of Eden’s paths,

           Nudging all bees.

           Yet, ever since,

           My bold eagles flown to rest

           With the flooding tide,

           I still groan on my knees

           Toward the lure

           Of the dizziest height.

           Thusly,

Should I perchance

           Sight the nest,

           Twin soul o’ mine,

           Do absolve me

           For trading again

           My happiest song

           For another sin.

                                  

Bakersfield, California

 



 

                                               DROUGHT

 

           And finally...

           A long night ago...

           My own father

           Shook his eternal slumber

           And came

           To tile in red

           The leaky roof

           O’ my flooded home.

           Pity

           That now...

           The rain's no more:

           Limbs beg...

           And try to stretch...

           And beg in vain for

           A shimmering mirage

           Along the river bed...

           Somewhere.

           The wells are dry:

 

           Steamed out

           Through the flaking crust

           And cracked

           Like jeering memories

           Etched on the breast

           O’ an ancient whore.

           It rains no more.

           And my tiles breathe

           Wind-seared dust.

           Lost is the lore

           Of yesterday;

           The dreamy shores

           Of Happylands;

           The lust for life.

           And with the rain

           And the river gone,

           The wells dry...

           I can’t see why

           Still

           The rusty faucets

           Manage at times

           Soaking the lime

           O’ my brittle hands.

 

 


 

 

                                            GARDENING

 

 

           Oh, my God!

           All my love

           Gone

           Into my garden care!

 

           All my tilling and toil

           Kneeling as in prayer

           Upon the soggy soil,

           Plucking...

           Mulching and mixing

           And mashing

           With tender pinch

           The minutest clod!

 

           Then the Blight!

 

           And dusts and sprays...

           Frantic snips and cuts...

           Scissors, saws...

           Pruning

           To desolation!

 

           Now...

           My garden is

           A parade of stumps!

           As I behold it,

           Even my wisdom tree

           Is a limbless me

           Shedding the last tear

           O’ wasted sap.

 

Bakersfield, California  02/20/78       


 

 


 

                                     LIFE

 

 

           And so...

           Once more...

           The early sun

           Chased me along

           The fast lane

           That was

           To lead to

           My house of dreams

           Come true

           Until,

           Suddenly,

           The curtain rose

           Upon the stage

           That plays

           Life

           Only

           As a memory

 

Portland, 07/13/88

          
 


    

 

                                                EASTER 1977

 

 

 

           I dozed through sunrise.

           And between REMs

I hid

           From the joy

Of the Easter morning.

           Then, with the sun

Relocking all shadows

           In the earth,

           I slipped to pace the garden

           Dazing in light and scents.

           In the certain presence

Of your being,

           I dragged myself

From blossom to bloom,

           Drunkenly,

           To stagger before

Your mother’s tree,    

           Laden with hope and innocence,

           And felt

My eyes repose

On scores of bees

           Feasting in clusters

O' bridal chalices.

 

           Later,

The tide waning,

           Roses in hand,

           I drove

To your resting place

           And dusted

With quivering touch

Your lucid stone.

 

There I sat,

           Conquered Buddha,

           On your grass,

           Plucking now and then

A speck o’ sky.

           Through cypress bars,

I watched the sun

           Melt in a sea of gold,

           While my halved me

Swam yonder

           In desperation

           To rejoin         

My other half

           Basking in the bliss

O’ your company.

 

  Bakersfield, California 1977

 


 


                                  

To Jess Nieto

 

                                       THERE IS MORE TIME...

 

 

 

            Blast of a thousand trumpets!

            Rolling thunder of a million drums!

            O how I pity the deaf!

            The senseless crowd!

            Eternal tide rushing and splashing

            Blue kisses upon the sand,

            Demanding,

            Crying for instant celebration,

            And then retreating,

            Like quiver-rippled embraces

            That barely linger upon the shore.

 

            Beauty and Beast at once,

            You cradle and crash

            Into an infinity of foaming forms:

Screaming warrior, you're now set

            To conquer the thunder

            Of Texcatlipoca, and now

            With the yellow laughter of madness,

            Storms you unleash

            With the fury of a demon-god,

            And set purpose and compass

            Into a colliding course.

 

Caressed, fondled, wrestled into love,

            Naked and raped, beaten and unbent,

            Into eternity you thrive,

            Shamelessly.

            Demented bitch,

            Like countless Neroes,

            You can burn and play at whim:

            Some you lull with a thousand strings;

            Others fuck you must,

            Thoroughly, for fun.

And so be it, if it must.

 

Let us soar and lick the tongue

            Of the whitest, most ethereal cloud!

            Let us play the illusive game!

            Let's tame the fear of the oncoming fall!

            Let's drown our despair in vain pursuit

            Of the waning shadow of the elusive truth!

            Repeat, replay yourself, LIFE!

            But by me you flash all but once,

            Y como hay sólo ida,             

            I chance to ride your mane

            Into the setting sun knowing

            que “¡ancha es Castilla!”                 

            y mucho más tiempo hay        

            que puerca vida.                     

 

Bakersfield, California 1976


 

 


          

                                     ONE

 

 

 

           Ah!

           The memories of

           Ancient

           Enchanting dreams!

           Of countless schemes!

           Winds

           Seeding

           Sheets of sand

           Upon our skin

           Of satin mist

           And wrapping us

           Into

           ONE.

 

           And thusly forever spun,

           Our love would grow

           Flowers

           Gently nodding

           To the sun.

 

Bakersfield, California

 


 


                                         

To Proserpine

 

                                           TREPIDATION

 

           With Spring

           Still lagging behind

           A sheaf of lows

           (and highs),

           I brought weeder and hoe,

           Spade, planter and rake

           Out in the rain

           To soak

           And work a new glimmer

           Along their edges.

 

           "Ain’t we a wee-bit too early

           With that measuring tape?"

 

           "Yes, we are, perhaps.

           And then not, maybe."

 

           (For I have found

           The square root

           Of a sonnet:

           Oodles of seeds

           Begging,

           Dying to become.)

 

Portland, Oregon 2/28/94

 



 

 

                                                   AGING

 

 

 

                  Tamer of Time,

                  The Poet

                  Can always soar to Eden

                  On wings of fire

                  For an ambrosian feast.

                  But in mortal gardens

                  No bud is abloom,

                  As the Evening wind

                  Whispers a fable

                  Of red red roses and wine,

                  And stirs memories that echo

                  An aching desire

                  To grow old

                  Peacefully.

 

                                              Portland, Oregon 10/22/89

 


 

 


 

 

                                               DISCOVERY

 

 

           As the mortal spoils

           (and sorrows)

           Nestled

           Like grains of sand

           At the very bottom

           Of the primordial womb

           Finally at peace

           (almost)

           I rode the tail end

           Of alpha waves

           And soared on freedom wings

           And knew another dawn

           Beyond notions

           Of space and time

 

Portland, 01/20/95

 

 



 

                                 NATURAL HIGH

 

Just a few sounds,

discordant,

captured

in confusing ink forms

on a plain

bound to remain

essentially white.

 

Can you feel

the vibes of the innate?

Un-patterned pre-alpha waves

that echo the unspoken,

the blur of the unwritten,

the throb of submerged thoughts

and sensations...

reefs bleeding paled lodes

under a cover

of transparent azure:

exercises in evanescence

that distance corrupts

from soothing into hurt.

 

One... anyone... might be

as okay as can be expected.

But how are dreams?

Starships set

on a collision course?

Or is, as should be,

the fulfillment

in the dreaming?

 

Through a neatly cluttered maze,

a random search

exposes

artificiality of ambitions

too intensely felt, perhaps,

and unveils

the occasional crack

that discloses the bared soul.

 

The lorgnette’s lens

amplifies careers into hobbies,

and focuses on needs

more profoundly human

that beg recklessly for fuel,

without a caveat,

though flames do jump

out of control much too often.

 

Who would care to suggest

that all bona fide needs,

such as dreams,

should undergo the test of fire?

 

Should one douse

the flames with reason,

if only for an instant,

to envision the self

in the improbable moment

of seizing the tail of the rainbow?

 

Then what next?

Will the unavoidable void

be as wholesome

as the anguish of a fado?

 

Is it not true, perhaps,

that los sueños sueñs son?

And all is

at the mercy of the mind,

of which the heart is

but a... soft spot.

 

Cursed are the minds

blessed with too a large a softness.

Cursed is the soul

that dares not to sacrifice

(or sacer facere!)

anything and all

on the altar of...

the ultimate selfishness.

 

                                                                

 



 

MOMENTOS


AL POETA DE MI TIERRA

CON OJOS ENTORNADOS

A UN HI’ DE PUTA

RUMBO NORTE


  

AL POETA DE MI TIERRA

 

 

Emborrachado

del verso antiguo

de tu nuevo canto,

miro atrás con espanto

y me pregunto:

¡cuánto mejor sería

buscar el rumbo usado

de aquellas luchas

que sólo son del alma!

 

 

           Madrid, 03/02/1971

 

 



 

 

 

                       CON OJOS ENTORNADOS

 

 

            Vino como ayer.

            Y anoche,

            apuradísima hada,

            ya se iba volando,

            toda ilusión llevándose

            mientras sembraba

            nevadas de pétalos podridos.

 

                                               Bolsa ligera de aceitunas,

                                               alma pesada de pesares,

                                               ¡anda, viajero, anda!

 

            Del azul luminoso

            supremo el Inca

            rayos saeta.

            Verde en oro convierte

            por alquimia antigua.

            Martillea.

            Y campo y campesino piden agua.  Agua.

 

                                               Bolsa ligera de aceitunas,

                                               alma pesada de pesares,

                                               ¡anda, viajero, anda!

 

            Serpea el camino polvoriento

            hasta quemarse

            en abrazo feroz de sol y arena.

            Despavorida se retira la sombra

            del eterno eucalipto soñoliento,

            Sola.

 

                                               Bolsa ligera de aceitunas,

                                               alma pesada de pesares,

                                               ¡anda, viajero, anda!

 

 

                       En su joroba

                       rojizo cuaja

                       el último chorreo.

                       Y la pupila inmensa,

                       gemela de esa tierra,

                       otra sonrisa encierra todavía

                       de falso hermano.

 

                                               Bolsa ligera de aceitunas,

                                               alma pesada de pesares,

                                               ¡anda, viajero, anda!

 

 

                        Terceira, Azores

 



 

 

 

 

                     A UN HI' DE PUTA

 

 

 

¡Ay, qué pena!

¡Ay, qué pena, 'mano!

¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!

¡Tu historia!

 

           Pedazos de gloria.

           Aullidos de hambre.

           Susurros de plata del Río.

           Mudos coyotes en las noches calladas,

           sin lumbre,

           por vieja costumbre cazando

sombras mojadas,

sombreros de paja,

manchas quemadas

labrando las tierras de otro.

 

            ¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!

            El polvo del llano.

            Las pizcas del valle encendido.

            El campo infinito de blanco algodón.

 

                       ¡Ay, qué pena! ¡Ay, qué pena, 'mano!

                       ¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!

 

                                   ¡Tus chismes!

                                   Tu lengua sajona.

                                   Tu alma vendida.

                                   Tu cara llorona.

                                   Tu sangre podrida.

                                   Tu leche de coco

                                   pintada de rojo.

                                   Tu hambre gabacha.

                                   Tu boca babosa

                                   chupando la cola

                                   del águila gringa.

 

                                               Fresno, California 1978

 


 


 

 

           

                       A Santiago de Santiago

 

                                              RUMBO NORTE

 

 

 

           Una mar de algodón.

           Sobre el ala,

           al rincón de mi lado,

           sol y sombra callando,

           se le apaga la luz al quinto toro.

           Bajo las olas blancas,

           al fondo,

           huye la tierra, me imagino.

           Y siento que España se me acaba.

           Y me da pena.

           Chocan en las lejanías

           las memorias de antaño,

           y las de hoy.

           Y renace la emoción de la mañana.

           De la inmensidad resurge,

           nueva Venus,

           la visión del día,

           y con ella revuelven

           sueltas y encadenadas,

           junto al universo,

           aquellas armonías

           de siete abrazos negros.

           Todo en UNO.

           Hierve la sangre,

           y adentro me golpea,

           se me humedece el mundo

           y me lo abruma.

           "Pero, ¡hombre! ¿Qué pasa?"

           me pregunto.

           Y desde más arriba,

           más allá del azul mojado de los cielos,

           Alguien me oye.

           Y me acaricia el beso

           de una voz suave que me anima:

           "¡Vamos, viejo, que Suerte tienes!

           Ya que tu estrella te destina

           aun tan niño a quedarte

           frente a

           la FUERZA DE LA HUMANIDAD."

 

Madrid-Bruselas, 1971

 


 

 


MUMENTI

 

CALABRISATA A FÌGLIAMA

‘A MÈRICA ‘E ZU CICCU MARIA

SENZ’ABBENTU

‘A JINOSTRA E RA VECCHJA

CELU SCURU

NUSTALGÌA

 


 

MUMENTI

 

 


 

                                  CALAVRISATA A FÌGLIAMA

 

            Chine m'avìa de dire

            ca giratu e rigiratu tantu munnu

            m'avìe 'e nascire tu, Pirozza mia!

            Chi de munnu ne teni cchjù de mie

            e de jurni nun teni mancu n'annu.

            'U scilinguàgliulu tuttu nun t'è sciotu,

            ma dicennu pocu e nente

            puru nu ciotu lèjere putrìa

            ssa fantasia chi te zìddrica ra mente

            e quannu me mpastocchj sillabate,

            e quannu me fa' tante ragiunate

            ccu ss'occhj chi càngianu surrisu

            ogni zinnata;

            o si me chjacchjariji ccu na chjcateddra,

            e po''a vucca ccu vasuni me vaviji.

 

            Ntra stu munnu ch'ognura s'arrevota,

            pozze crìscere cuntenta comu 'a Pasqua,

            pussibirmente comu pàttrita vurrìa.

            E sinnò comu vo' tu.  Comu vo Diu!

            Ca io pozzu campare 'e cuntentizza

            d''a gioia chi me duni a tumminate.

            Si' na ricchizza chi nun tena guala!

            Puru quannu vulissi vàttere nu rigu,

            e me curri ntroppicannu ddue m'ammucciu,

            e comu ciucciu me tiri ppe capizza,

            e re vrazza me stenni e vo' pigliata,

            e viju ca me nqueti e me scuncentri,

            nun te resistu.  E te pigliu 'n brazza.

            "Cchi vo'?  Cchi vo"?" te gridu;

            e sentu ca na sìllaba d''e toi

            dicia cchjù assai 'e nu missale miu.

 

            Cchi mbriacate 'e trascursi ne facimu!

            Ma chiddru chi me porta 'n paradisu

            è quannu tardu tardu ntra sirata

            me mpruvvisu canture e musicante:

            te tegnu stritta stritta supr'u core,

            mentra chi cantu,

            e tu cce jetti 'u scordu;

            te ribeddri nu pocu,

            e si' quagliata.

 

                                   Portland, Oregon 1970

 


 

 

                            'A MÈRICA 'E ZU CICCU MARIA

 

           

 

 

            Zu Ciccu Maria,

            quannu 'n lavura comu nu dannatu,

            passa ru tempu facènnuse trascursi.

            Edi mpegatu ara ferruvia,

            e ccu l'ursi campa,

            ntra na caggia 'e vagune abbannunatu

            supra nu troncu de binariu mortu.

 

            Na branna cunzumata;

            ancuna maglia mpicata a nu pirune;

            na seggia 'e paglia

            ccu nu quazettu lordu ancora mpusu;

            nu tàvulu nzivusu a nu cantune,

            lucidatu ccu trent'anni de mappina;

            nu zìnzulu ogni rasa,

            e nu ricordu dintra ogni pertusu;

            na stufa 'e ferru chi s'è fatta russa

            ccu cippi 'e ligna virde chi jestima.

 

            Zu Ciccu fuma.

            Ogni tantu tussa.

            Parra sulu e mancu sinn'adduna,

            e gira e fa ra rota "a casa casa."

            S'arreposa,

            siccomu è Capudannu (n'atra vota!),

            è va paragunannu dintra e fore

            com'una scinna supra a n'atra sira.

            e fòcari le nzinna dintr'u core.

 

            'U celu è na quadara vocchisutta

            curma curma de frìsuli quagliati,

            e ra terra è n'esèrcitu 'e surdati

            chi friddulusi càngianu culure.

