Vedi anche nella sezione GRIMALDESI ILLUSTRI nella STORIA DI GRIMALDI inoltre TRADUZIONI
Aprile 2005
Caro
Franco,
Una domenica di aprile hai lasciato questo mondo. Non oso ancora
crederci. Lasciami abituare alla tua dolorosa perdita.
Raffaele Paolo
Aprile 2006
Caro Franco,
il tempo passa, ma non il ricordo. Ho pensato di dedicarti una poesia. Spero che tu, al solito, non sia troppo esigente. Accettala com'è e ti faccia compagnia là dove sei o sia un canto per quanti ti vorranno salutare.
Raffaele
CANTILENA.
(a F. E. Albi)
Tutti i giorni l'hai sentito
quel testardo vecchio John
sotto un ponte, ponte d'oro
fiume amaro, note blu.
Un barbone suona al vento
e se parla parla dolce.
Vecchio John,
lascio la vita
se mi porterai con te!
Una sera sei partito
non guardandoti nell'acqua
hai ripreso quella tromba
che non sa per chi cantar.
Occhi chiari, chiara luna
tu sei corso sotto i ponti.
Io non trovo il vecchio John
che è passato e nulla più.
La Tua ultima lettera...dispettosa.
13/04/05
Caro figlianu.
mi sforzo di diventare ottimista: se non ti leggo vuol dire che
non hai niente d'importante da comunicare.
Meglio che andar di notte! Qui idem.
Affettuosità in famiglia, un abbraccio,
Franco
Il tuo augurio per il mio libro
Carissimo figliano
Sono lieto della venuta di Gabriele. Sarà un’ottima occasione per la presentazione del libro. Brinderete anche a nome mio.
Affettuosità, abbracci, Franco
Alcuni dei TUOI SCRITTI
RECONDITE NOZIONI
Non è
sempre vero che l’acca non vale un’acca, come vuole il
proverbio. Come abbiamo tutti appreso nelle scuole elementari,
nella madrelingua, per esempio, l’acca ha a volte una potenza
magica e cambia il suono della “c” e della “g” davanti alle
vocali “e” ed “i”: “ce” e “ci” (insieme “ceci” o
chick-peas!)
con acca diventano “che” e “chi”; “scema” cambia in “schema” e
“lisce” in “lische”, con significati completamente diversi.
“Scia” con acca si trasforma in “schia”, come in Ischia, nel
Golfo di Napoli, meta turistica dei Napoletani meno abbienti,
famosa per il Bianco d’Ischia, che è falsificato e stravenduto
come autentico in tutta la Campania. I cosiddetti
“miezze
caziette” o nuovi arricchiti si recano invece a Capri, che
spesso in America si pronunzia Caprì, con accento tonico
gratuito ed inventato. Lo stesso si fa con “forte”, pronunziato
“fortè”, mentre “góndola” si muta in “gondòla”, ”ciabatta” in “cebota”;
“linguine” e “zucchine” cambiano per associazione fonetica la
desinenza in “i”
e si trasmutano apparentemente dal
femminile al maschile, distinzione che non esiste in inglese per
i sostantivi comuni. “Spaghetti” rimane “spaghetti” ma smette di
essere plurale: spaghetti
is good!
Roba da turisti
o giornalisti da strapazzo promossa a prassi in barba alle
regole. In America siamo capaci di dire corbellerie senza batter
ciglio, e nessuno si prende la briga di correggerci. Se qualcuno
insistesse, impareremmo a pronunziare correttamente anche
Brzezinski o Bydgoszcz. L’argomento può non interessare, ma
almeno non deprime.
In quest’ultimi tempi, la parola “schiavo” è entrata in America
nell’albo delle pronunzie arbitrarie grazie alla risonanza del
caso della sfortunata Terri Schindler in Schiavo, battezzata
all’unanimità “Sciaivo”
dai politici e dai media
americani. Questi signori ne spifferano di tutti i colori: un
noto pandit pronunzia, forse per mero sfizio,
“Neveida” per “Nevada”. Molto popolare è
“dejavoo” (trascrizione
fonetica) per il francese “déjà vu”
e, fra i dotti di
latino, “operandai”
per “operandi”, “irgo”
per “ergo”,
“delictai” per “delicti”
e via di
seguito. Un mio mentore di stirpe britannica sosteneva che Caio
Giulio Cesare, vittorioso in Gallia, avrebbe esclamato:
“Uini, uaidi, uaik.i.”
Passando a temi più rilevanti, evito d’indulgere in pareri
superflui sulle vicende della defunta signora Schiavo. Mentre le
mie simpatie vanno spontanee ai suoi familiari, non posso fare a
meno di ritenermi fortunato di non aver dovuto decidere di un
modo o dell’altro. Troppa buona gente ha optato di mettere il
naso nei fattacci altrui, ma la maggior parte lo ha fatto
palesemente in buona fede anche se falsata dall’emozione.
Altrettanto non si può dire dei politici di destra, a cominciare
dal presidente, che in America approfittano in massa di
qualsiasi occasione per falciare “political hay”
(fieno
politico): si erano dichiarati “per la vita”, pensando
d’interpretare l’opinione pubblica; poi i sondaggi hanno
rivelato il contrario: quando smetterà il governo d’interferire
nella vita privata del cittadino? Infine la terza branca del
governo – quella giudiziaria – ha risolto il problema con
legalità e dubbia giustizia, permettendo che Terry si spegnesse
per mancanza di sostenimento. Se riuscissi a non badare ai suoi
quindici anni di “vegetazione persistente” (diagnosi medica, ma
non infallibile!), direi che un bel fiore è stato reciso.
Null’altro è stato risolto.
In questioni di vita e morte, nutro poca fiducia per chi suole
peccare di congenita ipocrisia: il Texas, si sa, mantiene il
primato nazionale per la pena capitale. Un’amministrazione che
si maschera di compassione pratica in casa e all’estero una
sfacciata noncuranza: benché l’1% degli Americani possegga già
circa un terzo della ricchezza nazionale, Bush sta facendo di
tutto per distruggere la classe media – 400 capitalisti
americani guadagnano annualmente più dell’intera popolazione
delle 20 nazioni africane più povere. Trionfano gli interessi
speciali, fra cui primeggiano la difesa, la farmaceutica e
sanità in generale, e gli istituti finanziari. A Baghdad
intanto, nel secondo anniversario simbolico della caduta di
Saddam Hussein, gli Iracheni protestano in massa, e ci chiedono
di sfollare – evidentemente non capiriscono che liberazione ed
invasione sono sinonimi.
Starei per dire che non riconosco più l’America, se non mi
venisse il dubbio di non averla mai capita. Siamo la nazione più
odiata del mondo, vittima del nostro imperialismo economico, e
barattiamo la nostra libertà per una illusoria Sicurezza
Nazionale, che nel frattempo c’impone di rinunciare al mero
concetto della privacy. Tecnologicamente, sulla falsariga delle
impronte digitali, è già possibile rilevare anche quelle della
memoria.
Dopo i funerali di Giovanni Paolo II si ravvivano le polemiche
sulle vicende di Terri Schiavo, ma come prima si limitano a
questioni legali e/o etico-religiose, trascurando l’aspetto
economico, che è basilare e dominante:
“Vegetare costa!”
Infatti non sarebbe una cattiva idea pubblicizzare l’avviso
“Pericoloso ammalarsi!”
per tutta la frontiera fra Stati
Uniti e Canada. Il Canadese non si rende conto che una degenza
in un ospedale canadese costa al malcapitato Americano da 2.500
a 3.100 o 4.300 dollari per diem, secondo la gravità
dell’ammalato. L’onorario dei medici è a parte. Ovviamente il
Canada si vendica del trattamento cui vengono sottoposti i
pazienti canadesi negli USA.
Anche prima dell’episodio di Terri Schiavo, l’industria
ospedaliera americana era solita sollecitare dagli ammalati un
“living testament”, valido vita natural durante, che
specifichi le preferenze individuali nell’eventualità l’ammalato
non fosse più in possesso delle proprie facoltà mentali. A mio
modo di vedere, il documento costituisce
garanzia di non
intervento o manna del cielo per le varie HMO
(Organizzazioni Gestione Salute) che, premettendo il guadagno
all’obbligo, finiscono per ritenersi libere di non assistere i
loro assicurati nel periodo statisticamente più costoso della
loro esistenza – gli ultimi sei mesi di vita.
Non fidarsi è meglio: chi può abusa il proprio potere. Ashcroft,
penultimo Ministro della Giustizia, tentò persino di abolire
nell’Oregon la legge che garantisce a chi la desideri una “morte
dignitosa” ossia “assistita” e senza interventi che servano solo
a prolungare l’agonia. I governi come tutti i potenti sogliono
redigere i loro contratti in inchiostro delebile o addirittura
simpatico: più di 7000 fra soldati e guardie nazionali si son
visti prorogare la scadenza del loro servizio militare in virtù
dello sgambetto noto come “stop-loss” (stop-perdita),
applicabile in periodi d’emergenza come quello attuale, quando
il Pentagono non riesce ad arruolare un numero sufficiente di
volontari. Il sergente Emiliano Santiago, di 27 anni,
“benzinaio” di elicotteri, cui rimanevano meno di tre settimane
per ultimare un volontariato di otto anni, ha perso il suo
appello alla Corte del Nono Circuito di San Francisco e sta per
essere rispedito al fronte afgano. Il suo contratto di servizio
volontario è stato prorogato unilateralmente d’un quarto di
secolo, fino al 2031 (duemilatrentuno)!
È consigliabile non prestare attenzione alle date: Major Ed
Dames, alias Dr. Doom, minaccia invasioni planetarie
entro l’agosto o settembre prossimi, e la fine del mondo
cagionata da piogge di meteoriti due o tre mesi dopo, in
novembre o dicembre. Altri cultori dell’occulto presagiscono una
calamità apocalittica per l’anno 2012 – fine del calendario maya
– a causa di non so quale allineamento di assi intergalattici.
Dovessimo sopravvivere, è plausibile che Washington non intende
desistere ancora per un pezzo dalla caccia a Osama Bin Laden né
dalla semina di libertà ovunque sia reperibile un fusto di
petrolio. Con i prezzi della benzina in continua scalata dalla
sera all’alba, il bernoccolo di Cheney illumina la notte come il
naso di Rudolph Reindeer: documenti rilasciati tramite il
Decreto di Libera Informazione provano che già prima dell’Undici
Settembre, il suo Comitato per l’Energia custodiva gelosamente
le mappe dettagliate dell’industria petrolifera irachena, dai
pozzi alle raffinerie. Ergo!
FRA STATISTICHE E MIRACOLI
Adottato non a caso, il titolo mi è balenato mentre riposavo ad occhi schiusi, e mi proponevo di consultare la Cumana per risolvere problemi esoterici, senza pertanto frenare la voglia di spigolare e divagare. Qualsiasi cosa per non parlare di politica, di guerra, di terrorismo e terroristi alla macchia o di legittima amministrazione, di torture e torturati su commissione, e di tante altre demenze del genere umano.
Accantono subito i quesiti sulla salute. Come direbbe il nostro Cavaliere di Valle Acino: “Statisticamente sono morto.” Ho anch’io appena superato la media americana di longevità maschile pari al 74,8. Sì, su scala globale, siamo solo al 25o posto, cui contribuisce non poco la qualità e quantità dei nostri servizi sanitari e – si creda o no – giudiziari. L’Istituto Nazionale di Sanità calcola che medici e ospedali causano annualmente in America, per negligenze varie, 98.000 decessi prematuri, che Washington ritiene “frivoli”, qualora la vittima (o chi per essa) volesse processare i colpevoli per risarcimento danni. Solevo credere che in un paese di leggi equanimi ognuno potesse contare sul proprio “day in court” o “giorno in tribunale”, invece la realtà (assieme all’esperienza) dimostra che la legge è ovunque uguale per tutti… coloro che hanno parità di risorse. Sto quasi bene. O almeno lo stavo, prima che una consulta di medici mi cambiasse le terapie – le medicine costano più del caviale (che non mi piace) e costituiscono sempre una mina nascosta. Ad ogni caso, con la repubblica succedono sempre miracoli.
Miracoli?
"Cos'è il miracolo?" Silenzio. "Cos'è il mistero?" Nella Chiesa Matrice, gremita di fedeli, avresti potuto sentire un moscerino pregare. Senza batter ciglio, l'arcivescovo (forse solo vescovo, con arcicoda) strappa il nullaosta di Cresima che don Pasquale mi aveva rilasciato per garantire che, malgrado la mia tenerissima età, avevo superato i debiti esami di catechismo. Per mia madre, abituata a farmi far tutto anzitempo "per amore di mamma tua", fu un affronto. Per me fu un disastro – la prima bocciatura! Eppure avevo sudato tanto per mandare il libricino a memoria nel giro d’una settimana. Che non sia stato il pavone ad abbagliarmi! Dovetti attendere fin dopo la guerra per diventare cristiano autentico. A tutt’oggi non so ancora con quali conseguenze.
Il miracolo più universalmente riconosciuto, almeno fra i cristiani, è quello dell’Immacolata Concezione. Sorrida pure il miscredente, disposto magari ad accettare eventi più portentosi, come la creazione dell’universo (o universi), con o senza “big bang”, e la capacità umana d’immaginarlo, o come la Vita stessa. So di mischiare capra e cavoli, ma non è lecito confondere, neanche per mera associazione d’idee, il sacro con il profano. Per il mortale, neofita o scrittore di chiara fama, senza una visita dello Spirito Santo, non c’è parto senza gravidanza. Eppure ci si scorda a tratti che scrivere bene, in versi come in prosa, è una cosa seria. I più ci affatichiamo abbondantemente per esprimerci, perché sappiamo che non esistono scorciatoie. La tendenza a commettere gli usati errori significa prendere le cose troppo alla leggera. Conviene a volte scrivere di getto, buttando giù tutto come viene, ma bisogna prima concepire esattamente i progetti, e meditare un piano d'azione (con mazza e pali!). L’allusione alquanto sibillina in parentesi sarà facilmente intelligibile al lettore cui è specificamente diretta.
Ma torniamo a Bomba. O in Piazza della Signoria! Lungi da pregiudizi macisti, il “sesso gentile” spesso dimostra apprezzabile sensibilità in questioni delicate: si rivela o no l’entità d’un personaggio ritratto dal vero? L’autore ha la facoltà d'imporre le regole dell'arte sua. Se Vita e Arte si imitano, come difatti fanno, succede perché in fondo non c'è mai o quasi mai niente di nuovo sotto il sole. Sotto il manto del pennaiolo, ognuno può usurpare il diritto di occuparsi di... cronaca nera per puro sfizio, ma dovrebbe sempre essere l'eticità del proposito a decidere, e la verosimiglianza del personaggio, ossia l’umanità. Anche i personaggi inventati vengono sottoposti a medesime analisi; mi sovvengo di Margutte, il mezzo gigante che, pur combinandone di tutti i colori, rispetta un suo codice: non ha mai tradito un amico. L’eccezione diventa il metro della sua umanità. Se l’autore non ha ripicchi personali contro un personaggio tratto dal vero, è preferibile camuffarne l’identità, inventando nome e cognome, e cambiando qualche connotato: “La ‘bici’, cosiddetta per le sue gambe storte, aveva i capelli rossi e una fragola matura sulla guancia” o qualcosa del genere; i suoi difetti andrebbero... trattati con comprensione, umanizzati, specie se si tratta di buona gente del… falansterio, che va ricordata con affetto e simpatia.
Per quanto concerne lo stile, ciascuno sviluppa il suo. Ogni forma d’imitazione rimane tale. Juan Ramón Jiménez o Azorín, non ricordo più chi, esattamente, sosteneva che basta ordinare con tutta semplicità una parola dietro l’altra. Le impennate formali improvvise, spaventapasseri appariscenti quanto inefficaci, sono da evitare, come il sinistro e l’uppercut che il pugile troppo avido nervosamente telegrafa al guardingo avversario nel quadrato. Aggiungi nitidezza e concisione, e l’insalata diventa… palatable (in corsivo, come le espressioni straniere o dialettali e tutto ciò che non meriterebbe l’approvazione dell’Accademia della Crusca). In deferenza all’economia del periodare, non nuoce, a pagina ultimata, rivedere, stringere e tagliare, eliminare la zavorra, ridurre il tutto del 20% o anche del 40%, scartando le ripetizioni, gli aggettivi superflui, e disponendo quest’ultimi secondo la prassi, prima o dopo il sostantivo, per non correre il rischio di mutarne il significato. Per chiudere in bellezza, niente di più azzeccato del verso di Antonio Machado: “El camino se hace andando”
ILLUSIONE E REALTÀ
Se è vero che ognuno crea la propria realtà, deve essere altrettanto vero che ciascuno inventa le proprie illusioni. I teorici dell’illusionismo insistono che anche la nozione del tempo è un’illusione, e che persino il mondo materiale non è altro che tale. Roba da intelletti complicati! Nei parametri del facilmente concepibile, l’individuo ha la facoltà di asserire a piacimento tanto la validità del suo credo quanto l’estro delle proprie follie.
Fra le prerogative seminali dell’uomo libero si annovera il privilegio della scelta. Più numerosa la scelta, più svariate le opzioni, più gratificante la percezione intima della libertà. Ogni impossibilità di scelta grava sull’animo come catene di galera perpetua; con ogni divieto di selezione scema man mano nell’uomo il concetto della propria dignità, fino a quando non gli è più concesso di pensare come vuole, di credere, sognare, vivere, in modo da non soccombere all’imposizione della volontà altrui.
Il nostro clima politico d’oggi maschera tali circostanze. Sin dall’epoca dell’ultima rielezione, che il mondo intero non riesce ancora a spiegarsi, molti elettori, in preda al disappunto, onde evitare lo scempio della nostra cosiddetta democrazia, hanno persino vagheggiato l’esilio volontario. Vi rimuginavo sopra, nell’attesa poco entusiastica della diramazione in diretta del recente Stato dell’Unione – non mi aspettavo epifanie, e tanto meno sacrosante verità. Né mi sorprese che il Congresso intero si comportasse come un reggimento di burattini dalle mutande infestate da formiche, predisposti ad applaudire freneticamente ogni banalità o bestialità enunciata dal pulpito. Eppure non mancava fra i presenti la gente scaltra e intelligente, ed anche colta; gente tutta sorrisi, strette di mani, manate alla spalla e sussurri intimi all’orecchio; gente amabile, rispettabile e apparentemente incorruttibile.
La pessima reputazione del politico americano deriva dall’ambiente in cui opera. Trattasi di una carriera costosissima, di solito sovvenzionata da capitali altrui, cui si cede l’anima anzitempo. Poco contano i principi, la solidarietà di parte. Com’è da aspettarsi, ognuno cerca di portar acqua al proprio mulino. Humanum est. Le campagne elettorali si svolgono all’egida d’una virulenza spietata, che in altre coordinate creerebbero feudi perenni. Qui tutto finisce a zeppole e taralli. Domina un’ipocrisia quasi inconcepibile, che fa dubitare del rispetto dovuto a se stessi prima che agli altri. Con l’epidermide blindata, il politico americano lotta per vincere, ad ogni costo; quando perde, si consola imboscandosi o facendo il lobbista, attività abbondantemente più lucrativa di qualsiasi carica legislativa.
Checché proclami lo Stato dell’Unione, in America impazza il malgoverno generale. Senza il beneplacito del Congresso, uno spericolato cowboy non avrebbe potuto rovinare da solo un’intera nazione nel giro d’un quadriennio. Durante questo periodo, il dollaro ha perso già il 35% del suo valore, principalmente a causa d’una guerra inventata e protratta, che sparge troppo sangue umano ed addebita quattro miliardi mensili alla progenie americana. E il peggio è ancora da venire: invece d’indizi e processi o ricoveri di pazzi in manicomio, abbiamo rieletto un guerrafondaio che si propone di seminare libertà a tutti i venti a forza di missili e raffiche di mitraglia, e di sbarazzarsi d’ogni legittimo capo di stato che non gli vada a genio. Avremmo fatto molto meglio a investire tante preziose risorse in un Piano Marshal globale per combattere la povertà, la miseria, la mala salute, la disperazione ovvero le fonti del terrorismo. Condoleezza Rice, neo Segretario di Stato (Ministro degli Esteri), durante la sua escursione diplomatica in Europa e Medio Oriente, ha più volte confermato le intenzioni del nostro bellicoso presidente, specie contro l’Iran e la Siria. Nessuna intesa con la Corea del Nord. Temendo un’invasione americana in Venezuela, Chávez arma il proletariato e stringe alleanza con l’indistruttibile Castro, nostra nemesi.
“C’era una volta un terrorista dal nome Bin Laden...” Pare gli sia stata raddoppiata la taglia a cinquanta milioni, ma i media non ne parlano quasi più. Lo hanno rimpiazzato con Abu Mussab Al-Zerkawi, palestinese nato in Giordania, il quale ha assunto il comando degli insorgenti in Iraq. È lui che continua a darci costà filo da torcere, pur non riuscendo a bloccare le elezioni preliminari (che sono state possibili solo a frontiere sbarrate, col coprifuoco e la paralisi generale dei trasporti pubblici e privati, sotto la massiccia protezione delle forze alleate). Non c’è di che rallegrarsi: la carneficina è subito ripresa.
In casa, le cose non vanno meglio; anzi vanno decisamente peggio. Il presidente s’è messo in testa di privatizzare la Previdenza Sociale, trasformando il sistema pensioni in gioco d’azzardo: s’invoglierebbe il lavoratore a investire in azioni, per proprio conto, parte dei contributi destinati alla propria pensione. Invece di una somma spesso inadeguata ma certa, l’individuo dovrebbe affidarsi, per l’età serena, alle fortune o sfortune della Borsa, contando di non incappare in bidonate tipo Enron o Parmalat. Inutile dilungarmi; confido che questa trama fallirà per mancata maggioranza – non c’è unanimità fra gli stessi repubblicani. Si pensi piuttosto a restituire i fondi presi in prestito dalla Social Security.
