Ascoltare ed interpretare musica: l’esemplare lezione di Glen Gould

La morte prematura di un geniale pianista lascia sbigottiti anche dopo 25 anni dalla sua scomparsa. Glenn Gould (1932-1982) nacque a Toronto (Ontario, Canada) e studiò pianoforte, con la madre, per dieci anni.
Fu un musicista incomparabile, immolatosi volontariamente ad un desiderio di perfezione sicuramente disumana, teso a manifestare ciò che aveva dentro attraverso la musica e il suo amato pianoforte. Era un uomo dai tratti somatici lineari e precisi, dallo sguardo perso nel vuoto, dalle sue eccentriche e taglienti letture critiche che lo indussero ad estraniarsi dal mondo. Soleva dire: “Durante i concerti mi sento umiliato. Mi sembra di essere un artista del varietà”. Un’ affermazione del genere svela il suo atteggiamento di vivere intimamente ed intensamente la musica. Difatti, ad appena 32 anni, dopo numerosi successi, Glenn Gould annunciò il proprio ritiro da qualsiasi esibizione in sale concertistiche. Da allora, e per il resto della sua vita, realizzò esclusivamente incisioni rifugiandosi nello studio di registrazione, poiché dichiarava: ''la tecnologia ha il potere di creare un'atmosfera di anonimato e di garantire all'artista il tempo e la libertà di preparare la sua lettura di un'opera al meglio delle proprie capacità” ed inoltre, “la tecnologia non dovrebbe essere trattata come qualcosa di neutro, come una sorta di voyeur passivo; le sue capacità di scorticamento, d’analisi e soprattutto d’idealizzare un’impressione data devono essere sfruttate... Ho fede nell’intrusione della tecnologia giacché, per essenza, tale intrusione impone all’arte una dimensione morale che trascenda l’idea d’arte stessa”.
Per meglio comprendere il suo ritiro dalle scene riporto un brano, tratto dal libro No, non sono un eccentrico, con il quale intese difendersi dalle accuse di stravaganza. “Quando alcune briciole di musica mi penetrano nello spirito ho un curioso modo di perdere il contatto con me stesso, di astrarmi dalla conversazione e da tutto ciò che accade attorno a me. Potete immaginare quanto ciò possa risultare simpatico per i miei amici! Ma, seriamente, credo che questa estrema concentrazione sia l'aspetto più importante nella personalità di un musicista. Una buona capacità di concentrazione, l'orecchio assoluto e una eccellente memoria musicale sono stati i tre elementi essenziali su cui ha fatto leva il mio lavoro. La memoria perché, quale che sia la musica che suono, non posso sopportare di utilizzare la partitura, anche nella musica da camera. Ho dovuto suonare di recente, in concerto, il Trio in re minore di Mendelssohn. Mi è stato sufficiente leggerlo per memorizzarlo. Ho la fortuna di avere un orecchio assoluto, il che mi permette di ascoltare cerebralmente le polifonie più complesse, e dunque di poter studiare una partitura o di comporre camminando o perfino in mezzo alla gente. In questo caso, poiché ho l'abitudine di muovere le braccia per dirigere questa musica mentale, la cosa finisce per attirare l'attenzione dei passanti”.
Nei suoi cinquanta anni di vita fu principalmente interprete, ma anche compositore, di musiche per pianoforte, altresì per clavicembalo e per organo, pretendendo perfezione assoluta dal suono degli strumenti musicali. Iniziatore di un nuovo modo di interpretare la musica fu finanche promotore di una rinnovata maniera di pensarla. Da non trascurare, infatti, la sua critica musicale in numerosi articoli, vigorosi e pungenti, contro ogni convenzionalismo, presentandosi fin dall’inizio nel segno di una innovazione radicale che disturbò molti e si imbatté in dissenso, finché tutti dovettero arrendersi alla sua maestria. Tutto questo non gli rese estranea l’autocritica, giacché si interrogò costantemente, senza concessioni, sulle opere da lui stesso interpretate, al fine di raggiungere risultati di incommensurabile precisione. In molti filmati in cui si riprendono alternativamente sue esecuzioni ed interviste, egli si esprime in modo tagliente su alcune interpretazioni, fatte da altri, di Bach, di Richard Strauss, di Beethoven, di Mozart, di Boulez, giungendo perfino a criticare le stesse composizioni, sovvertendo in tal modo le convinzioni della critica dell’epoca.