            'E vidi e nu' re vidi!  'N dui minuti,

            esèrcitu e quadara su' sprejuti,

            e celu e terra è tuttu nu vesparu

            ncantatu de farfalle janche. .

            'E vidi e nu' re vidi!

            Ccu dui jatuni, comu nu magaru,

            nu ventu pazzu ch'intra l'ossa ncasa  

            pulizza munti, lùcida vaddruni,

            e ammuzzeddra diamanti pp'ogni rasa.

 

            E comu ppe majìa, a nu vulune,

            ntornu a na luna lustra, spizzicata,

            nu celu tuttu 'e latte fa curune

            e ncrizzulija.

 

                       Vancouver, B.C., Gennaio ‘69

 


 

 

 

                                                SENZ'ABBENTU

 

 

 

            De st'urtimi tempi, cchjù 'e na vota,

            specie si 'a sira spira n'atru ventu,

            me sentu comu nu raggiu de rota

            chi ntroppicannu gira senz'abbentu.

 

            Ma pare ch'ogni jurnu chi me sbegliu

            'a gente chi me guarda è furastera,

            e me dummannu s'è chiddru chi vogliu

            currennu ppe 'stu munnu 'e 'sta manera.

 

            Ddue vaiu vaiu 'u sule è già calatu;

            sulu me trovu ccu ru core amaru,

            sempre ssu mummu munnu senza jatu.

 

            Pecchì me signu fattu marinaru?

            Muni ca signu stancu de remare,

            sulu mare me resta ppe sunnare.

 

 


 

   

 

                             'A JINOSTRA E RA VECCHJA

 

 

 

 

            C'era na vota...

            na troppa de jinostra

            chi urgugliusa criscìa

            ntra na ngaglia de trinca

            de na timpa nchiuvata

            a ra porta d''u paise.

            Nu pocu lusingusa, le piacìa,

            de primavera,

            fare mostra addurusa

            de mazzi 'e corni d'oru,

            specie si dopu n'acquazzune,

            comu monache pittate,

            na cucchja 'e palantine

            jucava rasuterra

            da parte d''u majise,

            facènnuse risate

            'e nu vecchju linninune.

            E ntantu l'erba mpusa,

            curiusa cchjù 'e na gatta,

            cchjù tisa s'era fatta,

            e cchjù virde d''a vrigogna se facìa.

            Ma 'a gloria d''a jinostra

            durava sulu d''a sira a ru matinu,

            pecchì ogni jurnu 'e santu

            (e tuttu 'u tavulatu n'era chjnu!)

            na vecchja senza denti

            'a spugliava d''u pede a ru curinu.

            'A jinostra, nzirrata ccu ragiune,

            stanca de se vìdere spugliata,

            se mise 'n capu

            de nu' jettare cchjù mancu nu jure.

            E accussì fice.

            'A vecchja nfama c'a sulìa spugliare

            da raggia ne fice malatìa.

            Tutta n'annata si cce mise 'n cruce!

            Ma datu c'a jinostra, capitosta,

            fare 'un vulette 'u duvere soi,

            chiddra sgangata chi scrùpuli funnìa

            sicca sicca le dicette:

            "Tu m''u vo' fare apposta,

            ricchizza mia perduta!

            Si propiu nun te mporta,

            si juri beddri nun purtare voi,

            scùpulu fatte!

            E statte arredi 'a porta

            ntra munnizza!"

            E sanizza na gacciata

            le deze a ra jinostra

            e tisa 'a curcau comu nu palu.

 

 


 

          

CELU SCURU

 

Sinne sta jennu maiu paru paru

s''u calendariu miu tena ragiune;

'a ligna me sh-cattìa d''u focularu

e me ncrepa ca 'un signu cchjù guagliune.

 

"Si avisse veru core de quatraru,

jisse cuntannu i juri d'a stagiune?

O chjova o jazza, cadi sempre mparu,

si teni veru sangu de campiune."

 

Muni ppe mie puru 'a state è vernu.

Ed ogne rosa chi me vena 'n mente

lassa ra mprunta supra 'a nive janca.

 

Su’ làcrime chi mànnanu a ru mpernu,

nun sulu a mie, ma a tanta bona gente

chi avimu tuttu chiddru chi ne manca.

 

                       Portland, Oregon 31/05/1988

 

 


 

 

                                           

                                                     NUSTALGÌA

 

 

 

            Spicchju de luna ch’intr''e neglie jochi,

            comu te mmidiu ssu caminu tunnu!

            Jurnu ppe jurnu tinne giri 'u munnu,

            ed io te vegnu appressu ccu ra mente.

            Spicchju de luna ch’intr''e neglie jochi!

 

 

 

 




 

 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

VII

 

 

Memore del verso sornione dell’amico Toselli, secondo cui un pessimista non è altro che un ottimista meglio informato, data la labilità delle mie conoscenze, devo pur riconoscere che il mio pessimismo è da ritenersi… all’acqua di rose. Ma si apprende qualcosa ogni giorno. La recente “riforma” dell’assistenza farmaci per adulti si è risolta, dopo mezzo secolo di dibattiti e di combutte legislative, con la vittoria assoluta dei mercanti di pillole, cui è stato regalato, si calcola, un incremento annuale d’introiti pari a tredici miliardi di dollari.. Una manna provvidenziale dell’Ufficio Ovale? Non esattamente. La legge è stata approvata con un solo voto di scarto: quello del senatore John Breaux (D-Louisiana), spudoratamente coccolato dagli interessi speciali. Molta gente non sa se morire senza medicine o, potendo, cercare di acquistarsele, e morire di fame e di terapie. Ai cittadini statunitensi non è consentito comprare in Canada, a prezzi ragionevoli, farmaci importati dagli Stati Uniti. Roba del mondo del libero commercio!

 Di malincuore continuo ad occuparmi d’esercizi in democrazia o, piuttosto, futilità. A Ralph Nader, in pratica ineleggibile, e condannato alla museruola, non si concede di partecipare ai dibattiti per la presidenza, tradizionalmente orchestrati fino al midollo. Bush e Kerry, incapaci di trovare nessi fra violenza è terrorismo, fanno a gara per dimostrare ad un elettorato credulone chi è il duce più cocciuto per proseguire una lotta asimmetrica contro il terrorismo internazionale. Chi ama la patria non può essere pacifista. Ognuno uccide come  può: a colpi di missili o di granate, di stupefacenti, polveri “atomiche” colombiane o cocktail afgani al succo di papavero. Pur non disdegnando sequestri, ricatti e decapitazioni, Bin Laden, Al-Zerqawi e insorgenti preferiscono le bombe umane. Ebraico, protestante, islamico o indù, il fondamentalismo è ugualmente catastrofico. Alla resa dei conti, l’attualità del noto adagio rimane viva più di quanto non si sospetti: “Tutto il mondo è paese”. Meditino i razzisti, assieme ai fautori di profili etnici, le recenti rivelazioni di ricerche scientifiche sul DNA: siamo tutti della medesima argilla. L’intera umana specie, imbastardita da millenni di mutazioni, farebbe capo ad un unico ceppo, africano, probabilmente della Namibia.

Oggi è di moda odiare l’America, più precisamente gli Stati Uniti d’America, e, illogicamente, gli Americani, dimenticando che costituiamo il proverbiale e mitologico melting pot; più che un crogiuolo d’uniformità, siamo un macrocosmo d’eterogeneità. Noi siamo voi! E come voi, siamo vittime d’inganni, menzogne, intimidazioni, soprusi e stratagemmi sempre nuovi e più efficienti dell’olio di ricino. Fuori casa, il nostro capitalismo diventa imperialismo. Nessuna sorpresa, ergo, se i nostri governanti trattano i cosiddetti aliens alla pari dei cittadini americani. Da noi prevale l’idolatria del denaro; ci si fa a pezzi per accumularlo, senza nessun riguardo alle sofferenze addotte all’umanità. Altrove si cambia solo divisa: si sostituisce al denaro il surrogato preferito, e il risultato rimane identico.

In seguito a prolungate trattative registrate in trentadue pagine di stipulazioni (incluso il divieto d’interpellarsi direttamente e di dibattere altri candidati), si è tenuto l’altro giorno, all’Università di Miami, il primo dibattito presidenziale. Bush e Kerry hanno ambo ribadito le loro posizioni, particolarmente in politica estera, con Iraq e terrorismo in primo piano: Bush, testardo, conta di restare al timone della traballante coalizione dei volenti, finché non avrà ottenuto una vittoria elusiva. Per non essere di meno, Kerry propone una simile strategia: al comando d’una coalizione molto più ampia e poderosa, garantisce lo stesso risultato a breve scadenza. Presidenziale, eloquente e sicuro di sé, Kerry ha polverizzato un presidente frustrato, confuso, stressato e impappinato più del solito. Ciò nonostante, i sondaggi immediati, spuntati come funghi, rivelano che l’elettorato non tende a cambiare opinione. Gli indecisi, un 6% in tutto, continuano a procrastinare. Miscredenti, i pessimisti si chiedono come mai, per “liberare” gli Iracheni, Bush, ebro di zelo crociato ha bisogno di costruire a Baghdad l’ambasciata più grande del mondo, e trentaquattro basi militari in Iraq. Si domandano al tempo come farebbe Kerry, anche se seriamente disposto a spartirsi le spoglie, a confondere il mondo per invogliarlo a sbrogliarci dall’inferno dove Bush ci ha cacciati. La “liberazione” del petrolio continua ad essere un’operazione straordinariamente complicata, forse perché da sempre impostata senza oste con cui fare i conti. Il complotto per il monopolio petrolifero risale all’inizio del secolo scorso, antecedendo d’un pezzo la ricostituzione di terre promesse.

Se è vero che i sondaggi continuano ad oscillare entro i margini d’errore e di parità, il risultato delle presidenziali, oltre che dipendere dagli imprevisti (elezioni truccate non escluse!), è in mano dagli indecisi. Pur di vincere, i candidati sono disposti a barattare la nonna. Difatti, quando fa comodo, nessuno esita a mettere da parte la Costituzione per menare acqua al proprio mulino. Quando c’è il tornaconto, si cavilla per intralciare il diritto di voto: studenti che frequentano istituzioni interstatali, se domiciliati nel campus (invece che fuori), non possono conseguire la residenza locale necessaria per votare. Le urne farcite, le intimidazioni, le epurazioni di liste elettorali sono sempre di moda. Per antiquato che sia, il famigerato collegio elettorale, primo responsabile del caos nelle ultime presidenziali, prolunga un anacronismo che tende ad annullare la nozione del voto individuale. Le incognite di un sistema di votazione elettronico non collaudato e privo di prove cartacee potrebbero causare complicazioni irrimediabili. I media non si preoccupano di coltivare la coscienza politica degli Americani. Sebbene non manchino le pubblicazioni serie, le masse sono allergiche alla lettura, e si fidano dei politici che, in compenso del voto, promettono mari e monti. Cresce intanto il malcontento, e circolano voci sorrette da un’incertezza disperante: si teme il tramonto dell’era americana e con esso l’approssimarsi della fine del mondo, addirittura. Alcuni protestano di averne abbastanza: “Enough is enough! E minacciano improbabili rivoluzioni. Vinca chi vince, impareremo a vivere in balia dell’amministrazione e del Congresso di turno, sacrificando quotidianamente all’altare della sicurezza nazionale preziosi brandelli di libertà per sedare i nostri ben fondati timori.

 


 

 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

VI

 

Madison Square Garden, New York. A soli cinque chilometri circa da Ground Zero, perenne dimora dei fantasmi delle Torri Gemelle, gli Elefanti hanno concluso il loro convegno quadriennale con molta pompa e poca sostanza. Il rituale evento è principalmente un’orchestrazione per attivisti patiti (oltre che per pubblico intrattenimento), con recite a soggetto, sermoni per il coro, al motto e insegna di God bless you! God bless America! Vagabonda, spersa fra la folla, erra la verità, quasi derisa dalle movenze a volte epilettiche di taluni mal usi a ritmi essenzialmente popolari. Durante i quattro giorni di spettacolo (che a tratti ho voluto impormi), mi è stato spesso facile distrarmi – bizzarrie della memoria che si snodano anche senza stimoli di caffeina. Mi è capitato di sovvenirmi per associazione di pugili famosi: Joe Louis, Rocky Marciano, Jack La Motta, per citarne alcuni, campioni che, nel quadrato di quella arena, sconfissero mano a mano temibili avversari. La settimana scorsa, a chiusura della recente fantasia repubblicana, George W. (Dubya, per il tifoso), nel "cerchio" costruito nottetempo apposta per lui, si esibiva con tutta serietà in un incontro di shadow (ombra) boxing con avversari inesistenti. Storie da raccontare ai posteri o, accanto al focolare, sbucciando caldarroste, ad un vecchio amico curioso di politica americana.
Si contano i giorni ormai: il due novembre prossimo si saprà se la Casa Bianca ospiterà tosto un nuovo inquilino. Malgrado i recenti sondaggi, post-convegno, che riflettono la volubilità dell’elettorato, qualsiasi previsione è un indovinello: a parte l’azzardo di elezioni truccate, e d’imprevisti globali, tutto dipende da chi deciderà di votare – fra i tanti democratici, repubblicani, indipendenti, verdi, libertari eccetera, la vera maggioranza, mezza America, è sempre apatica e non si reca alle urne. L’altra, piuttosto, un’altra metà è patetica. Solo così si spiega la credulità delle masse. A che pro perdersi in fiumi di parole per fare l’esegesi della menzogna, della falsa promessa, della scaltra prestidigitazione? L’altro giorno ho sentito dire che se la menzogna fosse un evento olimpico, Dubya vincerebbe tutte e tre le medaglie. L’illusione più paradossale vorrebbe far credere che Dubya è l’unica ricetta destinata a salvare la Patria, ed il mondo assieme a Madame Liberty. Il mito nacque per caso l’Undici Settembre: superato lo shock iniziale – sette minuti d’immobilità totale dinanzi ad una scolaresca della Florida, intenta a leggere My Pet Goat (La mia capra prediletta) – trovatosi suo malgrado sulla biga dei Cesari, Dubya si dichiara infine presidente di guerra, e decide di distruggere il terrorismo. Intervistato due settimane fa dalla NBC, in un momento di candore, Bush concede d’esser convinto di non poter vincere. Poi, nel giro di ventiquattro ore, asserisce di "star vincendo": "Vinceremo!" Come sulla portaerei "Lincoln" ebbe a dichiarare "Mission Accomplished!" "Missione Compiuta!" I non più giovani non possono non ricordare slogan che sanno di altro duce, firmato "M". In realtà, fra tutti i ciceroni e legislatori demopubblicani, solo uno può vantarsi di contribuire un… eroe in prima linea. Dubya, imboscato di guerra, ha ferma intenzione di voler proteggere la Patria, e la libertà globale, andando a caccia perenne di moscerini terroristi, per farli processare (a Cuba o in Olanda) o sbarazzarsene, uno la volta, a furia di missili. Nel Panama, ci vollero ventimila truppe per catturare Noriega; per acciuffare Osama Bin Laden, non ne sono bastate duecentomila: anzi, il Numero Uno non si menziona più apertamente. Mentre Bush sostiene che l’America mantiene quel che promette, non posso fare a meno di pensare che i nostri peggiori nemici cominciarono per essere nostri alleati.
La strategia della campagna di Bush, messa a punto dal Texano Carl Rove, noto come il cervello del presidente, abusa emozioni alimentate da fraudolenti sillogismi: sfruttamento del dolore (9/11), comprensibile paranoia per simili tragedie, mal concepito patriottismo, eroismo gratuito e gratificante, pazzesca giustificazione di conflitti (invasioni/liberazioni) dispensabili, machismi fuori moda, esagerati da un’infantile arroganza. Intanto si continua a morire, e si maschera l’entità delle perdite; corre voce che quelle inflitte al nemico non si calcolano addirittura, mentre quelle subite richiamano una macabra barzelletta: "Sul fronte occidentale, duemila leggermente morti, e cinquemila gravemente feriti." Pare che le statistiche per il pubblico consumo annoverino solo i caduti del giorno, senza riflettere i feriti deceduti in appresso (che, nel complesso, sarebbero già diecimila). Fra i sopravvissuti che tornano a casa e sono in grado di lavorare, molti non trovano lavoro. Il posto abbandonato per servire la Patria non esiste più.
Il totale dei disoccupati è di otto milioni; assieme ai sottoccupati, con i loro dipendenti, trentasei milioni in tutto, vivono in povertà; il numero degli sprovvisti d’assicurazione medica è salito a quarantacinque milioni. Molti temono di perdere il proprio lavoro: in Cina la mano d’opera costa poco. In compenso, se così mi si concede di ragionare, ho appena comprato un nuovo computer americano, Made in China, eccellente per i miei bisogni, per poco più di cinquecento dollari, e molto meno, cioè, di quanto pago mensilmente per l’assicurazione medica, senza di che rischierei il fallimento immediato e la morte improvvisa. Dopo mezzo secolo di dibattiti, i nostri legislatori hanno decretato una riforma che favorisce solo l’industria farmaceutica, checché ne dica la nostra benemerita Amministrazione. Bush ce l’ha con gli avvocati, e vorrebbe abolire "processi frivoli (?)" contro l’industria medica, la quale, per negligenza, spedisce annualmente ed anzitempo 98.000 anime al Creatore. Bush vorrebbe abolire anche gli straordinari! La riforma temporanea delle tasse da lui decretata istituisce una versione diabolica dell’Economia Vudù e favorisce i milionari. Bush ne perora la permanenza. Al popolo concede briciole in cambio di pane. Con la tesoreria federale in deficit, si dimezzano i programmi sociali, e la gente povera ne fa le spese. I miliardi extra sprecati finora per l’occupazione/liberazione dell’Iraq sono a carico delle generazioni a venire.
L’oscillazione dei prezzi dell’energia, specie del petrolio, cui siamo condizionati, non fa che indebolire le nostre risorse economiche. Gli insorgenti iracheni, invece di accoglierci da liberatori, con plausi, fiori e bandierine, fanno saltare i loro impianti. E gli alleati sauditi "non fanno che ridere da Riyadh a Zurigo". Ovunque puzzi di petrolio, lì ci si trova a difendere i nostri interessi. Altro che sostituire la dipendenza petrolifera con l’invenzione tecnologica! Detroit non si preoccupa: un pollo in ogni pignatta, ed un SUV in ogni autorimessa (per chi può acquistare a credito, s’intende).
In questi frangenti, non è indispensabile essere libertari radicali e pacifisti per esser convinti dell’assurdità d’un solo voto per Bush, anche se Kerry dovesse non soddisfare le credenziali del candidato ideale. Ralph Nader, tanto per menzionarlo, è libero di fare il megalomane quadriennale, ma ha già sprecato i suoi quindici minuti di fama. Perché preoccuparsi allora della possibile rielezione del presidente? Anzitutto perché l’Ufficio Ovale è la torta più appetitosa del mondo. Poi perché c’è un’oscenità di soldi disposti a barattare l’accesso a chi lo occupa. È sempre un investimento fenomenale! Aggiungi le schiere di fondamentalisti occidentali (che pretendono convertire gli Ebrei, oltre che reintegrare la terra promessa), i proseliti di Koch e Miller, i costituzionalisti accidentali, i capitalisti da strapazzo, gl’imperialisti consumati (e consunti) ed infine la gente onesta e sprovveduta, e si fa presto a minacciare "Four More Years!" Ma non è detta l’ultima parola.