Il bilancio per il 2006, appena uscito, pur contenendo 413 miliardi per la difesa, non include il costo della guerra in Iraq e Afghanistan, e prevede la riduzione o abolizione di centocinquanta programmi, fra cui assistenza ai reduci, Medicaid (sanità per nullatenenti), sussidi per l’agricoltura minuta come per quella gigantesca. L’Amtrack (servizio ferroviario passeggeri) rischierà il fallimento. Si prevedono anche tagli per la pubblica istruzione, e si aumentano i prestiti per gli studi superiori – vale a dire, si facilitano le ipoteche per il conseguimento di una laurea. Si propone, in cambio, la riduzione permanente delle tasse dei milionari, e si promette di dimezzare il deficit nazionale entro il 2009. Si pratica, insomma, l’economia vudù ed il fondamentalismo evangelico. Per disobbligarsi con gli ultimi, che lo hanno insediato, il presidente propone un emendamento costituzionale che tolga la libertà di matrimonio agli omosessuali e quella di scelta alle donne, nonché il divieto di ricerche scientifiche ritenute immorali dall’estrema destra.
Astenendosi tuttavia dal controllare l’esorbitante costo dei medicinali, il presidente ha contribuito a creare un mercato grigio di otto miliardi di dollari annui in Canada, dove i clienti comprano tramite l’Internet, a prezzo ridotto, gli stessi farmaci importati dagli Stati Uniti. Di conseguenza, diverse compagnie farmaceutiche americane stanno boicottando le farmacie canadesi che vendono a clienti americani. Oltre quarantacinque milioni di cittadini senza assicurazione medica. Convinto che il costo eccessivo dell’assicurazione medica e dei farmaci è da attribuirsi a frivoli processi per danni, il presidente vuole imporre un massimo di 250mila dollari di compenso alle vittime dei nostri macellai (e dei farmaci che spesso uccidono in silenzio).
Sarà utile ricordare che, dopo una dura opposizione senatoriale, Alberto Gonzales è stato confermato 80esimo U.S. Attorney General (Ministro della Giustizia), culminando la sua invidiabile carriera. Di origine messicana, il sergente Gonzales militava negli anni settanta nell’Accademia dell’Aeronautica americana, e addestrava gli aviatori a resistere possibili torture nell’eventualità d’una prigionia. Gonzales è l’autore di notori memorandum al presidente miranti ad interpretare le Convenzioni di Ginevra circa la legalità e limiti di tortura adottabili a Guantanamo ed Abu Ghraib.
DOPO L’ISTANTE APOCALITTICO
Grave il momento annienta
la nozione del tempo: si arresta, si comprime, si dilata,
travolge. Lo stress è insopportabile; le emozioni turbinose.
L’intelletto si rifiuta di ragionare. Qual puledro indomito,
ribelle, scalpita, s’impenna, retrocede, esita, per lanciarsi in
galoppi improvvisi, smaniosi, senza direzione specifica.
"Dopo tanta catastrofe,
diventa difficile convincere i sopravvissuti che Dio li ama,"
commentava un monaco di non ricordo ché religione, al rendersi
conto dell’immane disastro dell’ultimo maremoto. Dinanzi a tale
calamità, cedo a chi di competenza la disquisizione di questioni
teologiche, per osservare solamente che l’orrendo tsumani di…
Santo Stefano è fonte doviziosa di meditazioni sulla
transitorietà delle cose umane. I monaci buddisti sogliono
accumulare collezioni d’immagini macabre su cui riflettere: le
tengono in vista o a portata di mano, anche durante i pasti.
Torna spontaneo registrare
che, in occidente invece, specie fra quanti ci droghiamo di
televisione, spesso si vive una vita frivola, insensata,
balorda, indifferente, dimostrando scarsa sensibilità per la
sofferenza altrui: il miracolo dell’elettronica ci bombarda
senza tregua, portandoci in casa la gamma intera dell’umana
commedia: perenne consumismo, violenza, guerra, miseria,
ingiustizia, terrorismo, delinquenza, distrazioni eccetera,
assieme ai disastri naturali, spesso imprevisti, complimenti
della gran Matrigna, la quale per l’occasione si diverte
camuffandosi a volte di deità. L’uomo evolve. A forza di
mutazioni di cui manco s’accorge, scema in lui il sentimento
della solidarietà, l’essenza della propria umanità.
Sconvolto ancora dalla
raccapricciante devastazione, continua chi può a rispondere
generosamente agli appelli di soccorso ai sopravvissuti, anche
ora che andiamo abituandoci alla vista di cadaveri rigonfi e
tumefatti galleggiare fra le rovine o giacere insabbiati sul
litorale. Paralizzati dall’impotenza dinanzi al cataclisma, ci
adattiamo al peggio, come già con l’Aids. Superato lo shock, in
Indonesia e Sri Lanka, persino le stesse vittime tornano alla
guerriglia e trovano tuttavia modo e ardire di uccidersi l’un
l’altro, senza badare ai morti sempre più numerosi della
catastrofe apocalittica (pari, su per giù, all’esplosione
simultanea di duemilatrecento bombe atomiche simili a quella di
Hiroshima). Ci vorranno anni e miliardi per ricostruire il
ricostruibile, ma inverosimilmente il tutto comincia già a
rientrare nell’ordine della… paranormalità: guerra, fame,
soprusi, sfruttamento, pestilenza e simili pandemie. La crisi si
va trasformando in opportunità criminali: adozioni illegali,
lurido traffico di bambini, contrabbando, e falsi samaritani che
sulla Rete si spacciano sempre più numerosi per succursali
filantropiche.
È gratificante costatare la
presenza di forze armate – più di tredicimila, quelle americane!
– nel ruolo di pronto soccorso. Pur non mancando le allusioni a
motivazioni politiche, il contributo dei militari americani si
rivela cruciale per la febbrile operazione di salvataggio la
distribuzione d’acqua potabile, vitto, vestiario e medicinali è
infinitamente più encomiabile che non la semina di presunte
democrazie su monti afgani e sabbie irachene. Si stava male
anche prima del maremoto, e nulla tende a cambiare: Nelson
Mandela annunzia al mondo la perdita del primogenito dovuta a
complicazioni di Aids; in Somalia, nord e sud si mettono
d’accordo sui giacimenti petroliferi del meridione, e si
scordano del genocidio di Darfur; nel Congo, e nel resto del
continente africano, prevale lo status quo; idem nel Medio
Oriente: con l’elezione di Mahmoud Abbas al posto di Arafat,
Washington si attende miracoli improbabili per riprendere la
politica di sempre; checché ne dica il Pentagono, in Iraq non si
trova via d’uscita: gli insorgenti si moltiplicano nel triangolo
sunnita, e con essi aumenta lo spargimento di sangue. Non ci si
può sempre fidare della stampa e dei media: troppo tardi ci si
accorge se, corrotto da chi meglio lo paga, un giornalista o
pandit politico è difatti un organo di propaganda. Troppo tardi
ci accorgiamo d’essere stati derubati di quanto di più prezioso
la Costituzione voleva garantirci. I popoli che non eleggono il
proprio governo sono destinati a subirlo.
Tanto vale associarsi a chi
crede che, nell’inalterabile ordine del cosmo, tutto è sempre
come deve essere (ossia come ci meritiamo). Col nostro
nullaosta, qualcuno mena il mondo per il naso. Per convincerci,
basta un’occhiata alla lunga lista di nazioni designate con il
sostantivo più abusato di qualsiasi dizionario:
"Repubblica",
di solito
"democratica", che è un insulto
all’intelligenza del popolo. Considerata la struttura del
sistema politico americano, sarebbe molto più accurato parlare
di "repubblica plutocratica", o governo manipolato dai
miliardi degli interessi speciali. Il nostro sistema corrompe il
candidato più coscienzioso: per essere eletto o rieletto deve
dipendere dal denaro altrui. I nostri legislatori sono
etichettati macellai che, quando non salano le proverbiali "porchette"
per i loro sostenitori, passano il tempo ad imbrattarsi
macinando carni per fare "salsicce" (eufemismo di leggi),
di cui è impossibile conoscere gli ingredienti.
Dopo cinquant’anni di
dibattiti, i nostri demopubblicani sono riusciti ancora
una volta ad imbrogliare il popolo, decretando contro
l’assistenza medica/farmaceutica. I farmaci costano troppo e per
giunta spesso uccidono all’insaputa. Esito a menzionare la mia
cattiva abitudine di visitare ospedali all’estero: durante una
recente visita a Vancouver, ricoveratomi d’urgenza, ebbi a
passare una mala giornata (e nottata!) in un’affollatissima sala
d’emergenza, prima di poter ottenere un posto-letto. Una vera
baraonda! E una tortura! Sorvolo sul costo della branda in sala
emergenza, anche perché coperto dalla mia assicurazione (Kaiser
Permanente), e riporto che, a solo titolo di curiosità che, per
un cittadino americano, la spesa supera di gran lunga quella del
miglior suite presidenziale in Las Vegas. Benché avessi
difficoltà a respirare, anche sotto la maschera d’ossigeno, non
riuscivo a capire chi fosse più solerte nell’adempimento delle
proprie mansioni: già in contatto con l’assicurazione, il
personale amministrativo discuteva con i
contabili della
Kaiser di prezzi e responsabilità, mentre l’equipe medica si
concentrava a salvarmi la vita. Per un’altra mia degenza,
l’ospedale di San Remo non mi presentò nemmeno una fattura (che
avrei volentieri passato alla Blue Cross, che allora mi
assicurava).
Fra le leggi più ingiuste
escogitate dai nostri legislatori, la palma spetta a quelle che
riguardano il risarcimento agli Amerindi per danni loro inflitti
dalle Facce Pallide
del Nord America, Canada incluso. Ne
parlavo con mio figlio durante il ritorno in auto a Portland,
ogni volta che dall’autostrada Five South scorgevamo fra la
foschia notturna la pubblicità di un nuovo casinò, gestito, col
beneplacito del governo, da Amerindi, in compenso di secoli di
torti subiti, troppo lunghi da elencare.
F. E. ALBI
MOMENTI MOMENTS
MOMENTOS MUMENTI
A Fausta
collana forems 2004
Copyright © 2004 by F. E. Albi
House of Albi
9878 South East King Way
Portland, Oregon 97266
Telephone: (503) 654-4848
All rights reserved under the International and Pan-American Copyright Conventions
Library of Congress Cataloging-in Publication Data
Scultura di copertina di Santiago de Santiago
Digitalized in the United States of America
MOMENTI MOMENTS
MOMENTOS MUMENTI
INDICE
MOMENTI
MENTRE PIOVE
NOTTURNO
SCIROCCATA D’APRILE
POTATURA
SOGNI DI FIABA
OBLÒ SULL’ARTICO
ALIENAZIONE
TELEPATIA APOETICA
EBBREZZA NATURALE
INVECCHIANDO
MENTRE PIOVE
Triste gioco di nubi
vaganti,
monotone, lente,
che quasi
carezzan le case.
Incendia di rose
la chiesa
un raggio filtrato.
La pioggia minuta
ricama il selciato
con fili d'argento.
E il vento,
sgarbato,
deride
la stanca fontana
che torce paziente
una treccia sparuta.
Riflessi vaganti
di giallo bruciato!
Un passero mira,
rimira silente,
la foglia smarrita
che gira indecisa
poi posa:
finita!
Una lampada smorta
disperdesi invano
nel vicolo scuro,
deserto.
Incerto un fantasma
ondeggia fra i veli
del vecchio balcone
all’ultimo piano.
Sul filo
di storie sepolte
in dune di sabbia
e mari di nebbia,
un'ombra
al vento bisbiglia
favole
di doglie infinite.
Madrid, 12/1965
NOTTURNO
Notte,
che dovresti portare
alle membra riposo,
ed alla mente pace,
perché lasci svegliare
il monello scontroso
cui fare non dispiace
quello che non si deve?
Notte,
proteggi l'innocente
che privo d'esperienza
mira serenamente
ad ogni cosa,
e con sua poca scienza
tinge il mondo di rosa
e crede che ogni fiore
è messagger d'amore
E la notte rispose:
“Quando il bimbo dorme,
l'uomo muore.”
Madrid, 4/1968
SCIROCCATA D'APRILE
Un'ombra nera.
Il fuoco del lampo.
La rabbia del tuono che rugge vicino.
La nube vagante
sul campo.
Un cane che abbaia.
Il vento
che tesse una fiaba
fra gli aghi del pino.
Un nido si culla
sul ramo,
le gocce cadono
sul verde aülente
dell'ampio giardino.
Più scura,
sul nero di fondo,
in danza di pura
armonia,
varca l'ombra la soglia,
e vince il sapore
della sera calante
sulle cose del mondo.
E nell'anima mia.
Madrid, 23/04/86
POTATURA
Esile,
tremula,
scarna,
s'insinua la mano
nel folto groviglio
di sterpi di rose,
irti,
come filo spinato.
Il dorso s'impiglia,
e ne spunta
una lagrima rossa,
dolce,
grossa come un rubino,
che ride,
come rise la rosa
quel breve
rimpianto
mattino d'estate.
Ma fera
la forbice taglia,
perché a primavera,
d'incanto,
sorrida di nuovo la rosa
accanto al sorriso del giglio.
Ah!
Se fossi un groviglio
di sterpi di rose,
irti,
come filo spinato!
Portland, Oregon 01/1972
Nell'annosa capanna si veglia:
il bambino è malato con febbre;
non dorme.
Sul ceppo bagnato la fiamma saltella,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
ripone il filato,
gli posa una mano sul viso di fuoco,
e con dolce favella comincia:
“C'era una volta...”
“Che cosa? Che c'era?”
sussurra il bambino.
“Calmati, gioia!”
bisbiglia la nonna.
“Riposa ed ascolta!
C'era una volta
un immenso giardino
baciato dal mare.
La brezza marina
sapeva di fiori d'arancio.
Fra i rami vetusti
d'un salice antico,
sul lucido specchio
d'un pozzo profondo,
i raggi del sole
giocavano a scacchi.
Nell'ombra
sostavano in frotte
allegre farfalle
di mille colori.
Un tratto soltanto.
Poi tornavano ai fiori,
e quindi sparivano
in coppie pei campi,
pei prati,
fra filari di viti nodose.
Fra tante, sol una
sembrava regina.
Figlia dell'arcobaleno pareva.
Spiegava le ali
con grazia regale
e gradiva la festa
di quanti danzavanle intorno,
ma sola andava altezzosa
cercando l'amplesso
dell'ultima rosa
appena sbocciata.
La vide un mattino
un nanetto
spuntato dal bosco,
e rimase incantato:
la voleva per sposa.
Faceva di tutto
per correrle dietro
e starle vicino.
Ma Regina,
scherzosa,
quando il nanetto
pian piano pianino
le arrivava vicino,
con un fremito d'ali
si portava sempre più in là.
Invaso di pura follia,
il povero povero nano
ricorse ad ogni magia:
creava d'incanto
roseti fatati,
e prati olezzanti
d'ogni fiore del mondo.
E mentre Regina vagava
da petalo a fiore,
il povero nano
restava in agguato,
ma quando d'un salto
sperava d'averla raggiunta,
la figlia dell'arcobaleno
era già un poco più in là,
un poco più in alto,
librata nell'aria
di fiori d'arancio,
nel verde del salice antico.”
Il bimbo riposa.
Già dorme.
La fiamma saltella
sul ceppo bagnato,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
distratta, favella:
“Spossato,
il povero nano
sostava un bel giorno
sull'orlo del pozzo.
Regina vagava
nell'ombra del salice antico.
Il nano la vide
riflessa nell'acqua,
le tese una mano,
ma cadde e morì..
L'acqua, già chiara,
si tinse di scuro.
Il gioco di scacchi sparì.
Spariron le rose,
i prati, gli aranci.
La brezza marina
sapeva di sale.
Il sole scomparve
dietro le nubi,
e subito venne l'inverno.
Un gelso sparuto
segnava una croce
nel cielo di piombo.
La stanca farfalla,
già bianca,
vi giunse spossata.
Si pose nel mezzo d'un ramo,
richiuse le ali,
ed attese.
Fra spettri di bracci stecchiti,
spogli di foglie,
e di nidi d'uccelli,
tremava.
Tremava e pensava.
Sognava roseti fatati,
e prati olezzanti
d'ogni fiore del mondo.
E una fragile casa di seta.”
Il bimbo riposa.
La fiamma s'è spenta
sul ceppo bagnato,
e la nonna
(non più la donna d'un tempo,
ma certo ancor bella),
riprende il filato,
carezza la culla,
e sfiora d'un bacio
il volto sudato
del bimbo che sogna:
allegre farfalle iridate
di mille colori,
vaganti beate
fra immensi giardini
cosparsi di fiori,
di petali rosa,
di aranci
inebriati di luce,
di cielo e di mare.
Toronto, Gennaio 1970
Meridiano di Coreca
22/10/85/17:13
Distese nevose
soavemente rosa.
Ombre...
illusioni d'azzurro.
Velieri di madreperla.
Policromia di rottami.
Ossi di bucato
ancorati, dispersi
in solenne Fantasia
in Blu Maggiore.
Anime...
surgelate, solatie.
Dio...
indaco, terso, distratto.
Oggi
il mondo tutt'intorno
è una lunga sinfonia
in No Maggiore.
Perciò sbarro le imposte
e me ne vado a spasso
nel buio
col mio cervello stanco.
Tosto m'avvio
verso lidi usati
e patri monti,
vivi di voci amiche.
Vorrei stender la mano,
concedermi un abbraccio,
ma non oso:
temo d'imbattermi
ancora in un sorriso
da trenta soldi.
Portland, Oregon 14/08/89
TELEPATIA APOETICA
Io...
sotto le viti, vagamente assorto.
Lei... nell'ombra scarsa del ciliegio spento.
Barbuta capra nera!
"Lurida, scomposta e polverosa,
mi pari quasi consorella
dell'arcigna zingara,
mendica di Lamezia Terme."
E lei, di rimando, m'inchioda
con l'occhio di cristallo,
e senza batter ciglio mi ricorda
quanto son malvagio.
Pietragiorgi, Grimaldi (CS) 20/06/89
ebbrezza NATURALE
dissonanti,
irretiti
in confuse forme d’inchiostro
su d'un piano
destinato a restare
essenzialmente bianco.
Avverti
il palpito dell'innato?
Disperse onde pre-alfa
che ripetono motti non detti,
vaghezze appena abbozzate,
il fremito di pensieri sommersi
e sensazioni...
scogli striati di pallide vene
corrose, velate
d’azzurro diafano:
esercizi in evanescenza
che la distanza corrompe
da carezza in dolore.
Ognuno... tutti... si può stare
come meglio si possa.
Ma come stanno i sogni?
Navi ammiraglie
in rotta di collisione?
O risiede, come dovrebbe,
la gioia nel sognare?
In un dedalo dolcemente ingombro,
una sonda sbadata
espone
artifici d’ambizioni
troppo intensamente vissute, forse,
e svela
l'insolita crepa
che rivela l'anima nuda.
La lente del monocolo
amplifica carriere in passatempi,
ed arroventa bisogni
più profondamente umani,
che implorano incauti carburante,
senza un caveat,
malgrado le fiamme
saltino troppo sovente
fuori controllo.
che ogni necessità genuina,
come i sogni,
debba affrontare
la prova del fuoco?
O gioverebbe bagnare
di buon senso le fiamme,
anche se per un istante,
per sorprenderci
nel momento improbabile
d'acciuffare
la coda dell'arcobaleno?
E dopo?
Sarà l'inevitabile vuoto
così integro
come l'angoscia d'un fado?
Non è poi vero, forse,
che los sueños sueños son?
E tutto rimane
alla mercé della mente,
di cui il cuore è
solo... un punto molle.
Maledette le menti
dotate di troppa mollezza.
Maledetta l'anima
che osa non sacrificare
(o sacer facere!)
tutto e niente
sull'altare
dell'estremo egoismo.
(Tradotta dall’inglese)
Domatore del Tempo,
il Poeta
può sempre librarsi per l'Eden
su ali di fuoco
per un convivio di nettari.
Ma nei giardini mortali
manco un boccio è in fiore,
mentre il vento della Sera
bisbiglia una favola
di rose strarosse e vino,
e sveglia memorie suadenti,
voglie penose
d'invecchiare
pacificamente.
(Tradotta dall’inglese)
MOMENTS
DECEMBER 1975
ALMOST SPRING
THE UNSAID
SADNESS
ANKH
SELFISHNESS
DROUGHT
GARDENING
LIFE
EASTER 1977
THERE IS MORE TIME…
ONE
TREPIDATION
AGING
DISCOVERY
NATURAL HIGH
To Joey
DECEMBER 1975
Beyond the blurred glass,
As the evening bathes
In the misty glare
Of a hidden sun,
Mute, solemn, rare,
A rusty leaf o' grape
Glides
To the browning green
O’ our wintry grass.
Jingle bells!...
Their heartless noise
Invades our home,
Turning into sighs
Muffled cries of joy,
As another toy
Emerges unwrapped
To haunt and destroy
The world that Joey
Left behind.
Jingle bells!...
O, how I want
To forget,
Fearing that I might!
I roam in my chair,
Wheel it 'round
From cell to cell,
Nursing memories
And tie them together
To make them part
Forever
O’ my maimed heart.
Bakersfield, California
ALMOST SPRING
The heavy rain
Rinsed the skies clear
O’ the desert dust.
The drenched soil,
The whole world's
Teeming
At the faint embrace
O’ the distant sun.
Unaware, perhaps,
Of my angel’s death,
His almond begins
To tint the glass
Of his window-pane
With a song in pink.
Drooping upon
A senseless page,
Feeling myself age,
Fast,
I stare
At the mended clay
Of a Mayan God
Sipping fire.
He squats upon a rustic
Warped table
That held yesterday
My most daring dream,
My fairest fable
Woven
In a maze
Of verdant green:
Bacchus-child,
Under a canopy
O’ wine and grapes;
Love, Beauty and Joy,
Perfection was.
Now...
The vines are bare.
They waver in the breeze
Like knotted quipus:
Frozen strings
Sparsely strewn
With worry beads.
Answering
The mating call
Of another spring
About to explode,
Here and there,
Where a spur’s amiss,
A tear flows and grows
Into a diamond
That plunges
Heavily to the ground
And rushes
To the kissing roots
That gather
Life’s sweet sap
Ready for the spring.
As I cry out,
My expectant love
Wings to see
And taste a tear.