Vale la pena sentirlo e vederlo suonare le tanto elogiate Variazioni Goldberg (BWV 988), scritte da Johann Sebastian Bach tra il 1741 e il 1745, formate da un'Aria, 30 variazioni sull'armonia della stessa, e un'Aria da capo. Questa opera può essere considerata uno dei vertici di Bach, sia dal punto di vista tecnico-esecutivo che per le ricerche di alto livello, contemporaneamente musicali e matematiche.
Sebbene in passato le Variazioni Goldberg fossero considerate soltanto un mero esercizio tecnico piuttosto ripetitivo, nel XX secolo il contenuto emotivo e la portata dell'intera composizione furono ampiamente valorizzati, anche grazie ad analisi critiche e tecniche piuttosto estese. L'opera in questione è stata eseguita in una notevole varietà di modi. Però colui che rese insuperabile l’esecuzione fu Glenn Gould, grandissimo interprete delle composizioni bachiane in genere, e non solo, anche di Beethoven, Mozart, Brahms, Schumann, Chopin, Edvard Grieg (cugino del nonno di Gould), come pure di Handel, Haydn, Wagner, Strauss.
Oltre che sentirlo suonare ribadisco che è doveroso pure vederlo. Ascoltare la limpida dolcezza, il suo suono pulito, scandito, la cristallinità e la perfezione con cui suona, soffermandosi sulla sapienza nel dividere e nello scandire le biscrome, anche adoperando con perizia estrema i mezzi pedali; vederlo, nei numerosi filmati pervenutici (alcuni dei quali fruibili su www.youtube.it), inarcato sulla sua sedia quando è inaccettabile, per la classica scuola pianistica, la mancanza dello sgabello ben posizionato in altezza: curvo nella postura del corpo, inclinato in avanti, muovendo la bocca come se stesse mormorando qualcosa. Spettacolare ed espressiva la mimica facciale e non solo: movimenti circolari del corpo, notevole articolazione delle dita, a volte la gamba sinistra accavallata sulla destra ed il gesticolare e tenere il tempo con una mano, mentre l’altra suona, come se fosse un direttore d’orchestra che dirige se stesso. Difatti lui al pianoforte è un’orchestra e non un singolo pianista. Tutto ciò fa provare emozione poiché è la visione di un uomo che entra in una dimensione superiore alla norma, capacità, questa, che trascina e coinvolge musicisti e perfino la gente comune. Glenn Gould diventa, così, una macchina perfetta, non per questo fredda bensì ricca di sentimenti.
Si parla già di leggenda, invece preferisco definirla una realtà di breve ed intensa durata, certo trascorsa ma che continua a vivere tra noi attraverso la discografia e i numerosi filmati. Nel frattempo, restiamo nell’attesa, o se si vuole nella speranza, di uno o di una Glenn Gould dei nostri anni, da scoprire nella cerimonia di gala che si terrà a Toronto (città natale di Gould) nel 2008. Le candidature sono già state inviate entro la mezzanotte del 31 dicembre 2007. Si tratta dell' Ottavo premio Glenn Gould che viene assegnato ogni tre anni ad una figura leader nei settori della musica, delle arti e delle comunicazioni, e quindi ad un giovane che incarna le qualità creative dimostrate dal nostro Autore in gioventù.
Quale occasione, di portata mondiale, migliore di questa può essere di fondamentale stimolo per i futuri musicisti, ossia sostenere e diffondere l’emulazione della sua genialità. L’artista ha il dovere di raccontare l’arte che interpreta, di effonderla con i suoi mezzi, perché è questo il migliore dono che può offrire agli altri.
(apparso su Chiarezza n. 17 gennaio 2008)