 

                          Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.

 

 


 

 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

 

 

A Boston, Massachusetts, si è concluso la settimana scorsa il congresso del partito democratico con la nomina alla presidenza e vicepresidenza del tandem Kerry/Edwards. Ligia alla tradizione, la festa  è stata orchestrata fino all’ultima sincope, e condotta con consapevole regia, tanto da costringere i media di massa (ed i loro pandit) ad offrire solo copertura parziale. In compenso, quindicimila giornalisti di tutto il mondo si sono riversati sulla capitale, nota per lo storico Boston Tea Party. La versione repubblicana, a fine agosto, adotterà simili accorgimenti. Per le presidenziali, decretate per il due novembre prossimo, si calcola che, tutto sommato, il cambio di guardia o lo status quo alla Casa Bianca verrà a costare, in barba a tutte le presunte riforme, all’incirca un miliardo di dollari. In un modo o nell’altro, la mazzata verrà addebitata al contribuente. Ormai un miliardo in più o in meno non fa impressione a nessuno: il deficit dell’anno fiscale in corso è già salito a 475 miliardi; la guerra in Iraq ne ha sorpassati 200, mentre si continua a morire da tutte le parti. La missione che Bush dichiarò compiuta l’anno scorso pare sia diventata impossibile.

Mi riesce molto triste dilungarmi su certi logori argomenti, specie in periodi di dibattiti elettorali imperniati su incongruenti dicotomie, quali patriottismo e bellicosità, per esempio. Né rincuora ricorrere al genio sarcastico di Mark Twain secondo cui non c’è vista più penosa di quella d’un giovane pessimista, se non l’ottimismo d’un vegliardo. Invero c’è di peggio: l’ignoranza bestiale del popolo pecora. Consola che ognuno, per ragionare, può solo disporre della propria zucca. E ciò non significa pensare per conto proprio. Ciò spiega che, se ci sono ancora dubbi sul risultato delle prossime elezioni, lo si deve alla ciarlataneria che camuffa ogni sembiante di verità.  Trovo particolarmente irritante che i politici parlino a nome di tutti gli Americani (che rappresentiamo tutte le razze del mondo) pur mentre perorano disparate ideologie che deridono il concetto E pluribus unum. Il motto più azzeccato per il popolo americano è “Ognuno per sé e per tutti il Dio di ognuno” (spesso il Dollaro, anche se svalutato). Non a caso adoriamo un sistema economico, spesso spacciato come umanitario, che presuppone la disuguaglianza: anche il capitalismo più compassionevole relega una percentuale di lavoratori alla disoccupazione, alla sottoccupazione e all’indigenza. Capitalismo e democrazia è solo un matrimonio di convenienza, destinato a una lotta perenne e senza quartiere fra capitale e mano d’opera. Per chi deve guadagnarsi il pane col sudore della fronte, le cose stanno male, e possono solo peggiorare con il globalismo che avanza. Mentre infuria la diaspora dei posti di lavoro, solo l’8% dei lavoratori americani milita in sindacati. Si consideri intanto che la Cina, oltre che a far pesar la sua concorrenza commerciale, anche in fatto di consumi (petrolio, materiale edilizio, specie acciaio e cemento) è capace di assorbire oggi tutti i posti di lavoro che il resto del mondo possa esportare. Oggi più che mai gli Americani dovremmo sentire umilmente la necessità di implorare “God help America!” A cominciare dalla presidenza.

Bush o Kerry? La scelta

 


 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

III

 

In previsione d’un’altra insulsa campagna elettorale, offensiva ad intelligenze anche mediocri, mi proponevo, all’inizio di questa serie, di limitarmi ad una analisi logica degli eventi, dal punto di vista di chi non ha nulla da vendere: il titolo, Esercizi in democrazia, era ovviamente da prendersi con un granello di sale. Non contavo comunque di dover esprimere, assieme al mondo intero, vergogna e dolore per lo scempio di Abu Ghraib e, ultima notizia, per la crudeltà inumana di al-Qaeda per la ripugnante decapitazione d’un ultimo innocente, Nicholas Berg. Mi vien voglia di vomitare, e mi rifiuto di credere che anch’io son fatto di simile argilla. C’è solo da concludere che la guerra imbestialisce, senza distinzione di razza, sesso, colore e credo. Per quanto concerne il disgustante trattamento dei detenuti iracheni, il mea culpa, anche se genuino, di presunti responsabili altolocati non esonera nessuno, specie quando, mentendo, si proclama ignoranza. Non c’è verso di sottrarsi al motto di Harry S. Truman, trentatreesimo Comandante Supremo: “The buck stops here.” La responsabilità, “the hot potato” (la patata scottante) si arresta sulla scrivania del presidente. Non ci sono scusanti. Nemmeno per Tony Blair. Non illudiamoci; le cose stanno peggio di quanto si ammette: già da sei mesi la Croce Rossa ne aveva informato le autorità competenti, e lo stesso Rumsfeld non sa come reagire all’epidemia di immagini umilianti che attestano le atrocità di sbirri e carcerieri. Non si tratta soltanto d’una manata di subalterni: è coinvolta la CIA e chissà quante masnade di mercenari che operano al di fuori delle convenzioni di Ginevra. Presto o tardi si saprà tutta la raccapricciante verità, e ci convinceremo che la tortura non si pratica solo in Egitto, Giordano ed Arabia Saudita.

John Dean, a suo tempo consulente legale di Nixon, e primo capro espiatorio di Watergate, sostiene, per esperienza, che è impossibile mantenere segreti quando i crimini sono a conoscenza di più di due persone. La sua recente pubblicazione, Worse than Watergate (New York: Little, Brown & Co., 2004), circolata ampiamente nelle biblioteche della nazione, non sta riscotendo, con sorpresa di nessuno, la dovuta attenzione dei media di massa. Dean esamina dettagliatamente le amministrazioni di Nixon e Bush, per concludere che quest’ultimo è di gran lunga il peggiore, e rischia di essere indiziato, almeno dalla storia. Richard A. Clarke (Against All Enemies, New York: Simon & Schuster, 2004) e Bob Woodward (Plan of Attack, New York: Simon & Schuster, 2004). Nell’ombra di George W. mal si celano le anime nere che controllano i fili dietro le quinte.

Si capisce che, nelle circostanze, la campagna elettorale riscontra appena scarso entusiasmo, evidenziato nella staticità dei sondaggi, quasi a voler significare che, succeda quel che si voglia, le percentuali non cambiano. Fra quelli che si tengono al corrente, l’andamento della guerra rimane preoccupante, e per il dissanguamento quotidiano e per l’incertezza del domani; nessuno bada più alle asserzioni dei bollettini ufficiali e, ancor meno, alle previsioni di legittimi trasferimenti di potere in Iraq. Questa guerra voluta da Bush e Cheney, promossa da Halliburton, e spalleggiata da Blair, per motivi che hanno poco a che fare col terrorismo e con le armi di distruzione di massa, è ormai senza soluzione, a meno che non si voglia accettare la sconfitta e la probabilità d’una guerra intestina fra le fazioni irachene. A farne le spese, circa duecento miliardi di dollari finora, l’ignaro popolo americano, costretto a remunerare anche i mercanti della morte, gli eserciti di mercenari compensati da generali, e a sovvenzionare persino Al-Hurra, organo di diffusione di propaganda americano, originato in Virginia, per gareggiare con Al-Jazeera. Intanto, in America, le scuole pubbliche serrano i battenti per scarsità di fondi.

A farla breve, stando così le cose, anche se Gorge W. non dovesse essere rieletto a novembre, non c’è verso che si possa rimettere in sesto la nazione in meno di vent’anni. Il costo del petrolio continua a salire per una molteplicità di ragioni economiche oltre che politiche, tendenti ad annullare i presunti accordi segreti fra la House of Bush e quella saudita, che dovrebbero far calare il prezzo della benzina in tempo per le elezioni. Se la disoccupazione scema, cede alla sottoccupazione. E molti che lavorano per un salario decente temono l’esodo del proprio posto di lavoro. Il globalismo è stato inventato per lo sfruttamento del lavoratore.

Discorsi da riprendere, ma da posporre adesso, fino a quando non ci saremo abituati alla realtà dell’ultima ignominia. L’uomo è capace di adattarsi  ad ogni eventualità.

 

Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto. Reperibile anche  su www.raffaelesaccomanno.net.

 

 


 

 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

II

 

La volta scorsa, alla vigilia della Strage di Madrid, azzardavo d’essere intimamente convinto che gli eventi, domestici e internazionali (terrorismo, guerre, economia eccetera), avrebbero determinato la vittoria. Alludevo alle presidenziali americane, senza potere immaginare che, in seguito al massacro dell’Undici Marzo, il popolo spagnolo avrebbe deciso d’impartire una gran lezione, subita e spontanea, al governo di José María Aznar, capovolgendo il risultato previsto. In barba a tutti i sondaggi che fino all’ultimo momento pronosticavano, di misura, la riconferma del PP, l’ottanta per cento dell’elettorato accorre alle urne e richiama i socialisti al potere. Come promesso durante la sua campagna elettorale, José Luis Rodríguez Zapatero, Primo Ministro eletto, annunzia il ritiro, entro giugno, del contingente spagnolo in Iraq, a meno che le Nazioni Unite non assumano il comando della coalizione. La reazione delle autorità repubblicane in America è immediata: accusano Zapatero di debolezza nella lotta contro il terrorismo.

È tuttora difficile capire perché Aznar abbia voluto calpestare l’etnia ancestrale ispano-araba ed infischiarsi dell’opinione pubblica quasi unanime (90%!) contro la guerra in Iraq. È tutto un altro discorso, ma bisogna pur riconoscere che la civiltà spagnola risulterebbe dimezzata senza la componente moresca, più e meno dominante per circa otto secoli, dal 711 al 1492, particolarmente nella cosiddetta Spagna islamica. Andalusia deriva infatti da Al-Andalus, Emirato indipendente di Córdoba proclamato, nel 756, da Abderramán I. Nel X secolo, sotto Abderramán III, l’Emirato diventa Califfato, con capitale Córdoba, allora la metropoli più importante del mondo: contava mezzo milione di abitanti, e possedeva una favolosa biblioteca di 400.000 volumi. All’epoca, l’attuale Madrid era un paesello insignificante che gli Arabi chiamavano Majerit. Anche nel Texas avranno sentito parlare di Siviglia, l’ottava meraviglia, e della leggendaria Granada, la cui resa ai re di Castiglia segna la fine della Riconquista. Andrebbe menzionato che, nel l990, l’erudito accademico spagnolo Antonio Gala, di Córdoba, noto poeta e drammaturgo, rivendica il proprio patrimonio musulmano pubblicando El manuscrito carmesí (Il manoscritto cremisino), Barcelona: Edición Planeta, tercera ed., 1996, 615), premiato romanzo storico, in cui l’autore si fa portavoce di Boabdil, ultimo re moro, che abbandona la Alhambra per recarsi in esilio nel Marocco.

Al primo anniversario dell’invasione in Iraq, fra sparute dimostrazioni anti-guerra, e dissensi in seno alla coalizione, secondo gli ultimi sondaggi, le preferenze dell’elettorato americano riflettono tuttavia un pareggio statistico (Bush: 46 e Kerry: 49) che non può non lasciare perplessi. Va comunque tenuto conto che le statistiche non includono individui che non credono più a niente e che non hanno intenzione di votare.  Similmente, le statistiche che riguardano i disoccupati non includono quelli che hanno smesso di cercare inutilmente lavoro. Non si sa quanto sangue deve ancora scorrere, quante lagrime bisogna versare prima che si ritrovi il buon senso. Se dovessi proporre una panoramica personale, dovrei premettere che si tratta d’una matassa difficile da sbrogliare: ogni giorno emergono nuovi indizi, accuse, imbrogli, sotterfugi, protezioni  e atrocità d’ogni sorta, raramente digeriti da un elettorato orbo e/o apatico,  sprovveduto o fanatico e comunque prono a sprecare voti. In America, presunto ultimo custode della democrazia, la metà degli elettori non vota. Sarà per questo che spesso e volentieri votano più volte i dementi e i deceduti. Non si esclude oggi la probabilità che la bravura d’un hacker spericolato possa decidere l’elezione del prossimo Commander-in-Chief: onde evitare un’altra Florida 2000, nel novembre 2004, per la prima volta, si voterà ovunque con aggeggi elettronici, ancora da collaudare, che costano un occhio e che, in deferenza al risparmio, non dispongono di copie cartacee e sono quindi un invito alla truffa. Malgrado la retorica stagionale intesa ad offuscare la verità, e malgrado le inchieste parlamentari che dovrebbero scovarla – timorosa beccaccia palpitante nel fossato – i problemi che gravano oggi non sono da risolvere a breve scadenza, checché ne dicano i papabili di turno o i media che fanno di tutto per confondere le masse. Si sta facendo strada un azzeccato neologismo: infoganda ossia propaganda mascherata di informazioni.