Having her near,
Glowing,
Harboring my soul,
Eases my grief
A welcome instant,
As I behold the cycle,
The miracle of rebirth,
The life-restoring nectar
For all
But my soul.
Bakersfield, California (Spring 1976)
THE UNSAID
As the candle burns
And my weary bones
Ache and endure
The pounding
Of a last flurry,
And my panting lungs
Gasp for air
And choke on the breath
Of a fleeting lull;
As my puffed eyes
Gaze through heavy mist
At the fading lures
Of futility,
And my stubborn skull
Floats in a daze
With the ebbing tide,
And my ancient pride
And guts
Refuel the blaze
Of my churning blood,
I yearn for the sun
Sharing
A few rays of joy
Stemming the flood
O’ my gloomy days.
Bakersfield, California (Spring 1976)
SADNESS IS...
The silent fall o’ petals o’ roses.
The hollow roots of a dead tree.
The vagrancy of leaves ’n the wind.
The dogged drizzle of a wintry sky
SADNESS IS...
The fainting rush o’ a night train.
The wailing of a siren in the fog.
The eerie light of a searching plane.
The gargling of a sinking boat.
SADNESS IS...
The droopy eye of an aging dog.
The waning lip of a starving beggar.
The weary smile of a falsing friend.
The halting step o’ my fading being.
SADNESS IS
The casual ringing of another
"SORRY!"
Echoing loudly on my other cheek.
Bakersfield, California
ANKH
A year ago today,
Franco, my son,
My blood was pounding
And rushing
Like a tamed ocean
Through a coral reef.
Although I choked
And shook
And gasped for air,
It wasn't grief.
For, unlike the rose,
Tears may not be tears.
Rather,
Like minor chords,
Or major ones,
They quiver and burn
Salty treks spanning
Worlds of joy
And sorrow.
As I beheld then
The living miracle
Of your being,
Unable to nurse
The futile dream
Of charting your course,
And as I behold now
The steady flame
Of your lone candle
About to be
Blown into a common hope,
I dare not wishing you
More than ANKH,
And that your brother be
Your guardian angel.
And thusly, perchance, some day,
Though paining forever
For Joey’s starry eyes
Living in the heaven o' your gaze,
I might find repose
In the double bliss
Of your smile
Saying "Ti voglio bene"
In dazzling brown.
Bakersfield, California 06/26/77
SELFISHNESS
Twin soul of mine,
Search your heart!
Grasp the shadow of the last
Eagle vanished in your sky,
Casting a dart o’ joy
Upon your lap,
And dare fib
That you didn't scorn
Her tapping
On your mourning ribbon.
Doesn’t your battered quill
Dipped in tears and blood
Flow with lesser toil?
Sure! I have lived. Yes!
To love and sin
And draw diamonds
From each o’ my lovers’ pores;
To frolic and roll
Naked upon the dew,
Lifted by silver laughter,
Soaring!
Soaring to touch
The face of God
And feel my own
Tender flesh heal
My wrinkled brow.
I’ve sipped my feast
And walked the whole span
Of Eden’s paths,
Nudging all bees.
Yet, ever since,
My bold eagles flown to rest
With the flooding tide,
I still groan on my knees
Toward the lure
Of the dizziest height.
Thusly,
Should I perchance
Sight the nest,
Twin soul o’ mine,
Do absolve me
For trading again
My happiest song
For another sin.
Bakersfield, California
DROUGHT
And finally...
A long night ago...
My own father
Shook his eternal slumber
And came
To tile in red
The leaky roof
O’ my flooded home.
Pity
That now...
The rain's no more:
Limbs beg...
And try to stretch...
And beg in vain for
A shimmering mirage
Along the river bed...
Somewhere.
The wells are dry:
Steamed out
Through the flaking crust
And cracked
Like jeering memories
Etched on the breast
O’ an ancient whore.
It rains no more.
And my tiles breathe
Wind-seared dust.
Lost is the lore
Of yesterday;
The dreamy shores
Of Happylands;
The lust for life.
And with the rain
And the river gone,
The wells dry...
I can’t see why
Still
The rusty faucets
Manage at times
Soaking the lime
O’ my brittle hands.
GARDENING
Oh, my God!
All my love
Gone
Into my garden care!
All my tilling and toil
Kneeling as in prayer
Upon the soggy soil,
Plucking...
Mulching and mixing
And mashing
With tender pinch
The minutest clod!
Then the Blight!
And dusts and sprays...
Frantic snips and cuts...
Scissors, saws...
Pruning
To desolation!
Now...
My garden is
A parade of stumps!
As I behold it,
Even my wisdom tree
Is a limbless me
Shedding the last tear
O’ wasted sap.
Bakersfield, California 02/20/78
LIFE
And so...
Once more...
The early sun
Chased me along
The fast lane
That was
To lead to
My house of dreams
Come true
Until,
Suddenly,
The curtain rose
Upon the stage
That plays
Life
Only
As a memory
Portland, 07/13/88
EASTER 1977
I dozed through sunrise.
And between REMs
I hid
From the joy
Of the Easter morning.
Then, with the sun
Relocking all shadows
In the earth,
I slipped to pace the garden
Dazing in light and scents.
In the certain presence
Of your being,
I dragged myself
From blossom to bloom,
Drunkenly,
To stagger before
Your mother’s tree,
Laden with hope and innocence,
And felt
My eyes repose
On scores of bees
Feasting in clusters
O' bridal chalices.
Later,
The tide waning,
Roses in hand,
I drove
To your resting place
And dusted
With quivering touch
Your lucid stone.
There I sat,
Conquered Buddha,
On your grass,
Plucking now and then
A speck o’ sky.
Through cypress bars,
I watched the sun
Melt in a sea of gold,
While my halved me
Swam yonder
In desperation
To rejoin
My other half
Basking in the bliss
O’ your company.
Bakersfield, California 1977
To Jess Nieto
THERE IS MORE TIME...
Blast of a thousand trumpets!
Rolling thunder of a million drums!
O how I pity the deaf!
The senseless crowd!
Eternal tide rushing and splashing
Blue kisses upon the sand,
Demanding,
Crying for instant celebration,
And then retreating,
Like quiver-rippled embraces
That barely linger upon the shore.
Beauty and Beast at once,
You cradle and crash
Into an infinity of foaming forms:
Screaming warrior, you're now set
To conquer the thunder
Of Texcatlipoca, and now
With the yellow laughter of madness,
Storms you unleash
With the fury of a demon-god,
And set purpose and compass
Into a colliding course.
Caressed, fondled, wrestled into love,
Naked and raped, beaten and unbent,
Into eternity you thrive,
Shamelessly.
Demented bitch,
Like countless Neroes,
You can burn and play at whim:
Some you lull with a thousand strings;
Others fuck you must,
Thoroughly, for fun.
And so be it, if it must.
Let us soar and lick the tongue
Of the whitest, most ethereal cloud!
Let us play the illusive game!
Let's tame the fear of the oncoming fall!
Let's drown our despair in vain pursuit
Of the waning shadow of the elusive truth!
Repeat, replay yourself, LIFE!
But by me you flash all but once,
Y como hay sólo ida,
I chance to ride your mane
Into the setting sun knowing
que “¡ancha es Castilla!”
y mucho más tiempo hay
que puerca vida.
Bakersfield, California 1976
ONE
Ah!
The memories of
Ancient
Enchanting dreams!
Of countless schemes!
Winds
Seeding
Sheets of sand
Upon our skin
Of satin mist
And wrapping us
Into
ONE.
And thusly forever spun,
Our love would grow
Flowers
Gently nodding
To the sun.
Bakersfield, California
To Proserpine
TREPIDATION
With Spring
Still lagging behind
A sheaf of lows
(and highs),
I brought weeder and hoe,
Spade, planter and rake
Out in the rain
To soak
And work a new glimmer
Along their edges.
"Ain’t we a wee-bit too early
With that measuring tape?"
"Yes, we are, perhaps.
And then not, maybe."
(For I have found
The square root
Of a sonnet:
Oodles of seeds
Begging,
Dying to become.)
Portland, Oregon 2/28/94
AGING
Tamer of Time,
The Poet
Can always soar to Eden
On wings of fire
For an ambrosian feast.
But in mortal gardens
No bud is abloom,
As the Evening wind
Whispers a fable
Of red red roses and wine,
And stirs memories that echo
An aching desire
To grow old
Peacefully.
Portland, Oregon 10/22/89
DISCOVERY
As the mortal spoils
(and sorrows)
Nestled
Like grains of sand
At the very bottom
Of the primordial womb
Finally at peace
(almost)
I rode the tail end
Of alpha waves
And soared on freedom wings
And knew another dawn
Beyond notions
Of space and time
Portland, 01/20/95
NATURAL HIGH
Just a few sounds,
discordant,
captured
in confusing ink forms
on a plain
bound to remain
essentially white.
Can you feel
the vibes of the innate?
Un-patterned pre-alpha waves
that echo the unspoken,
the blur of the unwritten,
the throb of submerged thoughts
and sensations...
reefs bleeding paled lodes
under a cover
of transparent azure:
exercises in evanescence
that distance corrupts
from soothing into hurt.
One... anyone... might be
as okay as can be expected.
But how are dreams?
Starships set
on a collision course?
Or is, as should be,
the fulfillment
in the dreaming?
Through a neatly cluttered maze,
a random search
exposes
artificiality of ambitions
too intensely felt, perhaps,
and unveils
the occasional crack
that discloses the bared soul.
The lorgnette’s lens
amplifies careers into hobbies,
and focuses on needs
more profoundly human
that beg recklessly for fuel,
without a caveat,
though flames do jump
out of control much too often.
Who would care to suggest
that all bona fide needs,
such as dreams,
should undergo the test of fire?
Should one douse
the flames with reason,
if only for an instant,
to envision the self
in the improbable moment
of seizing the tail of the rainbow?
Then what next?
Will the unavoidable void
be as wholesome
as the anguish of a fado?
Is it not true, perhaps,
that los sueños sueñs son?
And all is
at the mercy of the mind,
of which the heart is
but a... soft spot.
Cursed are the minds
blessed with too a large a softness.
Cursed is the soul
that dares not to sacrifice
(or sacer facere!)
anything and all
on the altar of...
the ultimate selfishness.
MOMENTOS
AL POETA DE MI TIERRA
CON OJOS ENTORNADOS
A UN HI’ DE PUTA
RUMBO NORTE
AL POETA DE MI TIERRA
Emborrachado
del verso antiguo
de tu nuevo canto,
miro atrás con espanto
y me pregunto:
¡cuánto mejor sería
buscar el rumbo usado
de aquellas luchas
que sólo son del alma!
Madrid, 03/02/1971
CON OJOS ENTORNADOS
Vino como ayer.
Y anoche,
apuradísima hada,
ya se iba volando,
toda ilusión llevándose
mientras sembraba
nevadas de pétalos podridos.
Bolsa ligera de aceitunas,
alma pesada de pesares,
¡anda, viajero, anda!
Del azul luminoso
supremo el Inca
rayos saeta.
Verde en oro convierte
por alquimia antigua.
Martillea.
Y campo y campesino piden agua. Agua.
Bolsa ligera de aceitunas,
alma pesada de pesares,
¡anda, viajero, anda!
Serpea el camino polvoriento
hasta quemarse
en abrazo feroz de sol y arena.
Despavorida se retira la sombra
del eterno eucalipto soñoliento,
Sola.
Bolsa ligera de aceitunas,
alma pesada de pesares,
¡anda, viajero, anda!
En su joroba
rojizo cuaja
el último chorreo.
Y la pupila inmensa,
gemela de esa tierra,
otra sonrisa encierra todavía
de falso hermano.
Bolsa ligera de aceitunas,
alma pesada de pesares,
¡anda, viajero, anda!
Terceira, Azores
A UN HI' DE PUTA
¡Ay, qué pena!
¡Ay, qué pena, 'mano!
¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!
¡Tu historia!
Pedazos de gloria.
Aullidos de hambre.
Susurros de plata del Río.
Mudos coyotes en las noches calladas,
sin lumbre,
por vieja costumbre cazando
sombras mojadas,
sombreros de paja,
manchas quemadas
labrando las tierras de otro.
¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!
El polvo del llano.
Las pizcas del valle encendido.
El campo infinito de blanco algodón.
¡Ay, qué pena! ¡Ay, qué pena, 'mano!
¡Ay, qué pena tus ojos, 'mano!
¡Tus chismes!
Tu lengua sajona.
Tu alma vendida.
Tu cara llorona.
Tu sangre podrida.
Tu leche de coco
pintada de rojo.
Tu hambre gabacha.
Tu boca babosa
chupando la cola
del águila gringa.
Fresno, California 1978
A Santiago de Santiago
RUMBO NORTE
Una mar de algodón.
Sobre el ala,
al rincón de mi lado,
sol y sombra callando,
se le apaga la luz al quinto toro.
Bajo las olas blancas,
al fondo,
huye la tierra, me imagino.
Y siento que España se me acaba.
Y me da pena.
Chocan en las lejanías
las memorias de antaño,
y las de hoy.
Y renace la emoción de la mañana.
De la inmensidad resurge,
nueva Venus,
la visión del día,
y con ella revuelven
sueltas y encadenadas,
junto al universo,
aquellas armonías
de siete abrazos negros.
Todo en UNO.
Hierve la sangre,
y adentro me golpea,
se me humedece el mundo
y me lo abruma.
"Pero, ¡hombre! ¿Qué pasa?"
me pregunto.
Y desde más arriba,
más allá del azul mojado de los cielos,
Alguien me oye.
Y me acaricia el beso
de una voz suave que me anima:
"¡Vamos, viejo, que Suerte tienes!
Ya que tu estrella te destina
aun tan niño a quedarte
frente a
la FUERZA DE LA HUMANIDAD."
Madrid-Bruselas, 1971
MUMENTI
CALABRISATA A FÌGLIAMA
‘A MÈRICA ‘E ZU CICCU MARIA
SENZ’ABBENTU
‘A JINOSTRA E RA VECCHJA
CELU SCURU
NUSTALGÌA
MUMENTI
CALAVRISATA A FÌGLIAMA
Chine m'avìa de dire
ca giratu e rigiratu tantu munnu
m'avìe 'e nascire tu, Pirozza mia!
Chi de munnu ne teni cchjù de mie
e de jurni nun teni mancu n'annu.
'U scilinguàgliulu tuttu nun t'è sciotu,
ma dicennu pocu e nente
puru nu ciotu lèjere putrìa
ssa fantasia chi te zìddrica ra mente
e quannu me mpastocchj sillabate,
e quannu me fa' tante ragiunate
ccu ss'occhj chi càngianu surrisu
ogni zinnata;
o si me chjacchjariji ccu na chjcateddra,
e po''a vucca ccu vasuni me vaviji.
Ntra stu munnu ch'ognura s'arrevota,
pozze crìscere cuntenta comu 'a Pasqua,
pussibirmente comu pàttrita vurrìa.
E sinnò comu vo' tu. Comu vo Diu!
Ca io pozzu campare 'e cuntentizza
d''a gioia chi me duni a tumminate.
Si' na ricchizza chi nun tena guala!
Puru quannu vulissi vàttere nu rigu,
e me curri ntroppicannu ddue m'ammucciu,
e comu ciucciu me tiri ppe capizza,
e re vrazza me stenni e vo' pigliata,
e viju ca me nqueti e me scuncentri,
nun te resistu. E te pigliu 'n brazza.
"Cchi vo'? Cchi vo"?" te gridu;
e sentu ca na sìllaba d''e toi
dicia cchjù assai 'e nu missale miu.
Cchi mbriacate 'e trascursi ne facimu!
Ma chiddru chi me porta 'n paradisu
è quannu tardu tardu ntra sirata
me mpruvvisu canture e musicante:
te tegnu stritta stritta supr'u core,
mentra chi cantu,
e tu cce jetti 'u scordu;
te ribeddri nu pocu,
e si' quagliata.
Portland, Oregon 1970
Zu Ciccu Maria,
quannu 'n lavura comu nu dannatu,
passa ru tempu facènnuse trascursi.
Edi mpegatu ara ferruvia,
e ccu l'ursi campa,
ntra na caggia 'e vagune abbannunatu
supra nu troncu de binariu mortu.
Na branna cunzumata;
ancuna maglia mpicata a nu pirune;
na seggia 'e paglia
ccu nu quazettu lordu ancora mpusu;
nu tàvulu nzivusu a nu cantune,
lucidatu ccu trent'anni de mappina;
nu zìnzulu ogni rasa,
e nu ricordu dintra ogni pertusu;
na stufa 'e ferru chi s'è fatta russa
ccu cippi 'e ligna virde chi jestima.
Zu Ciccu fuma.
Ogni tantu tussa.
Parra sulu e mancu sinn'adduna,
e gira e fa ra rota "a casa casa."
S'arreposa,
siccomu è Capudannu (n'atra vota!),
è va paragunannu dintra e fore
com'una scinna supra a n'atra sira.
e fòcari le nzinna dintr'u core.
'U celu è na quadara vocchisutta
curma curma de frìsuli quagliati,
e ra terra è n'esèrcitu 'e surdati
chi friddulusi càngianu culure.
'E vidi e nu' re vidi! 'N dui minuti,
esèrcitu e quadara su' sprejuti,
e celu e terra è tuttu nu vesparu
ncantatu de farfalle janche. .
'E vidi e nu' re vidi!
Ccu dui jatuni, comu nu magaru,
nu ventu pazzu ch'intra l'ossa ncasa
pulizza munti, lùcida vaddruni,
e ammuzzeddra diamanti pp'ogni rasa.
E comu ppe majìa, a nu vulune,
ntornu a na luna lustra, spizzicata,
nu celu tuttu 'e latte fa curune
e ncrizzulija.
Vancouver, B.C., Gennaio ‘69
De st'urtimi tempi, cchjù 'e na vota,
specie si 'a sira spira n'atru ventu,
me sentu comu nu raggiu de rota
chi ntroppicannu gira senz'abbentu.
Ma pare ch'ogni jurnu chi me sbegliu
'a gente chi me guarda è furastera,
e me dummannu s'è chiddru chi vogliu
currennu ppe 'stu munnu 'e 'sta manera.
Ddue vaiu vaiu 'u sule è già calatu;
sulu me trovu ccu ru core amaru,
sempre ssu mummu munnu senza jatu.
Pecchì me signu fattu marinaru?
Muni ca signu stancu de remare,
sulu mare me resta ppe sunnare.
'A JINOSTRA E RA VECCHJA
C'era na vota...
na troppa de jinostra
chi urgugliusa criscìa
ntra na ngaglia de trinca
de na timpa nchiuvata
a ra porta d''u paise.
Nu pocu lusingusa, le piacìa,
de primavera,
fare mostra addurusa
de mazzi 'e corni d'oru,
specie si dopu n'acquazzune,
comu monache pittate,
na cucchja 'e palantine
jucava rasuterra
da parte d''u majise,
facènnuse risate
'e nu vecchju linninune.
E ntantu l'erba mpusa,
curiusa cchjù 'e na gatta,
cchjù tisa s'era fatta,
e cchjù virde d''a vrigogna se facìa.
Ma 'a gloria d''a jinostra
durava sulu d''a sira a ru matinu,
pecchì ogni jurnu 'e santu
(e tuttu 'u tavulatu n'era chjnu!)
na vecchja senza denti
'a spugliava d''u pede a ru curinu.
'A jinostra, nzirrata ccu ragiune,
stanca de se vìdere spugliata,
se mise 'n capu
de nu' jettare cchjù mancu nu jure.
E accussì fice.
'A vecchja nfama c'a sulìa spugliare
da raggia ne fice malatìa.
Tutta n'annata si cce mise 'n cruce!
Ma datu c'a jinostra, capitosta,
fare 'un vulette 'u duvere soi,
chiddra sgangata chi scrùpuli funnìa
sicca sicca le dicette:
"Tu m''u vo' fare apposta,
ricchizza mia perduta!
Si propiu nun te mporta,
si juri beddri nun purtare voi,
scùpulu fatte!
E statte arredi 'a porta
ntra munnizza!"
E sanizza na gacciata
le deze a ra jinostra
e tisa 'a curcau comu nu palu.
Sinne sta jennu maiu paru paru
s''u calendariu miu tena ragiune;
'a ligna me sh-cattìa d''u focularu
e me ncrepa ca 'un signu cchjù guagliune.
"Si avisse veru core de quatraru,
jisse cuntannu i juri d'a stagiune?
O chjova o jazza, cadi sempre mparu,
si teni veru sangu de campiune."
Muni ppe mie puru 'a state è vernu.
Ed ogne rosa chi me vena 'n mente
lassa ra mprunta supra 'a nive janca.
Su’ làcrime chi mànnanu a ru mpernu,
nun sulu a mie, ma a tanta bona gente
chi avimu tuttu chiddru chi ne manca.
Portland, Oregon 31/05/1988
Spicchju de luna ch’intr''e neglie jochi,
comu te mmidiu ssu caminu tunnu!
Jurnu ppe jurnu tinne giri 'u munnu,
ed io te vegnu appressu ccu ra mente.
Spicchju de luna ch’intr''e neglie jochi!
ESERCIZI IN DEMOCRAZIA
VII
Memore del verso sornione dell’amico Toselli, secondo cui un pessimista non è altro che un ottimista meglio informato, data la labilità delle mie conoscenze, devo pur riconoscere che il mio pessimismo è da ritenersi… all’acqua di rose. Ma si apprende qualcosa ogni giorno. La recente “riforma” dell’assistenza farmaci per adulti si è risolta, dopo mezzo secolo di dibattiti e di combutte legislative, con la vittoria assoluta dei mercanti di pillole, cui è stato regalato, si calcola, un incremento annuale d’introiti pari a tredici miliardi di dollari.. Una manna provvidenziale dell’Ufficio Ovale? Non esattamente. La legge è stata approvata con un solo voto di scarto: quello del senatore John Breaux (D-Louisiana), spudoratamente coccolato dagli interessi speciali. Molta gente non sa se morire senza medicine o, potendo, cercare di acquistarsele, e morire di fame e di terapie. Ai cittadini statunitensi non è consentito comprare in Canada, a prezzi ragionevoli, farmaci importati dagli Stati Uniti. Roba del mondo del libero commercio!
Di malincuore continuo ad occuparmi d’esercizi in democrazia o, piuttosto, futilità. A Ralph Nader, in pratica ineleggibile, e condannato alla museruola, non si concede di partecipare ai dibattiti per la presidenza, tradizionalmente orchestrati fino al midollo. Bush e Kerry, incapaci di trovare nessi fra violenza è terrorismo, fanno a gara per dimostrare ad un elettorato credulone chi è il duce più cocciuto per proseguire una lotta asimmetrica contro il terrorismo internazionale. Chi ama la patria non può essere pacifista. Ognuno uccide come può: a colpi di missili o di granate, di stupefacenti, polveri “atomiche” colombiane o cocktail afgani al succo di papavero. Pur non disdegnando sequestri, ricatti e decapitazioni, Bin Laden, Al-Zerqawi e insorgenti preferiscono le bombe umane. Ebraico, protestante, islamico o indù, il fondamentalismo è ugualmente catastrofico. Alla resa dei conti, l’attualità del noto adagio rimane viva più di quanto non si sospetti: “Tutto il mondo è paese”. Meditino i razzisti, assieme ai fautori di profili etnici, le recenti rivelazioni di ricerche scientifiche sul DNA: siamo tutti della medesima argilla. L’intera umana specie, imbastardita da millenni di mutazioni, farebbe capo ad un unico ceppo, africano, probabilmente della Namibia.
Oggi è di moda odiare l’America, più precisamente gli Stati Uniti d’America, e, illogicamente, gli Americani, dimenticando che costituiamo il proverbiale e mitologico melting pot; più che un crogiuolo d’uniformità, siamo un macrocosmo d’eterogeneità. Noi siamo voi! E come voi, siamo vittime d’inganni, menzogne, intimidazioni, soprusi e stratagemmi sempre nuovi e più efficienti dell’olio di ricino. Fuori casa, il nostro capitalismo diventa imperialismo. Nessuna sorpresa, ergo, se i nostri governanti trattano i cosiddetti aliens alla pari dei cittadini americani. Da noi prevale l’idolatria del denaro; ci si fa a pezzi per accumularlo, senza nessun riguardo alle sofferenze addotte all’umanità. Altrove si cambia solo divisa: si sostituisce al denaro il surrogato preferito, e il risultato rimane identico.
In seguito a prolungate trattative registrate in trentadue pagine di stipulazioni (incluso il divieto d’interpellarsi direttamente e di dibattere altri candidati), si è tenuto l’altro giorno, all’Università di Miami, il primo dibattito presidenziale. Bush e Kerry hanno ambo ribadito le loro posizioni, particolarmente in politica estera, con Iraq e terrorismo in primo piano: Bush, testardo, conta di restare al timone della traballante coalizione dei volenti, finché non avrà ottenuto una vittoria elusiva. Per non essere di meno, Kerry propone una simile strategia: al comando d’una coalizione molto più ampia e poderosa, garantisce lo stesso risultato a breve scadenza. Presidenziale, eloquente e sicuro di sé, Kerry ha polverizzato un presidente frustrato, confuso, stressato e impappinato più del solito. Ciò nonostante, i sondaggi immediati, spuntati come funghi, rivelano che l’elettorato non tende a cambiare opinione. Gli indecisi, un 6% in tutto, continuano a procrastinare. Miscredenti, i pessimisti si chiedono come mai, per “liberare” gli Iracheni, Bush, ebro di zelo crociato ha bisogno di costruire a Baghdad l’ambasciata più grande del mondo, e trentaquattro basi militari in Iraq. Si domandano al tempo come farebbe Kerry, anche se seriamente disposto a spartirsi le spoglie, a confondere il mondo per invogliarlo a sbrogliarci dall’inferno dove Bush ci ha cacciati. La “liberazione” del petrolio continua ad essere un’operazione straordinariamente complicata, forse perché da sempre impostata senza oste con cui fare i conti. Il complotto per il monopolio petrolifero risale all’inizio del secolo scorso, antecedendo d’un pezzo la ricostituzione di terre promesse.
Se è vero che i sondaggi continuano ad oscillare entro i margini d’errore e di parità, il risultato delle presidenziali, oltre che dipendere dagli imprevisti (elezioni truccate non escluse!), è in mano dagli indecisi. Pur di vincere, i candidati sono disposti a barattare la nonna. Difatti, quando fa comodo, nessuno esita a mettere da parte la Costituzione per menare acqua al proprio mulino. Quando c’è il tornaconto, si cavilla per intralciare il diritto di voto: studenti che frequentano istituzioni interstatali, se domiciliati nel campus (invece che fuori), non possono conseguire la residenza locale necessaria per votare. Le urne farcite, le intimidazioni, le epurazioni di liste elettorali sono sempre di moda. Per antiquato che sia, il famigerato collegio elettorale, primo responsabile del caos nelle ultime presidenziali, prolunga un anacronismo che tende ad annullare la nozione del voto individuale. Le incognite di un sistema di votazione elettronico non collaudato e privo di prove cartacee potrebbero causare complicazioni irrimediabili. I media non si preoccupano di coltivare la coscienza politica degli Americani. Sebbene non manchino le pubblicazioni serie, le masse sono allergiche alla lettura, e si fidano dei politici che, in compenso del voto, promettono mari e monti. Cresce intanto il malcontento, e circolano voci sorrette da un’incertezza disperante: si teme il tramonto dell’era americana e con esso l’approssimarsi della fine del mondo, addirittura. Alcuni protestano di averne abbastanza: “Enough is enough!” E minacciano improbabili rivoluzioni. Vinca chi vince, impareremo a vivere in balia dell’amministrazione e del Congresso di turno, sacrificando quotidianamente all’altare della sicurezza nazionale preziosi brandelli di libertà per sedare i nostri ben fondati timori.
ESERCIZI IN DEMOCRAZIA
VI
Madison Square Garden, New York. A soli cinque chilometri
circa da Ground Zero, perenne dimora dei fantasmi delle Torri Gemelle,
gli Elefanti hanno concluso il loro convegno quadriennale con molta pompa e poca
sostanza. Il rituale evento è principalmente un’orchestrazione per attivisti
patiti (oltre che per pubblico intrattenimento), con recite a soggetto, sermoni
per il coro, al motto e insegna di God bless you! God bless America!
Vagabonda, spersa fra la folla, erra la verità, quasi derisa dalle movenze a
volte epilettiche di taluni mal usi a ritmi essenzialmente popolari. Durante i
quattro giorni di spettacolo (che a tratti ho voluto impormi), mi
è stato spesso facile distrarmi –
bizzarrie della memoria che si snodano anche senza stimoli di caffeina. Mi
è capitato di sovvenirmi per associazione
di pugili famosi: Joe Louis, Rocky Marciano, Jack La Motta, per citarne alcuni,
campioni che, nel quadrato di quella arena, sconfissero
mano a mano
temibili avversari. La settimana scorsa, a chiusura della recente fantasia
repubblicana, George W. (Dubya, per il tifoso), nel "cerchio" costruito
nottetempo apposta per lui, si esibiva con tutta serietà
in un incontro di shadow
(ombra) boxing con avversari inesistenti.
Storie da raccontare ai posteri o, accanto al focolare, sbucciando caldarroste,
ad un vecchio amico curioso di politica americana.
Si contano i giorni ormai: il due novembre prossimo si saprà
se la Casa Bianca ospiterà tosto un nuovo
inquilino. Malgrado i recenti sondaggi, post-convegno, che riflettono la
volubilità dell’elettorato, qualsiasi
previsione è un indovinello: a parte
l’azzardo di elezioni truccate, e d’imprevisti globali, tutto dipende da chi
deciderà di votare – fra i tanti
democratici, repubblicani, indipendenti, verdi, libertari eccetera, la vera
maggioranza, mezza America, è sempre
apatica e non si reca alle urne. L’altra, piuttosto,
un’altra
metà è
patetica. Solo così si spiega la credulità
delle masse. A che pro perdersi in fiumi di parole per fare l’esegesi della
menzogna, della falsa promessa, della scaltra prestidigitazione? L’altro giorno
ho sentito dire che se la menzogna fosse un evento olimpico, Dubya vincerebbe
tutte e tre le medaglie. L’illusione più
paradossale vorrebbe far credere che Dubya è
l’unica ricetta destinata a salvare la Patria, ed il mondo assieme a Madame
Liberty. Il mito nacque per caso l’Undici Settembre: superato lo shock iniziale
– sette minuti d’immobilità totale dinanzi
ad una scolaresca della Florida, intenta a leggere My Pet Goat
(La mia
capra prediletta) – trovatosi suo malgrado sulla biga dei Cesari, Dubya si
dichiara infine presidente di guerra, e decide di distruggere il terrorismo.
Intervistato due settimane fa dalla NBC, in un momento di candore, Bush concede
d’esser convinto di non poter vincere. Poi, nel giro di ventiquattro ore,
asserisce di "star vincendo": "Vinceremo!" Come sulla portaerei "Lincoln" ebbe a
dichiarare "Mission Accomplished!"
"Missione Compiuta!" I non più giovani non
possono non ricordare slogan che sanno di altro duce, firmato "M". In realtà,
fra tutti i ciceroni e legislatori demopubblicani, solo uno può
vantarsi di contribuire un… eroe in prima linea. Dubya, imboscato di guerra, ha
ferma intenzione di voler proteggere la Patria, e la libertà
globale, andando a caccia perenne di moscerini terroristi, per farli processare
(a Cuba o in Olanda) o sbarazzarsene, uno la volta, a furia di missili. Nel
Panama, ci vollero ventimila truppe per catturare Noriega; per acciuffare Osama
Bin Laden, non ne sono bastate duecentomila: anzi, il Numero Uno non si menziona
più apertamente. Mentre Bush sostiene che
l’America mantiene quel che promette, non posso fare a meno di pensare che i
nostri peggiori nemici cominciarono per essere nostri alleati.
La strategia della campagna di Bush, messa a punto dal Texano Carl Rove, noto
come il cervello del presidente, abusa emozioni alimentate da fraudolenti
sillogismi: sfruttamento del dolore (9/11), comprensibile paranoia per simili
tragedie, mal concepito patriottismo, eroismo gratuito e gratificante, pazzesca
giustificazione di conflitti (invasioni/liberazioni) dispensabili,
machismi
fuori moda, esagerati da un’infantile arroganza. Intanto si continua a
morire, e si maschera l’entità delle
perdite; corre voce che quelle inflitte al nemico non si calcolano addirittura,
mentre quelle subite richiamano una macabra barzelletta: "Sul fronte
occidentale, duemila leggermente morti, e cinquemila gravemente feriti." Pare
che le statistiche per il pubblico consumo annoverino solo i caduti del giorno,
senza riflettere i feriti deceduti in appresso (che, nel complesso, sarebbero già
diecimila). Fra i sopravvissuti che tornano a casa e sono in grado di lavorare,
molti non trovano lavoro. Il posto abbandonato per servire la Patria non esiste
più.
Il totale dei disoccupati è di otto
milioni; assieme ai sottoccupati, con i loro dipendenti, trentasei milioni in
tutto, vivono in povertà; il numero degli
sprovvisti d’assicurazione medica è salito
a quarantacinque milioni. Molti temono di perdere il proprio lavoro: in Cina la
mano d’opera costa poco. In compenso, se così
mi si concede di ragionare, ho appena comprato un nuovo computer
americano,
Made in China,
eccellente per i miei bisogni,
per poco più
di cinquecento dollari, e molto meno, cioè,
di quanto pago mensilmente per l’assicurazione medica, senza di che rischierei
il fallimento immediato e la morte improvvisa. Dopo mezzo secolo di dibattiti, i
nostri legislatori hanno decretato una riforma che favorisce solo l’industria
farmaceutica, checché ne dica la nostra
benemerita Amministrazione. Bush ce l’ha con gli avvocati, e vorrebbe abolire
"processi frivoli (?)" contro l’industria medica, la quale, per negligenza,
spedisce annualmente ed anzitempo 98.000 anime al Creatore. Bush vorrebbe
abolire anche gli straordinari! La riforma temporanea delle tasse da lui
decretata istituisce una versione diabolica dell’Economia Vudù
e favorisce i milionari. Bush ne perora la permanenza. Al popolo concede
briciole in cambio di pane. Con la tesoreria federale in deficit, si dimezzano i
programmi sociali, e la gente povera ne fa le spese. I miliardi extra sprecati
finora per l’occupazione/liberazione dell’Iraq sono a carico delle generazioni a
venire.
L’oscillazione dei prezzi dell’energia, specie del petrolio, cui siamo
condizionati, non fa che indebolire le nostre risorse economiche. Gli insorgenti
iracheni, invece di accoglierci da liberatori, con plausi, fiori e bandierine,
fanno saltare i loro impianti. E gli alleati sauditi "non fanno che ridere da
Riyadh a Zurigo". Ovunque puzzi di petrolio, lì
ci si trova a difendere i nostri interessi. Altro che sostituire la dipendenza
petrolifera con l’invenzione tecnologica! Detroit non si preoccupa: un pollo in
ogni pignatta, ed un SUV in ogni autorimessa (per chi può
acquistare a credito, s’intende).
In questi frangenti, non è indispensabile
essere libertari radicali e pacifisti per esser convinti dell’assurdità
d’un solo voto per Bush, anche se Kerry dovesse non soddisfare le credenziali
del candidato ideale. Ralph Nader, tanto per menzionarlo,
è libero di fare il megalomane
quadriennale, ma ha già sprecato i suoi
quindici minuti di fama. Perché preoccuparsi allora della possibile rielezione
del presidente? Anzitutto perché l’Ufficio Ovale
è la torta più appetitosa del
mondo. Poi perché c’è un’oscenità
di soldi disposti a barattare l’accesso a chi lo occupa. È sempre un
investimento fenomenale! Aggiungi le schiere di fondamentalisti occidentali (che
pretendono convertire gli Ebrei, oltre che reintegrare la terra promessa), i
proseliti di Koch e Miller, i costituzionalisti accidentali, i capitalisti da
strapazzo, gl’imperialisti consumati (e consunti) ed infine la gente onesta e
sprovveduta, e si fa presto a minacciare "Four More Years!"
Ma non
è detta l’ultima parola.
Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.
A Boston, Massachusetts, si è concluso la settimana scorsa il congresso del partito democratico con la nomina alla presidenza e vicepresidenza del tandem Kerry/Edwards. Ligia alla tradizione, la festa è stata orchestrata fino all’ultima sincope, e condotta con consapevole regia, tanto da costringere i media di massa (ed i loro pandit) ad offrire solo copertura parziale. In compenso, quindicimila giornalisti di tutto il mondo si sono riversati sulla capitale, nota per lo storico Boston Tea Party. La versione repubblicana, a fine agosto, adotterà simili accorgimenti. Per le presidenziali, decretate per il due novembre prossimo, si calcola che, tutto sommato, il cambio di guardia o lo status quo alla Casa Bianca verrà a costare, in barba a tutte le presunte riforme, all’incirca un miliardo di dollari. In un modo o nell’altro, la mazzata verrà addebitata al contribuente. Ormai un miliardo in più o in meno non fa impressione a nessuno: il deficit dell’anno fiscale in corso è già salito a 475 miliardi; la guerra in Iraq ne ha sorpassati 200, mentre si continua a morire da tutte le parti. La missione che Bush dichiarò compiuta l’anno scorso pare sia diventata impossibile.
Mi riesce molto triste dilungarmi su certi logori argomenti, specie in periodi di dibattiti elettorali imperniati su incongruenti dicotomie, quali patriottismo e bellicosità, per esempio. Né rincuora ricorrere al genio sarcastico di Mark Twain secondo cui non c’è vista più penosa di quella d’un giovane pessimista, se non l’ottimismo d’un vegliardo. Invero c’è di peggio: l’ignoranza bestiale del popolo pecora. Consola che ognuno, per ragionare, può solo disporre della propria zucca. E ciò non significa pensare per conto proprio. Ciò spiega che, se ci sono ancora dubbi sul risultato delle prossime elezioni, lo si deve alla ciarlataneria che camuffa ogni sembiante di verità. Trovo particolarmente irritante che i politici parlino a nome di tutti gli Americani (che rappresentiamo tutte le razze del mondo) pur mentre perorano disparate ideologie che deridono il concetto E pluribus unum. Il motto più azzeccato per il popolo americano è “Ognuno per sé e per tutti il Dio di ognuno” (spesso il Dollaro, anche se svalutato). Non a caso adoriamo un sistema economico, spesso spacciato come umanitario, che presuppone la disuguaglianza: anche il capitalismo più compassionevole relega una percentuale di lavoratori alla disoccupazione, alla sottoccupazione e all’indigenza. Capitalismo e democrazia è solo un matrimonio di convenienza, destinato a una lotta perenne e senza quartiere fra capitale e mano d’opera. Per chi deve guadagnarsi il pane col sudore della fronte, le cose stanno male, e possono solo peggiorare con il globalismo che avanza. Mentre infuria la diaspora dei posti di lavoro, solo l’8% dei lavoratori americani milita in sindacati. Si consideri intanto che la Cina, oltre che a far pesar la sua concorrenza commerciale, anche in fatto di consumi (petrolio, materiale edilizio, specie acciaio e cemento) è capace di assorbire oggi tutti i posti di lavoro che il resto del mondo possa esportare. Oggi più che mai gli Americani dovremmo sentire umilmente la necessità di implorare “God help America!” A cominciare dalla presidenza.
Bush o Kerry? La scelta
ESERCIZI IN DEMOCRAZIA
Si capisce che, nelle circostanze, la campagna elettorale riscontra appena scarso entusiasmo, evidenziato nella staticità dei sondaggi, quasi a voler significare che, succeda quel che si voglia, le percentuali non cambiano. Fra quelli che si tengono al corrente, l’andamento della guerra rimane preoccupante, e per il dissanguamento quotidiano e per l’incertezza del domani; nessuno bada più alle asserzioni dei bollettini ufficiali e, ancor meno, alle previsioni di legittimi trasferimenti di potere in Iraq. Questa guerra voluta da Bush e Cheney, promossa da Halliburton, e spalleggiata da Blair, per motivi che hanno poco a che fare col terrorismo e con le armi di distruzione di massa, è ormai senza soluzione, a meno che non si voglia accettare la sconfitta e la probabilità d’una guerra intestina fra le fazioni irachene. A farne le spese, circa duecento miliardi di dollari finora, l’ignaro popolo americano, costretto a remunerare anche i mercanti della morte, gli eserciti di mercenari compensati da generali, e a sovvenzionare persino Al-Hurra, organo di diffusione di propaganda americano, originato in Virginia, per gareggiare con Al-Jazeera. Intanto, in America, le scuole pubbliche serrano i battenti per scarsità di fondi.
A farla breve, stando così le cose, anche se Gorge W. non dovesse essere rieletto a novembre, non c’è verso che si possa rimettere in sesto la nazione in meno di vent’anni. Il costo del petrolio continua a salire per una molteplicità di ragioni economiche oltre che politiche, tendenti ad annullare i presunti accordi segreti fra la House of Bush e quella saudita, che dovrebbero far calare il prezzo della benzina in tempo per le elezioni. Se la disoccupazione scema, cede alla sottoccupazione. E molti che lavorano per un salario decente temono l’esodo del proprio posto di lavoro. Il globalismo è stato inventato per lo sfruttamento del lavoratore.
Discorsi da riprendere, ma da posporre adesso, fino a quando non ci saremo abituati alla realtà dell’ultima ignominia. L’uomo è capace di adattarsi ad ogni eventualità.
Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto. Reperibile anche su www.raffaelesaccomanno.net.
ESERCIZI IN DEMOCRAZIA
II
La volta scorsa, alla vigilia della Strage di Madrid, azzardavo d’essere intimamente convinto che gli eventi, domestici e internazionali (terrorismo, guerre, economia eccetera), avrebbero determinato la vittoria. Alludevo alle presidenziali americane, senza potere immaginare che, in seguito al massacro dell’Undici Marzo, il popolo spagnolo avrebbe deciso d’impartire una gran lezione, subita e spontanea, al governo di José María Aznar, capovolgendo il risultato previsto. In barba a tutti i sondaggi che fino all’ultimo momento pronosticavano, di misura, la riconferma del PP, l’ottanta per cento dell’elettorato accorre alle urne e richiama i socialisti al potere. Come promesso durante la sua campagna elettorale, José Luis Rodríguez Zapatero, Primo Ministro eletto, annunzia il ritiro, entro giugno, del contingente spagnolo in Iraq, a meno che le Nazioni Unite non assumano il comando della coalizione. La reazione delle autorità repubblicane in America è immediata: accusano Zapatero di debolezza nella lotta contro il terrorismo.
È tuttora difficile capire perché Aznar abbia voluto calpestare l’etnia ancestrale ispano-araba ed infischiarsi dell’opinione pubblica quasi unanime (90%!) contro la guerra in Iraq. È tutto un altro discorso, ma bisogna pur riconoscere che la civiltà spagnola risulterebbe dimezzata senza la componente moresca, più e meno dominante per circa otto secoli, dal 711 al 1492, particolarmente nella cosiddetta Spagna islamica. Andalusia deriva infatti da Al-Andalus, Emirato indipendente di Córdoba proclamato, nel 756, da Abderramán I. Nel X secolo, sotto Abderramán III, l’Emirato diventa Califfato, con capitale Córdoba, allora la metropoli più importante del mondo: contava mezzo milione di abitanti, e possedeva una favolosa biblioteca di 400.000 volumi. All’epoca, l’attuale Madrid era un paesello insignificante che gli Arabi chiamavano Majerit. Anche nel Texas avranno sentito parlare di Siviglia, l’ottava meraviglia, e della leggendaria Granada, la cui resa ai re di Castiglia segna la fine della Riconquista. Andrebbe menzionato che, nel l990, l’erudito accademico spagnolo Antonio Gala, di Córdoba, noto poeta e drammaturgo, rivendica il proprio patrimonio musulmano pubblicando El manuscrito carmesí (Il manoscritto cremisino), Barcelona: Edición Planeta, tercera ed., 1996, 615), premiato romanzo storico, in cui l’autore si fa portavoce di Boabdil, ultimo re moro, che abbandona la Alhambra per recarsi in esilio nel Marocco.