Di Bush se ne sapeva già abbastanza, anche prima della pubblicazione di American Dynasty (Kevin Phillips), di Against All Enemies (Richard A. Clarke), esperto antiterrorista da Reagan a Bush W., e, più recentemente, di Worse than Watergate , del capro espiatorio di Nixon, John Dean, il quale ritiene Bush indiziabile per aver provocato una guerra non necessaria. Diventa probabile che l’epidermide al teflon della presente amministrazione finisca per perdere la sua incolumità. Bush W. mente al popolo ed al mondo e possibilmente anche a se stesso. Rimane ampiamente documentato che la House of Bush specula da un secolo in operazioni finanziarie, acciaio, avventure militari, commerci internazionali clandestini, persino durante periodi d’ostilità, abbinando all’occasione esplorazioni petrolifere e spionaggio. Si accusa specificamente Bush W. di aver voluto la guerra contro Saddam, oltre che per il petrolio, soprattutto per ripicchio, per feudo personale, per punirlo di aver tentato di assassinare “Daddy”, nel ’93, e di trascurare al tempo la lotta contro il terrorismo, ormai ritenuto capace di operare anche senza un Bin Laden o un Al-Zawahiri. Va riconosciuto che gli intrallazzi continuano a favore della solita cricca Halliburton, Bechtel eccetera, gestori di contratti già proficui anche prima di essere truccati, ed addebitati al pubblico tesoro.

Di Kerry si sa ben poco di preciso: tenente di marina, reduce decorato del Vietnam, poi sorvegliato dal regime Nixon per attivismo anti-bellico. Sposa in seconde nozze la vedova del senatore Heinz, ereditiera della fortuna omonima. Politico liberale da trentacinque anni, non si è particolarmente distinto, neanche quando, con Clinton al timone, il partito democratico dominava l’intero Congress. Kerry promette miracoli: la creazione di dieci milioni di posti di lavoro in quattro anni; benzina a prezzi decenti (campa cavallo!); assicurazione sanitaria universale, irrealizzabile da cinquantasei anni: fu proposta da Truman, nel 1948, pressappoco all’epoca dei primi campi di concentramento in Palestina. Kerry riconosce l’impellente necessità di restaurare una politica estera sensata, ma non vedo proprio come possa sognarsela senza rivedere quella sionista: in seno alle Nazioni Unite, l’ambasciatore Negroponte continua ad usare il veto per spalleggiare Ariel Sharon, ultimamente per l’assassinio, all’uscita d’una moschea, dello sceicco Yassin, paraplegico, fondatore di HAMAS.

Con la Bibbia in mano, gli evangelici americani contano di votare in massa per Bush, e per accelerare il ritorno di Cristo ad un Israele integro, come vuole la profezia, per dal luogo all’eliminazione di tutti gli infedeli, giudei non convertiti al cristianesimo, cattolici e musulmani. Se non è una diceria, parrebbe che nel Texas si stia cercando di modificare geneticamente razze bovine per anticipare la nascita della vacca rossa, un presunto sine qua non alla battaglia di Armagedon. Non c’è modo di prevedere il voto dei tentennanti cronici in circostanze caratterizzate dalla disoccupazione e sottoccupazione, dall’economia vudù, da guerre senza pace in vista, da patriottismi confusi, dal terrorismo spietato, da tattiche antiterroristiche che erodono la privacy ed i diritti d’un popolo presumibilmente libero, da moltitudini costrette a scegliere fra alimenti e medicine, mentre si dibatte la costituzionalità della frase comune “under God” (nel giuramento di fedeltà alla bandiera), ma non quella di in god we trust sul rovescio di dollari spesi ed addebitati sul conto di generazioni a venire.

Per quanto riguarda la solvenza, Bush ha appena aperto i suoi forzieri per il primo attacco pubblicitario. Dispone, fino al momento, di 170 milioni di dollari. Kerry, che racimola mentre spende, ne ha raggiunti cinquanta. I repubblicani cercano persino di boicottare i prodotti Heinz, ma l’Americano qualunque non pare sia disposto a rovinarsi la dieta nazionale a base di ketch up, marmellata e French fries (che nulla hanno a che fare con la Francia). E, come notava un amico turista in un supermercato locale, l’Americano meno qualunque non sembra patriottico abbastanza per privarsi di vini e formaggi doc, sol perché Chirac non vuol saperne di coalizioni.

 

(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.

 


FRA LEGGENDA E DICERÌE

 

L’università privata di Yale (1701), sita in New Haven (Connecticut), è cronologicamente la seconda fra le otto prestigiose istituzioni del NE statunitense che formano la cosiddetta Ivy League (Lega d’Edera). La denotazione risale all’epoca in cui l’edera già copriva le strutture di detti istituti, prestando loro, se si permette l’associazione, una patina di tempo. Fu fondata da dissidenti di Harvard (1636), Cambridge, Massachusetts, cui premeva garantire l’ortodossia e gli interessi della religione protestante, in un momento in cui, a Boston, un gran numero di pastori anglicani andava riconoscendo chiese presbiteriane. Si voleva garantire la propagazione della verità per generazioni a venire, asserendo che le leggi divine e quelle accademiche erano identiche. Per ragioni simili, dissidenti di Yale fondarono, nel 1746, l’Università di Princeton, in Princeton, New Jersey.
Nota dapprima come Collegiate School of Connecticut, Yale prende il nome d’uno dei suoi mecenati: Elihu Yale, governatore di Madras, Indie Orientali, gerente della East India Company, e sepolto a Wrexham, Galles. Dirigenti e facoltà tosto assunsero pieno controllo di Yale, assicurando una stretta devozione al dogma, e prestando un giuramento di fedeltà ecclesiastica. Nel periodo 1732-1739, il 46% del corpo studentesco faceva parte del clero. Nel 1747, si eresse la prima chiesa in un campus universitario. Vi regnava una rigida disciplina: “Ogni studente deve considerare che lo scopo principale dei propri studi è di riconoscere Dio in Gesù Cristo, e di vivere una sobria vita cristiana.” Sin dall’inizio, Yale attraeva in prevalenza studenti di razza ariana, di famiglie facoltose e conservatrici, e dominanti in politica, giurisprudenza, finanza, stampa ed affari in generale. Lungi da criteri accademici, gli studenti erano classificati secondo la posizione sociale di ciascun individuo. La lingua parlata, anche nelle ore libere, era il latino. Con gli anni, sorsero e si moltiplicarono le fratellanze accademiche, all’insegna di lettere greche. Agli albori del 1800, assieme ad esse sorsero sotto l’edera svariate società segrete fra cui, la più importante, e misteriosa (ma non troppo!), rimane Skulls and Bones (Teschio ed Ossa), il cui emblema è appunto un teschio soprastante tibie incrociate ed il numero 322. [Vedasi Secrets of the Tomb (Secreti della tomba), di Alexandra Robbins, (Boston: Little, Brown & Company, 2002). In antecedenza, le informazioni sul soggetto erano piuttosto scarse, e diffuse per sentito dire. Robbins, laureata presso l”Università di Yale, appartiene lei stessa ad una società segreta.]
Skulls and Bones (S&B, per brevità) risale al 1832. Fu fondata da William H. Russell, rampollo d’opulenta famiglia, membro della Phi Beta Kappa e degli Illuminati, e futuro generale della Guardia Nazionale del Connecticut. Nel 1830, Russell si era recato in Germania per ragioni di studio, ed era stato costà in contatto con la società omonima originaria. Il numero 322, di cui sopra, sta ad indicare l’anno di fondazione della S&B in America – 32 – più il numero di capitolo – 2 – della stessa. Più tardi, per ragioni pseudo-misteriose, membri della società identificheranno il 322 con la morte di Demostene nel 322 a.C., e adotteranno la data come simbolo di commiato epistolare: Yours (Suo/Tuo) in 322 o Yours in Bones. Nel 1967, vi fu persino una donazione anonima di 322.000 dollari a favore della società. La S&B non ha mai avuto problemi di solvenza. Fra le donazioni risulta Deer Island (Isola dei Cervi), quaranta acri inaccessibili al pubblico, sul St. Lawrence River, fra Usa e Canada. Si tratterebbe d’un luogo di vacanza, per soli membri, fornito di residenze, marina, anfiteatro ed attrezzature sportive, nonché (si bisbiglia) di dolce compagnia. Le mance sono proibite, “perché il personale di servizio è ben retribuito”.
Il domicilio ufficiale della S&B è una “tomba” provvista di eliporto, all’università. I papabili, quindici in tutto, annualmente, osservati e valutati durante il primo biennio, si prescelgono molto cerimoniosamente durante il terzo anno, con voto unanime. Fra i riti, risalta un periodo di purificazione, per mondarsi dall’umana barbarie, prima dell’iniziazione. Nella Tomba, i candidati si confessano pubblicamente davanti ad un’immagine nuda di Connubial Bliss (Felicità Coniugale), termine usato anche come eufemismo per la donna in generale. I candidati raccontano o inventano le loro conquiste, per poi stendersi in una bara e masturbarsi. L’ora S&B è sempre in anticipo di cinque minuti. In sede sono vietate le bevande alcoliche. Nutriti di spirito goliardico, i neofiti si ribattezzano con un nome a scelta, spesso bizzarro o puerile. Appare persino un Machiavelli. Tenuti a distinguersi in imprese fuori del comune, i neofiti praticano il crooking (fregare), che straripa a volte in rapine di cimiteri. La Tomba della società conterrebbe fra l’altro il teschio del presidente Martin Van Buren, anche lui membro della S&B, quello di Pancho Villa, “commissionato” ad un militare messicano per 25.000 dollari, ed una pietra rimossa dalla tomba di Elihu Yale, a Wrexham. I Gallesi avrebbero minacciato d’involare per vendetta la torcia della Statua della Libertà.
Le fonti aperte e tangibili sono scarse, e bisogna attenersi ad indiscrezioni ed aneddoti, spesso di levatura umoristica, che non fanno che stuzzicare la fantasia. Robbins, comunque, non esita ad insistere sul ruolo di prominenza dei Bush e della Cia in seno alla S&B ed in America. Prescott Bush, senatore, padre e nonno dei presidenti, e capostipite della dinastia di famiglia, avrebbe prelevato, nel 1918, il teschio di Geronimo, capo degli Apache, sepolto a Fort Sill, Oklahoma. Fra gli altri cimeli della tomba, uno porta la scritta “crooked by George Bush, 1948” (ribattezzato Magog o Stallone). Secrets of the Tomb fa la rassegna della carriera pubblica e privata di questi, da eroe-pilota nella seconda guerra mondiale, da ambasciatore in Cina, da direttore della Cia, e della propria compagnia petrolifera Zapata, che lo arricchì assieme ai soci. Un amico ebbe ad investire 40.000 dollari, che gli fruttarono 300 volte tanto. Naturalmente non mancano le allusioni agli scandali di famiglia, come il collasso della Silverado Savings & Loan, nel Colorado, sotto la direzione di Neil, fratello di W., provocato da un prestito di 132 milioni ai soci della propria JNB Explorer
Il ritratto di Geroge W. che si ricava dalle pagine dei Secrets of the Tomb non è gratificante. In onore alla clausola d’omertà imposta dalla S&B, l’attuale presidente ne nega, quando può, persino l’esistenza, malgrado si racconti che W. trascorse tre giorni fra New York e New Jersey, in cerca di qualcuno che gli praticasse un tatuaggio dell’emblema della società. Si sa che, come membro della S&B, George W., da allora a corto d’idee, optò per Temporary, nome che gli fu poi affibbiato definitivamente. Si racconta altresì che George W. soleva spesso andare in giro felicemente ubriaco: lo si ricorda, all’alba d’un mattino, in elegante abito a tre pezzi, cantando a squarciagola, mentre aiutava i netturbini a svuotare i recipienti delle immondizie. Alla direzione del suo Arbusto, W. petroliere non ebbe fortuna e sperperò i quattrini degli amici. Ma si rifecero tutti con la compravendita d’una squadra di baseball. In merito ultime presidenziali, Robbins sottolinea che Geroge W. rifiutò fondi federali per non rivelare l’entità dei suoi sostenitori, e che, come san tutti, i risultati delle elezioni furono decisi dalla Corte Suprema e non dal popolo. Una figlia di W. è anch’essa neofita della S&B.
La politica americana è popolata di fantasmi della S&B. Robbins li trova dappertutto, nella Casa Bianca come nel Congress, e nelle file della Cia per il mondo. Li ritrova al comando della S-I, sigla codificata per intendere la bomba atomica; li ritiene responsabili del fiasco della Baia dei Porci, e dell’assassinio di Allende e Guevara, come di quello mancato di Castro. Lo zampino della S&B nella Cia entra di traverso nel conflitto vietnamita, come negli assassini di JFK e di Martin Luther King, Jr., e nel disastro di Watergate. L’orientamento della S&B odierna continua ad essere elitario, d’estrema destra: storicamente pro schiavitù, antiminoranze (le donne furono ammesse nel 1991), razzista ed occultamente antisemitico. Oggi si continua a parlare d’una intangibile Commissione Trilaterale, mirante al controllo dei media di massa e ad un governo mondiale plutocratico. Durante la campagna elettorale del 1992, Pat Buchanan accusò Bush padre di gestire una presidenza S&B. Nel 2000, Bush, Chaney and Lieberman erano (e sono!) legati alla S&B. Ed è possibile che nel 2004, Bush e Kerry (senatore del Massachusetts), ambo membri della S&B, si disputeranno la posta presidenziale. Gatto ci cova. È difficile vederci chiaro: c’è troppo fumo! Ma se l’olfatto non m’inganna, fiuto molto arrosto in cottura. Il che mi riporta per associazione al verso del Gozzano:

 

O papera, mia candida sorella!

tu insegni che la Morte non esiste:

solo si muore da che s’è pensato.

 

Ma tu non pensi.  La tua sorte è bella!

Che l’esser cucinato non è triste,

triste è il pensar d’esser cucinato.

 

Da: La differenza

 

(Appare in Canada su Il Congresso ed in Italia su La Voce del Savuto)

 


 

 

ESERCIZI IN DEMOCRAZIA

 

 