Al primo anniversario dell’invasione in Iraq, fra sparute dimostrazioni anti-guerra, e dissensi in seno alla coalizione, secondo gli ultimi sondaggi, le preferenze dell’elettorato americano riflettono tuttavia un pareggio statistico (Bush: 46 e Kerry: 49) che non può non lasciare perplessi. Va comunque tenuto conto che le statistiche non includono individui che non credono più a niente e che non hanno intenzione di votare. Similmente, le statistiche che riguardano i disoccupati non includono quelli che hanno smesso di cercare inutilmente lavoro. Non si sa quanto sangue deve ancora scorrere, quante lagrime bisogna versare prima che si ritrovi il buon senso. Se dovessi proporre una panoramica personale, dovrei premettere che si tratta d’una matassa difficile da sbrogliare: ogni giorno emergono nuovi indizi, accuse, imbrogli, sotterfugi, protezioni e atrocità d’ogni sorta, raramente digeriti da un elettorato orbo e/o apatico, sprovveduto o fanatico e comunque prono a sprecare voti. In America, presunto ultimo custode della democrazia, la metà degli elettori non vota. Sarà per questo che spesso e volentieri votano più volte i dementi e i deceduti. Non si esclude oggi la probabilità che la bravura d’un hacker spericolato possa decidere l’elezione del prossimo Commander-in-Chief: onde evitare un’altra Florida 2000, nel novembre 2004, per la prima volta, si voterà ovunque con aggeggi elettronici, ancora da collaudare, che costano un occhio e che, in deferenza al risparmio, non dispongono di copie cartacee e sono quindi un invito alla truffa. Malgrado la retorica stagionale intesa ad offuscare la verità, e malgrado le inchieste parlamentari che dovrebbero scovarla – timorosa beccaccia palpitante nel fossato – i problemi che gravano oggi non sono da risolvere a breve scadenza, checché ne dicano i papabili di turno o i media che fanno di tutto per confondere le masse. Si sta facendo strada un azzeccato neologismo: infoganda ossia propaganda mascherata di informazioni.
Di Bush se ne sapeva già abbastanza, anche prima della pubblicazione di American Dynasty (Kevin Phillips), di Against All Enemies (Richard A. Clarke), esperto antiterrorista da Reagan a Bush W., e, più recentemente, di Worse than Watergate , del capro espiatorio di Nixon, John Dean, il quale ritiene Bush indiziabile per aver provocato una guerra non necessaria. Diventa probabile che l’epidermide al teflon della presente amministrazione finisca per perdere la sua incolumità. Bush W. mente al popolo ed al mondo e possibilmente anche a se stesso. Rimane ampiamente documentato che la House of Bush specula da un secolo in operazioni finanziarie, acciaio, avventure militari, commerci internazionali clandestini, persino durante periodi d’ostilità, abbinando all’occasione esplorazioni petrolifere e spionaggio. Si accusa specificamente Bush W. di aver voluto la guerra contro Saddam, oltre che per il petrolio, soprattutto per ripicchio, per feudo personale, per punirlo di aver tentato di assassinare “Daddy”, nel ’93, e di trascurare al tempo la lotta contro il terrorismo, ormai ritenuto capace di operare anche senza un Bin Laden o un Al-Zawahiri. Va riconosciuto che gli intrallazzi continuano a favore della solita cricca Halliburton, Bechtel eccetera, gestori di contratti già proficui anche prima di essere truccati, ed addebitati al pubblico tesoro.
Di Kerry si sa ben poco di preciso: tenente di marina, reduce decorato del Vietnam, poi sorvegliato dal regime Nixon per attivismo anti-bellico. Sposa in seconde nozze la vedova del senatore Heinz, ereditiera della fortuna omonima. Politico liberale da trentacinque anni, non si è particolarmente distinto, neanche quando, con Clinton al timone, il partito democratico dominava l’intero Congress. Kerry promette miracoli: la creazione di dieci milioni di posti di lavoro in quattro anni; benzina a prezzi decenti (campa cavallo!); assicurazione sanitaria universale, irrealizzabile da cinquantasei anni: fu proposta da Truman, nel 1948, pressappoco all’epoca dei primi campi di concentramento in Palestina. Kerry riconosce l’impellente necessità di restaurare una politica estera sensata, ma non vedo proprio come possa sognarsela senza rivedere quella sionista: in seno alle Nazioni Unite, l’ambasciatore Negroponte continua ad usare il veto per spalleggiare Ariel Sharon, ultimamente per l’assassinio, all’uscita d’una moschea, dello sceicco Yassin, paraplegico, fondatore di HAMAS.
Con la Bibbia in mano, gli evangelici americani contano di votare in massa per Bush, e per accelerare il ritorno di Cristo ad un Israele integro, come vuole la profezia, per dal luogo all’eliminazione di tutti gli infedeli, giudei non convertiti al cristianesimo, cattolici e musulmani. Se non è una diceria, parrebbe che nel Texas si stia cercando di modificare geneticamente razze bovine per anticipare la nascita della vacca rossa, un presunto sine qua non alla battaglia di Armagedon. Non c’è modo di prevedere il voto dei tentennanti cronici in circostanze caratterizzate dalla disoccupazione e sottoccupazione, dall’economia vudù, da guerre senza pace in vista, da patriottismi confusi, dal terrorismo spietato, da tattiche antiterroristiche che erodono la privacy ed i diritti d’un popolo presumibilmente libero, da moltitudini costrette a scegliere fra alimenti e medicine, mentre si dibatte la costituzionalità della frase comune “under God” (nel giuramento di fedeltà alla bandiera), ma non quella di “in god we trust” sul rovescio di dollari spesi ed addebitati sul conto di generazioni a venire.
Per quanto riguarda la solvenza, Bush ha appena aperto i suoi forzieri per il primo attacco pubblicitario. Dispone, fino al momento, di 170 milioni di dollari. Kerry, che racimola mentre spende, ne ha raggiunti cinquanta. I repubblicani cercano persino di boicottare i prodotti Heinz, ma l’Americano qualunque non pare sia disposto a rovinarsi la dieta nazionale a base di ketch up, marmellata e French fries (che nulla hanno a che fare con la Francia). E, come notava un amico turista in un supermercato locale, l’Americano meno qualunque non sembra patriottico abbastanza per privarsi di vini e formaggi doc, sol perché Chirac non vuol saperne di coalizioni.
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.
FRA LEGGENDA E DICERÌE
L’università privata di Yale
(1701), sita in New Haven (Connecticut), è cronologicamente la seconda fra le
otto prestigiose istituzioni del NE statunitense che formano la cosiddetta
Ivy League (Lega d’Edera). La denotazione risale all’epoca in cui l’edera
già copriva le strutture di detti istituti, prestando loro, se si permette
l’associazione, una patina di tempo. Fu fondata da dissidenti di Harvard (1636),
Cambridge, Massachusetts, cui premeva garantire l’ortodossia e gli interessi
della religione protestante, in un momento in cui, a Boston, un gran numero di
pastori anglicani andava riconoscendo chiese presbiteriane. Si voleva garantire
la propagazione della verità per generazioni a venire, asserendo che le leggi
divine e quelle accademiche erano identiche. Per ragioni simili, dissidenti di
Yale fondarono, nel 1746, l’Università di Princeton, in Princeton, New Jersey.
Nota dapprima come Collegiate School of Connecticut, Yale prende il nome
d’uno dei suoi mecenati: Elihu Yale, governatore di Madras, Indie Orientali,
gerente della East India Company, e sepolto a Wrexham, Galles. Dirigenti e
facoltà tosto assunsero pieno controllo di Yale, assicurando una stretta
devozione al dogma, e prestando un giuramento di fedeltà ecclesiastica. Nel
periodo 1732-1739, il 46% del corpo studentesco faceva parte del clero. Nel
1747, si eresse la prima chiesa in un campus universitario. Vi regnava una
rigida disciplina: “Ogni studente deve considerare che lo scopo principale
dei propri studi è di riconoscere Dio in Gesù Cristo, e di vivere una sobria
vita cristiana.” Sin dall’inizio, Yale attraeva in prevalenza studenti di
razza ariana, di famiglie facoltose e conservatrici, e dominanti in politica,
giurisprudenza, finanza, stampa ed affari in generale. Lungi da criteri
accademici, gli studenti erano classificati secondo la posizione sociale di
ciascun individuo. La lingua parlata, anche nelle ore libere, era il latino. Con
gli anni, sorsero e si moltiplicarono le fratellanze accademiche, all’insegna di
lettere greche. Agli albori del 1800, assieme ad esse sorsero sotto l’edera
svariate società segrete fra cui, la più importante, e misteriosa (ma non
troppo!), rimane Skulls and Bones (Teschio
ed Ossa), il cui
emblema è appunto un teschio soprastante tibie incrociate ed il numero 322.
[Vedasi Secrets of the Tomb (Secreti della tomba), di Alexandra Robbins,
(Boston: Little, Brown & Company, 2002). In antecedenza, le informazioni sul
soggetto erano piuttosto scarse, e diffuse per sentito dire. Robbins, laureata
presso l”Università di Yale, appartiene lei stessa ad una società segreta.]
Skulls and Bones (S&B, per brevità) risale al 1832. Fu fondata da William
H. Russell, rampollo d’opulenta famiglia, membro della
Phi Beta Kappa e
degli Illuminati, e futuro generale della Guardia Nazionale del
Connecticut. Nel 1830, Russell si era recato in Germania per ragioni di studio,
ed era stato costà in contatto con la società omonima originaria. Il numero 322,
di cui sopra, sta ad indicare l’anno di fondazione della S&B
in America –
32 – più il numero di capitolo – 2 – della stessa. Più tardi, per ragioni
pseudo-misteriose, membri della società identificheranno il 322 con la morte di
Demostene nel 322 a.C., e adotteranno la data come simbolo di commiato
epistolare: Yours (Suo/Tuo) in 322 o
Yours in Bones. Nel
1967, vi fu persino una donazione anonima di 322.000 dollari a favore della
società. La S&B non ha mai avuto problemi di solvenza. Fra le donazioni
risulta Deer Island (Isola dei Cervi), quaranta acri inaccessibili al
pubblico, sul St. Lawrence River, fra Usa e Canada. Si tratterebbe d’un luogo di
vacanza, per soli membri, fornito di residenze, marina, anfiteatro ed
attrezzature sportive, nonché (si bisbiglia) di dolce compagnia. Le mance sono
proibite, “perché il personale di servizio è ben retribuito”.
Il domicilio ufficiale della S&B
è una “tomba” provvista di
eliporto, all’università. I papabili, quindici in tutto, annualmente, osservati
e valutati durante il primo biennio, si prescelgono molto cerimoniosamente
durante il terzo anno, con voto unanime. Fra i riti, risalta un periodo di
purificazione, per mondarsi dall’umana barbarie, prima dell’iniziazione.
Nella Tomba, i candidati si
confessano pubblicamente davanti ad
un’immagine nuda di Connubial Bliss (Felicità Coniugale), termine usato
anche come eufemismo per la donna in generale. I candidati raccontano o
inventano le loro conquiste, per poi stendersi in una bara e masturbarsi. L’ora
S&B è sempre in anticipo di cinque minuti. In sede sono vietate le bevande
alcoliche. Nutriti di spirito goliardico, i neofiti si ribattezzano con un nome
a scelta, spesso bizzarro o puerile. Appare persino un
Machiavelli. Tenuti a distinguersi in imprese fuori del comune, i neofiti praticano il
crooking (fregare), che straripa a volte in rapine di cimiteri. La
Tomba
della società conterrebbe fra l’altro il teschio del presidente Martin Van
Buren, anche lui membro della S&B, quello di Pancho Villa,
“commissionato” ad un militare messicano per 25.000 dollari, ed una pietra
rimossa dalla tomba di Elihu Yale, a Wrexham. I Gallesi avrebbero minacciato
d’involare per vendetta la torcia della Statua della Libertà.
Le fonti aperte e tangibili sono scarse, e bisogna attenersi ad indiscrezioni ed
aneddoti, spesso di levatura umoristica, che non fanno che stuzzicare la
fantasia. Robbins, comunque, non esita ad insistere sul ruolo di prominenza dei
Bush e della Cia in seno alla S&B ed in America. Prescott Bush, senatore, padre
e nonno dei presidenti, e capostipite della dinastia di famiglia, avrebbe
prelevato, nel 1918, il teschio di Geronimo, capo degli Apache, sepolto a
Fort Sill, Oklahoma. Fra gli altri cimeli della tomba,
uno porta la
scritta “crooked by George Bush, 1948” (ribattezzato
Magog o
Stallone). Secrets of the Tomb fa la rassegna della carriera pubblica e
privata di questi, da eroe-pilota nella seconda guerra mondiale, da ambasciatore
in Cina, da direttore della Cia, e della propria compagnia petrolifera
Zapata,
che lo arricchì assieme ai soci. Un amico ebbe ad investire 40.000 dollari,
che gli fruttarono 300 volte tanto. Naturalmente non mancano le allusioni agli
scandali di famiglia, come il collasso della Silverado Savings & Loan,
nel Colorado, sotto la direzione di Neil, fratello di W., provocato da un
prestito di 132 milioni ai soci della propria JNB Explorer
Il ritratto di Geroge W. che si ricava dalle pagine dei
Secrets of the
Tomb non è gratificante. In onore alla clausola d’omertà imposta dalla S&B,
l’attuale presidente ne nega, quando può, persino l’esistenza, malgrado si
racconti che W. trascorse tre giorni fra New York e New Jersey, in cerca di
qualcuno che gli praticasse un tatuaggio dell’emblema della società. Si sa che,
come membro della S&B, George W., da allora a corto d’idee, optò per
Temporary, nome che gli fu poi affibbiato definitivamente. Si racconta
altresì che George W. soleva spesso andare in giro felicemente ubriaco: lo si
ricorda, all’alba d’un mattino, in elegante abito a tre pezzi, cantando a
squarciagola, mentre aiutava i netturbini a svuotare i recipienti delle
immondizie. Alla direzione del suo Arbusto, W. petroliere non ebbe
fortuna e sperperò i quattrini degli amici. Ma si rifecero tutti con la
compravendita d’una squadra di baseball. In merito ultime presidenziali, Robbins
sottolinea che Geroge W. rifiutò fondi federali per non rivelare l’entità dei
suoi sostenitori, e che, come san tutti, i risultati delle elezioni furono
decisi dalla Corte Suprema e non dal popolo. Una figlia di W. è anch’essa
neofita della S&B.
La politica americana è popolata di fantasmi della S&B. Robbins li trova
dappertutto, nella Casa Bianca come nel Congress, e nelle file della Cia
per il mondo. Li ritrova al comando della S-I, sigla codificata per intendere la
bomba atomica; li ritiene responsabili del fiasco della Baia dei Porci, e
dell’assassinio di Allende e Guevara, come di quello mancato di Castro. Lo
zampino della S&B nella Cia entra di traverso nel conflitto vietnamita, come
negli assassini di JFK e di Martin Luther King, Jr., e nel disastro di Watergate.
L’orientamento della S&B odierna continua ad essere elitario, d’estrema destra:
storicamente pro schiavitù, antiminoranze (le donne furono ammesse nel 1991),
razzista ed occultamente antisemitico. Oggi si continua a parlare d’una
intangibile Commissione Trilaterale, mirante al controllo dei media di massa e
ad un governo mondiale plutocratico. Durante la campagna elettorale del 1992,
Pat Buchanan accusò Bush padre di gestire una presidenza S&B. Nel 2000, Bush,
Chaney and Lieberman erano (e sono!) legati alla S&B. Ed è possibile che nel
2004, Bush e Kerry (senatore del Massachusetts), ambo membri della S&B, si
disputeranno la posta presidenziale. Gatto ci cova. È difficile vederci chiaro:
c’è troppo fumo! Ma se l’olfatto non m’inganna, fiuto molto arrosto in cottura.
Il che mi riporta per associazione al verso del Gozzano:
O papera, mia candida sorella!
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Che l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.
Da: La differenza
(Appare in Canada su Il Congresso ed in Italia su La Voce del Savuto)
ESERCIZI IN DEMOCRAZIA
In America, ormai sinonimo abusivo di
Stati Uniti, negli anni bisestili si rinnovano le elezioni presidenziali ed ogni
giorno vale un pesce d’aprile. Le circostanze invogliano a fare discorsi
semiseri, specie quando ci si accosta ad argomenti esplosivi a base di politica,
religione e sessualità o, piuttosto, omosessualità.
“Con la repubblica si
fanno miracoli,” soleva dire don Ninno, a suo tempo mio monarchico
precettore di terza elementare. Scommetto che di questi tempi, al bar, avrebbe
preferito centellinare in silenzio l’espresso che preferiva:
“Forte, lungo, e
doppio zucchero.” Ai media di massa non dispiace sguazzare nello scandalo,
in modo particolare quando coinvolge istituti religiosi. Fa ancora scalpore la
consacrazione del vescovo anglicano, apertamente omosessuale, di Concord, New
Hampshire; e batte tuttora banco la vergognosa e criminale pedofilia di
centinaia di prelati cattolici, da una costa all’altra.
Al tempo oserei azzardare che la psiche americana è geneticamente predisposta a
coltivare etiche puritane fino al midollo. Altrimenti non si farebbe tanto
baccano per una banale sconciatura da vaudeville come l’esibizione del seno
destro di Janet Jackson (sorella di Michael), alla fine di un numero
d’intermezzo del Superbowl. Cosa dire, allora, della coreografia erotica
delle frenetiche danze moderne? Mi sorge il dubbio che, in clima di elezioni, si
voglia passare tutto al setaccio: tutto fa brodo. Persino la
Primavera di
Botticelli è stata sottoposta a censura: è apparsa in televisione coi seni
bloccati da un rettangolo nero. Vorrei sperare si fosse trattato d’una protesta
ironica ma, per esperienza personale, non potrei garantirlo: una scuola materna
di Bakersfield, California, ebbe a rifiutarmi un dono in memoria del mio
pargoletto, recente vittima d’un tumore al cervello. Opera di de Santiago, in
bronzo, la fonte, che adorna oggi il giardino di casa, consiste d’un fanciullo
che, con una verga, fa scaturire un zampillo fra le rocce. Le autorità
scolastiche si aspettavano una scultura decente, almeno in brache da
cowboy. In altra occasione, in seno alla Dante Alighieri della medesima
città, svariati soci stracciarono la copertina d’una rubrica dell’associazione
per protestarne l’immoralità – riportava, col nullaosta del presidente – una
signora troppo emancipata e liberale – la spudorata immagine del
Davide di Michelangelo. Oggi è di moda il
same sex marriage. Perché proprio
adesso? Bush W., ormai gran pastore dell’estrema destra, minaccia di emendare la
Costituzione per boicottare (invece che sanzionare) i diritti del cittadino, per
preservare, asserisce, la “santità del matrimonio tradizionale.”
L’argomento è scabroso perché estremamente soggettivo: troppe sono le reazioni
ad uno rito che è al tempo emotivo, religioso, politico, sociale, tradizionale
nonché umano anzitutto.
Stando al mio vicino di casa, il matrimonio è un errore da commettersi una sola
volta, con certificato munito di doppia cedola di dissoluzione, per eventuali
divorzi, da ratificare senza interventi di avvocati, e con garanzia di comune ed
inalienabile responsabilità dei genitori verso la prole. “Chi sbaglia moglie” –
avrebbe detto Socrate – “diventa filosofo.” O, aggiungo, legislatore.
Nell’ambito della propria congregazione, e davanti al proprio Dio, si sposi
ognuno con chi vuole, col rito che preferisce, schiacciando calici, o saltando
scope, come Kunta Kinte. Al municipio, è lecito a tutti eludere (stavo per dire
evadere!) tasse e reclamare quei diritti che, in fondo, sono spesso la causa di
tanta voglia epidemica di “metter su famiglia” in un’epoca caratterizzata dalla
convivenza, dalla sterilità programmata, e dalla reticenza alla prolificazione.
A scopo passatempo (ed uso… consentito), suggerirei a chiunque non abbia niente
di meglio da fare di analizzare i pregiudizi delle opinioni personali e l’intero
bagaglio delle proprie convenzioni ataviche e tribali. Ma è difficile
sbarazzarsi dei propri preconcetti e riconoscere che, secondo statistiche
scientifiche, globalmente, l’8% della popolazione maschile, come il 5% di quella
femminile, è omosessuale. Molto più facile convincersi che Dio e Natura possano
sbagliarsi consistentemente tredici volte su cento.
Benché ancora da concludersi, le primarie del partito democratico si sono
praticamente risolte anzitempo (con ventun vittorie su venticinque) a favore del
senatore John Kerry, del Massachusetts. Il che vuol dire che, come ipotizzato un
anno fa, due membri della società segreta Skull and Bones, Bush e Kerry,
si contenderanno la posta. È un tasto che nessuno vuol toccare, meno di tutti i
media di massa, che ormai costituiscono il cartel o monopolio della notizia. Un
terzo candidato si è ultimamente messo in lizza: l’indipendente Ralph Nader,
populista, che aspira soltanto, come la volta scorsa, a fare l’onesto
rompiscatole. Se gli si permetterà di partecipare ai dibattiti – cosa che dubito
– costringerà Bush e Kerry a discutere temi rilevanti. Fino ad oggi c’è stata
solo una sorpresa: la resa imprevista del favorito Howard Dean. Si prevedeva
invece che John Edwards dovesse arrendersi per mancanza di fondi più che di
voti. La candidatura di Sharpton e di Kucinich persiste solo come
ego trip
(escursione) ossia per pura vanità. Le loro sono nondimeno le voci più
autentiche. Esprimersi onestamente in merito all’Israele equivale in America, ho
scritto più volte, a suicidio politico; un recente dibattito fra
Democratici
lo riflette: richiesti di scegliere fra “muro” o “recinto” per definire
l’assedio ai Palestinesi imposto dal regime di Ariel Sharon, tutti hanno optato
per il secondo, meno Kucinich, che ha francamente specificato:
“Se eretto in
Israele, è un recinto; se eretto in Cisgiordania, è un muro.” Kucinich non
ha nulla da perdere.