In America, ormai sinonimo abusivo di Stati Uniti, negli anni bisestili si rinnovano le elezioni presidenziali ed ogni giorno vale un pesce d’aprile. Le circostanze invogliano a fare discorsi semiseri, specie quando ci si accosta ad argomenti esplosivi a base di politica, religione e sessualità o, piuttosto, omosessualità. “Con la repubblica si fanno miracoli,” soleva dire don Ninno, a suo tempo mio monarchico precettore di terza elementare. Scommetto che di questi tempi, al bar, avrebbe preferito centellinare in silenzio l’espresso che preferiva: “Forte, lungo, e doppio zucchero.” Ai media di massa non dispiace sguazzare nello scandalo, in modo particolare quando coinvolge istituti religiosi. Fa ancora scalpore la consacrazione del vescovo anglicano, apertamente omosessuale, di Concord, New Hampshire; e batte tuttora banco la vergognosa e criminale pedofilia di centinaia di prelati cattolici, da una costa all’altra.
Al tempo oserei azzardare che la psiche americana è geneticamente predisposta a coltivare etiche puritane fino al midollo. Altrimenti non si farebbe tanto baccano per una banale sconciatura da vaudeville come l’esibizione del seno destro di Janet Jackson (sorella di Michael), alla fine di un numero d’intermezzo del Superbowl. Cosa dire, allora, della coreografia erotica delle frenetiche danze moderne? Mi sorge il dubbio che, in clima di elezioni, si voglia passare tutto al setaccio: tutto fa brodo. Persino la Primavera di Botticelli è stata sottoposta a censura: è apparsa in televisione coi seni bloccati da un rettangolo nero. Vorrei sperare si fosse trattato d’una protesta ironica ma, per esperienza personale, non potrei garantirlo: una scuola materna di Bakersfield, California, ebbe a rifiutarmi un dono in memoria del mio pargoletto, recente vittima d’un tumore al cervello. Opera di de Santiago, in bronzo, la fonte, che adorna oggi il giardino di casa, consiste d’un fanciullo che, con una verga, fa scaturire un zampillo fra le rocce. Le autorità scolastiche si aspettavano una scultura decente, almeno in brache da cowboy. In altra occasione, in seno alla Dante Alighieri della medesima città, svariati soci stracciarono la copertina d’una rubrica dell’associazione per protestarne l’immoralità – riportava, col nullaosta del presidente – una signora troppo emancipata e liberale – la spudorata immagine del Davide di Michelangelo. Oggi è di moda il same sex marriage. Perché proprio adesso? Bush W., ormai gran pastore dell’estrema destra, minaccia di emendare la Costituzione per boicottare (invece che sanzionare) i diritti del cittadino, per preservare, asserisce, la “santità del matrimonio tradizionale.” L’argomento è scabroso perché estremamente soggettivo: troppe sono le reazioni ad uno rito che è al tempo emotivo, religioso, politico, sociale, tradizionale nonché umano anzitutto.
Stando al mio vicino di casa, il matrimonio è un errore da commettersi una sola volta, con certificato munito di doppia cedola di dissoluzione, per eventuali divorzi, da ratificare senza interventi di avvocati, e con garanzia di comune ed inalienabile responsabilità dei genitori verso la prole. “Chi sbaglia moglie” – avrebbe detto Socrate – “diventa filosofo.” O, aggiungo, legislatore. Nell’ambito della propria congregazione, e davanti al proprio Dio, si sposi ognuno con chi vuole, col rito che preferisce, schiacciando calici, o saltando scope, come Kunta Kinte. Al municipio, è lecito a tutti eludere (stavo per dire evadere!) tasse e reclamare quei diritti che, in fondo, sono spesso la causa di tanta voglia epidemica di “metter su famiglia” in un’epoca caratterizzata dalla convivenza, dalla sterilità programmata, e dalla reticenza alla prolificazione. A scopo passatempo (ed uso… consentito), suggerirei a chiunque non abbia niente di meglio da fare di analizzare i pregiudizi delle opinioni personali e l’intero bagaglio delle proprie convenzioni ataviche e tribali. Ma è difficile sbarazzarsi dei propri preconcetti e riconoscere che, secondo statistiche scientifiche, globalmente, l’8% della popolazione maschile, come il 5% di quella femminile, è omosessuale. Molto più facile convincersi che Dio e Natura possano sbagliarsi consistentemente tredici volte su cento.
Benché ancora da concludersi, le primarie del partito democratico si sono praticamente risolte anzitempo (con ventun vittorie su venticinque) a favore del senatore John Kerry, del Massachusetts. Il che vuol dire che, come ipotizzato un anno fa, due membri della società segreta Skull and Bones, Bush e Kerry, si contenderanno la posta. È un tasto che nessuno vuol toccare, meno di tutti i media di massa, che ormai costituiscono il cartel o monopolio della notizia. Un terzo candidato si è ultimamente messo in lizza: l’indipendente Ralph Nader, populista, che aspira soltanto, come la volta scorsa, a fare l’onesto rompiscatole. Se gli si permetterà di partecipare ai dibattiti – cosa che dubito – costringerà Bush e Kerry a discutere temi rilevanti. Fino ad oggi c’è stata solo una  sorpresa: la resa imprevista del favorito Howard Dean. Si prevedeva invece che John Edwards dovesse arrendersi per mancanza di fondi più che di voti. La candidatura di Sharpton e di Kucinich persiste solo come ego trip (escursione) ossia per pura vanità. Le loro sono nondimeno le voci più autentiche. Esprimersi onestamente in merito all’Israele equivale in America, ho scritto più volte, a suicidio politico; un recente dibattito fra Democratici lo riflette: richiesti di scegliere fra “muro” o “recinto” per definire l’assedio ai Palestinesi imposto dal regime di Ariel Sharon, tutti hanno optato per il secondo, meno Kucinich, che ha francamente specificato: “Se eretto in Israele, è un recinto; se eretto in Cisgiordania, è un muro.” Kucinich non ha nulla da perdere.
Si profila una spietata campagna per la presidenza, ed ogni pronostico di risultato rischia di sbagliare una volta su due. Sono intimamente convinto che, più che i candidati, saranno gli eventi, domestici e internazionali (da trattare nel prossimo numero), a determinare la vittoria. Personalmente, in onore ad una illusione di democrazia, preferirò come sempre votare per il  candidato meno pericoloso. A chi vuol acquisire una consapevolezza del ruolo della House of Bush in America e nel mondo, posso raccomandare entusiasticamente American Dynasty, Aristocracy, Fortune and Politics of Deceit in the House of Bush di Kevin Phillips (New York, London, Toronto, New Dehli, Johannesburg etc.: Penguin Books, 2004). Già prima di leggerlo, sulla base di una intervista dell’autore, teletrasmessa, mi ero ripromesso di recensire il volume: 397 pagine fitte di caratteri ammazza vista, nonché di acute e vagliate analisi, senza zavorra. Ma ho cambiato parere. Per il momento dirò soltanto che trattasi di un lavoro eccezionalmente informativo, documentato e deprimente. Sotto il monocolo di Kevin Phillips, i prospetti dell’umana condizione appaiono piuttosto tenebrosi. Siamo tutti a bordo d’un Titanic; o, se mi si perdona l’associazione, di Nave senza nocchiero in gran tempesta.

(Segue)

 

(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.

 


 

 

COS’È IL TEMPO?

 

 

Come suggerisce il corsivo, trattasi d’un libro. È il titolo del quinto volume di poesia di recente pubblicato da Carlo Toselli (West Vancouver, B.C.: Le Grazie, 2003). Si ispira ad un brano di Sant’Agostino (Confessioni, XI, 14) riportato all’inizio della raccolta, riproponendo il medesimo enigma: il tempo è qualcosa di risaputo e di inspiegabile. Sempre motivo centrale della tematica lirica del Toselli, anche quando non è esplicitamente l’argomento dominante, il tempo costituisce in effetti la tela del pittore o il foglio di vento del poeta. L’opus, trilingue, consiste di 165 liriche distribuite, più per associazione che per altro, in cinque sezioni, una per ogni stagione, più l’ultima, “Out of Season”, in cui il tempo funge da denominatore comune. Proteiforme com’è, mi fa comodo condensarlo in un corollario ad ampio respiro: il tempo, o la nozione di esso, è la percezione intima del mutevole istante che si eterna, e diventa appunto timeless. E non importa che si tratti di momento cronologico, psicologico o onirico, statico o fuggente, concreto o astratto, reale surreale effimero nostalgico o cos’altro torni a mente.
Va detto anzitutto che il poeta supera se stesso, e che  la perfezione, si sa, non abbonda di sinonimi. Poco è cambiato dalle previe raccolte: la tiratura è di 260 copie, di cui cinquanta in edizione di lusso, e dieci destinate ad una rilegatura speciale, in pelle. Come e più del solito, la veste editoriale riflette il gusto ineccepibile del consumato cultore del bello. Vale la pena di ribadire che la lirica del Toselli, sempre sommo alchimista di sinestesie, è tuttavia caratterizzata dal metro breve, dal verso libero, levigato, castigato; punteggiatura inesistente, semplicità inimitabile, struttura minimalista, lessico incisivo, scarsi e voluti i preziosismi. Il mondo poetico si estende e sconfina entro il raggio d’una passeggiata: casa e giardino, bosco attiguo o mare, che è a tiro di sasso, in una comunione spontanea che sa di vita e di fiaba. Il cielo ristà di solito in cima alla scala a pioli in disuso da un pezzo, e la luna cala talvolta a lunghezza d’uncino. Dalla prima scorsa, ci si ritrova in ambiente decisamente familiare, d’un Toselli doc, discernibile ’a ciente passe, come, in pieno maggio, la fragranza inebriante di certe rose partenopee. Ma tosto ci si accorge, più per intuito che non per analisi, che il Toselli ha in qualche modo rarefatto, magari all’insaputa, la propria essenzialità: poetando, il poeta si è trasmutato in poesia. Tanta è l’immedesimazione con la natura che lo circonda, con l’universo che registra, la fratellanza francescana palpitante per il creato, l’accettazione dell’inevitabile, tutto un insieme che propizia la serenità, primogenita della saggezza. Il suo umorismo è benigno, sottile l’ironia, rara ed eccezionale la battuta (Il pessimista / è un ottimista / meglio informato) (154), frequente il verso con chiusa a sorpresa (158), persino per il poeta, a volte. L’aficionado del Toselli può aspettarsi una tematica sempre opulenta, doviziosa d’immagini, evanescenze, sensazioni, osservazioni, riflessioni, di tutto un mondo, reitero, di cose forse più volte riviste e mai prima notate.
Superfluo sottolineare che, con Cos’è il tempo?, il poeta non intende divulgare un trattato scientifico. Il quesito, retorico, è l’invito ad una mostra privata, intesa a celebrare quanto il poeta ambisce esibire. Non è abbastanza coltivare il nostro giardino; bisogna proteggerlo: cura le aiuole dietro il cancello, ma dove a nessuno / è dato vedere / coltivaci rose / papaveri viole / mughetti pudichi // del pari difendi / dal mondo curioso / i fiori segreti / dell’anima tua (125) È un’allusione più unica che rara. Che si sappia, Toselli non ha molti segreti. A lui piace condividere le piccole gioie: un verso scritto di getto, una visita amica, uno spruzzo di pioggia notturna sui fiori assetati. La percezione del momento, essenziale all’avvenimento da cristallizzare, si manifesta sin dall’inizio in circostanze impensate: nel vaso, sull’unico stelo, tre rose, tre voglie // di tutto / di niente / di poco (11) domani saranno appassite; l’ippocastano rinasce ogni anno, ma crescon zelanti / gli anelli del tronco / discreti non visti / sventando l’inganno / che ’l tempo non passi (13) Astratto concetto il presente è il ponte che separa ieri e domani, mentre l’uomo affronta la vita / avverte la morte / e muore sperando (179).
Qualsiasi momento di ogni stagione è per la musa un pretesto ideale per scrivere versi, da riportare intatti e senza adulterazione. Tulipani precoci vestiti a seconda / di porpora e giallo / di rosa peonia / di morbido bianco / di rosso od arancio / di viola notturno (8)  … si drizzano fieri / nel cielo di marzo / color zafferano / solcato in silenzio / da nuvole ed ali (15) In aprile, il vento che rade / e pettina il bosco / allieta l’andare / sugli aghi di pino / nel salso del mare / che brevi rilancia / barbagli di mica (22) Se maggio è di turno, scampana il giallo in giardino: racemi di cìtiso, papaveri gialli e ranuncoli d’oro nell’oro del sole; unico contrasto: il limpido azzurro delle miosotidi (“al secolo”, nontiscordardimé). La pioggia, sempre di casa a Vancouver, evoca versi stupendi: S’alternano scrosci / siccome frammenti / di tempo nel tempo (24). Sul parabrezza, il tergicristallo cancella, assieme alle gocce, foglie e petali siccome sereni ricordi / di giorni passati (17) Una sera di agosto, ritroviamo il poeta in ascolto: Abbassa la luce / ti prego – mi garba / udire la pioggia (38) Nella lontananza, senza tamerici, la pioggia è rumore di nulla, di pace: le gocciole chete / le gocciole sparse / si fanno più fitte / ricadono oblique / e rigano i vetri / sonore secondo / cadenze diverse // e piove nel buio / sui rovi spinosi / sui frùtici spogli / sull’anima nuda (46) Se in autunno piove senza tregua, son gocce diritte / son frecce di sghembo / monotone fisse (71) … il nero d’un corvo / nel grigio uniforme / d’un giorno di pioggia // è solo l’autunno / che annuncia l’inverno (93) E la neve.
Poco spazio e troppa scelta. Serva il frammento o il riassunto da scorciatoia per invogliare letture integrali: oh! luna impudica / vestita / soltanto di luce / nel tremulo raso / del cielo trapunto / di fulgidi spilli (33) … e squilla la luna / nel buio profondo / sul canto in sordina / dei grilli dispersi // … // la limpida notte / mi dice parole / di puro silenzio / intanto che gira / la ruota del tempo (60) D’estate pare la vita rallenti: Indugiano i giorni / in lunghi meriggi / in vesperi lenti (42) propizi agli incontri fortuiti nell’ora dorata o stordita o violetta: oggi un pettirosso o un colibrì, domani una lucciola o ragno in agguato di piccole prede, e l’indomani farfalle e ghiandaie. Nell’alba tranquilla / dell’ultima estate / non bava di vento / … // un’ala soltanto / di rondine nunzia / del giorno s’è mossa / fugando l’inganno / che l’ora non muti (67) Al sole del mattino, il poeta si sente più giovane e si vede più vecchio. Col favore dell’ombra, lo specchio è meno crudele.
V’è interazione costante fra poeta e natura. Il vento soffia e bisbiglia promesse e ricordi; e andandosene crea vuoti, assenze. La stagione autunnale è anche l’autunno della vita, e novembre riflette la lenta agonia / dell’ultime foglie (85) Come le nuvole (lievi, scure, vane, rade, fitte), metafore sono / degli animi nostri / che mutano ad ogni / variare d’umore (102) Febbraio, marzaiolo, è capace di tutti gli estremi nel giro d’un’ora: si destan gli uccelli / dal sonno profondo / avvolto nell’ali // E parvemi bello / l’ozioso mattino / d’inverno più ch’altri / n’avessi mai visti (106) Al tramonto, un altro variare d’umore: Astratto chiarore / pensieri incolori / parole sbiadite / e piccole morti / di piccole cose // e fuga del tempo / tra polvere e stelle (107)  L’indomani: Oziosi brandelli / di pallide nubi /  e un pallido abbozzo / di sole invernale // … // un senso mi dava / di strana tristezza // nell’ora di noia (110) Se squilla il telefono e porta una buona notizia, continua la neve a cadere, ma pare diversa.
L’identificazione col gatto di strada, ed il monologo che l’accompagna, annunzia già le poesie Out of Season che, in verità, sono versi per qualsiasi stagione: si fa a meno d’un riferimento specifico al ciclo annuale, ma si richiama, ad esempio,  l’effimera grazia / del fior che sfiorisce, nel breve respiro / dell’ora che fugge (126) L’azzurro delle iridi diventa emblematico della stabilità. Gli affetti familiari sono perenni, e non ci sorprende rivedere la piccola Chiara che compie dieci anni; la si immagina a venti, ma si preferisce ricordarla come ombra di danza inseguita dal vento. Il sole meridiano sbianca la rosa per ritingerla al tramonto. Il poeta osserva il sole mutarsi da limone in arancio, stelle filanti cadere, pioggia scrosciare, gente sparire, ed il mondo girare ugualmente: invero fin troppo / il tempo trascorre / costante e uniforme (174) Recisa dal tempo, … la rosa …// … splendette / intrisa di luce / colore e profumo / nell’ombra silente / dei libri stupiti (156) Fra le eccezioni, l’impatto d’un terremoto, come altrove, quello di posta… all’antrace. Ed infine un consiglio arduo a seguire, “ama ciò che hai,” ci ricorda un ancestrale adagio siriano: “Non sposare la donna che ami; ama la donna che sposi.”
La giostra s’arresta, solo per riprendere: certuni continuano la corsa, altri salgono o scendono, contenti o spiaciuti / che sia finita / per loro la corsa / concessa dal tempo (189) Frattanto Toselli ritenta la sua magica lira: in corso, Il bosco dei tamarindi.