Si profila una spietata campagna per la presidenza, ed ogni pronostico di
risultato rischia di sbagliare una volta su due. Sono intimamente convinto che,
più che i candidati, saranno gli eventi, domestici e internazionali (da trattare
nel prossimo numero), a determinare la vittoria. Personalmente, in onore ad una
illusione di democrazia, preferirò come sempre votare per il candidato meno
pericoloso. A chi vuol acquisire una consapevolezza del ruolo della
House of
Bush in America e nel mondo, posso raccomandare entusiasticamente
American Dynasty, Aristocracy, Fortune and Politics of Deceit in the House of
Bush di Kevin Phillips (New York, London, Toronto, New Dehli, Johannesburg
etc.: Penguin Books, 2004). Già prima di leggerlo, sulla base di una intervista
dell’autore, teletrasmessa, mi ero ripromesso di recensire il volume: 397 pagine
fitte di caratteri ammazza vista, nonché di acute e vagliate analisi, senza
zavorra. Ma ho cambiato parere. Per il momento dirò soltanto che trattasi di un
lavoro eccezionalmente informativo, documentato e
deprimente. Sotto il
monocolo di Kevin Phillips, i prospetti dell’umana condizione appaiono piuttosto
tenebrosi. Siamo tutti a bordo d’un Titanic; o,
se mi si perdona
l’associazione, di Nave senza nocchiero in gran tempesta.
(Segue)
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto.
COS’È IL TEMPO?
Come suggerisce il corsivo, trattasi d’un
libro. È il titolo del quinto volume di poesia di recente pubblicato da Carlo
Toselli (West Vancouver, B.C.: Le Grazie, 2003). Si ispira ad un brano di Sant’Agostino
(Confessioni, XI, 14) riportato all’inizio della raccolta, riproponendo
il medesimo enigma: il tempo è qualcosa di risaputo e di inspiegabile. Sempre
motivo centrale della tematica lirica del Toselli, anche quando non è
esplicitamente l’argomento dominante, il tempo costituisce in effetti la tela
del pittore o il foglio di vento
del poeta.
L’opus,
trilingue, consiste di 165 liriche distribuite, più per associazione che per
altro, in cinque sezioni, una per ogni stagione, più l’ultima, “Out of
Season”, in cui il tempo funge da denominatore comune. Proteiforme com’è, mi
fa comodo condensarlo in un corollario ad ampio respiro: il tempo, o la nozione
di esso, è la percezione intima del mutevole istante che si eterna, e diventa
appunto timeless. E non importa che si tratti di momento cronologico,
psicologico o onirico, statico o fuggente, concreto o astratto, reale surreale
effimero nostalgico o cos’altro torni a mente.
Va detto anzitutto che il poeta supera se stesso, e che la perfezione, si sa,
non abbonda di sinonimi. Poco è cambiato dalle previe raccolte: la tiratura è di
260 copie, di cui cinquanta in edizione di lusso, e dieci destinate ad una
rilegatura speciale, in pelle. Come e più del solito, la veste editoriale
riflette il gusto ineccepibile del consumato cultore del bello. Vale la pena di
ribadire che la lirica del Toselli, sempre sommo alchimista di sinestesie, è
tuttavia caratterizzata dal metro breve, dal verso libero, levigato, castigato;
punteggiatura inesistente, semplicità inimitabile, struttura minimalista,
lessico incisivo, scarsi e voluti i preziosismi. Il mondo poetico si estende e
sconfina entro il raggio d’una passeggiata: casa e giardino, bosco attiguo o
mare, che è a tiro di sasso, in una comunione spontanea che sa di vita e di
fiaba. Il cielo ristà di solito in cima alla scala a pioli in disuso da un
pezzo, e la luna cala talvolta a lunghezza d’uncino. Dalla prima scorsa, ci si
ritrova in ambiente decisamente familiare, d’un Toselli
doc, discernibile
’a ciente passe, come, in pieno maggio, la fragranza inebriante di certe
rose partenopee. Ma tosto ci si accorge, più per intuito che non per analisi,
che il Toselli ha in qualche modo rarefatto, magari all’insaputa, la propria
essenzialità: poetando, il poeta si è trasmutato in poesia. Tanta è
l’immedesimazione con la natura che lo circonda, con l’universo che
registra, la fratellanza francescana palpitante per il creato, l’accettazione
dell’inevitabile, tutto un insieme che propizia la serenità, primogenita della
saggezza. Il suo umorismo è benigno, sottile l’ironia, rara ed eccezionale la
battuta (Il pessimista / è un ottimista / meglio informato) (154),
frequente il verso con chiusa a sorpresa (158),
persino per il
poeta, a volte. L’aficionado
del Toselli può aspettarsi una tematica
sempre opulenta, doviziosa d’immagini, evanescenze, sensazioni, osservazioni,
riflessioni, di tutto un mondo, reitero, di cose forse più volte riviste e mai
prima notate.
Superfluo sottolineare che, con
Cos’è il tempo?, il poeta non intende
divulgare un trattato scientifico. Il quesito, retorico, è l’invito ad una
mostra privata, intesa a celebrare quanto il poeta ambisce esibire. Non è
abbastanza coltivare il nostro giardino; bisogna proteggerlo: cura le aiuole
dietro il cancello, ma dove a nessuno / è dato vedere / coltivaci rose /
papaveri viole / mughetti pudichi // del pari difendi / dal mondo curioso / i
fiori segreti / dell’anima tua (125) È un’allusione più unica che rara. Che
si sappia, Toselli non ha molti segreti. A lui piace condividere le piccole
gioie: un verso scritto di getto, una visita amica, uno spruzzo di pioggia
notturna sui fiori assetati. La percezione del momento, essenziale
all’avvenimento da cristallizzare, si manifesta sin dall’inizio in circostanze
impensate: nel vaso, sull’unico stelo, tre rose, tre voglie // di tutto / di
niente / di poco (11) domani saranno appassite; l’ippocastano rinasce ogni
anno, ma crescon zelanti / gli anelli del tronco / discreti non visti /
sventando l’inganno / che ’l tempo non passi (13)
Astratto concetto il presente è il ponte che separa ieri e domani, mentre l’uomo
affronta la
vita / avverte la morte / e muore sperando (179).
Qualsiasi momento di ogni stagione è per la musa un pretesto ideale per scrivere
versi, da riportare intatti e senza adulterazione. Tulipani precoci
vestiti a
seconda / di porpora e giallo / di rosa peonia / di morbido bianco / di rosso od
arancio / di viola notturno (8) …
si drizzano fieri / nel cielo di marzo
/ color zafferano / solcato in silenzio / da nuvole ed ali
(15) In aprile,
il vento che rade / e pettina il bosco / allieta l’andare / sugli aghi di
pino / nel salso del mare / che brevi rilancia / barbagli di mica
(22) Se
maggio è di turno, scampana il giallo in giardino: racemi di cìtiso, papaveri
gialli e ranuncoli d’oro nell’oro del sole; unico contrasto: il limpido azzurro
delle miosotidi (“al secolo”, nontiscordardimé). La pioggia, sempre di casa a
Vancouver, evoca versi stupendi: S’alternano scrosci / siccome frammenti / di
tempo nel tempo (24). Sul parabrezza, il tergicristallo cancella, assieme
alle gocce, foglie e petali siccome sereni ricordi / di giorni passati
(17) Una sera di agosto, ritroviamo il poeta in ascolto:
Abbassa la luce / ti
prego – mi garba / udire la pioggia (38) Nella lontananza, senza tamerici,
la pioggia è rumore di nulla, di pace: le gocciole chete / le gocciole sparse
/ si fanno più fitte / ricadono oblique / e rigano i vetri / sonore secondo /
cadenze diverse // e piove nel buio / sui rovi spinosi / sui frùtici spogli /
sull’anima nuda (46) Se in autunno piove senza tregua,
son gocce diritte
/ son frecce di sghembo / monotone fisse (71) …
il nero d’un corvo / nel
grigio uniforme / d’un giorno di pioggia // è solo l’autunno / che annuncia
l’inverno (93) E la neve.
Poco spazio e troppa scelta. Serva il frammento o il riassunto da scorciatoia
per invogliare letture integrali: oh! luna impudica / vestita / soltanto di
luce / nel tremulo raso / del cielo trapunto / di fulgidi spilli
(33) … e
squilla la luna / nel buio profondo / sul canto in sordina / dei grilli dispersi
// … // la limpida notte / mi dice parole / di puro silenzio / intanto che gira
/ la ruota del tempo (60) D’estate pare la vita rallenti:
Indugiano i
giorni / in lunghi meriggi / in vesperi lenti (42) propizi agli incontri
fortuiti nell’ora dorata o stordita o violetta: oggi un pettirosso o un colibrì,
domani una lucciola o ragno in agguato di piccole prede, e l’indomani farfalle e
ghiandaie. Nell’alba tranquilla / dell’ultima estate / non bava di vento / …
// un’ala soltanto / di rondine nunzia / del giorno s’è mossa / fugando
l’inganno / che l’ora non muti (67) Al sole del mattino, il poeta si sente
più giovane e si vede più vecchio. Col favore dell’ombra, lo specchio è meno
crudele.
V’è interazione costante fra poeta e natura. Il vento soffia e bisbiglia
promesse e ricordi; e andandosene crea vuoti, assenze. La stagione autunnale è
anche l’autunno della vita, e novembre riflette la lenta agonia / dell’ultime
foglie (85) Come le nuvole (lievi, scure, vane, rade, fitte),
metafore
sono / degli animi nostri / che mutano ad ogni / variare d’umore
(102)
Febbraio, marzaiolo, è capace di tutti gli estremi nel giro d’un’ora:
si
destan gli uccelli / dal sonno profondo / avvolto nell’ali // E parvemi bello /
l’ozioso mattino / d’inverno più ch’altri / n’avessi mai visti
(106) Al
tramonto, un altro variare d’umore: Astratto chiarore / pensieri incolori /
parole sbiadite / e piccole morti / di piccole cose // e fuga del tempo / tra
polvere e stelle (107) L’indomani:
Oziosi brandelli / di pallide nubi /
e un pallido abbozzo / di sole invernale // … // un senso mi dava / di strana
tristezza // nell’ora di noia (110) Se squilla il telefono e porta una buona
notizia, continua la neve a cadere, ma pare diversa.
L’identificazione col gatto di strada, ed il monologo che l’accompagna, annunzia
già le poesie Out of Season
che, in verità, sono versi per qualsiasi
stagione: si fa a meno d’un riferimento specifico al ciclo annuale, ma si
richiama, ad esempio, l’effimera grazia / del fior che sfiorisce, nel breve
respiro / dell’ora che fugge (126) L’azzurro delle iridi diventa emblematico
della stabilità. Gli affetti familiari sono perenni, e non ci sorprende rivedere
la piccola Chiara che compie dieci anni; la si immagina a venti, ma si
preferisce ricordarla come ombra di danza inseguita dal vento. Il sole meridiano
sbianca la rosa per ritingerla al tramonto. Il poeta osserva il sole mutarsi da
limone in arancio, stelle filanti cadere, pioggia scrosciare, gente sparire, ed
il mondo girare ugualmente: invero fin troppo / il tempo
trascorre /
costante e uniforme (174) Recisa dal tempo,
… la rosa …// …
splendette / intrisa di luce / colore e profumo / nell’ombra silente / dei libri
stupiti (156) Fra le eccezioni, l’impatto d’un terremoto, come altrove,
quello di posta… all’antrace. Ed infine un consiglio arduo a seguire, “ama ciò
che hai,” ci ricorda un ancestrale adagio siriano: “Non sposare la donna che
ami; ama la donna che sposi.”
La giostra s’arresta, solo per riprendere: certuni continuano la corsa, altri
salgono o scendono, contenti o spiaciuti
/ che sia finita / per loro
la corsa / concessa dal tempo (189) Frattanto Toselli ritenta la sua magica
lira: in corso, Il bosco dei tamarindi.
Cos’è il tempo è reperibile presso Le Grazie, 3050 Rosebery Avenue, West Vancouver, B.C., V7V 3A9, Canada, telefono 604-926-7048. Volumi precedenti: Lo specchio di peltro, La fanciulla di terracotta, Fra due giardini, Immobile correndo
LA MARATONA PER LA CASA BIANCA
A metà febbraio, le preliminari per la
candidatura Democratica presidenziale si approssimano alla decisione: fra
i candidati, Moseley Braun si è arresa in partenza, e Lieberman e Gephardt si
sono arresi dopo la prima tappa; Kucinich e Sharpton, i più spontanei, sono
ancora nella mischia, ma senza speranza e, salvo miracoli, Dean, e Clark
dovranno presto riconoscere che spetterà a Kerry cercare di disarcionare Bush.
Edwards dice di voler lottare, ma Kerry ha già riportato dodici vittorie in
quattordici prove.
La giostra continua, ed ognuno ripete quello che la gente vuole sentire. Non
vale la pena di farne un riassunto: prima del 2 novembre passerà molta acqua
sotto il ponte. Preferisco raccontare, raccorciandola, la mia versione d’una
storiella che circola per posta elettronica: il presidente Bush sogna di esser
morto e, da buon cristiano rinato, bussa alle porte del Paradiso. Gli apre San
Pietro: “Hello, dude! Come in! Ma se vuoi la cittadinanza, devi prima
visitare l’inferno e quindi decidere dove passare l’eternità.” Poi Bush fa
un breve giro del Paradiso, che trova incantevole, malgrado non vi conosca
nessuno. L’indomani prende l’ascensore per l’inferno e, con sua somma
meraviglia, scopre che lì si sta divinamente. Vi riconosce un sacco di amici,
per lo più politici, finanzieri ed evangelisti, molti ancora in vita nel Texas,
intenti a bere, maialare e adivertirsi. Bush si sente a suo agio e vi rimane
un’intera settimana; poi riprende l’ascensore per avvertire San Pietro della sua
decisione, quindi torna “a su casa”.
Questa volta, però, trova l’inferno
peggio di quanto avesse mai potuto immaginare o sentito dire. Solo la gente è la
stessa, ma irriconoscibile quasi, per le orribili pene, grida e lamenti che
manco Dantee, cantautore napoletano,
avrebbe saputo descrivere. Da
commander in chief, sicuro che ci deve essere un errore, Dubya chiede di
parlare con Lucifero, il quale scoppia in una risata satanica:
“Ci sei
cascato! Anche l’inferno è bello durante la campagna elettorale. Ma ormai hai
già votato.”
Intanto il mondo gira: i poveri si fanno più poveri, gli ammalati più infermi, e i terroristi più micidiali; eventualmente avranno anche loro armi proibite. Incalza la corsa agli armamenti super sofisticati, fra cui, dicesi, a tecnologia nano molecolare. In Iraq, gli insorgenti fomentano la guerra civile; in Israele si erige il muro, e Washington tace – è suicidio politico comportarsi diversamente. Qui si continua ad esportare democrazia e posti di lavoro; cresce la disoccupazione; anche chi lavora non riesce a sbarcare il lunario. Non sarebbe ora di rinsavire?
(Appare in Canada e in Italia)
FRA NORMA E NOVITÀ
Con gennaio a metà strada, si
ritorna ormai alla normalità. Si chiude un altro ciclo di
wishful thinking
collettivo, periodo in cui persino il pensiero si tinge di rosa. L’Anno Novello
si regge su due piedi e cammina; scema già l’euforia del momento magico. La
consunta scopa della Befana (o la tramontana) ha spazzato via gran parte dei
buoni propositi, e si comincia a dubitare che ieri e domani possano essere
sostanzialmente differenti. Ma non ha importanza: a tutti gli effetti è l’oggi
che conta. Invece di augurarmi ed augurare pace, bene, prosperità a venire,
preferisco abolire il futuro ed auspicarci uno alla volta, rinnovabile, un
giorno operoso, edificante e sereno. Decida ognuno come giustificare la propria
esistenza, nella consapevolezza del proprio agire, da essere umano e cittadino
del mondo. L’indispensabile è ricordare che fatti non
fummo a viver
come bruti. Bisogna tenersi informati, onde evitare di mutarsi in complici
per apatia o assenteismo: “shit happens,” pontifica Forrest Gump (alias
Tom Hank), ma i governi ce li meritiamo.
Dell’autentico Natale rimangono i ricordi d’infanzia. Al giorno d’oggi i sonagli
delle renne volanti soffocano il lamento delle ciaramelle. Ed è il caso di
ripeterlo: Tutto il mondo è paese! Sulla falsariga americana, i media di
massa dappertutto si sono impegnati a misurare col metro degli incassi
quotidiani il successo della tradizionale ricorrenza dell’anno. Siamo tutti
diventati d’un tratto capitalisti? Più probabilmente siamo sempre stati
semplicemente umani. Spoglia di connotato politico, la demarcazione fra libero
mercato, profitto, sfruttamento, frode, ricatto ed estorsione è spesso molto
vaga e dipende dal punto di vista. I mondiali di truffa si sono conclusi con una
vistosa vittoria di misura: Parmalat 4 – Enron 3. Va notato, per curiosità, che
la Borsa di New York ha addirittura preso in prestito un plotone di Marines in
uniforme di gala per invogliarci, dalla loggia degli gnomi, a battere le manine
per plaudire una giornata… taurina.
La belligeranza impazza su tutti i fronti. Nessuna tregua in deferenza alla
Notte Santa. La pace non è più di moda, ed ogni giorno è buono per rispedire
anzitempo anime al Creatore. Riti a parte, fra gli eventi più significativi
della scorsa stagione natalizia, si annovera il collasso d’un mito. Le ultime
foto del bruto di Baghdad ribadiscono sic transit gloria mundi. Ligio al
proprio carattere, Saddam rinunzia a morire da eroe e viene dichiarato
prigioniero di guerra. Da imputato potrà presumibilmente dipanare le losche
trame della sua ascesa al potere, e smascherare i suoi sostenitori clandestini.
Poco d’altro è cambiato nel sanguinoso Medio Oriente. O nella Corea del Nord,
anche se l’estrema destra, convinta della bontà della strategia preventiva, non
esita ad attribuire a Bush poteri occulti. Le ostilità globali si intensificano.
In Iraq il conto dei caduti americani si aggira sui cinquecento; diverse le
migliaia di feriti ed invalidi evacuati. Le informazioni dettagliate sono
scarse. I volontari pure. Per adescare i congedabili a rinnovare l’arruolamento
nelle forze armate, si deve ricorrere a metodi insoliti, fra cui premi da cinque
a diecimila dollari a testa, per un triennio di servizio addizionale. Oberata da
debiti e guerre atipiche, e da una economia anemica, l’America deve soffrire lo
spettacolo del suo potente dollaro in insolita picchiata. L’episodio della mucca
pazza ha decimato dalla sera all’indomani l’esportazione di carne bovina, anche
se la maggior parte dei consumatori di origine messicana non rinunzia allo
spezzatino ed ai tacos di trippa. Di recente è scattato l’allarme per il
salmone d’allevamento, alimentato a base di cibi tossici. La storia si ripete:
si sacrifica tutto all’altare di San Denaro. Di gran lunga più deleteria, la
lotta contro un terrorismo invisibile che costringe l’America a ritenersi
assediata e, se si consente l’associazione, a praticare il catenaccio. Lo
confermano i voli internazionali cancellati o scortati a destinazione da caccia
F-16, e la registrazione (foto e impronte digitali) di passeggeri stranieri.
Che si sappia, Washington non è propensa a soluzioni pacifiche. Anzi, David
Fromm, coniatore dell’Asse del Male, e Richard Perle spiattellano
assurdità pazzesche che potrebbero solo peggiorare la situazione.
Intanto incalza, almeno fra i patiti, la campagna elettorale per la presidenza.
È ovviamente troppo presto per pronunziarsi, eppur non manca chi dà la
rielezione di Bush per scontata. Sta ammassando fondi a bizzeffe: oltre
centodieci milioni finora, e si ripromette di spillarne duecento in tutto. Ma
non per questo cessano i fervidi entusiasmi e le rituali promesse dei nove
candidati dell’opposizione. Non si sa mai come andrà a finire: l’elettorato
americano ondeggia come il grano maturo alla brezza vespertina. Basta un buon
comizio per sovvertire le percentuali. Del resto, non importa chi vince, il
risultato non cambia. Si pensi che dopo decenni di dibattiti per decretare un
più equo accesso all’assistenza medica, Bush & Co., con l’appoggio di ben dodici
senatori dell’opposizione, è riuscito a bidonare le masse. Per giunta, in barba
agli accordi di libero commercio, è vietato comperare in Canada, a prezzi
dimezzati, gli stessi farmaci made in USA che negli Stati Uniti costano
un occhio e mezzo.
Non dirò più di Gorge W. Bush, anche se non si può mai dirne abbastanza male. È
questa un’opinione personale, convalidata da fatti di pubblica conoscenza. Nei
tre anni della sua presidenza ha distrutto il benessere nazionale. Dei nove
candidati in opposizione, che tosto saranno dimezzati, mi limito a segnalare
l’ovvio: a eccezione di Al Sharpton, reverendo attivista di razza africana, e di
Wesley Clark, generale in pensione, ex-comandante della NATO, gli altri sette
sono tutti politici di carriera. John Kerry, senatore (Massachusetts), sposo
d’una ereditiera del ketch up, è invalido della guerra del Vietnam;
Joseph Lieberman, senatore (Connecticut) ed ex-candidato alla vice-presidenza
durante le elezioni scorse, è il coniuge d’una sopravvissuta dell’Olocausto;
ambo i senatori appartengono alla medesima società segreta,
Skull & Bones,
cui fa parte anche Bush, fraternamente noto col nomignolo di Temporary; John
Edwards, giovane senatore (Carolina del Nord), dispone d’una fortuna personale
accumulata durante una brillante carriera di avvocato; Carroll Moseley Braun, ex
senatore (Illinois) ed ex-ambasciatore nella Nuova Zelanda, è l’unica donna fra
i candidati, ed è di razza africana; Dennis Kucinich, parlamentare (Ohio), già
sindaco di Cleveland, è il candidato della pace. Dick Gephardt, parlamentare
(Missouri), più volte candidato alla nomina per la presidenza, è il campione
dei sindacati. Howard Dean, ex-governatore del Vermont, medico di professione, è
in testa ai concorrenti.