 

 

Cos’è il tempo  è reperibile presso Le Grazie, 3050 Rosebery Avenue, West Vancouver, B.C., V7V 3A9, Canada, telefono 604-926-7048.  Volumi precedenti: Lo specchio di peltro, La fanciulla di terracotta, Fra due giardini, Immobile correndo

 


 

 

 

LA MARATONA PER LA CASA BIANCA

 

A metà febbraio, le preliminari per la candidatura Democratica presidenziale si approssimano alla decisione: fra i candidati, Moseley Braun si è arresa in partenza, e Lieberman e Gephardt si sono arresi dopo la prima tappa; Kucinich e Sharpton, i più spontanei, sono ancora nella mischia, ma senza speranza e, salvo miracoli, Dean, e Clark dovranno presto riconoscere che spetterà a Kerry cercare di disarcionare Bush.  Edwards dice di voler lottare, ma Kerry ha già riportato dodici vittorie in quattordici prove.
La giostra continua, ed ognuno ripete quello che la gente vuole sentire. Non vale la pena di farne un riassunto: prima del 2 novembre passerà molta acqua sotto il ponte. Preferisco raccontare, raccorciandola, la mia versione d’una storiella che circola per posta elettronica: il presidente Bush sogna di esser morto e, da buon cristiano rinato, bussa alle porte del Paradiso. Gli apre San Pietro: “Hello, dude! Come in! Ma se vuoi la cittadinanza, devi prima visitare l’inferno e quindi decidere dove passare l’eternità.” Poi Bush fa un breve giro del Paradiso, che trova incantevole, malgrado non vi conosca nessuno. L’indomani prende l’ascensore per l’inferno e, con sua somma meraviglia, scopre che lì si sta divinamente. Vi riconosce un sacco di amici, per lo più politici, finanzieri ed evangelisti, molti ancora in vita nel Texas, intenti a bere, maialare e adivertirsi. Bush si sente a suo agio e vi rimane un’intera settimana; poi riprende l’ascensore per avvertire San Pietro della sua decisione, quindi torna “a su casa”. Questa volta, però, trova l’inferno peggio di quanto avesse mai potuto immaginare o sentito dire. Solo la gente è la stessa, ma irriconoscibile quasi, per le orribili pene, grida e lamenti che manco Dantee, cantautore napoletano, avrebbe saputo descrivere. Da commander in chief, sicuro che ci deve essere un errore, Dubya chiede di parlare con Lucifero, il quale scoppia in una risata satanica: “Ci sei cascato! Anche l’inferno è bello durante la campagna elettorale. Ma ormai hai già votato.”

Tutti i candidati del partito democratico, inclusi i perdenti, giurano di rimandare Dubya a fare il ranchero. Ojalá! Ma Bush si dichiara war president ed annuncia di non aver nessuna intenzione di perdere. In extremis, avrà duecento milioni per lavare il cervello dell’elettore americano. Se non bastassero, si può sempre ricorrere agli stratagemmi. In una recente conferenza, Noam Chomsky avanzava l’ipotesi che Washington conosce il nascondiglio di Osama Bin Laden, e che pensa di farlo fuori o di catturarlo proprio prima delle elezioni. Non deve necessariamente essere vero: basta darlo a bere agli elettori.

Intanto il mondo gira: i poveri si fanno più poveri, gli ammalati più infermi, e i terroristi più micidiali; eventualmente avranno anche loro armi proibite. Incalza la corsa agli armamenti super sofisticati, fra cui, dicesi, a tecnologia nano molecolare. In Iraq, gli insorgenti fomentano la guerra civile; in Israele si erige il muro, e Washington tace – è suicidio politico comportarsi diversamente. Qui si continua ad esportare democrazia e posti di lavoro; cresce la disoccupazione; anche chi lavora non riesce a sbarcare il lunario. Non sarebbe ora di rinsavire?

 

(Appare in Canada e in Italia)

 

 

        


 

 

FRA NORMA E NOVITÀ

 

Con gennaio a metà strada, si ritorna ormai alla normalità. Si chiude un altro ciclo di wishful thinking collettivo, periodo in cui persino il pensiero si tinge di rosa. L’Anno Novello si regge su due piedi e cammina; scema già l’euforia del momento magico. La consunta scopa della Befana (o la tramontana) ha spazzato via gran parte dei buoni propositi, e si comincia a dubitare che ieri e domani possano essere sostanzialmente differenti. Ma non ha importanza: a tutti gli effetti è l’oggi che conta. Invece di augurarmi ed augurare pace, bene, prosperità a venire, preferisco abolire il futuro ed auspicarci uno alla volta, rinnovabile, un giorno operoso, edificante e sereno. Decida ognuno come giustificare la propria esistenza, nella consapevolezza del proprio agire, da essere umano e cittadino del mondo. L’indispensabile è ricordare che fatti non fummo a viver come bruti. Bisogna tenersi informati, onde evitare di mutarsi in complici per apatia o assenteismo: “shit happens,” pontifica Forrest Gump (alias Tom Hank), ma i governi ce li meritiamo.
Dell’autentico Natale rimangono i ricordi d’infanzia. Al giorno d’oggi i sonagli delle renne volanti soffocano il lamento delle ciaramelle. Ed è il caso di ripeterlo: Tutto il mondo è paese! Sulla falsariga americana, i media di massa dappertutto si sono impegnati a misurare col metro degli incassi quotidiani il successo della tradizionale ricorrenza dell’anno. Siamo tutti diventati d’un tratto capitalisti? Più probabilmente siamo sempre stati semplicemente umani. Spoglia di connotato politico, la demarcazione fra libero mercato, profitto, sfruttamento, frode, ricatto ed estorsione è spesso molto vaga e dipende dal punto di vista. I mondiali di truffa si sono conclusi con una vistosa vittoria di misura: Parmalat 4 – Enron 3. Va notato, per curiosità, che la Borsa di New York ha addirittura preso in prestito un plotone di Marines in uniforme di gala per invogliarci, dalla loggia degli gnomi, a battere le manine per plaudire una giornata… taurina.
La belligeranza impazza su tutti i fronti. Nessuna tregua in deferenza alla Notte Santa. La pace non è più di moda, ed ogni giorno è buono per rispedire anzitempo anime al Creatore. Riti a parte, fra gli eventi più significativi della scorsa stagione natalizia, si annovera il collasso d’un mito. Le ultime foto del bruto di Baghdad ribadiscono sic transit gloria mundi. Ligio al proprio carattere, Saddam rinunzia a morire da eroe e viene dichiarato prigioniero di guerra. Da imputato potrà presumibilmente dipanare le losche trame della sua ascesa al potere, e smascherare i suoi sostenitori clandestini. Poco d’altro è cambiato nel sanguinoso Medio Oriente. O nella Corea del Nord, anche se l’estrema destra, convinta della bontà della strategia preventiva, non esita ad attribuire a Bush poteri occulti. Le ostilità globali si intensificano. In Iraq il conto dei caduti americani si aggira sui cinquecento; diverse le migliaia di feriti ed invalidi evacuati. Le informazioni dettagliate sono scarse. I volontari pure. Per adescare i congedabili a rinnovare l’arruolamento nelle forze armate, si deve ricorrere a metodi insoliti, fra cui premi da cinque a diecimila dollari a testa, per un triennio di servizio addizionale. Oberata da debiti e guerre atipiche, e da una economia anemica, l’America deve soffrire lo spettacolo del suo potente dollaro in insolita picchiata. L’episodio della mucca pazza ha decimato dalla sera all’indomani l’esportazione di carne bovina, anche se la maggior parte dei consumatori di origine messicana non rinunzia allo spezzatino ed ai tacos di trippa. Di recente è scattato l’allarme per il salmone d’allevamento, alimentato a base di cibi tossici. La storia si ripete: si sacrifica tutto all’altare di San Denaro. Di gran lunga più deleteria, la lotta contro un terrorismo invisibile che costringe l’America a ritenersi assediata e, se si consente l’associazione, a praticare il catenaccio. Lo confermano i voli internazionali cancellati o scortati a destinazione da caccia F-16, e la registrazione (foto e impronte digitali) di passeggeri stranieri.  Che si sappia, Washington non è propensa a soluzioni pacifiche. Anzi, David Fromm, coniatore dell’Asse del Male, e Richard Perle spiattellano assurdità pazzesche che potrebbero solo peggiorare la situazione.
Intanto incalza, almeno fra i patiti, la campagna elettorale per la presidenza. È ovviamente troppo presto per pronunziarsi, eppur non manca chi dà la rielezione di Bush per scontata. Sta ammassando fondi a bizzeffe: oltre centodieci milioni finora, e si ripromette di spillarne duecento in tutto. Ma non per questo cessano i fervidi entusiasmi e le rituali promesse dei nove candidati dell’opposizione. Non si sa mai come andrà a finire: l’elettorato americano ondeggia come il grano maturo alla brezza vespertina. Basta un buon comizio per sovvertire le percentuali. Del resto, non importa chi vince, il risultato non cambia. Si pensi che dopo decenni di dibattiti per decretare un più equo accesso all’assistenza medica, Bush & Co., con l’appoggio di ben dodici senatori dell’opposizione, è riuscito a bidonare le masse. Per giunta, in barba agli accordi di libero commercio, è vietato comperare in Canada, a prezzi dimezzati, gli stessi farmaci made in USA che negli Stati Uniti costano un occhio e mezzo.
Non dirò più di Gorge W. Bush, anche se non si può mai dirne abbastanza male. È questa un’opinione personale, convalidata da fatti di pubblica conoscenza. Nei tre anni della sua presidenza ha distrutto il benessere nazionale. Dei nove candidati in opposizione, che tosto saranno dimezzati, mi limito a segnalare l’ovvio: a eccezione di Al Sharpton, reverendo attivista di razza africana, e di Wesley Clark, generale in pensione, ex-comandante della NATO, gli altri sette sono tutti politici di carriera.  John Kerry, senatore (Massachusetts), sposo d’una ereditiera del ketch up, è invalido della guerra del Vietnam; Joseph Lieberman, senatore (Connecticut) ed ex-candidato alla vice-presidenza durante le elezioni scorse, è il coniuge d’una sopravvissuta dell’Olocausto; ambo i senatori appartengono alla medesima società segreta, Skull & Bones, cui fa parte anche Bush, fraternamente noto col nomignolo di Temporary; John Edwards, giovane senatore (Carolina del Nord), dispone d’una fortuna personale accumulata durante una brillante carriera di avvocato; Carroll Moseley Braun, ex senatore (Illinois) ed ex-ambasciatore nella Nuova Zelanda, è l’unica donna fra i candidati, ed è di razza africana; Dennis Kucinich, parlamentare (Ohio), già sindaco di Cleveland, è il candidato della pace. Dick Gephardt, parlamentare (Missouri),  più volte candidato alla nomina per la presidenza, è il campione dei sindacati. Howard Dean, ex-governatore del Vermont, medico di professione, è in testa ai concorrenti.
Doti personali a parte, e penoso a doverlo riconoscere, vincerà la nomina del partito Democratico chi disporrà di più risorse. Dennis Kucinich, che è il candidato più sincero, temo sarà il primo ad abbandonare il campo per mancanza di fondi, se non sarà preceduto da Sharpton e Moseley Braun per la medesima ragione. Faranno seguito Edwards, che sospetto non voglia investire a fondo perso una fetta troppo grossa delle proprie finanze, e Gephardt, per scarsità di carisma e di denaro. Lieberman dovrebbe fargli seguito, anche se non vuole riconoscere scaduto il suo quarto d’ora di opportunità. Fra i superstiti, Dean, Clark e Kerry, la palma spetterebbe al primo. Se un terzo dei miei pronostici improvvisati dovesse azzeccare, non esiterò a dedicarmi esclusivamente alla chiromanzia.

 

(Appare in Canada e in Italia)

 

Post scriptum

 

A conclusione delle preliminari del partito democratico in Iowa, un terzo dei candidati alla presidenza si è già arreso: Moseley Braun prima di cominciare; e Kucinich e Gephardt alla prima tappa. Ha vinto Kerry con 38%, seguito da Edwards col 32%. Dean ha racimolato solo il 18% dei voti. L’ultimo terzo (Sharpton, Lieberman e Clark) ha optato di non cimentarsi prima del 27 gennaio, nelle primarie del New Hampshire, dove si verificheranno altre vittime.
All’indomani dello State of the Union pronunciato da Bush dinanzi al Congress intero, esito ad occuparmene semplicemente perché non riesco a dissociarlo da un documento falso, esibito sotto false pretese. Con lo Stato dell’Unione, invece di aggiornare il popolo sulla salute della nazione, disponendo già di centotrenta milioni di dollari per la campagna di rielezione, il presidente ha deciso d’infinocchiare il pubblico, trasformando la farsa in comizio: cinquantaquattro minuti di frottole per un’udienza in mutande alla formica, disposta a saltare in piedi – ben settantatre volte! – per sostenuti applausi prescritti. Comunque, ogni cittadino sa come stanno veramente le cose: siamo tutti nelle fauci d’una nuova plutocrazia multinazionale, decisa a divorare la classe media. La disoccupazione è in aumento, e l’occupazione non garantisce una vita decente; le guerre si trasformano in guerriglie, e si continua a morire come prima e più di prima; il terrorismo ci costringe a vivere ad un livello che si alterna fra il giallo e l’arancione; quarantaquattro milioni di americani sono senza assicurazione sanitaria; mancano i fondi per i servizi pubblici; mentre si complotta una Voice of America per il Medio Oriente, la NPR (National Public Radio) funziona a metà a base di elemosine, e deve ricorrere a collegamenti quotidiani con Londra per sopperire alla deficienza di risorse; invece di risolvere problemi terrestri attualmente urgenti, si straluna con nuove avventure interplanetarie per decenni a venire; intanto, si abbandona la manutenzione del Hubble. Non abbiamo bisogno di oracoli delfici: Madame Liberty sta decisamente male, e noi con lei. L’economia mondiale rischia il caos con il consumatore americano in fallimento. Malgrado tutto, Bush gode d’una popolarità pari al 45%, il che significa che l’elettorato è diviso in due, e ch’è imperativo mungere voti dove si può. C’è da scrivere tutto un volume sulla finta legalizzazione dei cosiddetti aliens, per crearne una nuova classe di schiavi al servizio di don Maiale.

 

                                                

 


 

 

SPECULAZIONI PONDERATE

 

 