Doti personali a parte, e penoso a doverlo riconoscere, vincerà la nomina del
partito Democratico chi disporrà di più risorse. Dennis Kucinich, che è
il candidato più sincero, temo sarà il primo ad abbandonare il campo per
mancanza di fondi, se non sarà preceduto da Sharpton e Moseley Braun per la
medesima ragione. Faranno seguito Edwards, che sospetto non voglia investire a
fondo perso una fetta troppo grossa delle proprie finanze, e Gephardt, per
scarsità di carisma e di denaro. Lieberman dovrebbe fargli seguito, anche se non
vuole riconoscere scaduto il suo quarto d’ora di opportunità. Fra i superstiti,
Dean, Clark e Kerry, la palma spetterebbe al primo. Se un terzo dei miei
pronostici improvvisati dovesse azzeccare, non esiterò a dedicarmi
esclusivamente alla chiromanzia.
(Appare in Canada e in Italia)
A conclusione delle preliminari del partito
democratico in Iowa, un terzo dei candidati alla presidenza si è già arreso:
Moseley Braun prima di cominciare; e Kucinich e Gephardt alla prima tappa. Ha
vinto Kerry con 38%, seguito da Edwards col 32%. Dean ha racimolato solo il 18%
dei voti. L’ultimo terzo (Sharpton, Lieberman e Clark) ha optato di non
cimentarsi prima del 27 gennaio, nelle primarie del New Hampshire, dove si
verificheranno altre vittime.
All’indomani dello State of the Union pronunciato da Bush dinanzi al
Congress intero, esito ad occuparmene semplicemente perché non riesco a
dissociarlo da un documento falso, esibito sotto false pretese. Con lo
Stato
dell’Unione, invece di aggiornare il popolo sulla salute della nazione,
disponendo già di centotrenta milioni di dollari per la campagna di rielezione,
il presidente ha deciso d’infinocchiare il pubblico, trasformando la farsa in
comizio: cinquantaquattro minuti di frottole per un’udienza in mutande alla
formica, disposta a saltare in piedi – ben settantatre volte! – per sostenuti
applausi prescritti. Comunque, ogni cittadino sa come stanno veramente le cose:
siamo tutti nelle fauci d’una nuova plutocrazia multinazionale, decisa a
divorare la classe media. La disoccupazione è in aumento, e l’occupazione non
garantisce una vita decente; le guerre si trasformano in guerriglie, e si
continua a morire come prima e più di prima; il terrorismo ci costringe a vivere
ad un livello che si alterna fra il giallo e l’arancione; quarantaquattro
milioni di americani sono senza assicurazione sanitaria; mancano i fondi per i
servizi pubblici; mentre si complotta una Voice of America per il Medio
Oriente, la NPR (National Public Radio) funziona a metà a base di
elemosine, e deve ricorrere a collegamenti quotidiani con Londra per sopperire
alla deficienza di risorse; invece di risolvere problemi terrestri attualmente
urgenti, si straluna con nuove avventure interplanetarie per decenni a
venire; intanto, si abbandona la manutenzione del Hubble. Non abbiamo bisogno di
oracoli delfici: Madame Liberty sta decisamente male, e noi con lei. L’economia
mondiale rischia il caos con il consumatore americano in fallimento. Malgrado
tutto, Bush gode d’una popolarità pari al 45%, il che significa che l’elettorato
è diviso in due, e ch’è imperativo mungere voti dove si può. C’è da scrivere
tutto un volume sulla finta legalizzazione dei cosiddetti
aliens, per
crearne una nuova classe di schiavi al servizio di don Maiale.
SPECULAZIONI PONDERATE
“L’inevitabile non esiste,”
almeno fino
a quando, succedendo, non diventi realtà. È il credo di Bernard Lewis, storico
illustre, che per principio professionale preferisce i dati di fatto alla
chiaroveggenza. Il comune mortale, però, può permettersi il lusso della
speculazione, specie quando è fondata sulla proiezione nel futuro di verità
storiche a portata del cittadino qualunque. Mentre si cerca, come si dovrebbe,
di vivere intensamente nel presente, è doveroso aggiornarsi per aver un’idea
dell’equilibrio politico globale, ed è necessario chiedersi come stanno
veramente le cose, come si prospettano per un prevedibile futuro.
Persiste un periodo di estrema fluidità. Mentre l’Undici Settembre costrinse
l’America a riconoscere la propria vulnerabilità, per cui continua a pagare
conseguenze letteralmente incalcolabili, il recente cambio di regime in Iraq
consiglia il mondo intero a non sottovalutare la determinazione e le fisime
dell’unica superpotenza vigente. Celebrando il giorno della preghiera (e non
quello del lavoro, che in America ricorre in settembre), a bordo della portaerei
Lincoln in rotta per la base di Everett, nel Washington, George
Jr. ha
cantato vittoria, annunziando la cessazione di operazioni rilevanti in una
ennesima guerra non dichiarata, malgrado in Iraq, come nell’Afghanistan, si
continui a morire. Rumsfeld, ministro della difesa, sottolinea dal canto suo che
c’è ancora molto da fare, perché i sunniti, morto o vivo e rapinatore di banche,
preferiscono Saddam alla democrazia, e gli sciiti si flagellano per auspicare
una repubblica islamica. Il che significa che le truppe della coalizione sono
disposte a sgomberare non appena gli Iracheni, accorgendosi finalmente di
essere stati liberati, finiranno per adottare un sistema filoamericano
all’insegna d’una economia a mercato libero.
Nel frattempo, la coalizione dei volenti si assume la responsabilità di
ricostruire il paese. Il compito di rappacificazione va diviso fra Polonia al
nord, Stati Uniti al centro, e Gran Bretagna al sud. Phillip Carroll, già
direttore esecutivo della Shell, soprassiede alla riorganizzazione
dell’industria del petrolio iracheno, la cui produzione e distribuzione è stata
da tempo assegnata, per pura casualità, alla Halliburton. Dimettendosi dalla
direzione di questa, per candidarsi alla vice presidenza allato a George Bush,
Cheney fu premiato con una pensione paracadute – trenta milioni di dollari. Il
tutto è questione di priorità, ed illustra perché il Pentagono preferisce
proteggere ministeri anziché musei. Il generale Garner, sionista sfegatato, cede
le redini della ricostruzione irachena a Paul “Jerry” Bremer, esperto in
antiterrorismo. Per meglio vagliare la strategia americana sulla scacchiera
globale del momento, torna utile esaminare il ruolo statunitense in casa e
fuori.
A domicilio, le cose non cambiano di molto, e spesso per il peggio. Oggi, per
esempio, per soddisfare i gravami delle tasse, bisogna lavorare esclusivamente
per lo Zio Sam
sei settimane intere (senza ponti e senza
sottopassaggi!) più di quanto non si dovesse nel 1973. L’economia continua a
versare in cattive acque: i disoccupati ammontano a circa nove milioni e sono in
aumento, più altri cinque che, pur lavorando, non riescono a sbarcare il
lunario; sedici i milioni di tossicomani, ed oltre quarantuno quelli senza
assicurazione medica; molta gente che lavora spende la busta paga prima
d’incassarla; il governo a tutti i livelli è in deficit e non sa dove pescare i
fondi per i servizi essenziali, fra cui istruzione, sanità, forza pubblica,
assistenza umanitaria e via di seguito; si raccorcia l’anno scolastico, si
licenziano gli insegnanti e si raddoppia il numero degli alunni in classe;
spesso capita di non saper decidere se comprare vitto o medicine; va
sottolineato che gli stessi farmaci prodotti negli Stati Uniti si possono
comprare nel Canada a costo più che dimezzato; localmente, sta facendo scalpore
il caso d’un diciannovenne arrestato e rilasciato ben diciassette volte per
altrettanti furti d’auto negli ultimi sette mesi – non c’è posto in prigione ed
i tribunali non funzionano a tempo pieno.
La criminalità divampa dappertutto, specie nei settori più sofisticati della
economia americana: finanza, energia, sanità, investimenti, assicurazione,
pensioni e così via. Malgrado l’America sia diventata una foresta di bidonate
colossali, raramente i rei vanno in galera. I legali della difesa pattuiscono
con i prosecutori multe da miliardi che i criminali, senza ammettere reati,
versano volentieri perché costituiscono una meschina percentuale delle somme
defraudate e persino da defraudare: si pensi alla saga del tabacco!
Dubya, tuttora impegnato a fare il duce, in previsione delle elezioni del
novembre 2004, vorrebbe risanare l’economia con la solita ricetta
ingrassa
maiali che, in teoria, dovrebbe provvedere un osso anche per il lavoratore.
Nulla è cambiato nel sistema elettorale: in barba a tutte le riforme, i soliti
due partiti demopubblicani, si disputano la torta, questuando a gara per
racimolare i fondi per le interminabili maratone elettorali, risaputamente
corrotte. Il capitalismo, anziché limitarsi allo sfruttamento economico dei più
da parte dei pochi, contamina la mentalità, la psiche: quando non si usano armi
letali, si lotta a colpi di gomito, calpestando il prossimo al motto di
“ognuno per sé e Dio per tutti.”
Senza mutazioni nella natura umana, è
inutile sperare in miracoli.
Ma bisogna pur concedere che non tutto scivola alla malora; gli interessi
speciali, specie quelli che finanziano i politici di ambo i partiti, navigano
sempre a gonfie vele: primo fra tanti, il settore bellico, che, munito di
patriottismo, dispone di tutti i fondi che riesce a sperperare. Lo stanziamento
annuo per la difesa è oggi di 390 miliardi, i cui troppi zeri creano capogiri e
mal di mare. Per quelli non avvezzi ai calcoli astronomici, altri si è preso la
briga di fornire una cifra più intelligibile – $11.000,00 per minuto secondo –
che, in ogni caso, non preclude il ricorso al cosiddetto
finanziamento
creativo: proprio in questi giorni si è concluso un complicatissimo accordo
che ha permesso ad un gruppo di finanzieri di Chicago di ordinare dalla Boeing
100 aerei 767 da adibire a cisterne già contrattate in affitto dalle
forze armate americane. A che pro?
Con altrettanta creatività, Washington annunzia un generoso contributo di
quindici miliardi per la lotta contro l’Aids nel terzo mondo. Non vi sono
dettagli sulla distribuzione dei fondi, ma si sospetta che saranno devoluti in
gran parte all’industria farmaceutica. Logicamente, si stanno rimpiazzando i
missili e le bombe seminate sui monti afgani e sulle città irachene, mentre
incalza la corsa per lo spiegamento d’un efficiente ombrello nucleare, e si
intensificano le ricerche per aggeggi sempre nuovi. Il prossimo conflitto
promette di diventare ancor più fantasmagorico, con fasci di laser
amplificabili, per abbagliare o accecare o addirittura crivellare il nemico. Nei
ritagli di tempo libero, si identificano nuovi bersagli, e se ne archiviano le
coordinate. Così si prepara la pace. Va menzionato,
en passant, che fra i
caduti americani si annoverano sproporzionatamente
minoranze etniche.
Washington ha concesso la cittadinanza postuma a giovanissimi eroi d’etnia
ispanica, i quali, pur non avendo diritto al voto, si erano arruolati sognando
di bruciare le tappe per ottenere un passaporto. Da parte del Pentagono, le
famiglie dei caduti hanno ricevuto una bandiera ricordo, ad esclusione di
qualsiasi altro beneficio.
Dopo la scomparsa del dittatore iracheno, la politica estera americana si
profila più nitida e più trasparente, pur senza virare dal costume usato: la
diplomazia all’insegna del bastone e della carota. Le Nazioni Unite pare stiano
per finire come la Lega delle Nazioni. Inizialmente proposta dal presidente
Wilson, la Lega non venne convalidata dal Congress
americano, cui non
gradiva rinunziare al diritto costituzionale di dichiarare guerre. Chi può non
cede: gli Stati Uniti non firmano trattati compromettenti (come Kyoto, per
esempio), perché vogliono riservarsi la facoltà di agire unilateralmente.
Non scommetterei un piatto di lenticchie per il buon successo del
mappa del
Quartetto, semplicemente perché i fondamentalisti ebrei non vogliono la
pace, né la gradirebbero i sobillatori ed i finanziatori dell’annoso conflitto
in Cisgiordania. Sembrerebbe quasi impossibile, ma da quelle parti l’oro scorre
più del sangue. Lo status quo prevarrà ancora per un gran pezzo: non si vedono
spiragli di luce in fondo al tunnel, perché il tunnel non esiste. Il quartiere
generale delle forze americane rimarrà probabilmente nel Qatar, anche quando le
truppe di liberazione si saranno sistemate in Iraq.
Prima a pagar lo scotto per la propria integrità territoriale, è la Turchia;
alleata improvvisamente recalcitrante, ed aderente alla fallita coalizione dei
nolenti, ha fatto di tutto per intralciare l’apertura del fronte nell’Iraq
settentrionale. Per giunta, forze speciali clandestine turche – agitatori in
missione – sono state intercettate nei pressi di Mosul. Come farà Ankara adesso
a tenere a bada le proprie minoranze curde, accanto ai Curdi iracheni
indipendenti? Con le allusioni ad imprecise rappresaglie, specie contro la
Francia, trapela la puerilità diplomatica di Washington. Dopotutto, Chirac, come
Putin, tenta di proteggere gli interessi nazionali, anche al costo di provocare
lesioni in seno all’ONU ed all’Unione Europea. La reticenza a continuare o
annullare le sanzioni contro un paese annientato palesa la consumata abitudine
di menare acqua al proprio mulino. Per Schroeder, si è trattato di mera
sopravvivenza politica personale, anche a costo di metter a repentaglio la
struttura della NATO. In retribuzione, il contingente militare americano di
stanza in Germania sin dalla fine della seconda guerra mondiale si trasferirà
tosto in Bulgaria e Romania. Mentre Bush ospita e coccola i premier di Spagna e
d’Australia, disdice una visita in Canada e si vendica contro gli “indecisi”,
Messico e Cile, sbarrando la Casa Bianca ai festeggiamenti del Cinque Maggio, e
tergiversando su accordi economici in progresso con Santiago. Pare che il
Camerun rimanga fuori tiro per il momento.
La Siria, consigliata a rinsavire, rimpiazza l’Iraq nella trilogia del male.
Come l’Iran e la Corea del Nord, rimane all’incrocio delle coordinate. Bush è
convinto che d’ora in poi Kim Jong Il farà meno baccano ed avanzerà meno
pretese. Mentre la Cina si dibatte nelle grinfie della SARS, il Pakistan offre
all’India di abbandonare reciprocamente la corsa nucleare. Non si prevedono
soluzioni immediate in Afghanistan: l’ordine pubblico, specie fuori Kabul, è in
mano ai warlord; il contrabbando della droga è peggio che non in
Colombia, e Washington farebbe meglio a cercare d’interdire il consumo di
tossici in casa, invece di tentare di sradicarne la produzione altrove. I media
di massa americani, di ogni tipo, sono diventati un monopolio, in grembo a cui
il Venezuela ha cessato di esistere. La Giordania fa salti mortali per adattarsi
al flusso dei tempi. Mubarak, in Egitto, non sa che pesci pigliare. Nello Yemen
si gioca a mosca cieca. Bush, o chi per lui, ha deciso di abbandonare i Sauditi
al loro destino, optando per un eventuale trasloco delle truppe
infedeli.
Non è chiaro presagire le sorti dei Reali del deserto, abituati come sono ad
ammassare ricchezze, a soggiogare il popolo, ed a finanziare apertamente il
fondamentalismo wahabita e, di soppiatto, il terrorismo. In fondo, non è per
niente chiaro come meglio affrontare un futuro estremamente burrascoso, in cui
la pandemia del terrore, sconvolgente anche quando sonnecchia, intende
rosicchiare la supremazia dei potenti. A ripensarci, forse conviene non
aggiornarsi. Conviene prendere il mondo come viene; tanto, il terrorismo non è
che uno spauracchio: se si concede l’iperbole, è più probabile, individualmente,
essere colpiti due volte dallo stesso fulmine. L’autostrada è infinitamente più
micidiale di al-Qaeda.
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su La Voce del Savuto)
ALTERNATIVE
Onde evitare il rischio di irritarmi e, peggio, di
irritare, mi concedo una pausa dalle solite e deprimenti analisi di attualità. A
lungo andare finirei per fare controvoglia la cronaca delle calamità, ovunque
riverberi la presenza (o assenza) americana nel mondo. È triste riconoscere che
Washington si sia trasformata in parafulmine del disastro. La Casa Bianca, con
la stragrande approvazione del Congress,
si è voluta impelagare in
un’altra guerriglia. E grazie al nostro governo, siamo tutti diventati
all’insaputa contrabbandieri d’idee a mezza cottura: esportatori di Libertà e
Democrazia a chi non ne vuol sapere. Cresce intanto quotidianamente la lista
degli eroi inconsapevoli, e si sperpera il benessere delle generazioni a venire.
Né c’è da illuderci che le cose miglioreranno, con la improbabile ma vagheggiato
cambio di turno all’Ufficio Ovale. Il rintocco della campana sovrasta lo
schiamazzo delle fanfare, mentre Bush continua ad ammucchiare miliardi per la
rielezione. Ma il popolo minuto farà sempre le spese di tutto, anche delle
guerre fatte a credito, e gestite per arricchire i sostenitori di
campagne elettorali. Halliburton, l’appaltatore di fiducia del Pentagono, ci fa
pagare 2,59 dollari per ogni gallon
di benzina trasportato dal Kuwait
all’Iraq, quando lo stesso prodotto, acquistato senza mediazione, costa solo
1,14. Sul fronte domestico, continua a sbarrarsi l’importazione di farmaci
canadesi, per favorire l’immorale monopolio dell’industria farmaceutica
americana. Evviva il libero commercio, la naftalina
che semina
miseria a sud del Rio Grande.
Considerazioni del genere mal si addicono alla
meditazione. Sto rileggendo un volume che pretende fungere da guida spirituale e
che, vox populi, sta godendo del suo quarto d’ora di fama:
The Power
of Now di Eckhart Tolle (Novato, California: New World Library, 1999)
(Canada: Namaste Publishing Inc., 1997). Pur temendo di confondere più che
illuminare, vi rivolgo brevemente l’attenzione: Il potere di adesso
(o del presente
o semplicemente dell’Essere) è un lavoro serio, cosparso
di apparenti contraddizioni. Lo stesso autore si vede spesso costretto a
ridefinire il proprio lessico, andando per il sottile ed avanzando connotazioni
insolite, se non nuove addirittura. L’opera, pur non giustificando
l’approvazione incondizionata, è un veritiero invito alla riflessione, malgrado
l’autore sconsigli qualsiasi affidamento alle facoltà mentali dell’homo
sapiens, l’unica creatura capace di trucidare, come nel secolo scorso, ben
oltre cento milioni dei propri simili.
Se cercassi il pelo nell’uovo, potrei cominciare dal
titolo, dove un avverbio temporale è emblematico d’una filosofia che nega
l’esistenza del tempo, relegandone tutte le nozioni al Limbo delle illusioni. In
sostanza, prevale il concetto dell’eternità, che vieta ogni sorta di
consecutio: dopo il prima o prima del poi, è solo
ora, adesso.
Eckhart Tolle si avvale dell’illusione d’un tempo che definisce "psicologico",
differente da quello segnato dalle lancette; trappola del genere umano, è creata
dalla mente per la sopravvivenza del proprio ego nel mondo irreale
dell’ieri e del domani. Non capacitandosi della loro inesistenza, la mente
preferisce dimorare in un passato o futuro illusorio.
Abituati da sempre ad identificarci con i nostri difettivi
sillogismi, facciamo fatica a digerire che è proprio la mente ad ingannarci, a
creare una falsa immagine di noi stessi, che ostacola il ritorno alla
consapevolezza, alla conoscenza, alla coscienza, alla riunione con la divina
essenza dell’Essere eterno. Parrebbe che attraverso i millenni l’umanità abbia
perduto la facoltà di interiorizzarsi consapevolmente e riprendere
contatto con la propria divinità.
Eppure, sostiene l’autore, lo facciamo
quotidianamente senza saperlo, durante il periodo del sonno profondo, senza
sogni. Ma ciò a nulla serve. Mentre da una parte la mente è un prezioso utensile
per navigare, nelle ore di orologio, nella foschia, dall’altra è un arnese
micidiale; fonte di tutti i problemi umani, sempre disposta a mulinare
incessantemente, per costringere la specie ad impantanarsi in un’illusione
psicologica. Per ristabilire consapevolmente il contatto con l’energia vitale
interiore è indispensabile osservare la mente in azione ossia
vedersi
pensare. Un’immagine che farebbe prostrare il genio scultoreo dello stesso
Rodin. Per frenare l’incessante macinio del pensare, basta concentrarsi e spiare
l’arrivo del pensiero nascente, come il gatto che si dispone accanto al buco, in
attesa del topo. O, alternativamente, basta fare attenzione al ritmo rilassante
del proprio respiro ed al flusso della circolazione sanguigna.
Ch’io sappia, il corpo umano assume per la prima volta un
ruolo essenziale alla riunione con il Creatore. Non più ostacolo o bersaglio da
cilicio, il corpo diviene il guscio perituro dell’anima, potenzialmente portale
di accesso alla consapevolezza. Residenza delle emozioni, il corpo va osservato
per neutralizzare l’effetto deleterio delle trepidazioni, mediante la resa senza
condizioni alla realtà immutabile dell’Essere. Mi spiego? Lo dubito, ma rincuora
sovvenirmi degli avvertimenti dell’autore:
"Non
cercar di capire." "Non giudicare." "Arrenditi!" "Non opporre nessuna
resistenza!" "Tutto è come è. Come deve essere."
Altri aspetti delle teorie del
Tolle sono meno arcani; anzi, sono strettamente logici. Nell’odissea di ognuno,
l’unica cosa veramente importante è ciascun passo al momento di farlo. È assurdo
pensare di non avere nulla in comune con Tizio e Filomena, perché siamo tutti
rampolli della medesima essenza divina, destinati a riunirci eventualmente col
Creatore, che è uno. L’autore, infatti, attinge liberamente esempi e parabole da
diverse religioni. Le voglie, i desideri non fanno altro che proiettarci nel
futuro ossia nell’inesistenza. I beni terreni non portano la felicità; sono un
bagaglio inutile che abbandoniamo con l’approssimarsi della morte. Perché non
sbarazzarcene prima? "Dobbiamo imparare a morire prima di morire, per capire
infine che la morte non esiste." Amare non significa trovare l’anima
gemella, bensì stabilire un gemellaggio con tutto l’universo. Per non
dilungarmi, mi propongo di tornare sull’argomento.
"Circa quattrocento i caduti americani finora in Iraq.
Dal 19 marzo, fra militari e civili, gli iracheni morti ammonterebbero a
cinquantamila. Chi sono i responsabili di cotanta carneficina? Su quale altare è
lecito consacrare la recente strage di Nasiriya? Chi è sporco del giovane sangue
dei pacieri della Benemerita e della Sassari? A chi dovrà renderne conto?"
"That’s the way it is." "È così come è." Ma è difficile rassegnarsi, perdonare.
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)
ANIMA E CORPO
Precettistica di Eckhart Tolle estratta
da
The Power of Now
(Novato, California: New World Library, 1999)
Un invito all’introspezione:
.
Non c’è mai un momento in cui la vita non sia adesso.
Vedersi pensare segnala un più alto livello di consapevolezza.
La bellezza, l’amore, la creatività e la gioia scaturiscono dall’aldilà della mente.
Quando ti osservi pensare, il pensiero involontario cessa.
Osservati la mente ed elevati aldilà di essa.
La mente è un’arma per combattere altre menti.
La quiete (non la mente) è la fonte della creatività.
L’intelletto è più poderoso della mente.
L’emozione è una reazione fisica alle attività della mente.
Osservare le proprie emozioni è come vedersi pensare.
L’oggetto del vero amore è l’universo.
Le relazioni amorose sono bipolari:si alternano fra amore e odio.
Liberarsi dalle catene del desiderio significa liberarsi dalla sofferenza.
Accetta il Presente come se lo avessi scelto.
Quando accetti il Presente, il passato si dissolve.
Sii cosciente dell’osservatore silente.
La condizione psicologica della paura non dipende dal modo di pensare.
Chi si identifica con la mente vive costantemente nella paura.
I problemi della mente non possono risolversi al livello mentale.
Lo studio della follia non crea la sanità.
Non cercarti nella tua mente.
Tempo e mente sono inseparabili.
Il tempo non è prezioso.
Passato e futuro non hanno una propria realtà.
Il passato è una traccia di memoria d’un previo Presente.
Imparare da errori commessi è tempo utile.
Ricordare errori commessi è tempo perso.
Se non è un’odissea, la vita è un ossessionante bisogno di arrivare.
Il futuro è un’ossessione della mente che vuole sottrarsi al Presente.
La negatività è un’accumulazione di tempo “psicologico”.
La preoccupazione, l’ansietà, lo stress hanno le radici nel “futuro”.
Il rimorso, il rancore, la tristezza, l’amarezza hanno le radici nel “passato”.
Essere è la chiave della libertà.
Tutti i problemi sono illusioni della mente.
Ogni circostanza deve essere accettata o risolta.
Nelle vere emergenze, la mente cessa di funzionare.
L’inquinamento planetario rispecchia l’inquinamento interiore.
La vita è. Si vive, ma non si migliora o peggiora.
Essere è l’ancora del Presente.
L’insegnante e l’insegnato costituiscono l’insegnamento.
La Seconda Venuta annunzia la supremazia della consapevolezza.
Il perdono è l’accettazione della vita cosi com’è.
Rallentare rallenta l’invecchiare.
Nessun suono può esistere senza il silenzio.
Niente può esistere senza spazio.
Tutto è quasi spazio, anche all’interno dell’atomo.
L’essenza d’ogni cosa è lo spazio.
Cos’è niente? Domanda pericolosa.
La mente cerca di fare qualcosa anche di niente.
Non si può conseguire un dottorato in Niente.
L’essenza d’una stanza è lo spazio.
Lo spazio e il silenzio sono due aspetti del Niente.
La nota consiste di vibrazioni nello spazio.
Il silenzio si “materializza” quando il suono appare.
Benché lo spazio sia niente, nulla può esistere senza spazio.
Lo spazio è il “corpo” di Dio.
Spazio : Time = Infinità : Eternità.
L’universo si manifesta attraverso l’esistenza di ognuno.
L’uomo o la donna è la metà dell’UNO.
Il vero amare non ha opposti.
Il rifiuto inconscio di affrontare il dolore conduce alla tossico-dipendenza.
Amare non è esclusivo.
L’esclusività è la manifestazione del proprio ego.
La vera comunicazione è comunione.
L’ostilità non tollera la presenza dell’amore.
L’evoluzione è l’unica via di salvezza per l’umanità.
Dio inteso come uomo o donna è una proiezione della mente.
L’Essere si manifesta aldilà della polarità di genere.
L’onda che s’infrange ridiventa mare.
La felicità è percezione; la pace è consapevolezza.
L’Essere è pace interiore – il bene che non ha opposti.
La sofferenza è una creazione dell’ego.
La mutabilità è la caratteristica di ogni condizione.
La compassione è consapevolezza di fratellanza con l’universo.
Nessuna entità vera muore – solo nomi, forme, illusioni muoiono.
La compassione consta di due dimensioni, una mortale e l’altra immortale.
La volontà collettiva deriva dalla mente collettiva.
Solo chi trascende il mondo può crearne uno migliore.
Amare il nemico significa non averne.
La pace è il dono più prezioso che si possa fare al mondo.
La resa è perfettamente compatibile con l’azione.
L’inaccettabilità è come attaccare la propria immagine nello specchio.
La resa è ad un passo dall’alchimia.
Fatti alchimista: trasforma il metallo in oro.
Dove non c’è via d’uscita, ce n’è una di traverso.
Arrendersi significa annullarsi.
La terra si proteggerà dalla follia umana.
La vera scelta è consapevolezza intellettuale.
Si può essere eruditi ed incoscienti.
L’identificazione di se stessi con la mente è follia.
La pace di Dio è l’ultima realtà.
La pace collettiva è il miraggio dell’ottimista; quella individuale rimane sempre accessibile in fondo al proprio cuore. Buon Natale!
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)
CONTRO MARCIA
Quando Berta filava, preferivo viaggiare in auto. Faceva
comodo partire o sostare o cambiare itinerario a piacimento, ed esplorare il
mondo aldilà dell’ultimo orizzonte. Illusione di vivere, insomma. Come un po’
tutti, avevo anch’io la passione della velocità, dietro cui mascherare chissà
quali complessi inventati dallo psicologo. Oggi, scemate le velleità giovanili,
ed i facili entusiasmi, prediligo spigolare situato, se possibile,
contro
marcia, e godermi il panorama che sembra dileguarsi più lentamente. Induce
la mente alla riflessione, all’analisi logica. Le percezioni che convergono ai
sensi, lungi dal provocare sorprese, trovano spontaneamente la loro nicchia nel
mosaico che il caos traccia senza sosta, registrando come sta il mondo. Come se
avessimo il bisogno di chiedercelo!
Sta peggio il mondo, specie perché l’America sta male. Scherzi del capitalismo e
della economia globale! Fino a quando non si inventerà un sistema di parità fra
capitale e mano d’opera, don Dollaro andrà in giro per i paesi sottosviluppati
per approfittare delle condizioni economiche locali, sfruttando gli aborigeni.
Primo ad “emigrare” off-shore
(oltremare), è stato il lavoro manuale.
Oggi si fa all’estero anche il lavoro d’ufficio. Il sindacato degli operatori
telefonici è pronto a scioperare appunto perché Verizon si propone
downsizing per traslocare in India l’intero servizio informazioni.
L’elaborazione di dati si può fare, spesso a costo irrisorio, ovunque funzioni
un computer. Man mano che cresce la disoccupazione o sottoccupazione negli Usa,
si assottiglia la classe media, sminuisce la capacità d’acquisto e quindi di
consumo, la divisa cala, il costo dei prodotti importati aumenta, causando
effetti d’increspatura economica globale. Da qui non si scappa.
Come in una partita di poker, la cosa più importante è saper giocare la mano che
il caso (o il baro!) ti assegna. I giocatori d’azzardo scaltri e fortunati
riescono a far soldi anche con la borsa in declino. Il comune mortale che
dovesse menare i propri affari alla maniera dell’Ufficio Ovale sarebbe costretto
all’insolvenza, e verrebbe certamente indiziato per truffa e peculato. A livello
statale, serva da esempio la California che, con trenta miliardi di deficit,
cagionato in gran parte dagli imbrogli colossali della nefasta Enron, ha l’acqua
alla gola. Vogliono destituire il governatore. I fondi mancano dappertutto.
L’emittente nazionale radiofonica, per sopravvivere, deve agganciarsi alla BBC
per trasmettere quotidianamente, di sera e di notte, i programmi della mattinata
londinese. Quando non si deve soffrire un’infinità d’accenti del defunto
Commonwealth, scampana ovviamente l’idioma locale, ricco di…
biglie al dente.
Superfluo insistere sulla carenza generale di fondi per servizi essenziali
(istruzione, sanità eccetera) o sull’esosità dei prezzi dei medicinali (che
finalmente, senza il beneplacito presidenziale, si possono acquistare in Canada
con risparmi fino all’80%). In casa e fuori, siamo ormai inestricabilmente
intrappolati nella mentalità bellicosa del Far West. Fa spesso pena
ascoltare discorsi impappinati e smargiassate al sugo di
“Armiamoci e
partite!”
“Terrorists! Bring ’em on!” “Che si facciano avanti, i terroristi!” sfida
George Bush, alla maniera di Mike Tyson, spontaneo cavaliere rusticano. Eccetto
che l’ex campione di pugilato, focoso compare di compare Turiddu, è sempre
disposto ad affrontare l’avversario nel quadrato e fuori. Peccato che al
terrorista non piacciano i confronti arbitrati! Preferisce spararti alla nuca
mentre compri un rinfresco o ti stringe la mano e ti pugnala con quella libera.
Strategie primitive e disperate per far fronte alla supremazia degli ordigni
teleguidati. Infatti, mentre continua la caccia alle armi di distruzione di
massa, preoccupa seriamente la proliferazione di quelle di decimazione al
dettaglio. È assodato ormai che il popolo americano (come quello britannico) si
va ricredendo dell’inevitabilità del conflitto iracheno, ed il
marine comincia a dubitare della bontà della propria missione. Non è nel suo carattere
lasciarsi prendere di mira come un piccione appollaiato. I traumi, le
conseguenze psicologiche del combattente (e dei suoi cari) nel Golfo Persico,
come già in quello del Tonchino, si profilano più letali del sangue sparso ormai
quotidianamente. Un altro conto fatto senza l’oste: convinti tutti della
preponderanza militare statunitense, si ipotizzava un classico
blitz, una
campagna cesarea, una marcia forzata all’insegna del
Veni, vidi, vici,
destinata a finire in giubilo, come a Piedigrotta, a zéppole e taralli.
Tale il sogno degli Iracheni in esilio, cui, pare, la CIA abbia voluto dar
retta, anche per secondare le mire dei petrolieri americani. Ma ormai non vi
sono soluzioni facili: gran vespaio rimane l’Iraq! Per anni a venire, si teme.
Siamo già in piena estate, sotto un sole arroventato, in un clima infernale.
Malgrado la taglia favolosa, Saddam Hussein continua a fare il Bin Laden. Si
sospetta la presenza di al-Qaeda, mentre il popolo iracheno, di etnia in
prevalenza scismatica, per così dire, relegato al crogiuolo della sofferenza,
rinunzia alla democrazia occidentale per un bicchiere di acqua potabile. Si
stava meglio, dicono, quando si stava peggio: si aveva benzina, energia
elettrica, e di che per sbarcare il lunario, malgrado l’embargo. Ora regna il
caos. Con tanta carneficina spiattellata regolarmente in salotto, si diventa
insensibili al dolore altrui. Mi rincuora che, dinanzi alla morte, il tono
indifferente dei media, l’irriverenza degli umoristi e commedianti di mestiere,
non cessi di causarmi raccapriccio. Oltre alle perdite umane da tutte le parti,
il costo dell’avventura ha già raggiunto il doppio del previsto: circa quattro
miliardi di dollari, ogni santo mese. Lo zio Sam, provando ad assestare cerchio
e botte, favorisce la fazione di turno: oggi l’ascendenza turca, per non
complicarsi ulteriormente la vita col nuovo regime di Ankara; domani l’etnia
curda, pur senza aderire alla reintegrazione del Kurdistan; Washington non può
permettersi il lusso di dar troppa corda libera ai… padroni di casa: agli
sciiti (di orientamento politico islamico, naturalmente!) e tanto meno ai
sunniti, la cui maggioranza rimane leale a Saddam Hussein. Giacché nella
ricostruzione socio-politica dell’Iraq non v’è domani per l’ideologia del
Partito Socialista Arabo, o Baath, agli emarginati rimane l’alternativa del
terrorismo o della cosiddetta industria militare privata, che opera su scala
globale e che, pur sforzandosi d’apparire legittima e sofisticata, non ha pari
in fatto di perniciosità e ripugnanza. L’argomento merita trattamento speciale,
da ritornarci non appena mi sarò procurata una copia di
Corporate Warrior,
di P. W. Singer (Cornell University Press). La privatizzazione della
belligeranza su commissione di chi ne ha le risorse è un’idea per nulla
attraente ma è comunque quotata in borsa.
Malgrado i fiumi di dollari a disposizione per la campagna repubblicana 2004 (Bush
conta di mettere insieme 200 milioni per la propaganda a tappeto dell’ultima
ora!), il conflitto iracheno potrebbe sbarrargli la strada della rielezione. E
con ciò? Si è detto più volte che non importa chi occupi la Casa Bianca, il
sistema non cambia. Lo sanno bene i libertari d’America, i quali si propongono
un piano quinquennale entro cui effettuare un esodo di trasloco in massa nel
minuscolo Vermont, per “conquistarlo alle urne” e stabilire una roccaforte
politica da cui potere operare almeno a livello statale. Il collegio elettorale
vigente risulta inespugnabile. Perot spese sessanta milioni e rotti di tasca
propria, ottenne il 20% dei voti, e rimase a mani vuote. Per accedere alla Casa
Bianca basta vincere la metà di 538 seggi più uno, che a volte, come quella
scorsa, non equivalgono ad una maggioranza di voti. Oggi come ieri e come
domani, il quia è sempre quello sottolineato da Clinton:
“It’s the economy,
stupid!” Nel reame del libero mercato, a forza d’aritmetica creativa, spesso
anche la gente dabbene rimane abbindolata.
Va per detto che, come il capitano d’industria o generale a quattro stelle, il
politico di carriera è sempre munito di paracadute d’oro, che garantisce
l’immutabilità dello status quo. Per male che vada la campagna di rielezione per
il candidato sconfitto, c’è sempre in riserva una nomina di ambasciatore o un
pretesto per farlo decorosamente “imboscare”. Al limite, c’è sempre posto
nel gran lobby nazionale per un individuo addentellato. Nella peggiore delle
ipotesi, si può sempre andare in onda con un ennesimo talk show. Per chi non
sapesse dov’era andato a finire l’ammiraglio Poindexter, di Iran-contra memoria,
risulta che si è appena dimesso dal Pentagono, specificamente dalla direzione
del DARPA che, rimescolando l’acronimo per necessità linguistica, sta per
Agenzia di Ricerche Avanzate per Progetti di Difesa. Senza incipriare una
pessima idea, l’ultimo silfo partorito dal solerte ammiraglio perora
l’istituzione d’un sito su Rete per sollecitare scommesse sulla chiaroveggenza
d’individui disposti a predire avvenimenti terroristici. È riprova della
paranoia del terrorismo domestico che ossessiona il governo, e che minaccia
sempre più di obliterare la libertà dell’individuo. Big Brother ci sorveglia
tutti, immagazzinando montagne di dati sulle nostre attività: cibi, bevande,
fast food, libri, giornali, riviste, affari, pecadillos, debiti,
pagamenti, religione, orientamento politico eccetera. Tosto, chi vorrà prendere
un aereo, dovrà prima soddisfare le smanie d’un severo Cerbero cibernetico: con
un profilo ritenuto allarmante, il viaggiatore rischierà la detenzione
immediata. Come condizione psicologica, il terrore non va distrutto massacrando
chi lo causa.
Potrei concludere con una nota meno pessimista, ma bisogna attendere svolte
decisive in Liberia e Corea del Nord. Se son rose, sbocceranno. Non mi resta che
comunicare un annunzio d’interesse generale, particolarmente quando nell’Oregon
la disoccupazione tocca l’8,8%, calcolata, si sa, sui disoccupati che tuttavia
non hanno smesso di cercare lavoro: il pastore della
Calvary Baptist Church
di Vattelappesca, Louisiana, estende alla gente di razza bianca un invito a
pregare assieme alla congregazione negra, la quale è disposta in compenso a
pagare $5 l’ora, a testa, la domenica, e $10, i giorni feriali. Per quanto
strano, tale ramoscello d’ulivo ha più probabilità di successo che non il
decantato sentiero della pace proposto al vecchio bullo del vicinato, Sharon, ed
a Ben Mazen, successore di Arafat. In fin dei conti, in Louisiana, si spera solo
di poter creare in terra un’armonia paradisiaca che apparentemente riflette in
cielo la “rainbow coalition”
(coalizione dell’arcobaleno), cavallo di
battaglia del reverendo Jesse Jackson. Rimane solo un dubbio: è l’anima, come
l’epidermide dei mortali, suscettibile alla melanina?
(Appare in Canada su Il Congresso e in Italia su L’Eco del Savuto)
HITHER AND YON
An early flapping of nocturnal reindeer wings delivered a much appreciated yuletide gift from the Motherland: Gabriella Giansante’s Philippe Soupault di qua e di là dal Surrealismo e altri saggi di letteratura d’avanguardia (Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2003), pp. 168. It’s the 11th of the Lutetia Series.[1] Vision iniste de Soupault, an inigraphia by Angelo Merante, graces the cover of Giansante’s most recent publication: it consists of a youthful image of the poet on each side of a luminous X (which I like to interpret as the wonders of the unknown). Psychic alchemy! Image and verbum begetting each other, conjuring up evocations of the younger Rimbaud’s memorable traits, the first «man with soles of wind».[2] Wrapped in the colors of the revolution, the volume demands from the first glance the attention usually afforded to the ample opus published under the direction of Gabriele-Aldo Bertozzi, founder of Inism, to whom the work is primarily dedicated. (Christine Chementov-Soupault, Philippe’s daughter, shares the author’s gratitude.) The editorial standards are those that govern Bérénice, which surges in authority to the level of the American MLA. The topics reflect professedly «una seria ricerca scientifica,» (p.7) meant, I assume, for INItiated aficionados who already possess roundness of erudition and agility of mind. Giansante prefers not to dwell on the obvious, and avoids «sistematicamente … informazioni note o di facile consultazione in qualsiasi manuale.» (p.9) In providing exceptionally, as an example, Soupault’s date and place of birth, the author avails herself of a rhetorical device, and feels that she must apologize for the preterition. The first Soupault Internet bibliography, based on three well-known search engines (altavista, google and lycos), accompanies the traditional list of primary works. It is an invitation to welcome the future, urging explorers to sit down and sail off. Everything is a portata di mano, at a click of the mouse. Navigate!
Without further ado, Giansante tackles Soupault’s Rose des Vents, recording meticulously every detail of the consulted 1920 edition: twenty poems dedicated to as many friends, with four ink drawings by Marc Chagall. Giansante proceeds with ease, con disinvoltura, di palo in frasca, if you will, along her projected iter, soon evidencing a fingertip mastery of the subject matter that allows her to pick and choose as she pleases, according to plan. The author’s criteria of selection, of omission mostly, is guided by her tenacity not to succumb to an avalanche of tempting data, readily available through her unlimited access to her mentor’s treasured archives, «un’abbondante documentazione inedita o rara (in ogni caso di prima mano)». (pp.7-8)[3]. Maestro Bertozzi casts a constant spotlight throughout the preparation of this work, and his worthy disciple, grateful, never tires to acknowledge it. Also Bertozzi’s, if not all, is the bulk of manuscripts offered in photocopy throughout the volume.
Within the restrictive parameters of a book review, I limit my response to signals that resonate readily, while being introduced to a «galleria dei più importanti personaggi dell’epoca, divenuti in seguito dei classici del Novecento» (p.17), while events and moods are brought to new life, palpitating, unscathed by the passage of time. Witnessing the interaction of the so-called Three Musketeers – Soupault, Breton and Aragon – and others, at the Café de Flore (cradle of Inism!), becomes an intimate experience, soon revealing that the founders of Surrealism exhibit much more affinity than generally surmised. «Il titolo [Rose des Vents] è già, ante litteram, d’impostazione surrealista, cioè viene già applicato quel gioco verbale, caro a Breton, in cui si designa, col nome d’una cosa nota, un’altra entità» (p.18). Giansante’s remarks are accompanied by a lesson on semantics (Bertozzi docet!) that covers also Louis Aragon’s Feu de joie and André Breton’s Mont de piété. On the opposite page, we also savor some subtleties of linguistic usage.
A surgical exegesis of selected verse, and prose, becomes un costante consapevole spigolare amongst labeled currents of the avant-garde. At times one gets the impression that Giansante’s presentation moves somewhat too rapidly, only to discover that it is the author’s style, terse and concise, void of deadwood, that seems to foster occasional brief lapses in the reader’s concentration. Several other issues are treated in appendix, while a few brief essays on the literature of avant-garde, mostly already published in Bérénice, bring the volume to its end. In reality, the main body of work has already come to a close with an excellent comparative study of the surrealist novel.
When all appears to be done, and the whole field is clear, a firm statement marks a challenging, all-encompassing airy beginning:
«Poi la storia procede con l’Inismo.» (p.58).
For an eventual reprint, please note the following typos:
p.8, n.2, line 2: Argon
p.17, line 1: termine
p.17, line 10: Andrè
p.18, line 11 of quote: Mont de piété or Mont de Piété?
p.101, first entry under 1930 should read: University of Washington, Seattle. Bookstore is one word and is not a publisher.
[1] Quotations without notes refer to the work being reviewed.
[2] I am translating Bertozzi’s «uomo dalle suole di vento», that echoes Verlaine’s original: «homme aux semelles de vent».
[3] For the curious, from the same footnote «risulta che, mentre Breton si classificava surrealista, poi comunista, che Louis Argon (sic) si definiva prima comunista poi surrealista, Soupault voleva innanzi tutto essere Soupault, poi surrealista e comunista.