“L’inevitabile non esiste,” almeno fino a quando, succedendo, non diventi realtà. È il credo di Bernard Lewis, storico illustre, che per principio professionale preferisce i dati di fatto alla chiaroveggenza. Il comune mortale, però, può permettersi il lusso della speculazione, specie quando è fondata sulla proiezione nel futuro di verità storiche a portata del cittadino qualunque. Mentre si cerca, come si dovrebbe,  di vivere intensamente nel presente, è doveroso aggiornarsi per aver un’idea dell’equilibrio politico globale, ed è necessario chiedersi come stanno veramente le cose, come si prospettano per un prevedibile futuro.
Persiste un periodo di estrema fluidità. Mentre l’Undici Settembre costrinse l’America a riconoscere la propria vulnerabilità, per cui continua a pagare conseguenze letteralmente incalcolabili, il recente cambio di regime in Iraq consiglia il mondo intero a non sottovalutare la determinazione e le fisime dell’unica superpotenza vigente. Celebrando il giorno della preghiera (e non quello del lavoro, che in America ricorre in settembre), a bordo della portaerei Lincoln in rotta per la base di Everett, nel Washington, George Jr. ha cantato vittoria, annunziando la cessazione di operazioni rilevanti in una ennesima guerra non dichiarata, malgrado in Iraq, come nell’Afghanistan,  si continui a morire. Rumsfeld, ministro della difesa, sottolinea dal canto suo che c’è ancora molto da fare, perché i sunniti, morto o vivo e rapinatore di banche, preferiscono Saddam alla democrazia, e gli sciiti si flagellano per auspicare una repubblica islamica. Il che significa che le truppe della coalizione sono disposte a sgomberare non appena gli Iracheni, accorgendosi finalmente di essere stati liberati, finiranno per adottare un sistema filoamericano all’insegna d’una economia a mercato libero.
Nel frattempo, la coalizione dei volenti si assume la responsabilità di ricostruire il paese. Il compito di rappacificazione va diviso fra Polonia al nord, Stati Uniti al centro, e Gran Bretagna al sud. Phillip Carroll, già direttore esecutivo della Shell, soprassiede alla riorganizzazione dell’industria del petrolio iracheno, la cui produzione e distribuzione è stata da tempo assegnata, per pura casualità, alla Halliburton. Dimettendosi dalla direzione di questa, per candidarsi alla vice presidenza allato a George Bush, Cheney fu premiato con una pensione paracadute – trenta milioni di dollari. Il tutto è questione di priorità, ed illustra perché il Pentagono preferisce proteggere ministeri anziché musei. Il generale Garner, sionista sfegatato, cede le redini della ricostruzione irachena a Paul “Jerry” Bremer, esperto in antiterrorismo.  Per meglio vagliare la strategia americana sulla scacchiera globale del momento, torna utile esaminare il ruolo statunitense in casa e fuori.
A domicilio, le cose non cambiano di molto, e spesso per il peggio. Oggi, per esempio, per soddisfare i gravami delle tasse, bisogna lavorare esclusivamente per lo Zio Sam sei settimane intere (senza ponti e senza sottopassaggi!) più di quanto non si dovesse nel 1973. L’economia continua a versare in cattive acque: i disoccupati ammontano a circa nove milioni e sono in aumento, più altri cinque che, pur lavorando, non riescono a sbarcare il lunario; sedici i milioni di tossicomani, ed oltre quarantuno quelli senza assicurazione medica; molta gente che lavora spende la busta paga prima d’incassarla; il governo a tutti i livelli è in deficit e non sa dove pescare i fondi per i servizi essenziali, fra cui istruzione, sanità, forza pubblica, assistenza umanitaria e via di seguito; si raccorcia l’anno scolastico, si licenziano gli insegnanti e si raddoppia il numero degli alunni in classe; spesso capita di non saper decidere se comprare vitto o medicine; va sottolineato che gli stessi farmaci prodotti negli Stati Uniti si possono comprare nel Canada a costo più che dimezzato; localmente, sta facendo scalpore il caso d’un diciannovenne arrestato e rilasciato ben diciassette volte per altrettanti furti d’auto negli ultimi sette mesi – non c’è posto in prigione ed i tribunali non funzionano a tempo pieno.
La criminalità divampa dappertutto, specie nei settori più sofisticati della economia americana: finanza, energia, sanità, investimenti, assicurazione, pensioni e così via. Malgrado l’America sia diventata una foresta di bidonate colossali, raramente i rei vanno in galera. I legali della difesa pattuiscono con i prosecutori multe da miliardi che i criminali, senza ammettere reati, versano volentieri perché costituiscono una meschina percentuale delle somme defraudate e persino da defraudare: si pensi alla saga del tabacco!
Dubya, tuttora impegnato a fare il duce, in previsione delle elezioni del novembre  2004, vorrebbe risanare l’economia con la solita ricetta ingrassa maiali che, in teoria, dovrebbe provvedere un osso anche per il lavoratore. Nulla è cambiato nel sistema elettorale: in barba a tutte le riforme, i soliti due partiti demopubblicani, si disputano la torta, questuando a gara per racimolare i fondi per le interminabili maratone elettorali, risaputamente corrotte. Il capitalismo, anziché limitarsi allo sfruttamento economico dei più da parte dei pochi, contamina la mentalità, la psiche: quando non si usano armi letali, si lotta a colpi di gomito, calpestando il prossimo al motto di “ognuno per sé e Dio per tutti.” Senza mutazioni nella natura umana, è inutile sperare in miracoli.
Ma bisogna pur concedere che non tutto scivola alla malora; gli interessi speciali, specie quelli che finanziano i politici di ambo i partiti, navigano sempre a gonfie vele: primo fra tanti, il settore bellico, che, munito di patriottismo, dispone di tutti i fondi che riesce a sperperare. Lo stanziamento annuo per la difesa è oggi di 390 miliardi, i cui troppi zeri creano capogiri e mal di mare. Per quelli non avvezzi ai calcoli astronomici, altri si è preso la briga di fornire una cifra più intelligibile – $11.000,00 per minuto secondo – che, in ogni caso, non preclude il ricorso al cosiddetto finanziamento creativo: proprio in questi giorni si è concluso un complicatissimo accordo che ha permesso ad un gruppo di finanzieri di Chicago di ordinare dalla Boeing 100 aerei 767 da adibire a cisterne già contrattate in affitto dalle forze armate americane. A che pro?
Con altrettanta creatività, Washington annunzia un generoso contributo di quindici miliardi per la lotta contro l’Aids nel terzo mondo. Non vi sono dettagli sulla distribuzione dei fondi, ma si sospetta che saranno devoluti in gran parte all’industria farmaceutica. Logicamente, si stanno rimpiazzando i missili e le bombe seminate sui monti afgani e sulle città irachene, mentre incalza la corsa per lo spiegamento d’un efficiente ombrello nucleare, e si intensificano le ricerche per aggeggi sempre nuovi. Il prossimo conflitto promette di diventare ancor più fantasmagorico, con fasci di laser amplificabili, per abbagliare o accecare o addirittura crivellare il nemico. Nei ritagli di tempo libero, si identificano nuovi bersagli, e se ne archiviano le coordinate. Così si prepara la pace. Va menzionato, en passant, che fra i caduti americani si annoverano sproporzionatamente minoranze etniche. Washington ha concesso la cittadinanza postuma a giovanissimi eroi d’etnia ispanica, i quali, pur non avendo diritto al voto, si erano arruolati sognando di bruciare le tappe per ottenere un passaporto. Da parte del Pentagono, le famiglie dei caduti hanno ricevuto una bandiera ricordo, ad esclusione di qualsiasi altro beneficio.
Dopo la scomparsa del dittatore iracheno, la politica estera americana si profila più nitida e più trasparente, pur senza virare dal costume usato: la diplomazia all’insegna del bastone e della carota. Le Nazioni Unite pare stiano per finire come la Lega delle Nazioni. Inizialmente proposta dal presidente Wilson, la Lega non venne convalidata dal Congress americano, cui non gradiva rinunziare al diritto costituzionale di dichiarare guerre. Chi può non cede: gli Stati Uniti non firmano trattati compromettenti (come Kyoto, per esempio), perché vogliono riservarsi la facoltà di agire unilateralmente.
Non scommetterei un piatto di lenticchie per il buon successo del mappa del Quartetto, semplicemente perché i fondamentalisti ebrei non vogliono la pace, né la gradirebbero i sobillatori ed i finanziatori dell’annoso conflitto in Cisgiordania. Sembrerebbe quasi impossibile, ma da quelle parti l’oro scorre più del sangue. Lo status quo prevarrà ancora per un gran pezzo: non si vedono spiragli di luce in fondo al tunnel, perché il tunnel non esiste. Il quartiere generale delle forze americane rimarrà probabilmente nel Qatar, anche quando le truppe di liberazione si saranno sistemate in Iraq.
Prima a pagar lo scotto per la propria integrità territoriale, è la Turchia; alleata improvvisamente recalcitrante, ed aderente alla fallita coalizione dei nolenti, ha fatto di tutto per intralciare l’apertura del fronte nell’Iraq settentrionale. Per giunta, forze speciali clandestine turche – agitatori in missione – sono state intercettate nei pressi di Mosul. Come farà Ankara adesso a tenere a bada le proprie minoranze curde, accanto ai Curdi iracheni indipendenti? Con le allusioni ad imprecise rappresaglie, specie contro la Francia, trapela la puerilità diplomatica di Washington. Dopotutto, Chirac, come Putin, tenta di proteggere gli interessi nazionali, anche al costo di provocare lesioni in seno all’ONU ed all’Unione Europea. La reticenza a continuare o annullare le sanzioni contro un paese annientato palesa la consumata abitudine di menare acqua al proprio mulino. Per Schroeder, si è trattato di mera sopravvivenza politica personale, anche a costo di metter a repentaglio la struttura della NATO. In retribuzione, il contingente militare americano di stanza in Germania sin dalla fine della seconda guerra mondiale si trasferirà tosto in Bulgaria e Romania. Mentre Bush  ospita e coccola i premier di Spagna e d’Australia, disdice una visita in Canada e si vendica contro gli “indecisi”, Messico e Cile, sbarrando la Casa Bianca ai festeggiamenti del Cinque Maggio, e tergiversando su accordi  economici in progresso con Santiago. Pare che il Camerun rimanga fuori tiro per il momento.
La Siria, consigliata a rinsavire, rimpiazza l’Iraq nella trilogia del male. Come l’Iran e la Corea del Nord, rimane all’incrocio delle coordinate. Bush è convinto che d’ora in poi Kim Jong Il farà meno baccano ed avanzerà meno pretese. Mentre la Cina si dibatte nelle grinfie della SARS, il Pakistan offre all’India di abbandonare reciprocamente la corsa nucleare. Non si prevedono soluzioni immediate in Afghanistan: l’ordine pubblico, specie fuori Kabul, è in mano ai warlord; il contrabbando della droga è peggio che non in Colombia, e Washington farebbe meglio a cercare d’interdire il consumo di tossici in casa, invece di tentare di sradicarne la produzione altrove. I media di massa americani, di ogni tipo, sono diventati un monopolio, in grembo a cui il Venezuela ha cessato di esistere. La Giordania fa salti mortali per adattarsi al flusso dei tempi. Mubarak, in Egitto, non sa che pesci pigliare. Nello Yemen si gioca a mosca cieca. Bush, o chi per lui, ha deciso di abbandonare i Sauditi al loro destino, optando per un eventuale trasloco delle truppe infedeli. Non è chiaro presagire le sorti dei Reali del deserto, abituati come sono ad ammassare ricchezze, a soggiogare il popolo, ed a finanziare apertamente il fondamentalismo wahabita e, di soppiatto, il terrorismo. In fondo, non è per niente chiaro come meglio affrontare un futuro estremamente burrascoso, in cui la pandemia del terrore, sconvolgente anche quando sonnecchia, intende rosicchiare la supremazia dei potenti. A ripensarci, forse conviene non aggiornarsi. Conviene prendere il mondo come viene; tanto, il terrorismo non è che uno spauracchio: se si concede l’iperbole, è più probabile, individualmente, essere colpiti due volte dallo stesso fulmine.  L’autostrada è infinitamente più micidiale di al-Qaeda.

 

(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su La Voce del Savuto)

 

 


 

 

 

ALTERNATIVE

 

 

Onde evitare il rischio di irritarmi e, peggio, di irritare, mi concedo una pausa dalle solite e deprimenti analisi di attualità. A lungo andare finirei per fare controvoglia la cronaca delle calamità, ovunque riverberi la presenza (o assenza) americana nel mondo. È triste riconoscere che Washington si sia trasformata in parafulmine del disastro. La Casa Bianca, con la stragrande approvazione del Congress, si è voluta impelagare in un’altra guerriglia. E grazie al nostro governo, siamo tutti diventati all’insaputa contrabbandieri d’idee a mezza cottura: esportatori di Libertà e Democrazia a chi non ne vuol sapere. Cresce intanto quotidianamente la lista degli eroi inconsapevoli, e si sperpera il benessere delle generazioni a venire. Né c’è da illuderci che le cose miglioreranno, con la improbabile ma vagheggiato cambio di turno all’Ufficio Ovale. Il rintocco della campana sovrasta lo schiamazzo delle fanfare, mentre Bush continua ad ammucchiare miliardi per la rielezione. Ma il popolo minuto farà sempre le spese di tutto, anche delle guerre fatte a credito, e gestite per arricchire i sostenitori di campagne elettorali. Halliburton, l’appaltatore di fiducia del Pentagono, ci fa pagare 2,59 dollari per ogni gallon di benzina trasportato dal Kuwait all’Iraq, quando lo stesso prodotto, acquistato senza mediazione, costa solo 1,14. Sul fronte domestico, continua a sbarrarsi l’importazione di farmaci canadesi, per favorire l’immorale monopolio dell’industria farmaceutica americana. Evviva il libero commercio, la naftalina che semina miseria a sud del Rio Grande.
Considerazioni del genere mal si addicono alla meditazione. Sto rileggendo un volume che pretende fungere da guida spirituale e che, vox populi, sta godendo del suo quarto d’ora di fama: The Power of Now di Eckhart Tolle (Novato, California: New World Library, 1999) (Canada: Namaste Publishing Inc., 1997). Pur temendo di confondere più che illuminare, vi rivolgo brevemente l’attenzione: Il potere di adesso (o del presente o semplicemente dell’Essere) è un lavoro serio, cosparso di apparenti contraddizioni. Lo stesso autore si vede spesso costretto a ridefinire il proprio lessico, andando per il sottile ed avanzando connotazioni insolite, se non nuove addirittura. L’opera, pur non giustificando l’approvazione incondizionata, è un veritiero invito alla riflessione, malgrado l’autore sconsigli qualsiasi affidamento alle facoltà mentali dell’homo sapiens, l’unica creatura capace di trucidare, come nel secolo scorso, ben oltre cento milioni dei propri simili.
Se cercassi il pelo nell’uovo, potrei cominciare dal titolo, dove un avverbio temporale è emblematico d’una filosofia che nega l’esistenza del tempo, relegandone tutte le nozioni al Limbo delle illusioni. In sostanza, prevale il concetto dell’eternità, che vieta ogni sorta di consecutio: dopo il prima o prima del poi, è solo ora, adesso. Eckhart Tolle si avvale dell’illusione d’un tempo che definisce "psicologico", differente da quello segnato dalle lancette; trappola del genere umano, è creata dalla mente per la sopravvivenza del proprio ego nel mondo irreale dell’ieri e del domani. Non capacitandosi della loro inesistenza, la mente preferisce dimorare in un passato o futuro illusorio.
Abituati da sempre ad identificarci con i nostri difettivi sillogismi, facciamo fatica a digerire che è proprio la mente ad ingannarci, a creare una falsa immagine di noi stessi, che ostacola il ritorno alla consapevolezza, alla conoscenza, alla coscienza, alla riunione con la divina essenza dell’Essere eterno. Parrebbe che attraverso i millenni l’umanità abbia perduto la facoltà di interiorizzarsi consapevolmente e riprendere contatto con la propria divinità. Eppure, sostiene l’autore, lo facciamo quotidianamente senza saperlo, durante il periodo del sonno profondo, senza sogni. Ma ciò a nulla serve. Mentre da una parte la mente è un prezioso utensile per navigare, nelle ore di orologio, nella foschia, dall’altra è un arnese micidiale; fonte di tutti i problemi umani, sempre disposta a mulinare incessantemente, per costringere la specie ad impantanarsi in un’illusione psicologica. Per ristabilire consapevolmente il contatto con l’energia vitale interiore è indispensabile osservare la mente in azione ossia vedersi pensare. Un’immagine che farebbe prostrare il genio scultoreo dello stesso Rodin. Per frenare l’incessante macinio del pensare, basta concentrarsi e spiare l’arrivo del pensiero nascente, come il gatto che si dispone accanto al buco, in attesa del topo. O, alternativamente, basta fare attenzione al ritmo rilassante del proprio respiro ed al flusso della circolazione sanguigna.
Ch’io sappia, il corpo umano assume per la prima volta un ruolo essenziale alla riunione con il Creatore. Non più ostacolo o bersaglio da cilicio, il corpo diviene il guscio perituro dell’anima, potenzialmente portale di accesso alla consapevolezza. Residenza delle emozioni, il corpo va osservato per neutralizzare l’effetto deleterio delle trepidazioni, mediante la resa senza condizioni alla realtà immutabile dell’Essere. Mi spiego? Lo dubito, ma rincuora sovvenirmi degli avvertimenti dell’autore:
"Non cercar di capire." "Non giudicare." "Arrenditi!" "Non opporre nessuna resistenza!" "Tutto è come è. Come deve essere."
Altri aspetti delle teorie del Tolle sono meno arcani; anzi, sono strettamente logici. Nell’odissea di ognuno, l’unica cosa veramente importante è ciascun passo al momento di farlo. È assurdo pensare di non avere nulla in comune con Tizio e Filomena, perché siamo tutti rampolli della medesima essenza divina, destinati a riunirci eventualmente col Creatore, che è uno. L’autore, infatti, attinge liberamente esempi e parabole da diverse religioni. Le voglie, i desideri non fanno altro che proiettarci nel futuro ossia nell’inesistenza. I beni terreni non portano la felicità; sono un bagaglio inutile che abbandoniamo con l’approssimarsi della morte. Perché non sbarazzarcene prima? "Dobbiamo imparare a morire prima di morire, per capire infine che la morte non esiste." Amare non significa trovare l’anima gemella, bensì stabilire un gemellaggio con tutto l’universo. Per non dilungarmi, mi propongo di tornare sull’argomento.
"Circa quattrocento i caduti americani finora in Iraq. Dal 19 marzo, fra militari e civili, gli iracheni morti ammonterebbero a cinquantamila. Chi sono i responsabili di cotanta carneficina? Su quale altare è lecito consacrare la recente strage di Nasiriya? Chi è sporco del giovane sangue dei pacieri della Benemerita e della Sassari? A chi dovrà renderne conto?"

"That’s the way it is." "È così come è." Ma è difficile rassegnarsi, perdonare.

(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)

 


 

ANIMA E CORPO

Precettistica di Eckhart Tolle estratta

da

The Power of Now

 (Novato, California: New World Library, 1999)

 

Un invito all’introspezione:

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  La pace collettiva è il miraggio dell’ottimista; quella individuale rimane sempre accessibile in fondo al proprio cuore. Buon Natale!

 

                      (Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)

 

 


 

 

 

CONTRO MARCIA

 

Quando Berta filava, preferivo viaggiare in auto. Faceva comodo partire o sostare o cambiare itinerario a piacimento, ed esplorare il mondo aldilà dell’ultimo orizzonte. Illusione di vivere, insomma. Come un po’ tutti, avevo anch’io la passione della velocità, dietro cui mascherare chissà quali complessi inventati dallo psicologo. Oggi, scemate le velleità giovanili, ed i facili entusiasmi, prediligo spigolare situato, se possibile, contro marcia, e godermi il panorama che sembra dileguarsi più lentamente. Induce la mente alla riflessione, all’analisi logica. Le percezioni che convergono ai sensi, lungi dal provocare sorprese, trovano spontaneamente la loro nicchia nel mosaico che il caos traccia senza sosta, registrando come sta il mondo. Come se avessimo il bisogno di chiedercelo!
Sta peggio il mondo, specie perché l’America sta male. Scherzi del capitalismo e della economia globale! Fino a quando non si inventerà un sistema di parità fra capitale e mano d’opera, don Dollaro andrà in giro per i paesi sottosviluppati per approfittare delle condizioni economiche locali, sfruttando gli aborigeni. Primo ad “emigrare” off-shore (oltremare), è stato il lavoro manuale. Oggi si fa all’estero anche il lavoro d’ufficio. Il sindacato degli operatori telefonici è pronto a scioperare appunto perché Verizon si propone  downsizing per traslocare in India l’intero servizio informazioni. L’elaborazione di dati si può fare, spesso a costo irrisorio, ovunque funzioni un computer. Man mano che cresce la disoccupazione o sottoccupazione negli Usa, si assottiglia la classe media, sminuisce la capacità d’acquisto e quindi di consumo, la divisa cala, il costo dei prodotti importati aumenta, causando effetti d’increspatura economica globale. Da qui non si scappa.
Come in una partita di poker, la cosa più importante è saper giocare la mano che il caso (o il baro!) ti assegna. I giocatori d’azzardo scaltri e fortunati riescono a far soldi anche con la borsa in declino. Il comune mortale che dovesse menare i propri affari alla maniera dell’Ufficio Ovale sarebbe costretto all’insolvenza, e verrebbe certamente indiziato per truffa e peculato. A livello statale, serva da esempio la California che, con trenta miliardi di deficit, cagionato in gran parte dagli imbrogli colossali della nefasta Enron, ha l’acqua alla gola. Vogliono destituire il governatore. I fondi mancano dappertutto. L’emittente nazionale radiofonica, per sopravvivere, deve agganciarsi alla BBC per trasmettere quotidianamente, di sera e di notte, i programmi della mattinata londinese. Quando non si deve soffrire un’infinità d’accenti del defunto Commonwealth, scampana ovviamente l’idioma locale, ricco di… biglie al dente. Superfluo insistere sulla carenza generale di fondi per servizi essenziali (istruzione, sanità eccetera) o sull’esosità dei prezzi dei medicinali (che finalmente, senza il beneplacito presidenziale, si possono acquistare in Canada con risparmi fino all’80%). In casa e fuori, siamo ormai inestricabilmente intrappolati nella mentalità bellicosa del Far West. Fa spesso pena ascoltare discorsi impappinati e smargiassate al sugo di “Armiamoci e partite!”
“Terrorists! Bring ’em on!”
“Che si facciano avanti, i terroristi!” sfida George Bush, alla maniera di Mike Tyson, spontaneo cavaliere rusticano. Eccetto che l’ex campione di pugilato, focoso compare di compare Turiddu, è sempre disposto ad affrontare l’avversario nel quadrato e fuori. Peccato che al terrorista non piacciano i confronti arbitrati! Preferisce spararti alla nuca mentre compri un rinfresco o ti stringe la mano e ti pugnala con quella libera. Strategie primitive e disperate per far fronte alla supremazia degli ordigni teleguidati. Infatti, mentre continua la caccia alle armi di distruzione di massa, preoccupa seriamente la proliferazione di quelle di decimazione al dettaglio. È assodato ormai che il popolo americano (come quello britannico) si va ricredendo dell’inevitabilità del conflitto iracheno, ed il marine comincia a dubitare della bontà della propria missione. Non è nel suo carattere lasciarsi prendere di mira come un piccione appollaiato. I traumi, le conseguenze psicologiche del combattente (e dei suoi cari) nel Golfo Persico, come già in quello del Tonchino, si profilano più letali del sangue sparso ormai quotidianamente. Un altro conto fatto senza l’oste: convinti tutti della preponderanza militare statunitense, si ipotizzava un classico blitz, una campagna cesarea, una marcia forzata all’insegna del Veni, vidi, vici, destinata a finire in giubilo, come a Piedigrotta, a zéppole e taralli.
Tale il sogno degli Iracheni in esilio, cui, pare, la CIA abbia voluto dar retta, anche per secondare le mire dei petrolieri americani. Ma ormai non vi sono soluzioni facili: gran vespaio rimane l’Iraq! Per anni a venire, si teme. Siamo già in piena estate, sotto un sole arroventato, in un clima infernale. Malgrado la taglia favolosa, Saddam Hussein continua a fare il Bin Laden. Si sospetta la presenza di al-Qaeda, mentre il popolo iracheno, di etnia in prevalenza scismatica, per così dire, relegato al crogiuolo della sofferenza, rinunzia alla democrazia occidentale per un bicchiere di acqua potabile. Si stava meglio, dicono, quando si stava peggio: si aveva benzina, energia elettrica, e di che per sbarcare il lunario, malgrado l’embargo. Ora regna il caos. Con tanta carneficina spiattellata regolarmente in salotto, si diventa insensibili al  dolore altrui. Mi rincuora che, dinanzi alla morte, il tono indifferente dei media, l’irriverenza degli umoristi e commedianti di mestiere, non cessi di causarmi raccapriccio.  Oltre alle perdite umane da tutte le parti, il costo dell’avventura ha già raggiunto il doppio del previsto: circa quattro miliardi di dollari, ogni santo mese.  Lo zio Sam, provando ad assestare cerchio e botte, favorisce la fazione di turno: oggi l’ascendenza turca, per non complicarsi ulteriormente la vita col nuovo regime di Ankara; domani l’etnia curda, pur senza aderire alla reintegrazione del Kurdistan; Washington non può permettersi il lusso di dar troppa corda libera ai… padroni di casa: agli sciiti (di orientamento politico islamico, naturalmente!) e tanto meno ai sunniti, la cui maggioranza rimane leale a Saddam Hussein. Giacché nella ricostruzione socio-politica dell’Iraq non v’è domani per l’ideologia del Partito Socialista Arabo, o Baath, agli emarginati rimane l’alternativa del terrorismo o della cosiddetta industria militare privata, che opera su scala globale e che, pur sforzandosi d’apparire legittima e sofisticata, non ha pari in fatto di perniciosità e ripugnanza. L’argomento merita trattamento speciale, da ritornarci non appena mi sarò procurata una copia di Corporate Warrior, di P. W. Singer (Cornell University Press). La privatizzazione della belligeranza su commissione di chi ne ha le risorse è un’idea per nulla attraente ma è comunque quotata in borsa.
Malgrado i fiumi di dollari a disposizione per la campagna repubblicana 2004 (Bush conta di mettere insieme 200 milioni per la propaganda a tappeto dell’ultima ora!), il conflitto iracheno potrebbe sbarrargli la strada della rielezione. E con ciò? Si è detto più volte che non importa chi occupi la Casa Bianca, il sistema non cambia. Lo sanno bene i libertari d’America, i quali si propongono un piano quinquennale entro cui effettuare un esodo di trasloco in massa nel minuscolo Vermont, per “conquistarlo alle urne” e stabilire una roccaforte politica da cui potere operare almeno a livello statale. Il collegio elettorale vigente risulta inespugnabile. Perot spese sessanta milioni e rotti di tasca propria, ottenne il 20% dei voti, e rimase a mani vuote. Per accedere alla Casa Bianca basta vincere la metà di 538 seggi più uno, che a volte, come quella scorsa, non equivalgono ad una maggioranza di voti. Oggi come ieri e come domani, il quia è sempre quello sottolineato da Clinton: “It’s the economy, stupid!” Nel reame del libero mercato, a forza d’aritmetica creativa, spesso anche la gente dabbene rimane abbindolata.
Va per detto che, come il capitano d’industria o generale a quattro stelle, il politico di carriera è sempre munito di paracadute d’oro, che garantisce l’immutabilità dello status quo. Per male che vada la campagna di rielezione per il candidato sconfitto, c’è sempre in riserva una nomina di ambasciatore o un pretesto per farlo decorosamente “imboscare”. Al limite, c’è sempre posto nel gran lobby nazionale per un individuo addentellato. Nella peggiore delle ipotesi, si può sempre andare in onda con un ennesimo talk show. Per chi non sapesse dov’era andato a finire l’ammiraglio Poindexter, di Iran-contra memoria, risulta che si è appena dimesso dal Pentagono, specificamente dalla direzione del DARPA che, rimescolando l’acronimo per necessità linguistica, sta per Agenzia di Ricerche Avanzate per Progetti di Difesa. Senza incipriare una pessima idea, l’ultimo silfo partorito dal solerte ammiraglio perora l’istituzione d’un sito su Rete per sollecitare scommesse sulla chiaroveggenza d’individui disposti a predire avvenimenti terroristici. È riprova della paranoia del terrorismo domestico che ossessiona il governo, e che minaccia sempre più di obliterare la libertà dell’individuo. Big Brother ci sorveglia tutti, immagazzinando montagne di dati sulle nostre attività: cibi, bevande, fast food, libri, giornali, riviste, affari, pecadillos, debiti, pagamenti, religione, orientamento politico eccetera. Tosto, chi vorrà prendere un aereo, dovrà prima soddisfare le smanie d’un severo Cerbero cibernetico: con un profilo ritenuto allarmante, il viaggiatore rischierà la detenzione immediata. Come condizione psicologica, il terrore non va distrutto massacrando chi lo causa.
Potrei concludere con una nota meno pessimista, ma bisogna attendere svolte decisive in Liberia e Corea del Nord. Se son rose, sbocceranno. Non mi resta che comunicare un annunzio d’interesse generale, particolarmente quando nell’Oregon la disoccupazione tocca l’8,8%, calcolata, si sa, sui disoccupati che tuttavia non hanno smesso di cercare lavoro: il pastore della Calvary Baptist Church di Vattelappesca, Louisiana, estende alla gente di razza bianca un invito a pregare assieme alla congregazione negra, la quale è disposta in compenso a pagare $5 l’ora, a testa, la domenica, e $10, i giorni feriali. Per quanto strano, tale ramoscello d’ulivo ha più probabilità di successo che non il decantato sentiero della pace proposto al vecchio bullo del vicinato, Sharon, ed a Ben Mazen, successore di Arafat. In fin dei conti, in Louisiana, si spera solo di poter creare in terra un’armonia paradisiaca che apparentemente riflette in cielo la “rainbow coalition” (coalizione dell’arcobaleno), cavallo di battaglia del reverendo Jesse Jackson. Rimane solo un dubbio: è l’anima, come l’epidermide dei mortali, suscettibile alla melanina?

 

(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)

 

 


 

 

HITHER AND YON

 

An early flapping of nocturnal reindeer wings delivered a much appreciated yuletide gift from the Motherland: Gabriella Giansante’s Philippe Soupault di qua e di là dal Surrealismo e altri saggi di letteratura d’avanguardia (Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2003),  pp. 168. It’s the 11th of the Lutetia Series.[1] Vision iniste de Soupault, an inigraphia by Angelo Merante, graces the cover of Giansante’s most recent publication: it consists of a youthful image of the poet on each side of a luminous X (which I like to interpret as the wonders of the unknown). Psychic alchemy! Image and verbum begetting each other, conjuring up evocations of the younger Rimbaud’s memorable traits, the first «man with soles of wind».[2] Wrapped in the colors of the revolution, the volume demands from the first glance the attention usually afforded to the ample opus published under the direction of Gabriele-Aldo Bertozzi, founder of Inism, to whom the work is primarily dedicated. (Christine Chementov-Soupault, Philippe’s daughter, shares the author’s gratitude.) The editorial standards are those that govern Bérénice, which surges in authority to the level of the American MLA. The topics reflect professedly «una seria ricerca scientifica,» (p.7) meant, I assume, for INItiated aficionados who already possess roundness of erudition and agility of mind. Giansante prefers not to dwell on the obvious, and avoids «sistematicamenteinformazioni note o di facile consultazione in qualsiasi manuale.» (p.9) In providing exceptionally, as an example, Soupault’s date and place of birth, the author avails herself of a rhetorical device, and feels that she must apologize for the preterition. The first Soupault Internet bibliography, based on three well-known search engines (altavista, google and lycos), accompanies the traditional list of primary works. It is an invitation to welcome the future, urging explorers to sit down and sail off. Everything is a portata di mano, at a click of the mouse. Navigate!

Without further ado, Giansante tackles Soupault’s Rose des Vents, recording meticulously every detail of the consulted 1920 edition: twenty poems dedicated to as many friends, with four ink drawings by Marc Chagall. Giansante proceeds with ease, con disinvoltura, di palo in frasca, if you will, along her projected iter, soon evidencing a fingertip mastery of the subject matter that allows her to pick and choose as she pleases, according to plan. The  author’s criteria of selection, of omission mostly, is guided by her tenacity not to succumb to an avalanche of tempting data, readily available through her unlimited access to her mentor’s treasured archives, «un’abbondante documentazione inedita o rara (in ogni caso di prima mano)». (pp.7-8)[3]. Maestro Bertozzi casts a constant spotlight throughout the preparation of this work, and his worthy disciple, grateful, never tires to acknowledge it. Also Bertozzi’s, if not all, is the bulk of manuscripts offered in photocopy throughout the volume.

Within the restrictive parameters of a book review, I limit my response to signals that resonate readily, while being introduced to a «galleria dei più importanti personaggi dell’epoca, divenuti in seguito dei classici del Novecento» (p.17), while events and moods are brought to new life, palpitating, unscathed by the passage of time. Witnessing the interaction of the so-called Three Musketeers – Soupault, Breton and Aragon – and others, at the Café de Flore (cradle of Inism!), becomes an intimate experience, soon revealing that the founders of Surrealism exhibit much more affinity than generally surmised. «Il titolo [Rose des Vents] è già, ante litteram, d’impostazione surrealista, cioè viene già applicato quel gioco verbale, caro a Breton, in cui si designa, col nome d’una cosa nota, un’altra entità» (p.18). Giansante’s remarks are accompanied by a lesson on semantics (Bertozzi docet!) that covers also Louis Aragon’s Feu de joie and André Breton’s Mont de piété. On the opposite page, we also savor some subtleties of linguistic usage.

A surgical exegesis of selected verse, and prose, becomes un costante consapevole spigolare amongst labeled currents of the avant-garde. At times one gets the impression that Giansante’s presentation moves somewhat too rapidly, only to discover that it is the author’s style, terse and concise, void of deadwood, that seems to foster occasional brief lapses in the reader’s concentration. Several other issues are treated in appendix, while a few brief essays on the literature of avant-garde, mostly already published in Bérénice, bring the volume to its end. In reality, the main body of work has already come to a close with an excellent comparative study of the surrealist novel.

When all appears to be done, and the whole field is clear, a firm statement marks a challenging, all-encompassing airy beginning:

«Poi la storia procede con l’Inismo.» (p.58).

 

 

 

 

For an eventual reprint, please note the following typos:

 

p.8, n.2, line 2: Argon

p.17, line 1: termine

p.17, line 10: Andrè

p.18, line 11 of quote: Mont de piété or Mont de Piété?

p.101, first entry under 1930 should read: University of Washington, Seattle. Bookstore is one word and is not a publisher.

 

 


 

[1] Quotations without notes refer to the work being reviewed.

[2] I am translating Bertozzi’s «uomo dalle suole di vento», that echoes Verlaine’s original: «homme aux semelles de vent».

[3] For the curious, from the same footnote «risulta che, mentre Breton si classificava surrealista, poi comunista, che Louis Argon (sic) si definiva prima comunista poi surrealista, Soupault voleva innanzi tutto essere Soupault, poi surrealista e comunista.